Connect with us

Serie TV

Il complotto contro l’America. E se gli Usa non avessero combattuto Hitler? Su Sky Atlantic e NOW TV

DailyMood.it

Published

on

Cosa sarebbe accaduto se, nel 1940, l’America non fosse entrata in guerra per contrastare la Germania nazista di Adolf Hitler? Probabilmente oggi vivremmo tutti in un altro mondo. Per capire come una cosa simile sarebbe potuta accadere, ora arriva in Italia l’ucronia de Il complotto contro l’America, serie tv firmata HBO tratta dal capolavoro omonimo di Philip Roth. A firmarla sono gli autori di The Wire David Simon ed Ed Burns. L’appuntamento è dal 24 luglio su Sky Atlantic e NOW TV con una programmazione speciale. Dalle 21.15 di venerdì 24 infatti verranno trasmessi, uno dopo l’altro, tutti i sei episodi della serie, disponibili dalle 6.00 del mattino anche on demand. A partire dalla settimana successiva, ogni venerdì alle 21.15 su Sky Atlantic e NOW TV andranno in onda due episodi. Il 25 e 26 luglio, inoltre, il canale 111 darà una maratona non-stop della serie.

Ma di cosa parliamo quando parliamo di ucronia? È una storia alternativa, o fantastoria, basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale. È un genere di racconto molto in voga oggi: l’abbiamo vista di recente in Hollywood, la serie Netflix che immaginava che gli anni Quaranta degli studios della Mecca del cinema fossero diventati molto più aperti nei confronti delle minoranze. Ma sono meravigliose ucronie anche quelle di Quentin Tarantino, Bastardi senza gloria e il recente C’era una volta a… Hollywood, che hanno immaginato che il cinema avesse cambiato la storia, sconfiggendo Hitler e salvando Sharon Tate.

Ne Il complotto contro l’America l’ucronia si fonde con la distopia. Siamo nel 1940, la Seconda Guerra Mondiale sta deflagrando l’Europa, e si immagina che in America Franklin Delano Roosevelt venga sconfitto alle elezioni presidenziali del 1940 da Charles Lindbergh, il famoso aviatore ed eroe nazionale, ma anche noto per le sue posizioni razziste e antisemite e le sue simpatie per Hitler. La storia di Roth prende il via da questo incubo, e lo filtra con una serie di spunti autobiografici. Tutto viene visto dall’ottica dei Levin, una famiglia ebrea di Newark, New Jersey. Con la vittoria di Lindbergh delle elezioni presidenziali, i Levin si troveranno ad affrontare le conseguenze dei violenti e sconvolgenti cambiamenti politici che ne deriveranno: la casalinga Elizabeth “Bess” Levin (interpretata da Zoe Kazan), che teme per il futuro della sua famiglia, cercherà di proteggerla in ogni modo, mentre la sorella maggiore, Evelyn Finkel (Winona Ryder), inizierà a frequentare Lionel Bengelsdorf (John Turturro), un rabbino conservatore che diventerà una figura chiave dell’emergente amministrazione Lindbergh.

Il complotto contro l’America viaggia indietro nel tempo, ma è molto attuale. La figura di Charles Lindbergh che vediamo nella serie anticipa quelli che sarebbero stati i politici del nostro tempo: populisti, persone che parlano per slogan semplici che arrivano alla pancia (“la scelta non è tra Charles Lindberg e Frnaklin Delano Roosvelt, ma è tra Charles Lindberg e la guerra”, che ripete a ogni uscita pubblica), persone che fanno strada più per la loro notorietà, il loro passato che per le reali capacità. Charles Lindberg è un eroe, è elegante, è slanciato, ma non è difficile vedere in lui qualcosa di Donald Trump. Ma l’attualità è anche sul dibattito sulla guerra. Quante volte i presidenti americani si sono trovati, dopo la Seconda Guerra Mondiale, davanti alla scelta tra entrare in guerra e restarne fuori? Vietnam, Guerra del Golfo, Afghanistan, Iraq sono state guerre in cui l’amministrazione americana ha mandato a morire migliaia di giovani, tra mille critiche, in patria e in tutto il mondo. Qui, Lindbergh e il rabbino Bengelsdorf fanno leva proprio su questo, sul non mandare al macello tanti giovani per una guerra che non è la loro. Solo che lo fanno per quella che forse è stata l’ultima guerra giusta combattuta dagli Stati Uniti d’America. E lo fanno per i loro fini.

David Simon ed Ed Burns, per raccontare una storia così attuale, scelgono una confezione orgogliosamente vintage, scelgono una patina d’antan che ricopre tutte le immagini per farci capire chiaramente che stiamo vivendo in quegli anni Quaranta. La fotografia ammanta le immagini di una patina dorata, o seppiata, che, unita a scenografie e costumi, rende il salto indietro nel tempo perfetto. A queste immagini si alternano continuamente, insistentemente, le immagini di repertorio della guerra, in bianco e nero, reali, impietose, per non farci mai scordare che cosa sta accadendo in Europa, il pericolo che sta portando il nazismo. L’espediente è quello di farcele vedere attraverso i cinegiornali che, all’epoca, venivano trasmessi nei cinema e che, per i protagonisti, accanto alla radio sono il modo principale per informarsi. La documentazione di quello che accade in Europa ci mette alcuni giorni per arrivare in America, essere montata e proiettata nei cinema. E anche questa è un’ulteriore riflessione e un confronto con i nostri tempi, dove una notizia, per volare attraverso la rete, impiega a volte alcune frazioni di secondo.

Storia potente, raccontata con un impianto classico e privo di fronzoli, Il complotto conto l’America è anche un film di attori, Winona Ryder (che, dopo Stranger Things, sta vivendo grazie alle serie tv una nuova fase della sua carriera) è perfetta nel ruolo di una donna insicura e propensa agli innamoramenti, per le persone come per le idee politiche, ed è anche incantevole inguainata negli abiti anni Quaranta. Zoe Kazan (che abbiamo ammirato in The Deuce) riesce ad essere una donna fragile e forte allo stesso tempo. John Turturro, che interpreta il rabbino Bengelsdorf, non ha più bisogno di commenti: il suo volto sembra sempre lo stesso, eppure riesce a regalare ogni volta personaggi nuovi, sfaccettati, intensi. Il suo rabbino rappresenta la naturalezza e la semplicità con cui il Male, a volte, entra nelle nostre vite. Il complotto conto l’America è una serie da vedere. È un incubo nel quale sprofondare, per poi svegliarsi e capire che, in fondo, siamo fortunati a vivere nel mondo in cui viviamo.

Images: (courtesy of HBO)

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

18 − due =

Serie TV

The Haunting of Bly Manor: un nuovo “giro di vite” su Netflix

Published

on

C’era una grande attesa per l’arrivo su Netflix, di The Haunting Of Bly Manor, la serie disponibile dal 9 ottobre. L’ideatore, Mike Flanagan e il produttore, Trevor Macy, infatti, sono quelli di The Haunting of Hill House, la serie horror che due anni fa ci aveva spaventato, scosso, e commosso. Il nuovo, atteso capitolo della serie antologica, The Haunting Of Bly Manor, è ambientato nell’Inghilterra degli anni Ottanta. Henry Wingrave (Henry Thomas) assume una giovane bambinaia americana, Dani (Victoria Pedretti) per prendersi cura dei nipoti orfani (Amelie Bea Smith e Benjamin Evan Ainsworth) che vivono a Bly Manor con il cuoco Owen (Rahul Kohli), la giardiniera Jamie (Amelia Eve) e la governante, la signora Grose (T’Nia Miller). Apparentemente è un posto di lavoro ideale. Il fatto è che nessuno vuole prenderlo, dopo la tragica morte dell’istitutrice precedente. Nel castello, la sua presenza/assenza si sente. Ma non è la sola…

Mike Flanagan e Trevor Macy si sono ispirati alle classiche storie soprannaturali di Henry James, in particolare a Giro di vite. È una di quelle storie che può capitare di aver letto, o visto già in qualche adattamento, o in altre storie ispirate a questo classico. Assistere nuovamente a una storia di questo tipo, allora, da un lato può suonare familiare. Dall’altro, come sappiamo, ogni adattamento è una nuova vita. Come quando andate a vedere Shakespeare a teatro: magari avrete già visto Molto rumore per nulla, ma non ricordate tutti gli snodi, e a ogni nuovo adattamento potete apprezzare le nuove sfumature. Non abbiamo fatto questo esempio a caso. Perché il fatto che quella di The Haunting sia una serie antologica avvicina il lavoro di Mike Flanagan proprio a quello di un capocomico, un regista/impresario di una compagnia teatrale. Finito il suo spettacolo, cioè la serie precedente, non lavora a un seguito, ma mette in piedi una nuova pièce con quella che, in parte, è la stessa compagnia. Essendo in tv e non a teatro non può essere completamente così, vengono scelti nuovi attori in modo che possano cucirsi addosso su misura i nuovi ruoli. E alcuni attori del cast di The Haunting Of Hill House ritornano, con mansioni diverse. Carla Cugino così appare come narratrice, all’inizio e alla fine, e lascia poi spazio ad altri. Henry Thomas (era il bambino di E.T., osservatelo e lo riconoscerete), che era l’altro protagonista della prima stagione, si ritaglia il ruolo di Henry Wingrave, zio e tutore dei bambini, deus ex machina della storia che però rimane in disparte. Victoria Pedretti, invece, che era una delle figlie nella prima stagione, qui diventa la protagonista assoluta, Dani, la bambinaia/istitutrice dei due bambini. È lei (che abbiamo apprezzato anche nella seconda stagione di You, sempre su Netflix) uno dei motori della storia. I “fantasmi” del passato che riaffioreranno a Bly Manor si mescoleranno ai suoi.

La messinscena di The Haunting Of Bly Manor è vicina a quella di The Haunting Of Hill House: atmosfere gotiche, una casa che diventa un vero e proprio protagonista della storia, tinte scure, ma non così nere come nella stagione precedente. Sin dalle prime sequenze vi accorgerete che questa seconda stagione è in realtà diversa dalla prima: c’è la voglia di raccontare una ghost story più classica, con un respiro più ampio, dai ritmi più compassati. Come se, man mano che assistiamo alla storia, stessimo leggendo le pagine di un romanzo. C’è un’atmosfera di attesa e ci sono meno momenti di spavento vero e proprio. Non c’è, in The Haunting Of Bly Manor, quel continuo senso di pericolo, di morte (è paradossale, visto che la morte è uno degli elementi chiave della storia…) di dolore lancinante. Non siamo, in pratica, in un vero e proprio horror. L’intento non è quello di spaventarci, ma quello di farci entrare in una storia, raccontarcela, farcela vivere.

Da un lato, tutto questo è anche comprensibile. Per tornare al paragone teatrale da cui siamo partiti, è possibile che una compagnia che adatta Shakespeare, scelga di mettere in scena Molto rumore per nulla dopo l’Amleto, scegliendo di lavorare su altri toni e altri registri. The Haunting Of Bly Manor, insomma, è semplicemente un altro genere di spettacolo. Dall’altro lato, anche prendendo in considerazione questo aspetto, non tutto è riuscito. Anche se si è scelto di raccontare una storia prima ancora di spaventare, i momenti di paura, quando arrivano, non funzionano fino in fondo, e non sono inseriti bene nel racconto. Un racconto che, a volte, sembra avere pause troppo lunghe, momenti riempitivi. Alcuni dialoghi un po’ da serie televisiva vecchio stile ci lasciano a tratti un po’ perplessi, così come alcuni momenti sembrano essere stati inseriti per prendere tempo e allungare la storia. I flashback, poi, arrivano troppo presto e svelano troppo, facendo un po’ perdere quell’atmosfera di attesa e inquietudine che dovrebbe contraddistinguere una ghost story. The Haunting Of Bly Manor è comunque uno spettacolo di gran classe, curatissimo nelle scenografie e nella fotografia. Una storia di grande atmosfera in grado di avvolgere lo spettatore.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Serie TV

We Are Who We Are: gli absolute beginners di Luca Guadagnino nella nuova serie tv Sky

Published

on

Harper è un nome da ragazzo”. “È un nome per tante cose”. “Da dove vieni?” “Da tanti posti”. Harper in realtà si chiama Caitlin (Jordan Kristine Seamón) ed è una bellissima ragazza afroamericana. È una dei protagonisti di We Are Who We Are, la nuova serie tv Sky-HBO in otto episodi diretta da Luca Guadagnino, in onda dal 9 ottobre su Sky e in streaming su NOW TV. Siamo in una base americana in Italia, vicino a Chioggia. È il classico non luogo: non è l’America, che è lontana migliaia di chilometri. Ma non è nemmeno l’Italia, perché la base è territorio americano e ha regole tutte sue. È un mondo a parte. Una terra di nessuno, come è una terra di nessuno esistenziale quella in cui vivono i protagonisti della storia. Fraser (Jack Dylan Grazer), 14 anni, è appena arrivato da New York al seguito della madre Sarah (Chloe Sevigny) che prenderà il comando della base. Caitlin, o Harper, come si fa chiamare lei, è la figlia di un altro ufficiale: una bellissima ragazza che però non si sente tale, non si ritrova pienamente nel suo lato femminile, e sente in sé una parte di mascolinità.

Caitlin entra in scena, al mare, in un bikini nero, i lunghi capelli neri, lunghi e crespi, il volto e la capigliatura di una dea africana. Ma la vedremo in abiti maschili, con addosso la camicia del padre e con un cappellino da baseball a nascondere quei capelli così femminili La vedremo tirare di boxe, sparare. E provare interesse, quasi invidia, per i baffetti appena accennati di Fraser. Lui ha i capelli ossigenati, le unghie laccate, t-shirt e giacche coloratissime. Non sa ancora chi è. Forse gli piacciono i ragazzi. Ma si lega a Caitlin perché la sente un’anima gemella, l’unica che lo capisce, ed è così anche per lei. Il loro non è un amore convenzionale, è una comunione di intenti, una sintonia tra due persone che stanno affrontando un percorso, un passaggio. E quel viaggio vogliono farlo insieme. “Senti mai di non appartenere a nessun posto?” chiede Caitlin a Fraser? Quel posto a cui appartenere è qualcosa che cercheranno entrambi, fianco a fianco.

We Are Who We Are parla di fluidità di genere, di omosessualità, di libertà di esprimersi. Ma la serie firmata da Luca Guadagnino, con la sceneggiatura di Paolo Giordano e Francesca Manieri, non è solo questo, è una storia universale. È una storia d’amore, anzi una storia di storie d’amore, è un racconto sull’identità, vista da molteplici punti di vista. I ragazzi alla scoperta della loro sessualità, ma anche quelli italiani che cercano i ragazzi americani per cercare di uscire dal “buco” dove vivono. Gli adulti, divisi tra il loro ruolo pubblico e quello privato, tra i legami che hanno costruito negli anni e quelli nuovi che potrebbero stringere. I militari, divisi tra il loro essere tali e il loro essere persone, con i loro affetti e i loro bisogni.

Questa ricerca dell’identità, la vita all’interno di famiglie spesso problematiche a tratti avvicina We Are Who We Are a Euphoria, altra serie americana HBO passata su Sky lo scorso anno. Ma il tono di Luca Guadagnino è completamente diverso. We Are Who We Are non è mai un pugno nello stomaco, non è mai scioccante, pur essendo viscerale e a momenti molto dura. I toni sono più sfumati, in fondo leggeri. Quello che emerge è una sensualità ancora innocente, una vitalità pulsante, a tratti debordante e incontenibile, che Guadagnino riesce a raccontare come pochi sano fare, forse il solo Abdellatif Kechiche. Senza per forza dover ricorrere continuamente a momenti eclatanti, sconvolgenti (che ci sono, ma lo script non ne abusa), ma lasciando che il racconto segua il fluire della vita.
Il fatto che tutto si svolga in una base militare non fa che far risaltare questa vitalità. Perché poi i ragazzi devono rientrare tra quelle mura, convivere con quei rituali. Perché gli adulti sentono il loro corpi costretti in quelle divise, tanto che, quando le tolgono, quei corpi sembrano respirare, espandersi, esplodere. L’indole ribelle di certi personaggi risalta ancora di più in un mondo fatto di regole, di schemi, di procedure, un mondo rigidamente definito, che è tutto il contrario di quello che sono.

Così come spesso sono rigidamente definite le regole della serialità televisiva. Ma Luca Guadagnino decide di fare come i suoi personaggi, essere libero, indefinito. Il suo We Are Who We Are può essere visto come una serie in otto puntate, ma anche come un film di otto ore. Guadagnino non si preoccupa di cliffhanger, di ritmo, di suspense. Si permette di indugiare quasi per una puntata intera su una giornata di festa, di fermarsi per un attimo su una sequenza di ballo, che è allo stesso tempo avulsa e integrata nella storia, di fermare le immagini per qualche istante prima degli stacchi di montaggio, come se volesse bloccare in delle istantanee (una volta erano le Polaroid, oggi sono i selfie) alcuni momenti dei ragazzi. Il regista di Chiamami col tuo nome piega il tempo a suo piacimento, si permette di rallentarlo e poi di andare avanti veloce. Estate, autunno, inverno: non c’è la primavera. Possiamo intuirla, ma è fuori campo. Il suo stile è libero, emotivo, al servizio delle emozioni dei personaggi. Vi sembreranno strani, come ogni volta che incontrate una persona diversa da voi. Ma dopo poche ore vi troverete completamente immersi nelle loro vite, come se fossero quelle dei vostri amici.

Vi immergerete anche in un periodo ben preciso della Storia recente. America, 2016: è il semestre che porterà alla vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. “La possibilità era troppo ghiotta per non essere colta” ha raccontato Guadagnino. L’avvento di Trump, del “Make America Great Again” è un avvenimento a suo modo epocale nelle vite degli americani. Che, in un mondo che vive in base all’ordine e alle prove di forza come quello militare, non può non influire. “La gente vuole un capo che possa prendere decisioni difficili”, sentiamo dire a Sarah, la madre di Fraser, l’ufficiale in capo nella base, di fronte a una scelta che ha portato alla morte di alcuni soldati. Sì, perché lì fuori, fuori da quella bolla che è la base americana vicino a Chioggia, c’è il mondo reale, c’è la guerra, c’è la morte. Che irrompe, all’improvviso, nelle vite quasi irreali delle persone che vivono lì. E allora tutto si ferma, le aule sono vuote, i corridoi anche. E una matita si spezza, come in Twin Peaks alla notizia della morte di Laura…

Vi abbiamo parlato di Caitlin e di Fraser. Ma We Are Who We Are è anche la relazione tormentata tra Sarah (Chole Sevigny) e Maggie (Alice Braga), due donne sposate che sono le madri di Fraser, è la vita di Britney, inquieta ragazza americana in cerca d’amore e di emozioni (è la sorprendente Francesca Scorsese, sì, proprio la figlia di Martin Scorsese, una che ha respirato cinema fin dalla culla), l’amore tra Craig e Valentina, Romeo e Giulietta divisi non dalle famiglie ma dalla guerra. We Are Who We Are racconta tutte queste storie, dando a tutte, se non lo stesso spazio, la stessa dignità. Per una volta ci sbilanciamo, e diciamo che Luca Guadagnino, con We Are Who We Are, ha realizzato quello che è sin qui il suo lavoro migliore. Tutta l’emotività che mancava nei suoi film precedenti arriva qui, tutta insieme. Ed è impossibile resistervi. Come Fraser e Caitlin, per otto ore, diventiamo anche noi dei “debuttanti assoluti”, degli Absolute Beginners, come canta David Bowie alla fine della serie. “Fino a che siamo insieme il resto può andare all’inferno”, canta il Duca Bianco. E sembra che parli proprio di Fraser e Caitlin. O anche di tutti noi, nel momento in cui abbiamo sentito di trovare un’anima in cui specchiarci.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Serie TV

Doom Patrol 2: supereroi come non li avete mai visti. Su Prime Video

Published

on

People are strange when you’re a stranger, faces look ugly when you’re alone”. La gente è strana, quando sei uno straniero, i volti ti guardano disgustati quando sei solo. People Are Strange dei Doors, in una versione di Echo And The Bunnymen, apriva la prima stagione di Doom Patrol, la serie sbarcata due anni fa su Amazon Prime Video, dove ora, dal 28 settembre, è disponibile la seconda stagione. È una storia di supereroi tratta da un fumetto DC Comics: la casa madre di Batman, Superman e Wonder Woman. Ma non aspettatevi niente di tutto questo. Al centro della storia c’è un gruppo di eroi, di diversi… ma così diversi che, al confronto, gli X-Men sono degli impiegati statali. Robotman alias Cliff Steele (Brendan Fraser) è un ex pilota di corse rimasto in vita dopo un incidente. In realtà, ad essere rimasto in vita è solo il cervello, e così il suo corpo è completamente meccanico, quello di un robot: ma non pensate agli automi perfetti di Westworld, il suo è un corpo di ferro pesantissimo. Negative Man, nella precedente vita Larry Trainor (Matt Bomer) è un ex aviatore rimasto completamente sfigurato dopo un’azione in volo, durante la quale un’entità aliena è però entrata in lui, ed è costretto a girare ricoperto di bende. Elasti-Woman, all’anagrafe Rita Farr (April Bowlby) è un ex attrice degli anni Cinquanta, caduta in acqua ed entrata in contatto con una sostanza che, quando meno se l’aspetta, la fa liquefare, allungare, diventare elastica. C’è Cyborg, vero nome Victor Stone (Joivan Wade), metà uomo metà robot, che abbiamo conosciuto nella Justice League e nei Teen Titans. E poi c’è Crazy Jane (Diane Guerrero), una ragazza che ha ben 68 diverse personalità, ed è assolutamente imprevedibile. Il loro capo è Niles Caulder, The Chief, un Timothy Dalton che, dopo Penny Dreadful, sta vivendo una nuova fase della carriera.

Nella stagione 2, dopo la sconfitta di Mr. Nobody, ritroviamo i Doom Patrol ridotti in miniatura, come se fossero dei soldatini giocattolo, bloccati in una di quelle piste di auto da corsa elettriche con cui giocavamo da bambini. Nella loro famiglia c’è un nuovo membro, Dorothy, (Abigail Shapiro). La conosciamo attraverso un flashback che ci porta nella Londra del 1927 (e poi ancora più indietro, a fine Ottocento), in un circo che è un freak show, e la fa esibire come donna scimmia. Scopriremo che è la figlia di Caulder. È una bambina dolcissima, ma ha anche dei poteri misteriosi, è in grado di evocare mostri e creare enormi pericoli. Ma, prima ancora che con i mostri che ci sono fuori, ognuno dei nostri eroi dovrà combattere con quelli che ha dentro di sé. E risolvere il conflittuale rapporto con Caulder, il loro “padre”, colui grazie al quale sono in vita, ma a cui, in fondo, devono anche la loro natura di esperimenti falliti. Una cosa di cui sono ben consapevoli, e che non smette di farli soffrire.

Doom Patrol è qualcosa che non avete mai visto. È una squadra di eroi che è anche un gruppo di mutuo aiuto, un gruppo di rifiutati dal mondo che, insieme, può trovare il riscatto. Ma quello che colpisce nella serie sviluppata da Jeremy Carver (basata sui personaggi creati per DC da Arnold Drake, Bob Haney e Bruno Premiani) è il tono usato. I nostri eroi si trovano in una condizione che è altamente drammatica, sono imprigionati in una vita che vivono con tormento. Ma il racconto alterna il dramma a un tono ironico e beffardo che irrompe, per situazioni e battute, creando un continuo senso di straniamento, una continua doccia scozzese tra dolore e stupore. La messinscena è classica, elegante, formalmente impeccabile grazie a quelle luci dai toni caldi e uniformi che rendono l’atmosfera sospesa nel tempo. Guardando le immagini di Doom Patrol ci sembra di sfogliare un fumetto patinato e un po’ ingiallito dal tempo. Ma poi capita che in scena irrompa un asino che ci porta in un’altra dimensione, come accadeva nell’episodio pilota della stagione 1, o che si venga catapultati in una festa “Disco” nei primi anni Ottanta, dove il villain è un uomo con la testa di un orologio. A creare un effetto fortemente emotivo sono anche le musiche, da quelle originali di Clint Mansell (autore delle musiche di Requiem For A Dream. The Wrestler, Il cigno nero e Moon, solo per citarne alcune) a quelle di repertorio, che pescano nella storia della musica rock.

Quello di Doom Patrol è un mondo assolutamente originale, pur in un mosaico di rimandi a opere classiche come Frankenstein, L’uomo bicentenario, Blob, La Mummia. È un freak show che si muove tra horror e grottesco. La seconda stagione è una riflessione sul tempo che passa, che finisce per diventare un nostro nemico, qualcuno che non ci lascia il tempo necessario per tutto quello che dovremmo, o vorremmo, fare. E proprio il tempo è anche uno dei difetti della serie. Che funziona molto di più quando guarda al passato, per raccontarci le storie dei nostri (anti)eroi e le ripercussioni sulla loro vita di oggi, che quando si muove in avanti, per una storia che forse procede troppo lentamente, e lascia i personaggi troppo a lungo in una situazione di stallo. Ma Doom Patrol è come i suoi personaggi, così unica da violare in parte anche le regole della narrazione seriale dei nostri tempi. La sua forza è quella di riuscire spesso a commuovere, e a farci entrare in empatia con alcuni personaggi e i loro interpreti (Brendan Fraser e Matt Bomer) che recitano costantemente con il volto coperto. Doom Patrol porta all’estremo la visione che è propria di un’altra squadra che ben conosciamo, gli X-Men della Marvel: i supereroi come scherzi della natura, diversi, mostri potentissimi che combattono per un mondo che non vuole avere niente a che fare con loro. Sì, eroi come quelli di Doom Patrol non li avete mai visti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending