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Johnny Depp ha scelto Palazzina Red Passion per il post red carpet di ieri sera

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Tutto il cast del film in concorso “Waiting for the Barbarians”, tra cui Deep e l’attore Premio Oscar Mark Rylance, hanno cenato prima e ballato dopo, sulle note della musica di DJ Clapton, nella splendida cornice di Palazzina

Una notte magica quella a Palazzina Red Passion, che si è confermata, anche sul finire della 76° Mostra del Cinema di Venezia, come luogo più amato delle notti del festivaliere. Le bollicine Moët & Chandon, sponsor dell’evento, hanno poi reso il party ancora più frizzante.

Palazzina Red Passion non è stata solo un luogo ma il punto della mondanità, ha saputo stupire per tutti gli undici giorni della Mostra del Cinema con eventi esclusivi e after dinner che hanno ospitato star internazionali e DJ di fama mondiale.

 

 

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Serie TV

Tales From the Loop. La fantascienza che ci guarda dentro. Su Amazon Prime Video

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Sono il volto e la voce di Russ, cioè quelli di Jonathan Pryce, in primo piano, a introdurci alle storie di The Loop, la nuova serie tv disponibile su Amazon Prime Video dal 3 aprile. Russ viola la quarta parete e si rivolge direttamente a noi. Ci dice che siamo in una cittadina dell’Ohio, dove si trova una macchina creata per esplorare i misteri dell’universo. Quella macchina è chiamata comunemente The Loop. E ognuno, in città, è legato al Loop in un modo o nell’altro. Ognuno, in città, ha la sua storia.

Avrete già capito che Takes From The Loop, la serie creata da Nathaniel Halpern e prodotta da Matt Reeves, è qualcosa di molto particolare. È tratta dal libro dal libro svedese di Simon Stälenhag, un libro formato da grandi tavole, da disegni. I creatori della serie, così, si sono lasciati ispirare delle immagini e da lì hanno tratto le storie. È per questo che Tales From The Loop conquista subito a livello visivo, cattura con la sua atmosfera. Siamo nell’Ohio, nel cuore dell’America rurale, ma potremmo essere in Svezia. Tutto è silenzioso, deserto. Nel primo episodio tutto è bianco, innevato. Ci colpisce subito vedere una storia di fantascienza lontana da grandi città e da mondi hi-tech. E raccontata con un tono sommesso, con atmosfere rarefatte, con un ritmo sospeso, dal respiro ampio. Tales From The Loop è una serie di storie che si prendono tutto il loro tempo per essere raccontate, vivono nell’attesa, nello stupore e nella paura dell’ignoto. Una musica elegiaca che, almeno nel primo episodio, cita la Sonata al chiaro di luna di Beethoven, ci trasporta ulteriormente in un’atmosfera malinconica.

Come dice il titolo, Tales From The Loop è una serie di racconti. Storie autoconclusive, ma in qualche modo collegate tra loro. È stato detto che Tales From The Loop è un mosaico. E, per apprezzarne il disegno, va visto nel suo insieme, da lontano. Abbiamo visto in anteprima due episodi. In uno c’è una bambina che vive sola con la madre. Lei lavora al Loop, e dice di aver preso in prestito qualcosa da quel luogo per fare un esperimento, ma a un certo punto scompare. Capiamo che probabilmente l’esperimento ha a che fare con la forza di gravità, e in qualche modo ne ribalta le regole. Ma, lo capiremo guardando fino alla fine, la storia ha anche a che fare con lo stravolgimento delle regole del tempo. Nell’altra storia, un bambino e il nonno, che è Russ, l’anfitrione che ci ha introdotto alla serie di racconti, fanno una passeggiata e incontrano una vecchia sfera di ferro. Se si prova a dire qualcosa al suo interno, questa restituisce la nostra voce in un effetto di eco. Ma le volte che ripeterà la nostra voce ci dirà quanto a lungo vivremo.

Come avrete capito, Tales From The Loop è una fantascienza che ci racconta, più che fenomeni e scoperte tecnologiche, i nostri sentimenti, le nostre sensazioni di fronte a certi fenomeni. È un racconto umanista, in un certo senso. Le storie sono il pretesto per una serie di riflessioni sul tempo che passa, sui nostri legami, sulla vita e la morte. Siamo agli antipodi di un’altra serie legata alla tecnologia, come Black Mirror. Se la serie creata da Charlie Brooker ci porta in un futuro prossimo, e vuole darci ogni volta un pugno nello stomaco, e sceglie di puntare sulla distopia, la serie di Nathaniel Halpern e Matt Reeves ci riporta in un passato prossimo e vago (potremmo essere tra gli anni Settanta e gli Ottanta), e preferisce sussurrarci nell’orecchio qualcosa in grado di insinuare un dubbio, di farci riflettere. E punta sulla nostalgia, È un mondo vintage, meccanico e lo-fi.

Se Matt Reeves, il produttore, si è già trovato in qualche modo a portare in America il mondo scandinavo, adattando per il mercato americano e internazionale il romanzo – e il film – svedese Lasciami entrare (Let Me In), l’atmosfera si deve anche ai registi che hanno diretto gli episodi. La prima storia che vi abbiamo raccontato è diretta da Mark Romanek, il regista di One Hour Photo e, soprattutto, di Non lasciarmi, un altro esempio di fantascienza umanista: è un regista che ha fatto del bianco, del gelo, inteso come raffreddamento delle emozioni, il suo marchio di fabbrica. E anche qui, come in Non lasciarmi, riesce a trattenere le lacrime da una storia che potenzialmente ne aveva e, proprio in questo modo, a toccarci di più. La seconda è diretta da Andrew Stanton, il regista che arriva dalla Pixar e che tutti ricordiamo per Alla ricerca di Nemo. Vedendo il suo racconto dal Loop capiamo che la forza di quel film, oltre che nel disegno, era nell’emozione. E anche qui riesce a raccontarci benissimo i sentimenti di un personaggio giovane che sente di perdere il legame con un suo punto di riferimento. Accanto a Jonathan Pryce è da menzionare sicuramente Rebecca Hall, qui in versione dimessa, un’attrice straordinaria. È anche grazie alla sua sensibilità se veniamo letteralmente tirati dentro questi racconti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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La Casa di Carta 4. L’amore muove il mondo, ma l’odio non è da meno. Su Netflix

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Tutto può andare a puttane in un millesimo di secondo”, ci ricorda la voce narrante nel primo episodio della quarta stagione de La casa di carta, in arrivo su Netflix il 3 aprile. Chi conosce la famosa serie spagnola sa che è la voce di Tokyo. E la quarta stagione de La casa di carta – in tutto e per tutto la seconda parte della terza stagione – inizia esattamente dove finiva la terza. In un momento in cui i piani del Professore e della sua banda di rosso vestita e in cerca dell’oro si trovano messi alle corde. Mai, fino ad ora, li avevamo visti così in difficoltà. Mai il Professore ci era sembrato incerto sulla strada da prendere. È confuso, in preda ai sensi di colpa. È più fragile, perché ama. Ma ha una missione: portare a termine quella che ormai è più di una rapina. E portare fuori i suoi da quella Banca di Spagna dove, si sa, nessuno può uscire vivo.

La casa di carta Parte 4 inizia dove finiva la Parte 3. La morsa della polizia si è stretta attorno al Professore (Álvaro Morte) e alla sua Lisbona (Itziar Ituño), ormai l’ex ispettore Raquel Murillo. Dopo aver sentito uno sparo, crede che lei sia morta. Un altro sparo ha colpito Nairobi (Alba Flores), che ora è in fin di vita. Tokyo (Úrsula Corberó), Rio (Miguel Herràn), Denver (Jaime Lorente), Helsinki (Darko Peric), Bogotà (Hovik Keuchkerian) e Stoccolma (Esther Acebo), dopo aver fatto saltare in aria un carro armato, si trovano a battersi per salvare Nairobi, per continuare la fusione dell’oro che in qualche modo dovrà uscire dalla Banca di Spagna, e a fronteggiare gli assalti della polizia. Il tutto con un capo come Palermo (Rodrigo De La Serna): lui è il genio, e, in quanto tale, “fa cose che non ci aspettiamo”. Fuori dalla banca l’ispettrice Alicia Sierra (Najwa Nimri) è per la linea dura, mentre il colonnello Tamayo è per la tregua.

Ma è solo l’inizio. Le sorprese non finiscono qui, non per niente siamo nel mondo de La casa di carta. E raccontarvele tutte sarebbe – per restare in tema – da arresto. Ma nella quarta stagione della serie creata da Àlex Pina non ci sono più solo due fazioni, i rapinatori e la polizia: ognuno ha nemici al suo interno, ognuno, come in The Departed, ha infiltrato qualcuno nell’opposto schieramento. I sospetti crescono, i nervi saltano, e con essi i collegamenti audio-video, i nemici sono pericolosi, invisibili, introvabili. Perché “il vero caos non fa rumore”. E perché “è quello che non vediamo quello che più ci ossessiona”. Insomma, il pericolo può arrivare da qualunque luogo, gli schemi sono saltati. È il caos.

È il mondo de La casa di carta, odi et amo, come diceva Catullo, prendere o lasciare. E noi, molto volentieri, prendiamo. La casa di carta, non dimentichiamocelo, arriva dalla Spagna. È una serie latina: è, per sua natura, eccessiva, iperbolica, è sopra le righe. È un nuovo mondo che mescola heist movie e telenovela. Mai, come in questa quarta stagione, al centro ci sono i personaggi con i loro amori, le loro gelosie, le loro pulsioni. Arrivati alla fine del racconto, tutte le coppie sono sul filo del rasoio, per un motivo o per l’altro rischiano di scoppiare. E, come in chimica, gli elementi liberati dai legami possono combinarsi in altri legami.

Questo è il presente, fuori e dentro la Banca di Spagna. Ma, come sappiamo, ne La casa di carta c’è anche il passato, che, grazie ai flashback (a volte necessari, a volte un po’ abusati) viviamo come parte della storia. Così spesso torniamo indietro per capire che, a quel punto del percorso, una variabile era prevista dal piano. O per scoprire qualche fatto che ci dice di più sulla natura dei personaggi, o dei loro rapporti. Come quella solidarietà femminile e quell’unione d’intenti tra ragazze che potrebbe essere una delle chiavi di volta della storia. O, ancora, per ritrovare un vecchio amico come Berlino (Pedro Alonso), catturato nel suo momento di maggior felicità, il giorno del suo matrimonio, tra Ti amo di Umberto Tozzi e Centro di gravità permanente di Battiato, e una citazione di Salvatores. Che ci ricordano quanto vicini siano a noi gli spagnoli. Come fa a non piacerci La casa di carta?

È proprio il fatto che sembri impossibile che lo rende così bello” sentivamo dire ne La casa di carta Parte 3. Ed è la frase che forse racchiude al meglio lo spirito della serie di Àlex Pina. Così non stupitevi nemmeno quando vedrete entrare in scena delle teglie di paella e dei secchi di birra fresca… È solo un attimo di tregua. Perché La casa di carta, come se fosse un videogame, è arrivata al quarto livello, e superarlo è sempre più difficile. Già dalla Parte 3 avevamo capito che i nemici erano più temibili e più spietati di un tempo, ora ne abbiamo la conferma. E i protagonisti in rosso e maschera di Dalì, oltre che dai nemici, dovranno guardarsi anche da loro stessi, cioè dai traumi e dalle paure che hanno dentro di sé, da chi amano e da chi odiano. “Dicono che l’amore muova il mondo, ma di sicuro l’odio non è da meno”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Madam C. J. Walker, la prima imprenditrice di colore protagonista di una serie Netflix

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Una mini-serie racconta la storia eccezionale e semi-sconosciuta della prima donna a raggiungere il successo economico e imprenditoriale nell’America di fine Ottocento e primi Novecento, filantropa e antesignana del moderno concetto di inclusione

La prima imprenditrice di colore americana e la prima milionaria, come testimoniato anche dal Guinness dei primati 1910. Si tratta di Madam C. J. Walker, al secolo Sarah Breedlove, la cui storia è stata finalmente raccontata da Netflix, con una mini-serie di 4 episodi con protagonista il premio Oscar Octavia Spencer e il campione di basket Lebron James tra i produttori. Una storia appassionante di successo ma anche di emancipazione e di inclusione, termine del quale si parla tanto spesso ultimamente, ma certamente sconosciuto alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento, arco temporale che copre la vita di Madam C. J. Walker.

Che non si sbaglia a voler considerare l’antesignana della cantante Rihanna, in veste di imprenditrice del marchio Fenty. Il cui rapidissimo successo è equiparabile a quello di Madam C. J. Walker e del suo omonimo brand. Altro elemento che accomuna le due donne è la grinta e il grande intuito, che ha portato entrambe a captare i bisogni delle donne in fatto di bellezza e delle donne di colore in particolare. Sì, perché se Madam, pur sconosciuta ai più, si può considerare una delle donne che hanno fondato l’industria della cosmesi al pari di Helena Rubinstein, Elizabeh Arden, Estée Lauder e perfino di Coco Chanel, rispetto queste ha dovuto affrontare molti più ostacoli, a partire dal colore della pelle. Invece lei, con tenacia, ha saputo imporsi e fondare un impero arrivato a occupare più di 3000 persone, per lo più donne di colore alle quali diede non solo un lavoro, ma una dignità: in un’epoca in cui erano a malapena considerate persone, con lavori come cameriera e lavandaia, Sarah Breedlove diede alle sue clienti e lavoranti dignità e autoconsapevolezza, mezzi di emancipazione e anche… bellezza.

La storia è semplice. Figlia della generazione nata subito dopo l’abolizione della schiavitù, Sarah rimase orfana a 7 anni, si sposò a 14, divenne madre a 17 e vedova a 20. Per mantenersi faceva la lavandaia, il suo aspetto fisico non era avvenente e a un certo punto iniziò a perdere i capelli. Una cliente la aiutò con una crema che le risolse il problema e questa fu la miccia che risvegliò il suo orgoglio. Trasferitasi a St Louis dove i fratelli esercitavano il mestiere di barbiere, mise a punto un proprio prodotto per i capelli ma soprattutto per il cuoio capelluto, Wonderful Hair Grower di Madam Walker, che lo Smithsonian National Museum of African American History & Culture conserva ancora, seguita da altri prodotti sempre per capelli e poi anche per la pelle. Perché la differenza rispetto a tutti gli altri prodotti simili destinati alle chiome afro era proprio l’aver posto l’accento sulla cura del cuoio capelluto e sulla crescita dei capelli. Il successo fu tale che, grazie anche al secondo marito, Charles Joseph Walker, che diede il nome al marchio perché era impensabile chiamarlo con il nome di una donna con l’aggiunta di Madam, si trasferì a Indianapolis, città con molti abitanti di colore e dunque potenziali clienti, dove da un salone casalingo fondò una fabbrica. I saloni si moltiplicarono per tutti gli Stati Uniti e il successo portò la lavandaia Sarah Breedlove a diventare la prima americana nera milionaria e imprenditrice. Il tutto grazie anche a moderne tecniche di marketing come la vendita porta a porta e poi per corrispondenza non solo negli Stati Uniti ma anche ai Caraibi e in America Centrale e a campagne pubblicitarie che mostravano fotografie con prima e dopo la cura.

Purtroppo, Sarah morì nel 1919 all’età di 51 anni, ma lei lasciò un segno indelebile anche nel campo della filantropia, perché finanziò borse di studio per ragazze di colore e organizzazioni per la difesa dei diritti dei neri come NAACP e YMCA, dimostrandosi anche filantropa. La serie Netflix racconta questo, con una ricostruzione storica di ambienti e costumi superlativa, mettendo in luce il carattere e la grinta di Sarah e tutti gli ostacoli che dovette superare, grazie anche all’abilità interpretativa di Octavia Spencer, vincitrice di un Oscar per il film The Help e alla narrazione tratta dal libro della nipote di Madam, On her own ground di A’Leila Bundles.

di Maria Maccari per DailyMood.it

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