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Èlite 2. A Las Encinas la passione brucia ancora

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L’estate è finita, si torna tra i banchi di scuola. E si riaprono le porte di Las Encinas, il prestigioso liceo destinato ai rampolli delle famiglie più ricche. L’estate è finita e ritorna Èlite, la serie tv spagnola firmata Netflix, disponibile in streaming dal 6 settembre. Il delitto al centro della prima stagione è risolto, o forse no, ma sicuramente non sono risolte le attrazioni, le pulsioni, le rivalità e o conflitti interiori dei protagonisti. Mentre dalla casa di Marina, che la sua famiglia ha venduto dopo i tragici fatti della prima stagione, stanno portando via le sue cose in dei cartoni, arriva una nuova ragazza in città: è Rebeca (Claudia Salas), look street style, modi irriverenti da maschiaccio, e una passione per la boxe. A casa di Lu (Danna Paola) arriva il fratellastro Valerio (Jorge Lopez), capelli ricci e scompigliati ad arte, comportamenti sempre sopra le righe, e una spiccata passione per droghe e alcolici. Entreranno ben presto nel gruppo degli studenti di Las Encinas, scompigliando le già fragili dinamiche esistenti fra loro. Rebeca fa amicizia con Nadia (Mina El Hammani), aiutandola nel suo percorso di emancipazione, mentre lei è ancora attratta, ricambiata, da Guzman (Miguel Bernardeau), il leader del gruppo, che la scomparsa della sorella Marina ha reso ancora più fuori controllo. Carla (Ester Expòsito) ha sempre più paura che i segreti che sa sul delitto vengano fuori e la tensione con Cristian (Miguel Herràn) è sempre più alta, e rischia di minare la loro relazione. Intanto Samuel (Itzan Escamilla) cerca di capire chi sia il colpevole del delitto di cui è accusato il fratello Nano (Jaime Lorente).

Non era facile far ripartire una storia come quella di Èlite che, nella sua prima stagione, si apriva con un delitto e si chiudeva con la sua soluzione. Se la soluzione della trama “gialla” della serie poteva anche far sembrare Èlite una storia autoconclusiva, i personaggi della serie rimangono potenzialmente una fonte infinita di intrecci e sviluppi: sono tutti all’inizio del loro percorso di crescita e accettazione di sé, sono nel pieno della tempesta di passioni e tormenti, e le dinamiche tra loro sono potenzialmente esplosive. Il mix tra teen drama e noir, però, deve continuare: e se le vicende personali e sentimentali sono assicurate, resta da costruire una trama gialla che tenga il pubblico con il fiato in sospeso come nella prima stagione. E così, fin dalle prime scene, vediamo la polizia indagare: non su un delitto, ma sulla scomparsa di uno studente di Las Encinas. Le prime due puntate si intitolano proprio così: 20 ore dopo la scomparsa, e 34 ore dopo la scomparsa. E, mentre seguiamo le indagini, tutta la vicenda scorre in flashback. In questo modo i creatori di Èlite riescono a ricreare lo schema della prima stagione.

Ma, almeno a vedere le prime puntate, il gioco sembra meno avvincente. Un po’ già visto, un po’ meno interessante. E poi non è facile riprendere una storia che ha perso il suo personaggio più carismatico, Marina (Maria Pedraza), una bellezza velata da tristezza e tormento, che era letteralmente il motore della prima stagione. E con un altro personaggio, Nano (Jaime Lorente, il Denver de La casa di carta) fuori gioco perché in carcere. I personaggi più carismatici rimasti in scena allora sono Nadia, ragazza palestinese alle prese con un faticoso percorso di emancipazione, divisa tra le tradizioni della propria famiglia e i desideri di una ragazza della sua età, e Guzman, ragazzo ricco, viziato e violento, diviso tra l’elaborazione del lutto e la voglia di vendetta e l’attrazione innegabile che ha per Nadia. I momenti sexy, come nella prima stagione, sono soprattutto sulle spalle minute della provocante Carla. Mentre le new entry, Valerio e Rebeca, ma anche la svampita Cayetana (Georgina Amoros), che vive da sola in una grande villa, sembrano più dei jolly in grado di scompaginare le carte del mazzo che personaggi intensi come quelli principali. Ma vedremo la loro crescita.

A proposito di sex appeal, dopo la prima stagione e le prime puntate della seconda, confermiamo che Èlite è un esperimento interessante. Complici i tempi che stanno cambiando, il carattere disinibito degli spagnoli, il modello Netflix, la via spagnola al teen drama è molto più spinta, sexy, esplicita, irriverente rispetto ai prodotti americani capisaldi del genere, come Beverly Hills 90210, The O.C. e anche il più recente Riverdale. A volte, anzi spesso, Èlite pecca di una recitazione troppo sopra le righe, e di una voglia di stupire a tutti i costi, con svolte e sorprese che tengono desta l’attenzione ma rischiano di far sembrare alcune vicende poco credibili. Un pregio, invece, è quello di parlare di tematiche come l’integrazione, l’omosessualità, le dipendenze. Èlite 2, a conti fatti, è un prodotto ben confezionato, che merita di essere visto. Per poi confrontarlo, sempre su Netflix, fra pochi mesi, con Baby, la serie italiana ambientata a Roma, sempre in un liceo, e sempre con le divise scolastiche a celare intrighi e passioni. La sfida è lanciata.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Serie TV

Johnny Depp ha scelto Palazzina Red Passion per il post red carpet di ieri sera

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Tutto il cast del film in concorso “Waiting for the Barbarians”, tra cui Deep e l’attore Premio Oscar Mark Rylance, hanno cenato prima e ballato dopo, sulle note della musica di DJ Clapton, nella splendida cornice di Palazzina

Una notte magica quella a Palazzina Red Passion, che si è confermata, anche sul finire della 76° Mostra del Cinema di Venezia, come luogo più amato delle notti del festivaliere. Le bollicine Moët & Chandon, sponsor dell’evento, hanno poi reso il party ancora più frizzante.

Palazzina Red Passion non è stata solo un luogo ma il punto della mondanità, ha saputo stupire per tutti gli undici giorni della Mostra del Cinema con eventi esclusivi e after dinner che hanno ospitato star internazionali e DJ di fama mondiale.

 

 

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La casa di carta 3. Noi siamo la resistenza. Su Netflix

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Fate attenzione. Il Professore è tornato, e con lui la sua banda. Loro sono la Resistenza. Qualcuno ha dichiarato loro guerra, e la banda risponde nel modo in cui sa: rubando. E la posta in gioco, rispetto all’altra volta, sarà ancora più alta. Parliamo de La Casa di Carta: Terza parte, l’attesissima nuova stagione (in streaming dal 19 luglio) di una delle serie di Netflix più sorprendenti, una serie fatta in Spagna e destinata ancora una volta a dividere il pubblico: o la sia ama, e la si guarda compulsivamente, o la si trova decisamente sopravvalutata. Sgombriamo subito il campo agli equivoci: noi siamo tra quelli che la amano.

Ma dove eravamo rimasti? Alla fine della seconda parte, il Professore (Álvaro Morte), e quello che era rimasto della sua banda – Nairobi (Alba Flores), Tokyo (Úrsula Corberó), Rio (Miguel Herràn) Denver (Jaime Lorente), Helsinki (Darko Peric) e Stoccolma (Esther Acebo) – erano riusciti a fare il grande colpo alla Zecca di Stato di Madrid, e li abbiamo visti salpare a godersi la loro pensione dorata nei luoghi più esotici che possiate immaginare. Con loro c’è anche Lisbona (Itziar Ituño), che tutti conoscevamo come Raquel Murillo, e che ora ha sposato la causa del Professore, innamorata di lui. Li ritroviamo proprio qui, tra i Caraibi, la Thailandia e la Pampa argentina. In paradiso, praticamente. Ma anche il paradiso può stare stretto, soprattutto se, come Tokyo, qualcuno ha dentro di sé il rumore, l’incertezza e ha bisogno di ritrovarli. L’inquieta ragazza allora parte, con la promessa di accendere un telefono satellitare, ogni sera alle sei, per sentire il suo Rio. I telefoni non dovrebbero essere registrati, e invece lo sono. Rio viene intercettato e arrestato. E Tokyo contatta il professore, che riunisce la banda. E ora?

Lo scoprirete in questa nuova stagione de La casa di carta. Che, invece che al chiuso di un edificio, come la Zecca di Stato, inizia all’aperto, in varie località in giro per il mondo. Ma è di nuovo al chiuso che la banda si troverà, perché il Professore ha in mente qualcosa, e il piano arriva da molto lontano. L’inizio della terza stagione vede i protagonisti fare un percorso inverso rispetto al finale della seconda stagione, dall’esterno all’interno invece che dall’interno all’esterno. E, se gli amori nelle prime due parti sbocciavano e si concretizzavano, nella terza sono consolidati, ma rischiano di andare in crisi. Entrano in scena dei nuovi personaggi: uno è Palermo (Rodrigo De La Serna), l’altro è una misteriosa donna che tortura Rio in prigionia (Najwa Nimri). Mentre nella banda arriveranno anche Bogotà (Hovik Keuchkerian) e Marsiglia (Luka Peros).

You’ll Never Walk Alone, sentiamo in sottofondo, mentre la banda entra di nuovo in scena, ancora una volta con un’azione eclatante. Non camminerete mai da soli. La forza del professore e della banda è questa: hanno il Popolo dalla loro parte, sono la Resistenza, sono dei moderni Robin Hood – che si autoproclamano tali – che rubano ai ricchi per distribuire alla gente, e sono entrati nell’immaginario collettivo, all’interno della serie, proprio per questo, come vediamo in una scena chiave della seconda puntata. In una delle sue lezioni il Professore fa vedere alla banda come le loro gesta abbiamo ispirato molte persone a ribellarsi. Non rubando, ma manifestando per i propri diritti, usando come simbolo la loro divisa iconica: una tuta rossa e la maschera di Salvador Dalì. Ed è quello che è davvero accaduto in molte parti del mondo, con le inconfondibili tenute della banda usate come simbolo di protesta. La casa di carta ha conquistato tante persone proprio perché ha intercettato un senso di protesta verso banche, istituzioni, governi autoritari. In una parola, verso le ingiustizie.

Per entrare appieno ne La casa di carta si tratta si entrare in questo stato d’animo, di abbracciare idealmente lo spirito del Professore e dei suoi. E di sospendere l’incredulità. Perché le critiche alla serie vanno spesso nella direzione della presunta implausibilità di un racconto che, per sua natura, è invece immaginifico, iperbolico, simbolico. Quello de La casa di carta è un mondo a se stante, come quello di un cinecomic o di un film di Tarantino, che ha le sue regole del gioco, che vanno accettate. A un certo punto, in un dialogo, sentiamo dire che il nuovo colpo del Professore è impossibile. “È proprio il fatto che sembri impossibile che lo rende così bello”, risponde lui. Se ci pensiamo, la chiave del successo de La casa di carta è proprio questa. Assistere ad azioni che, anche solo a pensarle, ci sembrano ardite, e vedere persone che le realizzano. Che si stia o meno dalla parte del Professore e dei suoi (ma è impossibile non esserlo) non si può che rimanere incantati di fronte all’ingegno umano, all’architettura di piani così ben congegnati. Quella del Professore è una partita a scacchi, dove ogni mossa fatta sulla scacchiera prevede una contromossa dell’avversario, che va a sua volta prevista e neutralizzata con quella successiva. Quello del Professore è un combattimento secondo l’arte dell’aikido, dove si sfrutta a proprio favore la forza del proprio nemico. Ogni suo colpo è un’opera d’arte. Come quelle di Salvador Dalì.

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Stranger Things 3. Gli anni ottanta, le ragazze e l’adolescenza: che mistero.

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È arrivata l’estate, a Hawkins, e i nostri amici sono tornati. È l’estate del 1985, ci stiamo avvicinando al 4 luglio, e proprio il 4 luglio torna in streaming su Netflix Stranger Things, arrivato alla stagione 3. I ragazzi passano le loro giornate tra la piscina e un nuovo, sfavillante centro commerciale che ha aperto fuori città, tra cinema, primi lavori, primi baci e shopping. Ma, al cinema, proprio mentre vede un horrror, a Will Byers vengono dei brividi sul collo. È il segnale che qualcosa di pericoloso arriverà. È Stranger Things, e su questo non c’è dubbio. L’attesissima terza stagione di uno dei prodotti simbolo di Netflix è finalmente tra noi: preparatevi a ore di binge watching, e ad essere catapultati negli anni Ottanta.

Inizia piano, Stranger Things 3, come se volesse prendersi tutto il tempo per riannodare i fili, e per raccontare come, meno di un anno dopo le vicende della seconda stagione, stanno andando le vite dei nostri amici. Nei primi due episodi il pericolo incombente è accennato, insinuato pian piano nelle tranquille vite dei ragazzi, e sembra quasi di stare in una di quelle commedie sentimentali americane anni Ottanta, alla John Hughes per capirci. I ragazzini sono cresciuti, e sono alle prese con i primi amori. Mike (Finn Wolfhard) e Undici (Mille Bobby Brown) non si staccano per un attimo, cosa che sta mandando ai pazzi lo sceriffo Jim Hopper (David Harbour), alle prese con il lavoro più difficile, quello di papà, e un non troppo velato interesse per Joyce (Winona Ryder). Anche Lucas (Caleb McLaughlin) e Max (Sadie Sink) stanno insieme tra continue scaramucce e Will (Noah Schnapp) soffre un po’ questo interesse degli amici per le ragazze. Dustin (Gaten Matarazzo), che è tornato dalle vacanze raccontando di una ragazza “più sexy di Phoebe Cates” si lega sempre di più a Steve (Joe Keery), che, in un improbabile vestito da marinaio, lavora in una gelateria insieme a una ragazza molto particolare, Robin (Maya Hawke, la figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke). Anche gli altri ragazzi, Jonathan (Charlie Heaton) e Nancy (Natalia Dyer) sono al lavoro, uno stage al giornale locale dove non si trovano proprio benissimo. Ma, a un certo punto, cose strane cominciano ad accadere: i magneti non si attaccano più alle pareti di ferro, e i topi cominciano a impazzire. E, come potete immaginare, questo è solo l’inizio.

Leggendo questa lunga premessa si può capire subito una cosa: la forza di Stranger Things è avere dei grandi personaggi, e tanti grandi personaggi. Nella terza stagione i Dufffer Brothers riescono con abilità a valorizzarli tutti, facendoli crescere, disegnandoli benissimo, dividendoli in delle squadre che seguono ognuno la propria pista: ci sono i ragazzini con le loro ragazze, ci sono Dustin, Steve e Robin, con una ragazzina incontrata al centro commerciale, ci sono Jonathan e Nancy e gli adulti Joyce e Hopper. La nuova stagione della serie cult di Netflix è abilmente costruita secondo varie linee narrative e secondo vari generi, la commedia sentimentale, l’horror e anche la spy-story, tutti amalgamati alla perfezione e fatti vivere in un universo ben preciso, che è quello del cinema anni Ottanta.

Per farlo i Duffer Brothers e il regista Shawn Levy usano gli stilemi di quel cinema – inquadrature, luci, canzoni, tematiche, toni – e anche le citazioni, che però sono meno evidenti che nelle altre stagioni. Ma non sono mai fini a se stesse, sono sempre lì per dirci qualcosa. Così Day Of The Dead (da noi Il giorno degli zombi), il film del 1985 di George A. Romero, che i nostri amici vedono al cinema, è lì per dirci che, prima o poi, ci troveremo in un horror. E Magnum P.I., che Hopper vede alla tivù, ci anticipa che i protagonisti dovranno improvvisarsi tutti investigatori per risolvere un caso. A un certo punto viene nominato Arnold Schwarzenegger, e troveremo un personaggio che richiama Terminator. Wonder Woman, il fumetto Max e Undici leggono nella cameretta, ci ricorda che lì non c’è solo una ragazzina ma anche un supereroe. A proposito di donne meravigliose, in linea con la nuova tendenza di Hollywood, anche Stranger Things 3 è un film dove le donne sono al centro della scena, personaggi autonomi, coraggiosi, intraprendenti. E anche, per i ragazzini, un universo così difficile da capire.

Una delle chiavi del successo di Stranger Things è proprio questa: unisce mistero al mistero. Perché già il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dai giochi di ruolo alle prime cotte per le ragazze, è un viaggio complicatissimo. E in più, per i nostri eroi, al mistero di questo passaggio si aggiunge sempre un mistero soprannaturale.

Ma è solo per questo che ci piace così tanto Stranger Things? Non solo. Stranger Things è la nostra infanzia, però più affascinante ed emozionante di come la ricordavamo, un po’ perché è lontana, ma soprattutto perché qui è ammantata dai colori, dai suoni e dal mondo delle pellicole con cui siamo cresciuti. E ci sono rimaste dentro: sono nel nostro inconscio, sono nel nostro dna. Stranger Things allora non è solo un ottimo prodotto di intrattenimento, non è solo un’operazione nostalgia. È una madeleine proustiana che ci riporta a un tempo perduto, è una miccia che scatena dentro di noi l’esplosione di tutta una serie di emozioni, la chiave che apre una serratura e libera tutta una serie di cose che abbiamo già dentro. Riesce a fermare un istante preciso. Quello in cui abbiamo smesso di giocare e abbiamo dato un bacio a una ragazza.

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