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La casa di carta 3. Noi siamo la resistenza. Su Netflix

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Fate attenzione. Il Professore è tornato, e con lui la sua banda. Loro sono la Resistenza. Qualcuno ha dichiarato loro guerra, e la banda risponde nel modo in cui sa: rubando. E la posta in gioco, rispetto all’altra volta, sarà ancora più alta. Parliamo de La Casa di Carta: Terza parte, l’attesissima nuova stagione (in streaming dal 19 luglio) di una delle serie di Netflix più sorprendenti, una serie fatta in Spagna e destinata ancora una volta a dividere il pubblico: o la sia ama, e la si guarda compulsivamente, o la si trova decisamente sopravvalutata. Sgombriamo subito il campo agli equivoci: noi siamo tra quelli che la amano.

Ma dove eravamo rimasti? Alla fine della seconda parte, il Professore (Álvaro Morte), e quello che era rimasto della sua banda – Nairobi (Alba Flores), Tokyo (Úrsula Corberó), Rio (Miguel Herràn) Denver (Jaime Lorente), Helsinki (Darko Peric) e Stoccolma (Esther Acebo) – erano riusciti a fare il grande colpo alla Zecca di Stato di Madrid, e li abbiamo visti salpare a godersi la loro pensione dorata nei luoghi più esotici che possiate immaginare. Con loro c’è anche Lisbona (Itziar Ituño), che tutti conoscevamo come Raquel Murillo, e che ora ha sposato la causa del Professore, innamorata di lui. Li ritroviamo proprio qui, tra i Caraibi, la Thailandia e la Pampa argentina. In paradiso, praticamente. Ma anche il paradiso può stare stretto, soprattutto se, come Tokyo, qualcuno ha dentro di sé il rumore, l’incertezza e ha bisogno di ritrovarli. L’inquieta ragazza allora parte, con la promessa di accendere un telefono satellitare, ogni sera alle sei, per sentire il suo Rio. I telefoni non dovrebbero essere registrati, e invece lo sono. Rio viene intercettato e arrestato. E Tokyo contatta il professore, che riunisce la banda. E ora?

Lo scoprirete in questa nuova stagione de La casa di carta. Che, invece che al chiuso di un edificio, come la Zecca di Stato, inizia all’aperto, in varie località in giro per il mondo. Ma è di nuovo al chiuso che la banda si troverà, perché il Professore ha in mente qualcosa, e il piano arriva da molto lontano. L’inizio della terza stagione vede i protagonisti fare un percorso inverso rispetto al finale della seconda stagione, dall’esterno all’interno invece che dall’interno all’esterno. E, se gli amori nelle prime due parti sbocciavano e si concretizzavano, nella terza sono consolidati, ma rischiano di andare in crisi. Entrano in scena dei nuovi personaggi: uno è Palermo (Rodrigo De La Serna), l’altro è una misteriosa donna che tortura Rio in prigionia (Najwa Nimri). Mentre nella banda arriveranno anche Bogotà (Hovik Keuchkerian) e Marsiglia (Luka Peros).

You’ll Never Walk Alone, sentiamo in sottofondo, mentre la banda entra di nuovo in scena, ancora una volta con un’azione eclatante. Non camminerete mai da soli. La forza del professore e della banda è questa: hanno il Popolo dalla loro parte, sono la Resistenza, sono dei moderni Robin Hood – che si autoproclamano tali – che rubano ai ricchi per distribuire alla gente, e sono entrati nell’immaginario collettivo, all’interno della serie, proprio per questo, come vediamo in una scena chiave della seconda puntata. In una delle sue lezioni il Professore fa vedere alla banda come le loro gesta abbiamo ispirato molte persone a ribellarsi. Non rubando, ma manifestando per i propri diritti, usando come simbolo la loro divisa iconica: una tuta rossa e la maschera di Salvador Dalì. Ed è quello che è davvero accaduto in molte parti del mondo, con le inconfondibili tenute della banda usate come simbolo di protesta. La casa di carta ha conquistato tante persone proprio perché ha intercettato un senso di protesta verso banche, istituzioni, governi autoritari. In una parola, verso le ingiustizie.

Per entrare appieno ne La casa di carta si tratta si entrare in questo stato d’animo, di abbracciare idealmente lo spirito del Professore e dei suoi. E di sospendere l’incredulità. Perché le critiche alla serie vanno spesso nella direzione della presunta implausibilità di un racconto che, per sua natura, è invece immaginifico, iperbolico, simbolico. Quello de La casa di carta è un mondo a se stante, come quello di un cinecomic o di un film di Tarantino, che ha le sue regole del gioco, che vanno accettate. A un certo punto, in un dialogo, sentiamo dire che il nuovo colpo del Professore è impossibile. “È proprio il fatto che sembri impossibile che lo rende così bello”, risponde lui. Se ci pensiamo, la chiave del successo de La casa di carta è proprio questa. Assistere ad azioni che, anche solo a pensarle, ci sembrano ardite, e vedere persone che le realizzano. Che si stia o meno dalla parte del Professore e dei suoi (ma è impossibile non esserlo) non si può che rimanere incantati di fronte all’ingegno umano, all’architettura di piani così ben congegnati. Quella del Professore è una partita a scacchi, dove ogni mossa fatta sulla scacchiera prevede una contromossa dell’avversario, che va a sua volta prevista e neutralizzata con quella successiva. Quello del Professore è un combattimento secondo l’arte dell’aikido, dove si sfrutta a proprio favore la forza del proprio nemico. Ogni suo colpo è un’opera d’arte. Come quelle di Salvador Dalì.

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5 − quattro =

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ZeroZeroZero. Cocaina, quel fiume che scorre sotto le nostre città. Su Sky Altantic e NOW TV

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Se un battito di ali di farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, come teorizzava Edward Lorenz, un carico di cocaina comprato in Calabria può provocare una sparatoria e decine di morti in Messico. A teorizzare, anzi, a raccontare una storia accuratamente documentata, è Roberto Saviano, il cui bestseller ZeroZeroZero è diventato una serie Sky Original prodotta con Cattleya, che esordisce il 14 febbraio su Sky Atlantic e NOW TV. ZeroZeroZero è un ambizioso affresco a tinte crime sulle rotte globali della cocaina, girato in tre continenti e in cinque paesi (Italia, Messico, Stati Uniti, in particolare la Louisiana, Marocco e Senegal) e in sei lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, wolof e arabo). Da vedere in lingua originale. La serie è creata da Stefano Sollima, Leonardo Fasoli e Mauricio Katz, e alla regia ci sono lo stesso Sollima, Janus Metz e Pablo Trapero.

ph. credit STEFANIA ROSINI – 5R7A0059

Credi nell’amore? L’amore finisce. Credi nel tuo cuore? Il tuo cuore si ferma. Cosa succede quando non hai più niente da dare?” Sono le parole con cui inizia ZeroZeroZero. Le immagini che scorrono sono quelle di un uomo a terra, colpito in una sparatoria. Ma la voce narrante è quella di un uomo che si trova in un bunker, con sistema di videosorveglianza, sull’Aspromonte. È un capo della Ndrangheta, o forse un ex capo, e deve guardarsi dagli altri boss e dai suoi stessi familiari, che potrebbero colerlo morto. “Non c’è pietà nella delusione”. E allora, per tenere ancora in mano il suo scettro, decide di agire, e comprare 5.000 chili di cocaina. Le prime due puntate che abbiamo visto in anteprima si svolgono così tra la Calabria (i compratori), Monterrey, in Messico (i venditori) e New Orleans, Stati Uniti (gli intermediari). La storia seguirà il carico di cocaina che è stato comprato dal clan della Ndrangheta fino a quando verrà consegnato e pagato. ZeroZeroZero è un racconto che si dipana in giro per il mondo, come in un film di 007, ma è estremamente realistico, teso, duro.

C’è una scena, tra le tante che abbiamo visto in ZeroZeroZero, a colpirci. Uno dei boss italiani prende dei soldi per l’acquisto della partita di droga, e lo fa da una cassaforte nascosta in un negozio di articoli per la prima infanzia. Poco dopo lo vedremo portare un giocattolo al suo bambino. Quello che colpisce, in questa storia, è quel senso disturbante di costante pericolo, quella sensazione che la malavita sia ovunque, dietro qualsiasi vita normale, a pochi passi da noi, dietro l’angolo. Nelle note di Roberto Saviano leggiamo che non esiste mercato al mondo che renda di più di quello della cocaina. Se investissimo 1000 euro in azioni Apple, tra un anno ce ne tornerebbero 1600. Ma se investissimo la stessa cifra in cocaina, dopo un anno ne avremmo 182mila. La cocaina è un fiume impetuoso, e sotterraneo, che scorre sotto le grandi città in cui viviamo.

ZeroZeroZero è un crime sui generis, una produzione dal grande respiro internazionale, molto diversa dai romanzi criminali (Romanzo criminale, Gomorra, Suburra) che siamo stati abituati a vedere negli ultimi anni. Non c’è dentro il folklore, la connotazione locale, il territorio, i dialetti marcati. Qui si guarda all’universalità e alla globalità del crimine. Tutto è il mondo è crimine, ci vuole dire il racconto di Saviano. A dirigere i primi episodi c’è Stefano Sollima, che ha già raccontato il crimine proprio nei titoli di cui sopra (ha diretto le serie Romanzo Criminale e Gomorra, e ha girato il film di Suburra) e in particolare i cartelli della droga messicani in Soldado. È un regista solido, impeccabile. Ma qui lo abbiamo trovato diverso dal solito: anche se non mancano le scene forti, il suo stile ci sembra più asciutto, più essenziale. Per mettere in scena ZeroZeroZero, infatti, è stata scelta una narrazione iperrealistica e, in fase di sviluppo, un approccio giornalistico: visite sui luoghi della rotta della coca, interviste a persone, il tutto per raccontare le vicende dal punto di vista degli insider, di chi si trova dentro il gioco. Il risultato è coinvolgente ed estremamente credibile.

Alla credibilità giova un cast di attori non particolarmente noti, se si fa eccezione per il trio che anima la parte dedicata a New Orleans. Si tratta di Gabriel Byrne, che è Edward Lynwood, che gestisce una società di navigazione, Andrea Riseborough, che è la figlia Emma, che gestisce la compagnia insieme a lui, e Dane DeHaan, Chris, il fratello di Emma, che ha una malattia degenerativa. La famiglia Lynwood è molto importante nel racconto perché mostra come il traffico di droga, che parte da un gruppo di criminali, il cartello della droga, e arriva alla criminalità organizzata, passa per delle realtà legali, come una normale compagnia di navigazione. È il segno che la cocaina è uno dei motori dell’economia: Edward spiega che un carico di droga incide nelle entrate della compagnia più di quattro navi cariche di container. Se da un lato i tre attori spiccano sugli altri, dall’altro riescono a scomparire, a mimetizzarsi nel racconto, a diventare una parte funzionale al tutto.

Un tutto in cui anche attori meno noti riescono a dar vita a personaggi memorabili, come fa Harold Torres (noto soprattutto per il suo ruolo ne El Chapo) con il suo Manuel Contreras, un sergente dell’esercito messicano che è responsabile di un team di forze speciali. È un personaggio ambiguo, che sente che ogni suo gesto è guidato da Dio. Sono da antologia le scene in cui, durante torture e uccisioni di trafficanti, mette gli auricolari alle orecchie e ascolta le prediche di un prete, cioè la Parola di Dio. In un film che vive di un rapporto molto originale tra suoni e immagini ci hanno colpito anche le scene in cui il Chris di Dane DeHaan legge i labiali. O quella dei “danni collaterali”, quelli per cui, durante uno scontro a fuoco, a rimetterci la vita è una bambina. ZeroZeroZero è una serie da vedere. Non potete dire che la cocaina non vi riguarda. A quanto pare riguarda tutti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sex Education 2. I dolori del giovane Otis tornano su Netflix

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C’è anche Ornella Muti, nei panni della conturbante principessa Aura di Flash Gordon, nella seconda stagione di Sex Education, disponibile dal 17 gennaio su Netflix. La vediamo comparire in un montaggio velocissimo, sulle note di una versione quasi lirica di I Touch Myself, tra le cause di turbamento dell’adolescente Otis (Asa Butterfield). Il suo corpo è in pieno tripudio ormonale e, se Ornella Muti vista al cinema non può non turbare Otis (chi è cresciuto negli anni Ottanta non può essere rimasto indifferente alla principessa Aura) gli basta molto poco per eccitarsi: anche guardare l’immagine di una ragazza su un bagno schiuma, o indossare pantaloni di velluto. Nel veloce montaggio che apre Sex Education 2 c’è tutto quello che rende speciale questa serie: ironia, un’aura fuori dal tempo, protagonisti originali e una scrittura non banale.

Dove eravamo rimasti? Otis ha una relazione con Ola, anche se non hanno ancora consumato, e per questo i suo i ormoni sono in subbuglio. Otis, figlio di una stimata sessuologa, in teoria sa tutto sul sesso, ma in pratica è privo di ogni esperienza. La madre Jean (Gillian Anderson), tra l’altro, ha una relazione proprio con il padre di Ola, e questo non aiuta. Maeve (Emma Mackey), la sua socia delle lezioni di sesso, ha lasciato la scuola. Eric (Ncuti Gatwa), il suo amico del cuore, è ormai conscio della sua identità sessuale, ma non ha ancora trovato l’amore. Mentre Jackson (Kedar Williams-Stirling), l’ex di Maeve, è ormai stressato dal suo ruolo di promessa del nuoto.

Insomma, tutti i nodi della prima stagione di Sex Education non sono ancora venuti al pettine: è sicuro che ne vedrete delle belle. Anche nella seconda stagione, Sex Education conferma la sua particolarità rispetto ai teen drama di oggi. Prima di tutto non siamo in contesti urbani, altolocati ed eleganti, come gli appartamenti e i licei high-tech di Elite e Baby. Ma siamo nella campagna inglese, in case old fashioned immerse nel verde. O, se preferite, dal punto di vista dei teenager, immerse nel nulla. Non abbiamo i look eleganti e perfetti dei protagonisti, ma un look vintage, colorato, casual nel senso di casuale: tutti i ragazzi, nel film, sembrano un mix tra un mercatino delle pulci ed H&M. E, soprattutto, non abbiamo i soliti volti bellissimi e perfetti, ma sono stati scelti attori dai volti particolari, espressivi e anche buffi. Asa Butterfleld, il bellissimo bambino di Hugo Cabret, non è diventato uno strafigo, ma è credibilissimo nel ruolo dell’adolescente un po’ goffo. Emma Mackey, che interpreta Maeve, è stata definita la nuova Margot Robbie, ma è stata scelta per la sua grinta più che per la sua bellezza. E poi c’è Aimee Lou Wood, che è Aimee, che ha un volto dolcissimo, buffo e irresistibile. Tutti quanti, poi, hanno una recitazione sopra le righe, ma non troppo, che fa virare ogni situazione verso il comico, l’ironico, lo slapstick.

E poi c’è Gillian Anderson: sì, proprio lei, esplosa vent’anni fa nel ruolo di Dana Scully, è passata dagli X-Files ai Sex Files. Non indossa più i severi tailleur grigi, ma vestiti coloratissimi, non ha più i capelli ramati ma una tinta bionda. È un personaggio davvero agli antipodi di quello che l’ha lanciata: se pensiamo al controllo di Scully e vediamo la disinvoltura della sua Jean, capiamo che è entrata in un mondo completamente differente. Il suo personaggio è una delle chiavi del film. E nella seconda stagione lo vedremo vacillare e perdere qualche certezza, nel momento in cui dovrà confrontarsi con una platea di liceali.

Non è un caso che, sullo schermo di un cinema, Otis veda Flash Gordon. Sex Education pesca abbondantemente negli anni Ottanta e in quell’immaginario ben preciso. Ma, a differenza dei Duffer Brothers, che hanno deciso di ambientare la storia negli anni Ottanta, i creatori di Sex Education hanno scelto di ambientare la storia al giorno d’oggi (ci sono internet e gli smartphone, e qui non ci sono dubbi), ma di dipingerla con un immaginario che pesca in varie epoche, dagli anni Sessanta, ai Settanta agli Ottanta. Guardando la seconda stagione ci siamo accorti che una delle forze di Sex Education 2 è proprio la sua atemporalità, il suo essere fuori da ogni epoca. Che equivale a dire universalità. Sex Education funziona così bene anche perché, guardandolo, ci rendiamo conto che quei ragazzi potrebbero essere i giovani di oggi, ma potremmo essere benissimo anche noi, che ai nostri tempi eravamo egualmente imbranati, vestiti a caso, e curiosissimi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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You, stagione 2. Il lupo perde il pelo ma non il vizio

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Il lupo perde il pelo ma non il vizio. E il nostro Joe, nella seconda stagione di You, la serie originale Netflix in streaming dal 26 dicembre, in qualche modo ci prova. Reduce della delusione – chiamiamola così… – della storia con Beck, e spaventato dal ritorno di una storia del suo passato, cioè Candace, Joe decide di cambiare città. Come in tanti film americani (da Io e Annie e Marriage Story) da New York va a Los Angeles, credendola la città ideale per scomparire, non essere notato, essere un uomo nuovo. E – certo non sappiamo completamente se ci è o se ci fa – prova davvero a cambiare, a non comportarsi come faceva un tempo, a dare spazio alle persone, a non ossessionarle e a ossessionarsi. Anche quando incontra una nuova ragazza che gli piace, Love, prova ad andarci piano, a iniziare con un’amicizia…

Il punto è che Joe (Penn Badgley), ormai lo sappiamo, è un pazzo. È squilibrato, ossessivo, violento, un inguaribile stalker. È raro trovare, in una serie televisiva destinata al grande pubblico, un personaggio così negativo, un vero antieroe. Non pensate a House Of Cards e Frank Underwood, lì parliamo di personaggi enormi nella loro cattiveria. Qui invece parliamo di un personaggio meschino, piccolo, al limite dell’anonimo nel suo aspetto fisico. Eppure, in un certo senso, lo stimiamo: perché Joe è un libraio, è brillante ed educato, sa scrutare e capire gli altri. È un personaggio colto che si muove in un mondo che spesso non lo è. Non è possibile, in ogni caso, provare empatia per un tipo così. Il punto è che siamo troppo curiosi di capire cosa combinerà – una ne fa e cento ne pensa – per smettere di guardare la serie.

Ci chiedevamo come sarebbe stata la seconda stagione di You, senza la protagonista femminile della prima stagione, Guinevere Beck, per gli amici Beck (Elizabeth Lail), una ragazza da amore a prima vista, bella, brillante, istintiva, di fatto il motore della storia. Beck, che vediamo in qualche breve flash, ci manca molto. Al suo posto c’è un’altra ragazza, Love, interpretata da Victoria Pedretti: a prima vista meno appariscente di Beck, in realtà intrigante, e dal sorriso irresistibile. Vi chiederete subito dove l’avete vista, guardando le prime puntate di You: Victoria Pedretti era in un’altra serie Netflix, l’horror Hill House, dove era Nell Crain, e dove quel sorriso non si vedeva mai. Aveva anche un piccolo ruolo in C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. In maniera meno appariscente di Beck, la sua Love è comunque molto sexy e la chimica tra lei e il protagonista funziona. Se dalla prima stagione ci portiamo in dote anche la misteriosa Candace (Ambyr Childers), non manca anche uno degli elementi chiave della serie, la camera in plexiglass alla Hannibal Lecter…

Se New York era la protagonista della stagione 1, Los Angeles lo è della stagione 2. La città degli angeli è immediatamente evocativa: dai romanzi di Brett Easton Ellis ai film di Tarantino, dalle storie leggendarie su David Bowie e John Lennon a quelle sulla fine di River Phoenix, è un luogo seducente e pericoloso, una madre e matrigna allo stesso tempo. I creatori della serie non risparmiano qualche stoccata ai losangelini, che sembrano essere tutti attori o artisti frustrati e tutti maniacalmente salutisti. Ma, cambiando i luoghi, il risultato non cambia: il gioco di You è sempre lo stesso e, alla seconda stagione, rischia anche di stancarci un po’. Ma You è un guilty pleasure, non si riesce a staccare gli occhi dalla serie in attesa di capire che cosa combinerà il folle Joe. Che, nel frattempo, si fa chiamare con un altro nome, ma questo è il minimo. I flashback della sua infanzia provano a farcelo conoscere di più, a farci capire le sue ragioni. Ma senza riuscire a farci provare empatia con lui, ammesso che fosse questo l’obiettivo.

I punti di forza della seconda stagione di You sono gli stessi della prima: l’ambiguità dei personaggi e una storia con un cuore da thriller e un involucro da commedia sentimentale, il tono leggero unito all’inquietudine che ci accompagna in ogni scena. È una serie minore nel panorama Netflix, ma da gustare tutta d’un fiato, lasciandosi andare con sospensione dell’ìncredulità. Buone vacanze di Natale e buona visione!

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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