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Tempo di Oscar 2019! I film più attesi da tenere d’occhio

Marta Nozza Bielli

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oscar 2019

Ebbene sì, il momento è già arrivato: la corsa agli Oscar 2019 è ufficialmente iniziata!

Da qualche anno settembre è considerato il “trampolino di lancio” della stagione dei premi cinematografici.
Le probabilità di ritrovare tra i candidati agli Oscar film presentati ai festival settembrini (oltre a Venezia, di grande importanza anche il Toronto International Film Festival) sono molto alte e nonostante manchino all’appello alcuni film ancora inediti alla stampa, noi di DailyMood proviamo ad azzardare qualche pronostico.

oscar 2019Da Venezia75 arrivano numerosi film che siamo sicuri faranno incetta di nomination agli Oscar 2019. Dal vincitore del Leone d’Oro Roma (già eletto come rappresentante del Messico nella categoria Miglior film straniero) di cui non passeranno inosservate nemmeno la regia e la fotografia, anche The Favourite di Yorgos Lanthimos (premiato sempre a Venezia con il Gran Premio della Giuria) si appresta ad accaparrarsi più di una nomination, tra cui quella per le performance delle sue artiste (Olivia Colman vanta già la premiazione con la Coppa Volpi).
Anche la Coppa Volpi maschile assegnata a Willem Dafoe per la sua interpretazione di Vincent Van Gogh in At Eternity’s Gate potrebbe trovare riscontro con una nomination, molto probabile anche una candidatura per The ballad of Buster Scruggs dei fratelli Cohen (a cui aggiungiamo anche una nomination come miglior attore non protagonista per lo spumeggiante Tom Blake Nelson) e per A star is Born della coppia Bradley CooperLady Gaga che non può perdere la nomination come miglior canzone per il pezzo Shallow.
E nella speranza che Suspiria di Luca Guadagnino non rimanga a mani vuote come successo a Venezia, di sicuro gli Academy non potranno escludere il patriottico Il primo uomo di Damien Chazelle.

oscar 2019Volgendo lo sguardo verso ovest, a Toronto si sono susseguite sullo schermo novità interessanti che hanno saputo far parlare di sé.
Il titolo più atteso è stato sicuramente Beautiful Boy con protagonista il giovanissimo e talentuoso Timothée Chalamet, salito alla ribalta durante la scorsa stagione dei premi grazie a Chiamami col tuo nome. Nel suo nuovo film il giovane attore è affiancato da Steve Carell (già candidato all’Oscar nel 2015 per Foxcatcher) per interpretare la storia vera di un rapporto complicato di amore/distruzione tra padre e figlio.

Un’altra star emergente presente a Toronto con ben due pellicole è Lucas Hedge, visto di recente nel cult indie Lady Bird e protagonista lo scorso anno in Manchester by the sea, grazie al quale si è guadagnato una nomination agli Oscar per la sua performance. In Boy Erased – scritto e diretto da Joel Edgerton – Hedge è il figlio di un pastore (Russell Crowe) che, dopo aver fatto coming out con i genitori, è costretto da loro a partecipare ad una terapia di conversione dall’omosessualità. Al cast si aggiungono oltre che lo stesso Edgerton anche Nicole Kidman, l’enfant prodige Xavier Dolan e Flea (bassista dei Red Hot Chili Peppers).
Lucas Hedges è poi protagonista insieme a Julia Roberts (la cui interpretazione ha già fatto parlare in molti di nomination agli Oscar) in Ben is Back, un altro dramma familiare in cui vengono raccontate le 24 ore dopo il ritorno a casa di un figlio alle prese con la dipendenza dalle droghe.

oscar 2019Altre interpretazioni femminili sono state molto apprezzate dalla critica a Toronto: quella di un’irriconoscibile Nicole Kidman in Destroyer nel ruolo di una detective in cerca di vendetta per un evento del suo passato di cui ancora subisce le conseguenze; quella di Rosamund Pike (nominata all’Oscar per il suo ruolo in Gone Girl), dove in A private war veste i panni della giornalista e corrispondente di guerra Marie Colvin, uccisa in Siria nel 2012 e quella di Melissa McCarthy (Una mamma per amica) in Can you ever forgive me?, nel quale l’attrice abbandona la comedy per interpretare una scrittrice che per salvarsi dalla rovina inizia a falsificare lettere di grandi autori del passato. A queste grandi attrici si aggiunge anche Keira Knightley protagonista del biopic Colette dedicato alla vita della scrittrice francese candidata al premio Nobel per la letteratura.

oscar 2019I premi più importanti del Festival di Toronto sono però stati assegnati a due pellicole che si apprestano a bussare alla porta degli Oscar 2019. If Beale Street could talk è il nuovo film di Barry Jenkins dopo il successo del suo premiatissimo Moonlight, Widows – Eredità criminale vede il ritorno dietro la macchina da presa di Steve McQueen che dopo 12 anni schiavo firma un heist movie d’autore con un cast tutto al femminile guidato da Viola Davis ma a trionfare a Toronto è stato Green Book con protagonisti Viggo Mortensen e il premio Oscar Mahershala Ali nei rispettivi panni del buttafuori italoamericano Tony Lip Vallelonga ingaggiato come autista di un pianista di colore il quale deve attraversare in torunée gli Stati Uniti nel 1963, anno in cui le relazioni tra bianchi e neri stavano per scoppiare.

oscar 2019In previsione degli Oscar 2019 probabilmente farà parlare di sé l’esordio alla regia di Paul Dano in Wildlife, presentato a Cannes con protagonisti Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan, le interpretazioni di Charlize Theron in Tully e di Maggie Gyllenhaal in The kindergarten teacher e soprattutto l’attesissima performance di Rami Malek in Bohemian Rhapsody, biopic del frontman dei Queen Freddie Mercury. Occhio di riguardo – considerando l’attenzione degli ultimi anni verso il genere indie – anche per l’esordio alla regia di Jonah Hill con il suo mid90S.

I film sono tantissimi e noi non vediamo l’ora che arrivino sul grande schermo e di verificare se qualcuno dei nostri pronostici si avvererà. Lo scopriremo insieme a voi il prossimo 24 febbraio durante la serata di premiazione degli Oscar 2019!

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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Bohemian Rhapsody: il film che racconta i Queen in 5 curiosità

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Bohemian Rhapsody, ovvero Freddie Mercury e i Queen sul grande schermo. L’atteso film, diretto da Bryan Singer e interpretato da Rami Malek nei panni del leader della band, arriva sui nostri schermi dal 29 novembre. Accanto a Malek, che fornisce una grande interpretazione, ci sono tre attori molto somiglianti nei panni dei membri della band: Gwilym Lee è Brian May, Ben Hardy è Roger Taylor, Joe Mazzello è John Deacon. Accanto a loro c’è Lucy Boynton, che avevamo visto in Sing Street, nei panni di Mary Austin, dapprima compagna di Mercury, poi grande amica, e molto di più: l’amore della vita, Love Of My Life, come cantano i Queen, proprio nella sequenza in cui Freddie le confessa di aver capito la sua identità.

Quel momento è una delle tante libertà che gli sceneggiatori si sono presi nello scrivere la storia di Freddie Mercury e dei Queen. Troppe secondo alcuni fan; dei cambiamenti che in fondo non intaccano la qualità e la godibilità del film, secondo molti altri. Quell’edizione del Rock In Rio che vediamo sullo schermo, in cui il pubblico canta in coro The Love Of My Life, risale in realtà al 1985, ma viene spostata verso la fine degli anni Settanta, in modo da fare da colonna sonora al dialogo tra Freddie e Mary. L’altro grande tradimento è quello di We Will Rock You, inno hard rock che risale al repertorio dei Queen degli anni Settanta, e viene invece inserito negli anni Ottanta, per continuare il racconto sulla ricerca dei Queen di nuove sonorità. Anche la storia dell’Aids di Mercury viene anticipata: il leader dei Queen scoprì di essere sieropositivo qualche anno dopo il 1985, l’anno del Live Aid in chi si chiude il film, che però aveva bisogno di un ostacolo, e di un momento di commozione, prima della catarsi finale. È sempre a questo che serve la “forzatura” di aver drammatizzato la carriera solista di Mercury (nel 1983 i Queen avevano preso una pausa, e anche altri membri avevano lavorato a progetti solisti). La band non tornò a lavorare insieme in occasione del Live Aid, aveva già fatto uscire The Works, il disco di Radio Ga Ga, ed era in tour. Ma serviva un altro elemento drammatico prima del gran finale su quel palco di Wembley. È vero, però, che a quel mitico concerto i Queen rischiarono di non partecipare, perché inizialmente avevano sottovalutato l’evento.

Sacha Baron Coen vs. Brian May & Roger Taylor

Bohemian Rhapsody è un film di cui si parla da anni. Nel ruolo di Freddie Mercury doveva esserci Sacha Baron Coen, con Stephen Frears alla regia. Ma la star di Borat decise di lasciare il progetto a causa di divergenze creative con Brian May e Roger Taylor, i due membri dei Queen al timone del progetto. Secondo loro il film doveva essere la storia di Freddie Mercury, ma anche quella di una band che prova ad andare avanti dopo la scomparsa del suo leader. Lo script del progetto era un ritratto storicamente accurato, anche oltraggioso, che non si tirava indietro su alcuni aspetti di Mercury, come la sua sessualità. Ma non piaceva ai due Queen. D’altro canto Coen pensava che nessuno avrebbe voluto vedere un film dove il protagonista moriva a metà della storia…

Bryan Singer vs. Twenty Century Fox

Non è stato tormentato solo il casting del film. Anche il processo di lavorazione ha avuto un problema, e non di poco conto: Bryan Singer, il regista del film, a un certo punto ha… abbandonato il set. Nel 2017, per tre giorni, Singer è sparito dal set, sostituito dall’operatore Newton Thomas Sigel. Pare che Bryan Singer abbia spiegato la sua assenza con un problema familiare. Ma la 20th Century Fox ha licenziato il regista un paio di giorni dopo, per il suo comportamento irregolare dentro e fuori dal set, e per gli scontri con altri membri della produzione. A dirigere il film, comunque in uno stadio avanzato, è stato chiamato allora Dexter Fletcher, che ha iniziato a girare le scene che ancora mancavano, all’inizio del 2018. Bryan Singer risulta accreditato comunque come il regista di Bohemian Rhapsody.

Queen vs. Guns’n’Roses

Bohemian Rhapsody, grande successo dei Queen del 1975, è tornato in auge nel 1992, grazie al film Fusi di testa (Wayne’s World, di Penelope Spheeris). La canzone è al centro di una delle scene cult: Mike Myers e Dana Carvey la cantano mentre girano in macchina, tra smorfie e headbanging. Fu proprio Myers a volerla fortemente, mentre la produzione aveva pensato a un brano dei Guns’n’Roses. In Bohemian Rhapsody, il film, Mike Myers fa un divertente cameo nei panni di un discografico che non vuole pubblicare la canzone come singolo. Dice che non sarà mai il tipo di canzone che i teenager grideranno ascoltandola ad altro volume nelle loro macchine. E invece è proprio quello che fa Mike Myers in quel film del 1992. Dopo essere apparsa in Fusi di testa, Bohemian Rhapsody fu ripubblicata in America e raggiunse il secondo posto della classifica di Billboard. E i Queen conquistarono un nuovo pubblico.

Live Aid vs. Live Aid

La strepitosa sequenza del Live Aid, che ci porta fin dentro quel concerto, è stata complicata anche perché è stata girata all’inizio delle riprese. Rami Malek ha iniziato studiando i movimenti di Freddie Mercury su Radio Ga Ga, in tre ore. Ma la sfida più grande è stata ricreare l’atmosfera e l’aspetto di quella giornata all’iconico stadio di Wembley. Prima di tutto, si trattava di trovare una location ampia e vuota dove ricreare il palco a grandezza naturale e il backstage per girare non solo le scene dell’esibizione, ma anche quelle dell’arrivo di Freddie a Wembley: è stato scelto il campo di volo di Bovingdon, nell’Hertfordshire, con le sue ampie piste. Si trattava poi di affrontare i capricci climatici dell’estate inglese. Per ricreare l’ambiente sono state cercate foto dello stadio nel 1985. È stato costruito un palco di cinque metri e mezzo, come quello originale, con le grandi torri ai lati, e i loghi che lo adornavano. Due degli addetti alla costruzione del palco erano tra quelli che lo avevano montato nel 1985. La ricostruzione ha anche stupito Brian May e Roger Taylor quando sono saliti sul palco del film. Era davvero perfetta.

Dire Straits vs. U2

Se guardate attentamente l’inizio e la fine del film (si apre e si chiude con l’esibizione dei Queen al Live Aid), nel momento in cui Freddie Mercury, di spalle, sale sul palco, vediamo scendere quattro ragazzi. Sono la band che ha appena suonato, gli U2. I quattro attori sono vestiti esattamente come Bono e compagnia in quel giorno. In realtà questa scelta è una sorta di “licenza poetica”: gli annali ci dicono che prima dei Queen suonarono i Dire Straits. È un omaggio agli U2, la cui performance al Live Aid, insieme a quella dei Queen, fu giudicata la migliore della giornata. Guardando un’inquadratura verso il pubblico di Wembley possiamo vedere uno striscione con la scritta “We Love U2”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Widows – Eredità criminale. Un grande cast diretto dal regista di 12 anni schiavo

Marta Nozza Bielli

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Widows

Sono diversi i motivi che spingono lo spettatore a guardare uno specifico film. Un trailer emozionante, una trama intrigante o la presenza di attori stimati. Nel caso di Widows – Eredità criminale, ciò che ha convito la sottoscritta ad attenderne l’uscita al cinema è stato il regista.

widowsSteve McQueen, londinese classe 1969 salito alla ribalta qualche anno fa grazie al film Premio Oscar da lui diretto e sceneggiato 12 anni schiavo, nella sua breve carriera ha regalato al pubblico alcune tra le pellicole più interessanti dell’ultimo decennio. Con i suoi Hunger e Shame è entrato a pieno titolo nella schiera degli autori più apprezzati degli ultimi anni, grazie alla sua capacità di entrare con la macchina da presa nel cuore delle situazioni con prepotenza, senza fronzoli ne edulcorazioni, regalando immagini potenti in grado di esprimere significato solo grazie alla loro potenza visiva. Con Widows il regista ha affrontato un genere – quello dell’heist movie misto ad action – non solo più volte trattato da altri ma anche lontano dalle acque autoriali in cui McQueen era solito navigare. Il risultato finale è un crime dalle diverse sfumature.

In Widows le vedove in questione sono quattro: Veronica (Viola Davis), Linda (Michelle Rodriguez), Alice (Elizabeth Debicki) e Amanda (Carrie Coon) appartengono a mondi completamente diversi ma si ritrovano a condividere una disgrazia quando i loro mariti perdono la vita durante una rapina finita male. Le quattro, pur consapevoli delle attività criminali dei loro compagni, cercano di sopravvivere alla bell’e meglio a questa perdita ma purtroppo non riusciranno a lasciarsi alle spalle l’eredità lasciata dai loro consorti avvezzi alla delinquenza.
Sullo sfondo di una Chicago in cui i candidati Jake Mulligan (Colin Farrel) e Jamal Manning (Bryan Tyree Henry) si contendono la presidenza del distretto 18, sarà proprio Manning – anch’esso criminale con l’intento di utilizzare la politica per mascherare le sue attività – insieme al fratello Jatemme (Daniel Kaluuya) a far visita a Veronica pretendendo la restituzione di un ingente debito lasciato dal marito (Liam Neeson). Dapprima sconvolta, la vedova troverà il diario con gli appunti di un’ultima rapina ancora incompiuta lasciatogli dal coniuge e, decisa a reagire, chiamerà al suo fianco le altre vedove convincendole che la somma ricavata dal colpo le aiuterà a ricostruirsi una vita lontana dalla criminalità.

Sono principalmente due gli elementi che da subito saltano all’occhio in Widows. Il primo, reso palese già dalla locandina, è la presenza di un cast all star: tutti gli attori – a cui si aggiunge anche Robert Duvall per una piccola seppur non indifferente parte – sono in splendida forma e nessuno di loro pecca nel non regalare al pubblico una performance sottotono o non all’altezza delle altre.
widowsIl secondo elemento si palesa invece nell’incipit del film: grazie ad un montaggio alternato, il frenetico inseguimento che porterà poi alla tragica conclusione della rapina viene a tratti interrotto da scene tanto quotidiane quanto intime dapprima dei personaggi interpretati da Viola Davis e Liam Gleeson, intenti a scambiarsi effusioni a dimostrazione del grande amore che li unisce, e poi delle altre coppie, dove il personaggio di Michelle Rodriguez litiga col marito a causa del suo vizio delle scommesse, quello della Debicki mostra una relazione col compagno basata sulla violenza fisica e la donna interpretata da Carrie Coon è alle prese con un figlio appena nato e un marito freddo e distante. Già nei primi minuti quindi McQueen chiarisce allo spettatore che quella che sta per guardare sarà una pellicola sui generis, difficile da incasellare all’interno di un genere cinematografico definito.

Ci sono infatti caratteri tipici dell’heist movie – degli sconosciuti si riuniscono per compiere una grossa rapina – ma manca la vena comica e goliardica tipica della categoria (à la Reservoir Dogs di Quentin Tarantino, per fare un esempio); ci sono scene tese e d’azione – l’esplosione con cui si conclude l’incipit è tecnicamente perfetta – ma il film non può essere definito come action movie propriamente detto, in quanto gli intramezzi riflessivi e più lenti donano una profondità atipica al genere che lo fa avvicinare ad un crime in cui la necessità di scavare nell’animo dei personaggi e di raccontare un certo lato della società prevarica rispetto all’espediente che ha dato il via alla vicenda.

widowsEd è proprio in riferimento a questo approccio intimista che il film trova al contempo il suo punto di forza ma anche la sua debolezza. Pur non scadendo mai nella morale più evidente di cui sono infarciti diversi drammoni made in Usa degli ultimi anni (Widows si pregia di portare sullo schermo la storia di donne non invincibili, non straordinarie e non necessariamente volte a creare un’immedesimazione dello spettatore ma in grado di reggere sulle proprie spalle l’intera narrazione) la pellicola cade nell’errore – che tuttavia non guasta il risultato finale – di estremizzare alcune situazioni, come il fatto di presentare tutte le figure maschili negative e corrotte quasi a voler far risaltare le donne  nonostante non ce ne fosse bisogno, o nel condire con uno sfondo di razzismo l’omicidio di un personaggio del passato lontano dalla vicenda centrale.

Widows – eredità criminale rimane comunque un film godibilissimo, compatto nel ritmo dall’inizio alla fine e senza risparmiare il pubblico da un colpo di scena inaspettato e coerente con gli intenti dello script, scritto a quattro mani dal regista e dalla Gillian Flynn di Gone Girl -L’amore bugiardo e Sharp Objects.
E, sebbene si sia questa volta trattenuto da denunce politiche e sociali, con il suo film McQueen ha impartito una grande lezione ad Hollywood che non deve passare inosservata restando un caso isolato: un cast di donne può portare sullo schermo storie a loro dedicate, senza bisogno di tirare in ballo reboot al femminile frettolosi e dal risultato discutibile, solo per cavalcare l’onda della parità di genere. La giusta causa può essere raggiunta senza perdere qualità del prodotto e, soprattutto, nel nome dell’originalità. Widows ne è un esempio lampante. È ancora nelle sale, non perdetevelo.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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Bohemian Rhapsody. I Queen e Freddie Mercury, quando sono stati grandissimi

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I baffi. Gli occhiali a specchio. Si apre così, dopo la fanfara della 20th Century Fox suonata da Brian May, Bohemian Rhapsody, l’attesissimo film su Freddie Mercury e i Queen, in uscita in Italia il 29 novembre. Siamo nel 1985, è il giorno del Live Aid: accompagniamo Mercury dalla sua casa, dove campeggia un ritratto di Marlene Dietrich, fino allo stadio di Wembley, sulle note di Somebody To Love, e fino al momento del suo ingresso sul palco. Ma non è ancora il momento di gustarsi il Live Aid. Con un flashback torniamo alla Londra del 1970: Farrokh Bulsara è un giovane indiano, di origine parsi, nato a Zanzibar. Ma vuole comportarsi come un ragazzo inglese. Cambia il suo nome in Freddie, e incontra una band, gli Smile, che cercano un cantante. Sono Brian May, Roger Taylor e John Deacon. Nascono così i Queen. La prima parte di Bohemian Rhapsody segue la loro scalata al successo, l’incontro con John Reid, il manager di Elton John che li porta a Top Of The Pops e il fa esplodere. Seguiamo la band dal vivo, dove capiamo come Freddie abbia inventato il famoso modo di cantare brandendo solo la parte superiore dell’asta del microfono. E in studio, dove conosciamo la loro capacità di sperimentare: come quell’idea di far rimbalzare il suono dalla cassa destra a quella sinistra. Fare musica usando che le monete e le pentole.

A Night At The Opera

E poi c’è il momento in cui i discografici chiedono un’altra hit, come Killer Queen. E Freddie mette su un vinile con la Carmen di Bizet. “Sarà un album rock’n’roll con lo spirito dell’opera”. La band si ritira in una casa di campagna, e Freddie tira fuori al piano una melodia che aveva in testa da tempo. Nasce così la monumentale, coraggiosa e complessa Bohemian Rhapsody, brano simbolo di A Night At The Opera, frutto di ore e ore di sperimentazione e registrazioni. “Una nenia di sei minuti pseudo-lirica e senza senso”, la definisce il loro discografico. Si sa, le radio non trasmettono canzoni sopra i tre minuti. Ma Bohemian Rhapsody diventa un successo. I Queen decollano: Freddie si esibisce sul palco nella famosa tuta a scacchi bianchi e neri. Nella vita privata comincia ad avere dei dubbi sulla sua sessualità, mentre è ancora legato a una donna, Mary. Ha ancora i capelli lunghi, e il volto rasato.

Another One Bites The Dust

Lo troveremo, con un altro salto narrativo, nella Londra del 1980. I capelli corti, i baffi. La sua nuova villa, una vita che comincia a riempirsi di eccessi. E la sua identità sessuale che è ormai definita. È il Freddie che siamo abituati a conoscere, che diventa icona. Sono gli anni Ottanta, bellezza. È la seconda vita dei Queen. Freddie è stufo degli inni, e vuole far ballare la gente. Non sono tutti d’accordo, ma John Deacon tira fuori un riff di basso, che riprende Good Times degli Chic, e che dà vita a Another One Bites The Dust. Mentre seguiamo la svolta disco ed elettronica dei Queen, cominciamo a entrare sempre più nella vita di Mercury: la presentazione del disco Hot Space, del 1982, è l’occasione per sentire la stampa chiedergli del suo stile di vita, la sua sessualità, la promiscuità, un presagio di quello che sarà il suo destino. È qui che il film diventa all’improvviso, ma non inaspettatamente, più intenso. Quasi parallelamente arrivano la malattia, l’Aids, e la tentazione della carriera solista. Una scelta che, di fatto, manda all’aria la band.

We Are The Champions

La storia della sua rinascita inizia dal baratro. Siamo a Monaco, nel 1984, Freddie è ormai schiavo di varie sostanze e circondato da persone che non vogliono il meglio per lui. Sta lavorando al secondo album da solista. Arriva una chiamata, che inizialmente non gli viene passata. Si dice che stiano organizzando un concerto per raccogliere fondi contro la fame in Etiopia, e che vogliano i Queen. Quel concerto, a cui i Queen rischiano di non partecipare, è il loro trionfo. L’esibizione dei Queen al Live Aid, ricostruita e riproposta nella sua interezza, è un vero e proprio film nel film. È il momento in cui in sala ci arrivano i brividi. E ci fa capire quando accurato e lungo sia stato il lavoro di preparazione e costruzione di questa scena chiave. Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer To Fall, We Are The Champions. È la scaletta perfetta: lo show è già scritto, non serve altro, basta metterlo in scena. I movimenti, i suoni, la luce tutta particolare che c’era quel giorno: tutto è ricostruito in maniera impressionante. Tutto ci è familiare. D’un tratto siamo lì, nel cuore di Wembley.

Who Wants To Live Forever?

Rami Malek è un Mercury perfetto nelle movenze. Ormai lo sappiamo, una delle chiavi di un biopic è lo studio e la ricostruzione del protagonista. Aiutato da protesi, l’attore di Mr. Robot punta molto anche sullo sguardo, curioso e affamato di vita, della rockstar. Malek, giustamente, non canta con la sua voce, come faceva Val Kilmer in The Doors. Freddie Mercury è irraggiungibile, e inimitabile: aver lasciato la sua voce è una delle scelte vincenti del film. Che, per lunghi tratti, sembra una lunga puntata di Vinyl (la serie ambientata nel mondo del rock degli anni Settanta) e sembra avere alcuni dei difetti di quel prodotto: Malek a parte, gli altri attori sembrano scelti più per la loro somiglianza che per altre doti, e rischiano di essere un po’ delle macchiette. Così come, per gran parte della sua durata, il film rischia di essere un po’ troppo didascalico, schematico. Ed edulcorato, per come cerca di addolcire alcuni tratti della personalità di Mercury. Non riesce a cogliere appieno l’irriverenza e la follia, la magniloquenza e l’ambizione dei Queen e del loro leader. Bryan Singer gioca con gli stili delle epoche che racconta, virando a volte le immagini nei formati e nella bassa definizione televisiva, giocando con le grafiche degli anni Settanta per le scritte, che aiutano in alcune ellissi narrative, e con alcuni effetti tipici dei video della band, come quelle batterie che spruzzano acqua quando vengono percosse. Rischia anche grosso con gli anacronismi, come quando posiziona We Will Rock You, un classico dei Queen del 1977, negli anni Ottanta, ma è qualcosa che serve alla sua progressione narrativa, al racconto che ha in mente. Mentre utilizza altre canzoni in maniera non diegetica, ma come semplice colonna sonora e contrappunto alla narrazione: Under Pressure arriva nel momento in cui Mercury sta per abbandonare il mondo in cui si era rinchiuso per tornare in seno alla band. Who Wants To Live Forever, un brano del 1986, fa da colonna sonora all’incubo dell’Aids. E sentire “There’s no time for us” in quel momento è struggente.

Show Must Go On

Bryan Singer ama Alfred Hitchcock. E, come lui, sa che ogni film va costruito intorno a una o più scene ad effetto. E così apre e chiude con il Live Aid, il simbolo della carriera dei Queen, il momento che tutti hanno fissato nella memoria. Chiude con l’emozione, chiude in crescendo. E ci fa uscire dalla sala con l’adrenalina di quell’esibizione. Si dice che Marilyn Monroe non sia bella in tutte le immagini, ma nelle foto in cui lo è, è bellissima. Così sono i Queen. Nella loro carriera forse non sono stati sempre grandi, ma nei momenti in cui lo sono, i Queen sono grandissimi. Freddie e i suoi scendono dal palco del Live Aid, lo schermo è a nero, e le scritte in sovraimpressione ci dicono come va a finire la storia. Lo spettacolo deve andare avanti. Show Must Go On.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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