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Venezia 75: un’edizione entusiasmante

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La sensazione che la prossima edizione della Mostra del cinema di Venezia potesse essere, almeno sulla carta, una delle migliori degli ultimi anni era forte e condivisa da molti. D’altronde, il bando “anti-Netflix” del Festival di Cannes, che aveva precluso la partecipazione alla kermesse francese di titoli attesissimi, lasciava facilmente presagire che molti di quest’ultimi potessero arrivare in première al Lido. E infatti, così è. Dopo la conferenza stampa di presentazione, che ha svelato il programma completo della manifestazione, questa sensazione è stata confermata. E nonostante l’agguerrita concorrenza del festival di Toronto, che inevitabilmente si è aggiudicato qualche grande film potenzialmente accreditabile nella selezione della Mostra, Venezia 75 sarà assolutamente scoppiettante. Un’edizione ricca di star, di autori affermati ed esordienti, piena di eventi e di sorprese.

Un’edizione che sembra poter accontentare tutti, cinefili, appassionati, pubblico giovane, amanti del cinema di genere. Come annunciato già nei giorni scorsi, ad aprire le danze sarà First Man la nuova fatica del talentuoso regista di La La Land Damien Chazelle, con Ryan Gosling nei panni di Niels Armstrong, primo uomo a mettere piede sulla Luna. Un’apertura in grande stile, quindi, con una delle pellicole più attese della prossima stagione, pronta a lottare per il Leone d’Oro. Una lotta non semplice, perché il concorso di quest’anno lascia veramente a bocca aperta. Il meglio del cinema mondiale è concentrato tutto qui: ci saranno i fratelli Coen con un western in sei episodi con protagonisti James Franco, Liam Neeson e Tom Waits; ci sarà la commedia francese Doubles Vies di Olivier Assayas con Guillaume Canet e Juliette Binoche, e poi The Sisters Brothers di Jacques Audiard con Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhall, Roma di Alfonso Cuaròn, 22 July di Paul Greengrass sull’attentato terroristico in Norvegia del 2011, At Eternity’s Gate di Julian Schnabel con Willem Dafoe nel ruolo di Van Gogh affiancato da Oscar Isaac ed Emmanuelle Seigner. E non finisce qui. Sempre in competizione vedremo The Mountain con Tye Sheridan e Jeff Goldblum, Vox Lux con Natalie Portman e Jude Law, Peterloo di Mike Leigh. A completare la selezione, anche tre film italiani: il nuovo documentario di Roberto Minervini What You Gonna Do When the World’s on Fire, Capri-Revolution di Mario Martone, ambientato nell’isola campana alla vigilia della prima guerra mondiale e dulcis in fundo, il remake di Suspiria firmato da Luca Guadagnino, con Dakota Johnson, Chloë Grace Moretz e Tilda Swinton che interpreta ben tre personaggi.

A giudicare i 21 film in competizione, sarà Guillermo Del Toro, presidente della giuria internazionale che vede tra i suoi membri anche Christoph Waltz, Naomi Watts e il nostro Paolo Genovese.

Ma Venezia non è solo concorso. Fuori competizione e nelle sezioni parallele il grande cinema non mancherà. Anzi, alcuni pezzi pregiati li troviamo proprio lì. A partire dal film d’apertura di Orizzonti, Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, con uno straordinario Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi, passando per i primi due episodi de L’amica geniale, serie prodotta da HBO e Rai tratta da Elena Ferrante e diretta da Saverio Costanzo, e arrivando all’esordio alla regia di Bradley Cooper, A Star Is Born, con Lady Gaga, forse la star più attesa sul Red Carpet veneziano. A far impazzare i flash dei fotografi, saranno anche Vince Vaughn, Mel Gibson, Emma Stone, Rachel Weisz, Bèrènice Bèjo, Olivia Colman, i nostri Anna Foglietta, Alessandro Gassmann, Valeria Golino e Riccardo Scamarcio.

Scherzando, in conferenza stampa, il direttore artistico Alberto Barbera ha dichiarato: “ci sono molti film che sfiorano le tre ore di durata, preparatevi!”. Ci prepariamo, sì, ma ad una Mostra che si preannuncia entusiasmante.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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The Lego Movie 2: la liberta’ di creare qualunque cosa

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The Lego Movie 2: Una nuova avventura è la fantasia sfrenata, la possibilità di creare qualunque cosa sfidando ogni legge logica e fisica. È volare, è sparire e ricomparire, è trasformarsi in qualunque cosa. È fare e disfare. In una parola, la magia delle costruzioni nelle mani dei nostri bambini. The Lego Movie 2: Una nuova avventura (nelle sale dal 21 febbraio) è il nuovo film – dopo The Lego Movie e Lego Batman – della saga cinematografica, e della geniale operazione di Branded Entertainment, che ha rilanciato gli storici mattoncini danesi nell’immaginario collettivo. Il secondo Lego Movie ci riporta nella cittadina di Bricksburg, dove gli abitanti devono fronteggiare la minaccia di una razza aliena, i Lego Duplo, invasori venuti dallo spazio che non si fermano di fronte a niente. Non c’è più la Bricksburg di una volta: siamo in uno scenario distopico, post apocalittico, quello visto tante volte in film come Il pianeta delle scimmie o Io sono leggenda. Tutto è raso al suolo. E il solo Emmet, inguaribile ottimista, sembra non aver perso le speranze. Quando arriva l’invito per un matrimonio in un altro pianeta, alcuni degli eroi di Bricksburg vengono portati via. E toccherà a Emmet provare a salvare i suoi amici.

Ci sono molte cose che colpiscono in questo The Lego Movie 2: Una nuova avventura. Quello che balza all’occhio da subito è la meticolosa, maniacale cura con cui sono realizzati i personaggi e gli scenari. Creati al computer, personaggi e luoghi sono disegnati come se fossero rigorosamente costruiti con mattoncini Lego. Come dicevamo, tutto è possibile, basta che sia realizzabile con dei Lego. Tutto si può muovere, ma si muove ovviamente a scatti e con i limiti di pupazzetti che conosciamo tutti. Ma le possibilità sono illimitate: non avete sicuramente idea di cosa si possa realizzare con quei magici mattoncini. La cura nella realizzazione è nei particolari: i mattoncini creati in computer grafica sono volontariamente sporcati e danneggiati come se fossero davvero usati e strausati da dei bambini. Guardate attentamente e noterete i classici graffi che si possono intravvedere sulle superfici di plastica, o, addirittura, le impronte delle dita sulle superfici più piatte e lucide, come quelle dei Duplo.

Il fatto poi che tra i personaggi preferiti nel mondo delle costruzioni ci siano i supereroi, gli idoli di tutti i bambini (per le bambine è diverso, fate attenzione, e non vi diciamo questa cosa a caso…) permette un gioco cinematografico in grado di catturare – seppur a tratti – anche il pubblico più grande. Il fatto che i Lego Movie siano un prodotto Warner Bros., e che la casa cinematografica detenga anche i diritti dei personaggi DC Comics rende il gioco più facile. E così in scena accanto a Emmet e alla sua amata Lucy ci sono uno spassoso Batman (doppiato da Claudio Santamaria nella versione italiana), che si parla addosso, sproloquiando sul suo successo cinematografico e sui suoi superproblemi che il pubblico continua a volere nei suoi film, Superman, Aquaman, una tripla Wonder Woman e così via. Ma l’universo cinefilo in cui vivono i personaggi di Lego Movie non si ferma qui, ed è davvero ricco di omaggi. Ce n’è davvero per tutti: da Bruce Willis a Matrix, fino a Ritorno al futuro, che non è solo una semplice citazione, ma il cuore della trama del film.

E in questo ci sono anche i difetti. Perché i più piccoli, divertiti sicuramente dal tourbillon visivo delle costruzioni, rischiano di non capire alcuni passaggi, come i viaggi nel tempo – e le relative “sparizioni” dei personaggi – e neanche la realtà distorta alla Matrix. Agli adulti, a cui il film ammicca sicuramente, sono riservati molti sorrisi per tutti i riferimenti cinefili e pop: ma, per contro, rischia di stancare il continuo gioco di smonta e rimonta, di viaggi e ritorni, di continue trasformazioni e di canzoncine furbe (ma, attenzione, La canzone che ti resta in testa… vi resterà in testa!), e la velocità con cui procede la storia, che non permette poi di approfondire i personaggi, come siamo abituati dai film della Pixar. Sarà che per loro natura i Lego sono quadrati, ma i personaggi non sono disegnati – psicologicamente – a tutto tondo.

Se il gioco che sta alla base dei film è stato svelato già alla fine del primo film, e la sorpresa quindi è minore, il film ha un suo messaggio istruttivo. Se avete due figli che litigano tra loro, questo film può insegnare loro a giocare insieme, a coesistere, ad accogliere. Perché scambiarsi le esperienze è qualcosa che arricchisce. E sì, in fondo, The Lego Movie 2 è un bel gioco.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Westwood. Punk. Icona. Attivista: “I miei vestiti possiedono una certa eternità”

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“Westwood. Punk. Icona. Attivista”. È questo il titolo, azzeccatissimo, del documentario su uno dei simboli della moda mondiale, diretto dalla regista Lorna Tucker, che arriva nelle sale da mercoledì 20 febbraio, in occasione della Settimana della Moda, distribuito da Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema. È un titolo azzeccato perché racchiude tutto quello che è Vivienne Westwood, non solo una stilista. E il film di Lorna Tucker è imperdibile non solo per chi ama la moda. Ma anche per chi ama il rock, il punk, il costume.

La storia di Vivienne Westwood è stata sempre in salita, controcorrente, contro ogni aspettativa. A undici-dodici anni si fa già gli abiti da sola, e viene sconvolta dall’immagine di una crocifissione. È lì che scopre l’inganno dei genitori, che le hanno parlato sempre di Gesù Bambino e nascosto l’altra parte della storia. Capisce che deve camminare da sola. Sogna di essere un guerriero che impedisca agli altri di farsi del male. Rimarrà sempre così. Negli anni Sessanta, gli anni del rock’n’roll, sposa Derek Westwood e, per un po’, vive il Sogno Americano, quello della casalinga tutta sorrisi e devozione al marito. Le sta, ovviamente, stretto. Non riesce ad avere una sua visione del mondo. Finirà la storia con Derek, giovanissima e con un figlio. E inizierà quella con Malcom McLaren. Rock’n’roll.

E non solo perché qui inizia lo show. Ma perché dall’idea di McLaren di comprare vecchi dischi di rock’n’roll e venderli a persone alla moda inizia il loro show. Il loro negozio preferito, il Mr. Freedom allo storico n. 430 di King’s Road, dà loro uno spazio per vendere i dischi. Poi iniziano a creare vestiti, e quello spazio diventa loro. E cambia nome ogni volta che cambia lo stile: Let it Rock, Too fast to live too young to die, Sex, Seditionaries. E poi World’s End, il negozio che dura fino ad oggi, caratterizzato dall’orologio che gira al contrario.

È qui che nasce il punk. McLaren, che in America era stato il manager dei New York Dolls, fonda una band con il commesso del negozio, Glen Matlock, due clienti, e Johnny Rotten. Il punk nasce con la loro musica, ma anche con i suoi vestiti. Come la t-shirt simbolo indossata da Johnny Rotten, la Destroy Muslin, realizzata in mussola, dalle maniche molto lunghe, che si arrotolavano e fissavano con una spilla da balia e sembravano quelle di una camicia di forza. Stampati sulla maglia ci sono i simboli di rottura: una svastica, un crocifisso invertito, la scritta “destroy” e le parole dei Sex Pistols “io sono un Anticristo”. È il modo in cui Westwood e McLaren stanno sfidando la società.

Ma è proprio dalle parole di Vivienne Westwood che arriva una delle più lucide e disilluse letture del fenomeno punk. “Volevamo sovvertire l’establishment. La svastica, tutte quelle cose, volevano solo dire che non accettavamo i valori della vecchia generazione. La odiavamo, la volevamo distruggere. Eravamo la gioventù contro la vecchiaia. Poi mi sono accorta che non stavamo attaccando il sistema. Era tutto marketing. Ho capito che tutto questo stava nel fatto che la società inglese poteva vantarsi di essere libera e democratica per aver permesso ai ragazzi di ribellarsi così. In realtà non stavamo assaltando l’establishment. Eravamo solo una strategia di distrazione”.

E Vivienne Westwood va oltre il punk. Con la famosa Pirate Collection, del 1981, anno della sua prima sfilata a Londra, la stilista comincia a misurarsi con vestiti storici, di varie epoche – come quella dei pirati – e a mescolare la storia per creare qualcosa di nuovo. La Pirate Collection è una collezione gioiosa, colorata, una risposta decisa al nichilismo e all’oscurità del punk. Inizia a disegnare gonne enormi e voluminose, e a creare una moda unisex. Il suo rapporto con la Storia dei costumi sarà una costante della sua carriera. È stata la prima stilista a riproporre, attualizzandoli, elementi antichi come il corsetto e il faux-cul. Nel documentario la vediamo mentre ci mostra abiti ispirati ai pastori greci, ai banditi di campagna. La Westwood pensa ai suoi abiti come a qualcosa di antico. “I miei vestiti possiedono una certa eternità”.

Non sarà eterno l’amore con Malcom McLaren, che sembra restare fermo mentre Vivienne continua a crescere, sfila a Parigi, vince due volte di fila il premio come stilista dell’anno in Gran Bretagna. La separazione con McLaren non sarà indolore, e sarà causa anche della rottura di un contratto con Giorgio Armani. Nella sua vita arriverà Andreas Kronthaler, studente di moda diventato suo marito e partner nel lavoro. Vedremo Vivienne ricominciare da zero, nel retro del suo negozio, ricominciando a cucire vestiti con l’anziana madre. E tornare sulla vetta del mondo, con flagship store che aprono a New York e Parigi, nel cuore della moda mondiale. La vediamo vivere gli anni delle grandi top model, con Kate Moss che sfila a seno nudo con in bocca un lecca lecca e Naomi Campbell cadere da tacchi di altezza siderale. Vediamo il suo attivismo per Greenpeace, il suo impegno contro il riscaldamento globale e il fracking, cioè l’estrazione gas naturale anche da sorgenti non convenzionali. Gli striscioni e gli slogan entrano direttamente nelle sue sfilate.

Ma “Westwood. Punk. Icona. Attivista” è anche un atto d’amore per la sartoria, per la moda, per un lavoro faticoso e fatto di pazienza e precisione certosina. “Quando fai un vestito devi curare ogni dettaglio. Prendere ogni piccola decisione. Lo ripassi più volte”. Oggi, che ha 120 negozi in giro per il mondo, un brand consolidato e, a differenza di quasi tutti i grandi nomi della moda, un’azienda indipendente, e non in mano a una multinazionale, Vivienne Westwood vuole vendere solo cose che le piacciono. Non vuole andare in pensione, perché si va in pensione per fare ciò che ci piace, e lei questo lo fa ogni giorno, da anni. All’età di settantasette anni, i capelli bianchi, come la pelle, Vivienne Westwood ha il portamento di una regina. Ed è anche tutto il suo contrario, è sempre quella ragazzina punk con i capelli biondi usciti da un’esplosione. Vivienne Westwood è un’icona, come la regina con la spilla da balia sulla bocca delle cover di God Save The Queen dei Sex Pistols. Una perfetta, immortale, regina punk.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Un’avventura: San Valentino al cinema con le canzoni di Mogol e Battisti

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Un film vivo, di impatto. Sarà un successo”. Così Mogol parla di Un’avventura, il musical omaggio alle grandi canzoni da lui scritte e interpretate da Lucio Battisti. Un’operazione cinematografica intelligente che si presenta nelle sale come la pellicola evento di questo San Valentino.

Ovviamente al centro del racconto c’è una storia d’amore, quella tra Matteo (Michele Riondino) e Francesca (Laura Chiatti), due ragazzi che alla fine degli anni Settanta si trasferiscono dalla Puglia a Roma per costruirsi un futuro insieme e realizzare i loro sogni. L’evoluzione del loro rapporto è condotta sullo schermo seguendo le note e le parole di alcuni intramontabili pezzi firmati Mogol/Battisti, che si inseriscono nella narrazione cantati e ballati dai protagonisti. Si parte da Un’avventura, che dà il titolo al film, si passa per per Balla Linda e Acqua azzura, acqua chiara, e si arriva a Non è Francesca e Dieci ragazze. Mancano dei must come La canzone del sole e Emozioni, ma non tutti i testi potevano sposarsi con una storia coerente, che non forzasse la mano per inserire tutte le canzoni firmate dalla coppia d’oro della musica leggera italiana. Insomma, un’operazione stile Across the Universe, il film di Julie Taymor costruito sulle canzoni dei Beatles, che si presenta come un prodotto assolutamente atipico per il panorama italiano – nonostante il genere abbia avuto negli ultimi anni due esempi importanti come Ammore e malavita dei Manetti Bros. e Riccardo va all’inferno di Roberta Torre (già autrice del cult Tano da morire). Un progetto ambizioso e complicato, sia produttivamente sia artisticamente, che lascia sperare, anche dopo il riuscito esperimento de Il primo re, in una nuova era del cinema di genere per l’industria italiana.

Un plauso, dunque, a produttori ed autori per il coraggio messo in campo. Ciononostante, però, Un’avventura non convince appieno. Le canzoni, ben riarrangiate da Pivio e Aldo De Scalzi (autori anche della colonna sonora originale), muovono perfettamente i tempi della narrazione (grazie anche al lavoro di sceneggiatura di Isabella Aguilar) e immergono lo spettatore nei ricordi della grande musica italiana del passato, i costumi e le scenografie rendono benissimo l’Italia degli anni Settanta, e quella tra i due protagonisti non è la solita storia d’amore dal finale scontato. Eppure siamo molto, molto lontani dai modelli americani (vedi La La Land): le coreografie di Luca Tommassini non riescono a dominare lo schermo e a coinvolgere pienamente il pubblico, la regia di Marco Danieli non ottiene il giusto equilibrio tra le parti cantate e la narrazione tradizionale, ed infine la coppia Riondino-Chiatti non appare pienamente a suo agio nella dimensione musicale. Il risultato finale, così, si avvicina più alla tradizione dei nostri musicarelli che a quella dei grandi musical hollywoodiani, e stenta veramente a decollare nei suoi 105 minuti di durata. Peccato, perché Un’avventura aveva tutte le potenzialità del vero cult movie. Rimane comunque un prodotto originale che può dire la sua al botteghino. A San Valentino e non solo.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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