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Comunicare la moda:il mood dell’etica ed estetica del gioiello

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Il mood dell’etica (ed estetica) nella moda l’abbiamo più volte incontrato e descritto. Quello che colpisce questa volta, in concomitanza con il nuovo libro di Bianca Cappello edito da Skira Edizioni è quella attenzione al comunicare la moda attraverso il suo accessorio più amato: il gioiello. Questa volta bene “immateriale” perchè di semplice carta ma che diventa di grade valore estetico, un bene da valorizzare appunto e non sprecare, non solo per il concept di base di voler comunicare la moda e l’arte -ed il design- del gioiello in modo inedito, ma affiancandolo,

Paolo Ulian bracciale fotocredits Michele Zanin

come più volte è stato descritto da chi scrive, proprio attraverso un materiale esteticamente buono e riciclabile, come appunto la carta, nella sua sintesi più affascinante.
Il nuovo libro “Carta Preziosa” di Bianca Cappello quindi, nel pieno del mood dell’etica della moda, rappresenta e quindi quell’essere “prezioso ogni giorno” del gioiello e lo declina in modo curioso ed accattivante nelle pieghe preziose e sfaccettate della carta che “veste” così il gioiello non solo di un materiale, la carta, che si fa “preziosa” , come recita il comunicato stampa “in un senso più effimero, ma anche più attraente, grazie al suo utilizzo nella sfera del design e, più in particolare, del fashion design. Ambito in cui la creazione di elementi decorativi, in primo luogo i gioielli, trova una delle espressioni contemporanee più innovative grazie anche ad artisti di fama internazionale che hanno saputo intuire le potenzialità estetiche, e funzionali, di un materiale così eclettico”. Il libro, presentato con successo la scorsa settimana a Milano, promosso dal Consorzio Comieco sempre attento al recupero e riciclo è un forziere dove i gioielli di artisti della carta: Gian Luca Bartellone, Sarah Kate Burgess, Ela Cindoruk, Dario Cestaro, Caterina Crepax, Eleonora Cumer, Sandra Di Giacinto, Noémi Gera, Martine Horstman, Maria Teresa Illuminato, Zoe Keramea, Parth Kothekar, Tithi Kutchamuch, Edoardo Malagigi, Fernando Masone, Angela Nocentini, Daniele Papuli, Angela Simone, Sounds of Silence, Paolo Ulian, Roberto Zanon, 21 in totale, realizzano in carta sostenibile qualcosa di magico: “21 gioielli “preziosi”, realizzati in carta 100% riciclata con processi ad alta sostenibilità ambientale, colorata in pasta con tinte di origine vegetale e sapientemente fustellata a mano” per 21 schede dove molte sono anche le curiosità sulla storia antica e moderna del gioiello e la realizzazione di oggetti in carta. Un viaggio , comunicare la moda come etica ed estetica del gioiello, che la docente Bianca Cappello conduce magistralmente per Skira Editore con cui ha pubblicato anche i libri Storia della Bigiotteria Italiana (2016) e Il Gioiello nel Sistema Moda. Storia, Design, Produzione (2017).

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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Intervista ad Emanuele Merlini, nel solco del nuovo mood Viva Magenta

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Emanuele Merlini è un fotografo sammarinese un pò cittadino del mondo ed un pò viaggiatore solitario. Racconta attraverso le sue fotografie  momenti unici e appassionati, come la vita. Ed è per questo che si è deciso di fare proprio a lui qualche domanda su quello che è il mood del colore del momento, il “Viva Magenta!” spesso ultimamente associato ai viaggi, essendone stato testimone diretto in un bellissimo viaggio, come fotografo.

DAILYMOOD.IT:  Buongiorno Emanuele e grazie del tempo che ci stai dedicando. Raccontaci di te come “fotografo viaggiatore” in questo villaggio e delle foto che hai scelto per noi.

EMANUELE MERLINI: Posso dire ben poco, preferisco parli il mio lavoro, chi mi conosce mi conosce professionalmente attraverso i miei racconti fotografici. Per esempio, se guardi sul mio profilo instagram trovi davvero poco di me e della mia vita. Il mio lavoro parla da sè e mi piace cosi.

Queste foto sono racconti fotografici appunto del viaggio fatto li. visitare questo villaggio vale assolutamente la pena, come tutto il resto del paese. Un viaggio in Vietnam vale sicuramente la pena per due motivi principali:  per la bellezza dei suoi luoghi e la disponibilità e generosità del suo popolo.

DM: Come avrai visto, da circa un mese, il piccolo villaggio “dell’incenso” di Quang Phu Cau ad Hanoi è elencato tra le località per il colore dell’anno 2023 di Pantone. Tu che ci sei stato ed hai fotografato le distese degli incensi di questo villaggio, quale è la sensazione “a perdita d’occhio” di questo colore che si prova?

EM: Nel villaggio dell’incenso? Sicuramente quello della suggestione. Merita una visita di qualche ora, dov’e possibile osservare tutto il ciclo produttivo, la suggestione è proprio quella, seguire l’intero ciclo, l’effetto è quello che potete osservare appunto nelle foto che ho scelto.

DM: “VivaMagenta!” è stato dichiarato colore dell’anno e sicuramente questo villaggio diventerà meta di turisti “vivamagenta”. Guardando le tue foto quello che colpisce è la dimensione umana delle persone che lavorano li. Da fotografo e viaggiatore, un viaggio in Vietnam per vedere questo villaggio vale la pena?

EM: Premetto che visitare questo villaggio vale assolutamente la pena, come tutto il resto del paese d’altronde, il periodo migliore resta quello da marzo a maggio evitando cosi le piogge monsoniche.Questo villaggio dista circa 2 ore di auto da Hanoi e non c’è un vero proprio tour, la bellezza sta proprio nel farsi accompagnare e perdersi a piedi fra le sue strette vie dove, ad ogni angolo potrete osservare distese color magenta. I locali sono davvero molto disponibili con i pochi turisti che visitano questo villaggio, anche se comunicare con loro risulta davvero difficile perché non parlano inglese; 

DM: Concludendo il colore “vivamagenta!” pare un pensiero di felicità per questo anno in bilico tra pandemia e post pandemia dove è  la voglia di divertimento a voler prevalere. Il fucsia da quando è stato inventato è subito diventato un mood, con destino proprio: essendo un colore non convenzionale per eccellenza. La frase di Pantone infatti è stata: “un colore non convenzionale per tempi non convenzionali”. Un colore “assertivo, ma non aggressivo”, “proietta dinamismo” e la sua “esuberanza promuove gioia e ottimismo”. Guardando le tue foto scattate li, si ha la percezione appunto di una esperienza di luce, di felicità attraverso i colori, invece che il grigio bianco e nero di questi ultimi anni

EM. Certo. E’ luce. Aggiungerei che, come spesso accade in Asia, è la  presenza dei turisti e la loro curiosità a fare la vera differenza, che verrà ricambiata con tanti felici sorrisi. Esperienza bellissima. Per concludere, VivaMagenta a tutti e buona luce a tutti!

Salutiamo Emanuele guardando le sue foto appassionate ed emozionanti pensando al suo prossimo viaggio.Nelle foto incensi, come una enorme distesa di fiori reali , colorati di un bel colore “vivamagenta!” vivace, paiono regalare e garantire ricordi eterni per un viaggio esotico ed emozionante. E chissà che la scelta per questo 2023 di un colore in cosi ” alta definizione” non porti proprio a questa riflessione: catturare in un unico colpo d’occhio, un evento vero e proprio raccontando un po’ di quel prima e di quel dopo a cui la pandemia aveva disabituato.

PHOTO CREDITS: ©EmanueleMerlini

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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Intervista a David Conti

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DailyMood.it ha intervistato David Conti.
Ecco cosa ci ha raccontato in questa bella intervista.

DAILYMOOD.IT: Il tuo background e i tuoi studi come ti hanno aiutato a far strada in questo settore?
DAVID CONTI: Per citare Francis Bacon ho sempre ritenuto che la vera chiave sia trovare il modo di far convivere serenamente la pars destruens (cioè la parte critica, che fa evitare e capire gli errori) e la pars costruens (ovvero quella più razionale, che si costruisce attraverso l’impegno costante) in ciascuno di noi.

Quando frequentavo il liceo organizzavo le classiche feste d’istituto creando un impianto che in scala ridotta potrei oggi definire imprenditoriale. Addirittura ad una festa riuscii ad avere come ospite Massimo Ceccherini, con grande sorpresa e felicità di tutti. Ho capito in quegli anni che il networking, unito ad una buona competenza organizzativa, sarebbe stata la chiave per me. Crescendo ho sviluppato e coltivato le pubbliche relazioni, scegliendo nel frattempo di studiare Economia e Commercio, per poi decidere di specializzarmi in Corporate Finance (che frequento tuttora). Desideravo molto aumentare la mia formazione finanziaria, è l’ambito e l’obiettivo che mi interessa di più. Durante gli studi, tuttavia, ho continuato e continuo a coltivare la passione per la moda e per i brand di lusso, cercando di coniugare questi aspetti di me, quello più razionale con quello più mondano. D’altronde l’uno è a supporto dell’altro.

Sono contento di poter dire che la mia storia sia stata d’ispirazione per il mio PA che ha da poco aperto un agriturismo in Valdorcia, Il Casato M.A.G, un bell’esempio di imprenditoria giovanile.

DM: Qual è stato il turning point che ha dato una svolta importante alla tua carriera?
DC:Senza ombra di dubbio, la presenza sul Red Carpet della 75 Mostra del Cinema di Venezia, per la Prima Mondiale della Serie “ L’Amica Geniale” tratto dal libro di Elena Ferrante, come ospite della Maison de Champagne Moët & Chandon. Lo champagne è una mia passione, quindi ero molto emozionato in tale circostanza. Da lì, ho ricevuto delle proposte da alcuni brand, sempre del settore del lusso, che si rivedevano sia nello stile, molto classico e inglese, che mi contraddistingue, sia nella possibilità di condividere insieme tali palcoscenici.

DM: Sappiamo che da brand ambassador del tuo calibro ti dissoci dall’etichetta di “influencer”…Non hai mai pensato di cercare di fare la differenza anche su Instagram per educare un nuovo tipo di pubblico?
DC:
Rispondo citando una famosa frase di Howard Schultz: “Non ho mai voluto definirmi un guadagno netto bensì un insieme di valori”.

Ecco, riportando il pensiero a me, sono una persona che si interessa alla qualità, ai contenuti, alle relazioni, alle esperienze dal vivo, agli eventi, più che ai social. E questo viene apprezzato.

I social come IG nel mio caso potranno servire più nel lungo periodo che nel breve, perché i consumatori che l’utilizzano sono generalmente molto giovani e lontani dal target del settore lusso, lontani dalla cultura del prodotto. Per me è importante invece che ci sia una storia dietro ciascun prodotto che scelgo. Kent 1777, Dents 1777, Fulton raccontano una storia, prima di essere semplicemente prodotti.

Kent produceva pettini e spazzole quando ancora non c’era la bicicletta. Mentre i guanti di Dents, di eccellente qualità, venivano usati anche da Daniel Craig in 007. Fulton è famosissimo per gli ombrelli Birdcage che utilizzava la Regina Elisabetta.  

Se questi brand venissero pubblicizzati sui social, il pubblico li vedrebbe scorrere tra tante pagine pubblicitarie e si concentrerebbe solamente sul loro aspetto estetico. Perderebbe la storia.

Ad esempio quando ero piccolo mia madre utilizzava i prodotti per il corpo di La Mer. Ancora oggi io utilizzo i prodotti del marchio, ad esempio la Moisturizing Soft Creme. Perché? Ha saputo mantenere la qualità nel tempo ed evoca dei ricordi, mi riporta ogni volta lì, ad un gesto di cura materno.

Lo stesso vale per Vuarnet, brand di occhiali da sole francese che mio padre ha sempre utilizzato e poi donato a me. È possibile raccontare la personale esperienza di un brand attraverso i social? Penso che l’esperienza vada vissuta, per creare un legame con quel brand che diventerà solo nostro, indissolubile e potrà essere tramandato di generazione in generazione. Parafrasando Maya Angelou “ciò che emoziona e ricorda il pubblico non è mai ciò che un’azienda fa, ma come lo fa sentire”.

DM: Come descriveresti il tuo personal branding e qual è il valore aggiunto che puoi offrire ai vari brand?
DC:
La Risposta è: Modern Classic. Che fra l’altro è anche lo slogan di Spirit Yachts, la marca di sailing boats che adoro. Come dicevo parto sempre dalla cultura e dalla qualità del prodotto. Se non è un brand storico, se non ne ho fatto “esperienza”, difficilmente concludo collaborazioni. Chiaramente nel mio cuore trovano spazio anche brand più moderni, che producono comunque dei prodotti destinati a diventare storici.

Ad esempio il marchio Tom Ford che utilizzo sia per i vestiti (Suits e Smoking) che per il profumo preferito, ovvero Tuscan Leather, da buon toscano.

Anche l’azienda Falke è tra le mie preferite, il simbolo della calza di lusso. La utilizzo insieme ad altri prodotti come i maglioni, perché hanno una qualità altissima, ma allo stesso tempo uno stile ed un look moderni. Oppure, Levi’s, inventore dei jeans come li conosciamo oggi, altra azienda storica che si adatta al mio stile. Sono ben felice di utilizzare questi brand in eventi importanti, calibrando ogni volta gli outfit.

Ovviamente attraverso di me i brand possono interagire, tanto che molte volte si scoprono e si creano collaborazioni che a partire da me, vanno oltre.

Sono sicuro che i CEO di grandi aziende continueranno anche nel futuro a mettere a frutto il personal branding. E’ notizia proprio di questi giorni che Arnault, CEO del gruppo LVMH ha registrato il suo nome e cognome, insieme a quello dei figli, come brand. Lo seguiranno in tanti.

DM: Con l’accelerazione digitale sempre più case di moda stanno espandendo la loro attività anche nel Metaverso. Questa integrazione col mondo virtuale come e quanto influenza il tuo lavoro da Brand Ambassador?
DC:
Parto dicendo che per me più che un lavoro, è sicuramente una passione. Credo che sia ancora presto parlare di metaverso applicato al settore lusso, perché non conosciamo gli effetti a lungo termine del mezzo. Sicuramente può dare un contributo in termini di vetrina, ma ancora non è stato sufficientemente studiato il target-tipo per poter fare una analisi qualitativa. Offre senz’altro tante potenzialità, ma almeno per ora viene utilizzato soprattutto per aumentare la brand awareness. Per quanto mi riguarda, mi piace studiare questi fenomeni e credo che il metaverso possa essere utilizzato in futuro soprattutto per diffondere un messaggio di ecosostenibilità. In questo senso hanno aperto la strada alcune start-up interessanti, come quella dell’azienda Prysma, brand di occhiali da sole Eco-Friendly, in materiale totalmente ecosostenibile.

DM: Quali progetti importanti hai in programma per il medio-lungo periodo?
DC: Sicuramente questo anno, dopo due di assenza dovuti a covid e impegni lavorativi, sarò presente, sempre come ospite della Maison de Champagne Moët & Chandon, alla 80 Mostra del Cinema di Venezia, dove ci vedremo sicuramente sul red carpet, insieme alle aziende che da sempre mi accompagnano nel percorrere questo importante tappeto rosso come Tag Heuer che è l’azienda di orologi che utilizzo, fida compagna di grandi emozioni. Poi usciranno delle mie interviste in TV, che è una forma di media a cui sono estraneo e in Radio. Oltre ciò, riceverò una nomina abbastanza importante a breve che avrò il piacere di condividere anche con voi sicuramente.Continuerò nel mio tempo libero a seguire come volontario le attività di Save the Children, poiché ritengo la solidarietà un aspetto importante per completarmi come individuo.

DM: Qual è il massimo brand di punta a cui aspiri per la tua carriera?
DC:
Sono certo che tutti i brand con cui collaboro e con cui collaborerò anche in futuro saranno quelli che apprezzo e desidero. Ultimamente ho iniziato un rapporto con Bown of London, definita la Rolls Royce delle vestaglie da casa, un prodotto unico. Sono davvero soddisfatto anche della collaborazione con Sperry-Topsider che si protrae ormai da anni, azienda americana che ha inventato con Paul.A.Sperry le scarpe da barca e altri ottimi prodotti per chi ama la vela, come me. Per la mia shaving routine utilizzo invece Geo F Trumper, insieme ai rasoi inglesi della Wilde & Harte, unici nel loro genere. Adidas invece è il mio brand preferito per lo sport….adoro le famose “Gazzelle”! Spero che alcuni di questi brand possano ispirare anche altre persone, e sono molto orgoglioso di poter dire che mi rivedo appieno nella filosofia, storia e valori che trasmettono. Sono più che convinto che “L’eccellenza non sia un atto, ma un’abitudine” (Aristotele), che va pertanto coltivata.

di Redazione

 

 

 

 

 

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Life Is (Not) A Game. Intervista al regista Antonio Valerio Spera

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Presentato alla Festa del cinema di Roma nella sezione Freestyle, Life Is (Not) A Game è un documentario che vede protagonista la street artist Laika. Maschera bianca, parrucca rosso fluo, indumenti da “attacchina”, come si definisce lei stessa. Un film sull’arte, ma soprattutto un’analisi dei nostri tempi filtrata attraverso lo sguardo irriverente di quest’artista misteriosa. Un viaggio riflessivo negli ultimi due anni e mezzo di storia condotto dietro la macchina da presa dall’esordiente Antonio Valerio Spera.

DailyMood. Come nasce l’idea di questo film?
Antonio Valerio Spera. Mi incuriosiva molto la figura della street artist Laika. Trovai le sue prime opere affisse sui muri di Roma davvero interessanti ed originali. E in particolare mi intrigava il suo anonimato, la sua maschera, il suo look da “attacchina”. Ero sicuro che presto o tardi quest’artista sarebbe finita sotto i riflettori dei media e poi intravedevo delle forti potenzialità cinematografiche nel personaggio. Così le ho proposto di iniziare a riprendere il suo lavoro. Lei inizialmente era titubante, poi ha accettato ed è cominciato questo straordinario “viaggio” insieme.

DM. Un viaggio che vi ha portato anche oltre i confini nazionali…
AVS.
Sì, esattamente. Come si vede nel film, Laika ha affisso le sue opere anche in Bosnia, in Polonia e a Francoforte. Soprattutto il viaggio in Bosnia, sulla rotta balcanica, è stato molto importante per l’artista, e di conseguenza anche per il film. Laika ha deciso di partire, quando stavamo ancora lottando con il Covid, per riportare l’attenzione anche sulla questione migranti, ormai finita nel dimenticatoio causa pandemia. È stata un’esperienza fortissima, toccante, emozionante.

DM.È stato difficile entrare nel mondo di Laika, documentare il suo lavoro?
AVS.
Avere a che fare con una persona che vuole mantenere il suo anonimato e che in pubblico si mostra mascherata è stato inevitabilmente complicato. E non è stato neanche facile riprendere i suoi “blitz” notturni, quando andava ad attaccare le sue opere sui muri di Roma. E’ stata una bella sfida, ma anche grazie alla piena disponibilità dell’artista, alla fine siamo riusciti a portare sullo schermo il suo “mondo” e la sua arte.

DM. Il film non è un documentario “classico”, ha uno stile molto pop, un montaggio dinamico, delle musiche martellanti. Perché questa scelta?
AVS.
Il mio intento era cercare di rispettare lo stile della protagonista e di conseguenza ho cercato una strada estetica che potesse in qualche modo a rispecchiarlo. Così ho ricercato una varietà di stili, muovendomi tra forme più “pop” e momenti più da “cinema del reale”. Mi sono esposto a contaminazioni, suggestioni; ho inserito citazioni, qualche omaggio al cinema che amo. Credo sia uscito fuori un prodotto molto particolare, che non so se piacerà, però è quello che sentivo di fare.

DM. Che emozione è stata presentare il film alla Festa del cinema di Roma?
AVS. 
Un’emozione immensa. Abbiamo sempre pensato, con Laika e con i produttori del film, che la Festa del cinema di Roma fosse la vetrina perfetta per questo progetto. Perché Laika è romana e perché il film parla molto di Roma. Abbiamo ricevuto un’accoglienza calorosa alla première. E Laika, sotto la maschera, si è commossa.

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