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King Arthur: Legend of the Sword

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Il grande regista Guy Ritchie imprime il suo stile dinamico all’epico fantasy d’azione “King Arthur: Legend of the Sword”. Con Charlie Hunnam nel ruolo del protagonista, il film è una versione irriverente del classic mito di Excalibur, e segue il tumultuoso percorso di Arthur dalla strada al trono.
Quando il padre del piccolo Arthur viene assassinato, suo zio Vortigern (Jude Law) si impadronisce del trono. Derubato dei diritti che gli spetterebbero per nascita e senza sapere chi è realmente, Arthur riesce a sopravvivere nei vicoli oscuri della città e solo quando estrae la mitica spada dalla roccia la sua vita cambia radicalmente ed è costretto ad accettare la sua vera eredità… che gli piaccia o no.
Il film è interpretato da Hunnam (“Sons of Anarchy” di FX) e dal candidato agli Oscar Law (“Ritorno a Cold Mountain,” “Il talento di Mr. Ripley”), con Astrid Bergès-Frisbey (“Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare”) nel ruolo di Mage; il candidato agli Oscar Djimon Hounsou (“Blood Diamond,” “In America”) interpreta Bedivere; Aidan Gillen (“Trono di spade” di HBO) è Goosefat Bill; e Eric Bana (“Star Trek”) è il padre di Arthur, il re Uther Pendragon.
Guy Ritchie (“Operazione U.N.C.L.E.”, i film di “Sherlock Holmes”) dirige il film da una sceneggiatura di Joby Harold (“Awake”) e Guy Ritchie & Lionel Wigram, da un soggetto di David Dobkin (“The Judge”) e Joby Harold. Il film è prodotto dal premio Oscar Akiva Goldsman (“A Beautiful Mind,” “I Am Legend”), Joby Harold, Tory Tunnell (“Awake,” “Holy Rollers”) e dai produttori di “Operazione U.N.C.L.E.” e “Sherlock Holmes” Steve Clark-Hall, Guy Ritchie e Lionel Wigram. David Dobkin e Bruce Berman sono i produttori esecutivi.
Il team di creative dietro le quinte comprende il direttore della fotografia candidato due volte all’Oscar John Mathieson (“Il gladiatore,” “il fantasma dell’Opera”), la scenografa candidate all’Oscar Gemma Jackson (“Neverland – un sogno per la vita”), il montatore James Herbert (“Operazione U.N.C.L.E.”, “Edge of Tomorrow – Senza domani”), la costumista Annie Symons (“Grandi speranze”), la truccatrice e acconciatrice Christine Blundell (“Turner”, i film di “Sherlock Holmes”), e il supervisore VFX candidato agli Oscar Nick Davis (“Il cavaliere oscuro”). Le musiche sono di Daniel Pemberton (“Operazione U.N.C.L.E.”).

Dal 10 maggio al cinema.

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Cine Mood

Spider-Man: far from home. L’amichevole Spider-Man di quartiere diventa leader?

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È molto stano vedere l’Uomo Ragno volteggiare, invece che tra i grattacieli di New York, tra i canali di Venezia. Ed è ancora più strano non vederlo quasi mai nella sua classica tuta da supereroe rossa e blu, ma, in borghese, con i panni da studente di Peter Parker. O con una tuta completamente nera. Lo avrete capito, Spider-Man: Far From Home, che segue di due anni Spider-Man: Homecoming, in uscita nelle nostre sale il 10 luglio, il secondo film del nuovo corso, quello con Tom Holland come protagonista e Jon Watts alla regia, è un film molto particolare. Ecco perché.

Spider-Man: Far From Home è il film che, svolgendosi immediatamente dopo i fatti di Avengers: Endgame, chiude la terza fase del Marvel Cinematic Universe e, di fatto, è anche un ponte verso la fase 4 di cui sappiamo ancora pochissimo, ma dove niente sarà come prima. A proposito, l’avvertenza è di vedere Spider-Man: Out Of Home dopo aver visto Avengers: Endgame, appena tornato nelle sale, se vi appassionano le vicende degli Avengers. Se invece volete solo seguire la storia dell’Uomo Ragno, non c’è problema. L’inizio di Spider-Man: Far From Home si ricollega proprio al finale dell’ultimo film degli Avengers. Da un lato si parte con un commiato ai caduti nelle vicende che hanno portato alla definitiva sconfitta di Thanos. Dall’altra si spiega il paradosso del ritorno, cinque anni dopo, delle persone eliminate con lo schiocco di dita da Thanos in Avengers: Infinity War. Lo chiamano il blip, e il paradosso è dato dal fatto che il ritorno di queste persone avviene cinque anni dopo: così, a scuola, alcuni ragazzi, tra cui Peter Parker, trovano i loro coetanei cresciuti di cinque anni. Spider-Man: Far From Home, dopo aver spiegato la cosa, coglie l’occasione per scherzarci su, e inserire il “problema” in uno dei filoni del film, che è quello sentimentale: Peter Parker è innamorato di MJ (Zendaya), ma a corteggiarla c’è anche un altro ragazzo che, a causa di tutto questo, ha cinque anni più di Peter…

Da un aspetto come questo potete capire che, pur lasciando un momento di commozione all’inizio, pur spiegando i paradossi temporali nati dalle vicende degli Avengers, Spider-Man: Far From Home è soprattutto il sequel di Spider-Man: Homecoming. E, come tale, continua a raccontarci le storie di Peter Parker con quel mood tutto particolare, che è lontano dai film più cupi e seriosi dal Marvel Cinematic Universe ma anche dalla comicità più spinta e irriverente di film come Thor: Ragnarok o dei Guardiani della galassia. Il nuovo Spider-Man è la storia di un supereroe che ha i toni di un teen-movie, ma di quelli della miglior qualità: il nume tutelare, qui come nel film precedente, è John Hughes, autore di film come Breakfast Club, Sixteen Candles e Bella in rosa, un regista che Kevin Feige, in fase di brief per Spider-Man: Homecoming, aveva indicato come modello da seguire. Rispetto al film di due anni fa, senza la scuola e il ballo di fine anno, i riferimenti sono meno evidenti, ma l’atmosfera rimane quella: qui vediamo Peter, MJ e i compagni di scuola in gita in Europa (Venezia, poi Praga e Londra), seguiti da Nick Fury (Samuel L. Jackson) e altri agenti dello SHIELD. C’è un pericolo per l’umanità, gli Elementali, degli esseri che riescono a manipolare i quattro elementi, e Spider-Man dovrà affrontarlo insieme a un eroe che dice di essere arrivato da un mondo parallelo, e che viene chiamato Misteryo (Jake Gyllenhaal, una vera sorpresa).

Servirebbe un supereroe, un Iron Man. E invece il nostro Peter Parker si sente solo “un amichevole Spider-Man di quartiere”, un eroe ancora da piccole dimensioni e da piccoli incarichi. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ci insegna da sempre la Marvel e, al di là della confezione teen, il nuovo Spider-Man riflette anche su questo. Come il film che l’ha preceduto, anche questo ci parla di imperfezione, di inesperienza, impreparazione, ma anche ingenuità. Un ragazzo che scambia gli AC/DC per il Led Zeppelin (quando, nel film, parte Back In Black e si chiude un cerchio iniziato più di dieci anni fa con il primo Iron Man) è un ragazzo ancora molto giovane, e avrà ancora molto da imparare. Nel gestire i suoi poteri, ma anche le sue doti di leadership, e nell’imparare a fidarsi delle persone giuste.

Spider-Man: Far From Home è anche un film di inganni e fiducie mal riposte, di montature mediatiche e fake news in grado di ribaltare la realtà. Ci arriviamo per gradi, e lo capiamo a metà film (ma completamente, attenzione, solo dopo le scene post credits), mentre ci rendiamo conto che il nuovo Spider-Man non è affatto il film a cui credevamo di stare assistendo, ma qualcosa di molto più profondo e attuale. Quando sentiamo la frase “la gente ha bisogno di credere e, di questi tempi, crede in qualsiasi cosa”, capiamo che Spider-Man si muove nel mondo di oggi, mediatico e politico, dove distinguere il vero dal falso è sempre più difficile, e sempre più persone approfittano di tutto questo. Spider-Man: Far From Home è un film costruito abilmente, sorprende più volte con twist inaspettati e nasconde un’anima molto meno leggera di quello che la confezione teen farebbe presupporre. Il finale ci lascia sorpresi, ci dà molti spunti per pensare al mondo di oggi. E, soprattutto, ci fa avere ancora più voglia di assistere alla prossima avventura dell’Uomo Ragno e agli sviluppi dell’Universo Marvel.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Elle Fanning a Giffoni per l’anteprima nazionale di TEEN SPIRIT

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ELLE FANNING arriva alla 49esima edizione del Giffoni Film Festival, lunedì 22 luglio, insieme all’anteprima nazionale di Teen Spirit – A un passo dal sogno. Il film, esordio alla regia di Max Minghella, sarà nelle sale italiane il prossimo 29 agosto distribuito da Notorious Pictures.

Ispirato alla contemporaneità, in cui a volte basta poco per ottenere il successo, il film sarà presentato proprio dalla sua protagonista, che incontrerà i jurors nella Sala Truffaut. Elle Fanning sarà premiata anche con il Giffoni Experience Award.

Il lungometraggio, esordio alla regia dell’attore Max Minghella (The Social Network, The Handmaid’s Tale), che ne firma anche la sceneggiatura e la produzione esecutiva, racconta le aspirazioni di un’adolescente e la caparbietà nel realizzarle. Violet, sedici anni, sogna di fare la cantante e vive da sola con sua madre che ha difficoltà ad arrivare a fine mese. Quando scopre che sono aperte le audizioni per il talent show Teen Star, partecipa nella speranza che sia il punto di partenza per la sua carriera da cantante. Dopo qualche difficoltà iniziale, riesce ad arrivare in finale e a vincere. La sua voce conquista tutti e realizza il suo sogno diventando una star.

Al cinema dal 29 agosto.

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Juliet, Naked: il libro di Nick Hornby diventa un film con Ethan Hawke

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Avevamo viaggiato dall’America a Minneapolis per visitare dei gabinetti”. Inizia così Tutta un’altra musica, il romanzo di Nick Hornby che arriva finalmente, come tutti i suoi libri, al cinema, con il titolo Juliet, Naked – Tutta un’altra musica, che è anche il titolo originale del libro. Il film inizia invece con un video di Duncan, professore universitario di cinema e fan di un misterioso artista, Tucker Crowe, che si rivolge all’appassionata community dei suoi fan. Sono poco più di duecento, ma sono ossessionati da Tucker: oltre vent’anni prima era scomparso nel nulla, nel bel mezzo di un concerto, proprio dopo essere andato in bagno in quel locale. E quel disco di culto, Juliet, nato dalla rottura con la donna di cui era innamorato, era rimasto il suo ultimo lavoro. Un po’ come un J.D. Salinger della musica indie, o come un Jeff Buckley senza quel finale tragico. Duncan vive con Annie da 15 anni. Non hanno figli. E lei è consapevole di aver vissuto tutto questo tempo con qualcuno che è innamorato di un altro uomo. Quell’uomo, ovviamente, è il fantomatico Tucker Crowe.

Juliet, Naked è uno di quei film che partono già con un grande vantaggio. Si chiama, ovviamente, Nick Hornby. Ogni libro dello scrittore di Alta fedeltà e Febbre a 90° è diventato un film, e la scrittura dell’autore inglese è perfetta per diventare cinema. È brillante, avvincente, pop, e riesce a cogliere negli esseri umani quelle piccole debolezze che fanno parte di ognuno di noi. Il che permette, se non di identificarci, di essere in qualche modo vicini ai protagonisti. Quelli di Hornby sono un po’ indolenti, un po’ stronzi, passionali e maniacali per alcune cose, distratti e poco impegnati per molte altre. Anche Duncan (Chris O’Dowd) è uno di questi. In più, per chi di noi è un fan di qualche band o qualche artista, riesce a ricordarci qualcosa di noi, quel pizzico di follia e ossessione che abbiamo nel rapportarci con il nostro idolo, e di vedere cose che solo noi vediamo. Nella curiosa storia di Juliet, Naked il tranquillo (noioso?) menage di Duncan ed Annie (Rose Byrne) viene sconvolto dall’arrivo di un demo. Si chiama Juliet, Naked (da qui il titolo del film) ed è la versione spogliata (solo voce e piano o chitarra) di quel mitico disco di vent’anni prima. Accade così che Duncan lo ascolti e lo recensisca sul suo blog. E che Annie, evidentemente esasperata, o solamente sincera, nei commenti scriva una recensione negativa del disco. E che venga contattata via e-mail da Tucker Crowe (Ethan Hawke) in persona, e che questo le dia ragione. Da lì è destinata a nascere una corrispondenza epistolare dagli esisti sorprendenti.

Abbiamo detto che un film tratto da un libro di Nick Hornby parte già in vantaggio. Però poi una pellicola ha il compito di tradurre in immagini tutto quello che abbiamo immaginato. Jesse Peretz prima di essere un regista è stato un musicista, ha suonato nei Lemonheads, una band che ha fatto parte di quella scena rock anni Novanta che qui viene evocata. E ha il pregio di aver costruito intorno a Tucker una sovrastruttura musicale, fatta di immagini e canzoni, che rende credibile la storia. Il suo team è riuscito anche a mettere in scena quella cittadina inglese sul mare (così diversa dalle metropoli che di solito frequenta il cinema) narrata da Hornby alla perfezione. E di aver dato un background a Tucker, mostrando la sua vita e la sua famiglia in America, mentre nel libro tutto è evocato solo dalle sue parole nelle e-mail. Ne viene fuori un film estremamente fedele al libro di Hornby, eppure anche nuovo, più movimentato, con grandi gag (vedi la ricerca delle batterie, o l’incontro in spiaggia tra Tucker e Duncan), con un’attenzione diversa al rapporto tra Tucker e i suoi figli, e un bilanciamento maggiore tra i tre protagonisti: nel libro tutto è più spostato verso Duncan, che è il personaggio in cui Hornby, chiaramente, si identifica.

I tre protagonisti ci appaiono leggermente diversi da come ce li eravamo immaginati. Duncan è più buffo, più comico di quello che traspare dalle pagine, e gran merito va all’espressività di Chris O’Dowd. Annie è più attraente, più giovane, più vitale. È un vero piacere vederla con le fattezze di Rose Byrne, bellezza dolce e garbata, attrice espressiva che è adorabile anche quando, come spesso accade qui, è acida. Quanto a Tucker Crowe: beh, è Ethan Hawke, e basterebbe dire questo. Più giovane, più affascinante del Crowe del libro, riesce a dare un’anima particolare al personaggio e, di fatto, a tutto il film. Per sua stessa ammissione, è come se il Troy di Giovani, carini e disoccupati, che cantava in una band, fosse scomparso per vent’anni e ricomparso in questo film. Con lui nel cast, anche la storia di Hornby trova una luce nuova.

Juliet, Naked è una storia di pieni e vuoti. Chi non ha figli e vorrebbe, come Annie, e chi ne ha troppi e non riesce ad avere un rapporto con loro, come Tucker. Chi ha una compagna, come Duncan, ma in fondo non è interessato alla sua vita, e chi, come Tucker, è solo ma con questa persona ha una sintonia particolare. Juliet, Naked è un film delizioso, stratificato, a più facce: potreste vederlo come una commedia romantica, ma quelle di Hornby non sono mai commedie romantiche, sono pezzi di vita in cui l’amore si mescola a molte altre cose. Potreste vederlo come un film sulla musica, e le passioni che scatena. Juliet, Naked è anche questo. E ci dice che i nostri miti invecchiano e cambiano. E che loro stessi non si vedono assolutamente come li vediamo noi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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