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Chopard ha presentato la Happy Hearts Collection

DailyMood.it

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Mercoledì 21 settembre, presso la temporary boutique Chopard di Firenze, in Via Tornabuoni, è stata presentata la Happy Hearts Collection, una giovane e frizzante linea di gioielleria femminile che associa i cuori, motivo tanto caro a Caroline Scheufele e già presente nell’iconica collezione Happy Diamonds, a materiali preziosi e colori, forti o delicati in funzione della pietra scelta, e segno di una grande modernità.

Cuori di turchese, madreperla e onice insieme ai diamanti mobili, sotto forma di sautoir, bracciali e orecchini, diventano gioielli ondeggianti e delicati, dove la leggerezza è sinonimo di spensieratezza ed in cui il movimento dei diamanti e la levità dei motivi danno vita a una linea dall’eleganza singolare, di grandissima femminilità.

Tra le particolarità della collezione anche un gioiello di forma nuova: un bracciale “giunco” le cui due estremità, un cuore colorato e un cuore con diamante mobile, si interfacciano in elegante “passo a due” moderno, allegro e leggero, a immagine di questa nuova collezione.

Una parte è stata inoltre dedicata all’Happy Sport 36 mm, un orologio dotato di un cinturino che si può sostituire in base alla voglia del momento o alla stagione.

L’Happy Sport è da sempre un orologio dal carattere forte, un’autentica icona di stile che, dal 1993, si diverte a mescolare allegramente i generi, l’acciaio e i diamanti, l’eterno e l’effimero. La sua creatrice Caroline Scheufele, visionaria e all’avanguardia, ha immaginato un segnatempo di grande bellezza ma senza nulla di formale. È prezioso, certamente, ma anche sportivo. Le convenzioni non si applicano nel suo caso. Allegro, indipendente, scherzoso e moderno, gioca con i codici e le tendenze.

In uno spirito di customizzazione e Do It Yourself, Chopard offre alle donne la possibilità di sostituire personalmente il cinturino del loro orologio, a casa propria, tutte le volte che lo desiderano.
Il colore, il principale elemento caratterizzante del guardaroba che cambia in base all’umore, diventa il dettaglio chiave di questo orologio con cassa in acciaio, che regala una nuova vivacità con la sua scelta di cinturini. Questi ultimi sono in caucciù e ci ricordano che il mix di materiali è un elemento centrale dell’identità disinvolta e ludica del modello Happy Sport. Il bianco e il nero, i “fondamentali”, sono i due colori di cinturino consegnati con l’orologio.
Sul retro del cinturino, a fior di pelle, la dicitura “Be Happy” è un mantra portafortuna da custodire gelosamente.
Ma l’essenza dell’Happy Sport è rappresentata ovviamente dai celebri diamanti mobili che danzano tra due vetri zaffiro, liberi da ogni incastonatura. In questo caso, si muovono sullo sfondo di un quadrante bianco liscio, tanto classico quanto contemporaneo.

Una serata speciale quindi, all’interno di una cornice scintillante, dove numerosi ospiti hanno avuto la possibilità di indossare i pezzi più iconici della collezione e farsi fotografare.

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Eventi

La mostra su Inge Morath al Museo Diocesano di Milano: la fotografia come necessità di un racconto

T. Chiochia Cristina

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Treviso, Genova, Roma ed ora, Milano.
L’arte di Inge Morath approda nel bell’allestimento presso il Museo Diocesano di Milano alla presenza dell’ Assessore alla Cultura di Milano Filippo del Corno e che sarà visitabile dal 19 giugno al 1° novembre 2020, essendo parte integrante del palinsesto culturale Aria di Cultura I talenti delle donne, promossi e coordinati dal Comune di Milano. Una location unica, che si preannuncia anche in tempi difficili come questi, meta  milanese con “Il Chiostro in Estate“, tra  i tavolini del bistrot, le conferenze – aperitivo su Raffaello e il programma teatrale del progetto “Moto Teatro Oscar“; oltre che il proseguimento della mostra temporanea “Gaugin Matisse Chagall: la passione nell’arte francese dei musei Vaticani” e dal 19 Giugno 2020, appunto, anche questa nuova mostra fotografica dal

titolo:”Inge Morath.La vita. La fotografia“. Ovvero 150 immagini e documenti originali disposti a cura di Brigitte Bluml -Kaindl, Kaindl Kurt e Marco Minuz prodotta da Fotohof, Magnum Photos, Suazes e con il supporto del Forum Austriaco della cultura e partner tra cui Rinascente e IGP Decaux. La mostra si apre con una Inge Morath  profondamente europea essendo nata a a Graz nel 1923. La si descrive poi come interprete di informazioni, con ambientazioni surreali e quasi grafiche, sino ad arrivare a fotografie intime, quasi un diario di vita.Impostazione che la accompagno’ sino alla sua “ultima fotografia”, a cui la mostra dedica una intera parete.

Come recita il comunicato stampa “studiò lingue all’università di Berlino e Bucarest e lavorò come interprete per il servizio americano d’informazione. Nel 1953 si unì alla celebre agenzia Magnum Photos Agency, diventando membro ufficiale nel 1954. In quegli anni lavora, come assistente, per i fotografi Ernst Haas e Henri Cartier-Bresson. Nel 1955 pubblicò la sua prima collezione di fotografie, alla fine della carriera si contarono 30 monografie“.
SI, perche’ come lei stessa diceva: “fare foto era diventata una necessità ed io non volevo rinunciare a nulla“. Come nelle altre tappe italiane di questo percorso emozionale, la mostra ripercorre gli scatti piu’ intensi della carriera della celebre fotografa,  diventata molto americana: moglie in seconde nozze di uno scrittore, Arthur Miller, madre di una regista cinematografica, Rebecca Miller, suocera dell’attore Daniel DayLewis; è evidente quanto si sentisse a proprio agio ovunque dietro una macchina fotografica con una rara capacità, come ha sottolineato Marco Minuz “di non semplificare mai cio’ che è complesso e mai complicare quello che è semplice“. Dono raro. Che si trattasse di un ritratto di Marilyn Monroe sul celebre set del suo ultimo film, la classe di Audry Hepbourn,un pacioso emù in taxi a New York,o dei tanti volti anonimi reali o presunti del suo fotografare luoghi offrendone l’anima e la vita nella sua versione diretta ed originale, sia che si trattasse di Venezia, la Cina, la Spagna o la Russia, quello che incanta della fotografia di questa autrice è il racconto, l’ordito nella sua tessitura piu’ intima. Nel solco del mood scrittori (non si dimentichi che iniziò come scrittrice e traduttrice), dunque, ecco che la mostra proposta al pubblico milanese diventa un insieme di trame che ne formano il tessuto. Come fili dell’ordito infatti, stesi sul telaio, le foto della Morath in questo percorso vengono fatte passare attraverso le maglie dei licci della storia e alle fessure del pettine del talento della prima donna fotoreporter dell’agenzia fotografica Magnum.
Da segnalare inoltre, l’idea alla base del catalogo realizzato grazie anche a Fotohof e della Fondazione Morath : non una monografia ma un lavoro per dare “respiro” dando appieno la dimensione del lavoro di questa fotografa. E vi riesce appieno.
Edito da Silvana Editoriale, molto ben curato, è lo stesso Marco Minuz, curatore della mostra, a mettere in risalto la componente della vicinanza, non soltanto fisica ma anche emotiva dei soggetti fotografati dalla celebre fotografa, parlando dell’approccio sistemico della mostra e che si ispira al lavoro della Morath che trova riscontro nelle parole riportate proprio in una delle pagine del catalogo in cui la fotografa diceva: “devo prima vedere e trovare quello che posso fare. Quando facevo un viaggio, naturalmente sapevo che cos’è un reportage e lo tenevo sempre presente. In altre parole, non ho mai viaggiato in un paese per tornare riportando solo primi piani di strutture murarie. Però avevo bisogno della mia libertà. Una o due volte è capitato, semplicemente, di non fare il reportage. Sono andata, e ho detto “Non lo vedo”. Quello che mi riusciva particolarmente difficile era quando i clienti dicevano di volere solo il colore quando non c’era nessun vero colore“. Concludendo, tutte le foto in mostra sono in bianco e nero. Quasi che il nero con la luce, fosse il suo “inchiostro” fotografico. Ed ecco la fotografia, la vita. Come necessità di un racconto”fatto” e scritto a mano del tutto personale.

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Eventi

La fondazione Prada ricorda il padre dell’arte povera

T. Chiochia Cristina

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La libertà dell’arte, come metafora di bellezza, è presente anche ai tempi della pandemia. Ce lo ricordano i fiori che crescono liberi e spontanei in piazza Olivetti, proprio accanto ai prati della Fondazione Prada, immersi in un enorme e immenso silenzio.

Il silenzio, si dice non disturbi nessuno, eppure a Milano in questi mesi, il silenzio è stato quantomai assordante, tanto che tutti cercano ancora adesso di evitarlo, forse perché fa pensare a quanto male sta facendo questo virus.

Chissà come avrebbe commentato Germano Celant, da critico e grande “motore” dell’arte povera e della estetica dell’ordinario. Il silenzio assordante in una città come Milano avrebbe rappresentato per lui la più grande forma d’arte povera. Una Milano anomala, deserta, malata di una malattia che ha investito anche lui. Un comunicato stampa ha voluto rendergli omaggio in modo sincero e sentito riconoscendogli il merito del lavoro svolto per uno spazio culturale che è cresciuto anche grazie alle sue intuizioni, rendendo una zona semi-periferica di Milano (ma vicinissima al centro), una tra le più belle e innovative.

Ora, sul sito della Fondazione Prada è disponibile “Percorsi possibili: avvio di una riflessione sul lavoro di Germano Celant” che mette in risalto il lavoro del noto critico italiano (dal 1995 direttore artistico di Fondazione Prada e dal 2015 sovrintendente scientifico della stessa) partendo proprio dalla prospettiva inedita di racconti e visioni.

Una collaborazione che ha reso possibile linee, idee, percorsi e tantissimi progetti, oltre 40 quelli curati, tra cui la celebre mostra personale di Michael Heizer nel 1996 fino alla retrospettiva dedicata a Jannis Kounellis nel 2019.

Tante le testimonianze, disponibili sul sito (http://www.fondazioneprada.org/project/percorsi-possibili-avvio-di-una-riflessione-sul-lavoro-di-germano-celant/) per un percorso di approfondimento della figura del curatore recentemente scomparso, tra di esse i Presidenti Patrizio Bertelli e Miuccia Prada hanno voluto evidenziare:

We are deeply saddened for the loss of a friend and travelling companion. Germano Celant was one of the central figures in the learning and research process that art has represented for us since the early times of the foundation. The many experiences and intense exchanges we have shared with him over the years have helped us rethink the meaning of culture in our present. Intellectual curiosity, respect for the work of artists, the seriousness of his curatorial practice are lessons that we consider essential for us and the younger generation”.

Siamo profondamente rattristati per la perdita di un amico e compagno di viaggio. Germano Celant è stato una delle figure centrali nel processo di apprendimento e ricerca che l’arte ha rappresentato per noi fin dalla nascita della Fondazione. Le molte esperienze e gli intensi scambi che abbiamo condiviso con lui nel corso degli anni ci hanno aiutato a trasformare il significato della cultura nel nostro presente. La curiosità intellettuale, il rispetto per il lavoro degli artisti, la serietà della sua pratica come curatore sono lezioni che consideriamo essenziali per noi e per le giovani generazioni“.

E così, a vederla ora, la Fondazione Prada sembra ergersi con le sue torri composte in un immenso silenzio, statico alle porte della seconda fase della pandemia a Milano, come se fosse un’installazione di arte povera, volta a trasformare quel silenzio in un silenzio nuovo, che si espande sino ai fiori che profumano di menta e finocchio selvatico accanto allo stagno nella piazza: sembra quasi un’energia in continuo divenire, alla ricerca di un po’ di vento, che supera le cancellate chiuse e gli spazi pubblicitari delle mostre che scorrono lente sui led luminosi dell’ingresso.

Chissà come avrebbe commentato Germano Celant.

Crediti Fotografici: ufficio stampa Fondazione Prada

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

 

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Electronic Renaissance di Ilario Alicante: un esempio per pensare con la testa e agire con il cuore ai tempi della pandemia

T. Chiochia Cristina

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Quale sarà il “nuovo mood” nel mondo, e in particolare in Italia, dopo tutto quello che sta succedendo? Tutto tornerà come prima o questi mesi ci sono davvero serviti per comprendere, osservare, osare e capire che qualcosa poteva e doveva essere cambiato?

Poco prima che entrasse in vigore la fase due, a Milano, se lo è chiesto anche Ilario Alicante, famosissimo DJ italiano, che ha dato vita a uno show di musica elettronica unico nel suo genere, dal suggestivo titolo “Electronic Renaissance“, con riprese di droni e altre immagini della città, per 180 minuti di musica presso l’Albero della Vita dell’ex Expo2015.

Uno spettacolo trasmesso in rete domenica 3 maggio 2020 dalle 19.30 alle 22.30 e premiato da quasi un milione di visualizzazioni. Ma non è tutto: alcuni l’hanno considerato un bellissimo messaggio (non si dimentichi, infatti, che era comunque un omaggio a Milano per raccogliere fondi per l’emergenza per la Croce Rossa), forte dell’idea di far “partire di nuovo” tutto, sotto un simbolo iconico quale l’ Albero della Vita che ora si riaccende, riprende luce e colore, nella più completa solitudine della musica elettronica, che per definizione, aggrega da sempre giovani da tutto il mondo per ballare insieme.
Musica. Silenzio.
Musica e Silenzio, ora insieme, ora a confronto, nelle immagini del video trasmesso in diretta.

E se si trattasse di un “nuovo mood” per far comprendere che Milano ha bisogno di più tempo ed è necessario aspettare ancora un po’ per passeggiare sui navigli o ritrovarsi in piazza Duomo? Forse. Sicuramente è un bel messaggio di speranza, spensieratezza e allegria che, si diceva, è stato visto da quasi un milione di persone in tutto il mondo.

E così, grazie anche a partner quali Social Music City, SG Company e Fabrique Milano, è nata la raccolta fondi (circa 7.000 euro) di Ilario Alicante, pronto ad offrire se stesso oltre l’idea delle dirette social, in un luogo iconico come l’Albero della Vita di Expo, cuore del nuovo distretto internazionale dell’innovazione e totalmente proiettato al futuro.

Per usare le parole scritte da lui stesso sui social: “Spinto da queste riflessioni, in una delle tante notti insonni, ho prefigurato questo progetto, l’ho pensato con la testa ma ho agito seguendo il cuore”. Pensare con la testa ed agire con il cuore: ecco forse il nuovo mood che lascerà il segno, tra giovani e meno giovani, in una città enorme come Milano e non solo, per aiutarci ad affrontare questa seconda fase. E chi meglio dei più giovani può comprendere la portata rivoluzionaria di una “nuova partenza” e non una semplice “ripartenza”?

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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