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Day 8: De Palma superstar e Gassmann documentarista

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logogcSemplicemente, un mito. Brian De Palma è uno di quei pochi maestri del cinema che oggi potremmo definire tale. Perché non è stato e non è soltanto un Autore, un regista dal tocco inconfondibile che ha portato sulla schermo una sua poetica personale. De Palma ha rivoluzionato l’estetica cinematografica senza mai pensare solo a se stesso, ma al contrario tenendo sempre in considerazione il pubblico, l’evoluzione del suo gusto, il suo bisogno di spettacolo. I suoi film sono tanto capolavori quanto pellicole di culto, molte sequenze da lui girate sono rimaste indelebili sia per i più accaniti cinefili sia per lo spettatore medio, i suoi personaggi vengono tanto studiati all’università quanto “venerati” sui poster che campeggiano nelle stanze di giovani e meno giovani.

Elisa Sednaoui Venezia 2015Per questo il suo arrivo, ieri, alla Mostra di Venezia ha scatenato l’entusiasmo di tutti. Sbarcato al Lido per ricevere il premio Jaeger-LeCoultre “Glory to the Filmmaker”, consegnatogli in serata nella Sala Grande del festival, De Palma è stato accolto da una vera standing ovation, una di quelle accoglienze che solo i grandi meritano, ed è stato omaggiato dal documentario firmato dalla coppia di registi Noah Baumbach e Jake Paltrow. De Palma, questo il titolo del film. Un titolo tanto semplice quando il documentario stesso: il ritratto di un regista ottenuto solamente montando le sue parole con le scene dei suoi film. L’autore di Vestito per uccidere ripercorre così tutte le tappe della sua carriera, racconta aneddoti, spiega e rilegge i suoi (capo)lavori. E il risultato è una vera e propria lezione di cinema, entusiasmante e divertente.

A divertire il pubblico è stato anche un altro film, presentato in concorso, firmato da un regista che per idea di cinema si può accostare facilmente a De Palma. Ci riferiamo a 11 Minutes del polacco Jerzy Skolimowski, che ha letteralmente elettrizzato il pubblico della Mostra. Il film è un divertissement dalla regia perfetta, che tiene attaccati alla poltrona e ipnotizzati davanti alla schermo, e dietro la sua apparenza di giocoso esercizio di stile, cela una profonda critica alla società di oggi, bombardata dalla moltiplicazione di immagini. 11 Minutes racconta appunto gli undici minuti di vita di un gruppo di persone a Varsavia, una serie di storie che vanno ad incrociarsi nel caos dell’esistenza contemporanea. “Questo film è una risposta agli action movie hollywoodiani – ha dichiarato il conferenza il regista ultrasettantenne – mi sono divertito molto a realizzarlo, anche se non è stato semplice scrivere la sceneggiatura”. Una sceneggiatura ad orologeria messa in scena sullo schermo con mestiere e originalità. Qualità queste che fanno di Skolimowski e del suo film uno dei candidati per la vittoria finale.

L’autore polacco, per quanto presentato sinora al festival, se la vedrà sicuramente con Amos Gitai, Charlie Kaufman e il russo Sokurov, ma anche con il film Heart of a Dog, anch’esso passato nella giornata di ieri. La pellicola di Laurie Anderson è un film-saggio dalla cifra sperimentale, un flusso di coscienza in immagini (e parole) che riflette sull’esistenza citando Wittgenstein e trattando tematiche come il problema della sicurezza negli Stati Uniti. Un film dalla difficile fruizione, ma a suo modo affascinante e sorprendente.

Per un film ermetico e dai numerosi sottotesti, eccone invece un altro chiaro e diretto che vuole raccontarci una dura verità senza alcun tipo di filtro. Parliamo di Torn, primo documentario di Alessandro Gassmann, proiettato ieri sera al Cinema nel Giardino. L’attore e regista italiano firma un breve film sulla tragedia di cui sono vittime gli artisti siriani, costretti ad emigrare in altri paesi per sopravvivere (e per potersi esprimere liberamente). Un documento necessario, toccante e dall’importante valenza pedagogica, che speriamo possa esser visto da molti.

Di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

Photo Credit: Federica De Masi per DailyMood.it

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Juliet, Naked: il libro di Nick Hornby diventa un film con Ethan Hawke

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Avevamo viaggiato dall’America a Minneapolis per visitare dei gabinetti”. Inizia così Tutta un’altra musica, il romanzo di Nick Hornby che arriva finalmente, come tutti i suoi libri, al cinema, con il titolo Juliet, Naked – Tutta un’altra musica, che è anche il titolo originale del libro. Il film inizia invece con un video di Duncan, professore universitario di cinema e fan di un misterioso artista, Tucker Crowe, che si rivolge all’appassionata community dei suoi fan. Sono poco più di duecento, ma sono ossessionati da Tucker: oltre vent’anni prima era scomparso nel nulla, nel bel mezzo di un concerto, proprio dopo essere andato in bagno in quel locale. E quel disco di culto, Juliet, nato dalla rottura con la donna di cui era innamorato, era rimasto il suo ultimo lavoro. Un po’ come un J.D. Salinger della musica indie, o come un Jeff Buckley senza quel finale tragico. Duncan vive con Annie da 15 anni. Non hanno figli. E lei è consapevole di aver vissuto tutto questo tempo con qualcuno che è innamorato di un altro uomo. Quell’uomo, ovviamente, è il fantomatico Tucker Crowe.

Juliet, Naked è uno di quei film che partono già con un grande vantaggio. Si chiama, ovviamente, Nick Hornby. Ogni libro dello scrittore di Alta fedeltà e Febbre a 90° è diventato un film, e la scrittura dell’autore inglese è perfetta per diventare cinema. È brillante, avvincente, pop, e riesce a cogliere negli esseri umani quelle piccole debolezze che fanno parte di ognuno di noi. Il che permette, se non di identificarci, di essere in qualche modo vicini ai protagonisti. Quelli di Hornby sono un po’ indolenti, un po’ stronzi, passionali e maniacali per alcune cose, distratti e poco impegnati per molte altre. Anche Duncan (Chris O’Dowd) è uno di questi. In più, per chi di noi è un fan di qualche band o qualche artista, riesce a ricordarci qualcosa di noi, quel pizzico di follia e ossessione che abbiamo nel rapportarci con il nostro idolo, e di vedere cose che solo noi vediamo. Nella curiosa storia di Juliet, Naked il tranquillo (noioso?) menage di Duncan ed Annie (Rose Byrne) viene sconvolto dall’arrivo di un demo. Si chiama Juliet, Naked (da qui il titolo del film) ed è la versione spogliata (solo voce e piano o chitarra) di quel mitico disco di vent’anni prima. Accade così che Duncan lo ascolti e lo recensisca sul suo blog. E che Annie, evidentemente esasperata, o solamente sincera, nei commenti scriva una recensione negativa del disco. E che venga contattata via e-mail da Tucker Crowe (Ethan Hawke) in persona, e che questo le dia ragione. Da lì è destinata a nascere una corrispondenza epistolare dagli esisti sorprendenti.

Abbiamo detto che un film tratto da un libro di Nick Hornby parte già in vantaggio. Però poi una pellicola ha il compito di tradurre in immagini tutto quello che abbiamo immaginato. Jesse Peretz prima di essere un regista è stato un musicista, ha suonato nei Lemonheads, una band che ha fatto parte di quella scena rock anni Novanta che qui viene evocata. E ha il pregio di aver costruito intorno a Tucker una sovrastruttura musicale, fatta di immagini e canzoni, che rende credibile la storia. Il suo team è riuscito anche a mettere in scena quella cittadina inglese sul mare (così diversa dalle metropoli che di solito frequenta il cinema) narrata da Hornby alla perfezione. E di aver dato un background a Tucker, mostrando la sua vita e la sua famiglia in America, mentre nel libro tutto è evocato solo dalle sue parole nelle e-mail. Ne viene fuori un film estremamente fedele al libro di Hornby, eppure anche nuovo, più movimentato, con grandi gag (vedi la ricerca delle batterie, o l’incontro in spiaggia tra Tucker e Duncan), con un’attenzione diversa al rapporto tra Tucker e i suoi figli, e un bilanciamento maggiore tra i tre protagonisti: nel libro tutto è più spostato verso Duncan, che è il personaggio in cui Hornby, chiaramente, si identifica.

I tre protagonisti ci appaiono leggermente diversi da come ce li eravamo immaginati. Duncan è più buffo, più comico di quello che traspare dalle pagine, e gran merito va all’espressività di Chris O’Dowd. Annie è più attraente, più giovane, più vitale. È un vero piacere vederla con le fattezze di Rose Byrne, bellezza dolce e garbata, attrice espressiva che è adorabile anche quando, come spesso accade qui, è acida. Quanto a Tucker Crowe: beh, è Ethan Hawke, e basterebbe dire questo. Più giovane, più affascinante del Crowe del libro, riesce a dare un’anima particolare al personaggio e, di fatto, a tutto il film. Per sua stessa ammissione, è come se il Troy di Giovani, carini e disoccupati, che cantava in una band, fosse scomparso per vent’anni e ricomparso in questo film. Con lui nel cast, anche la storia di Hornby trova una luce nuova.

Juliet, Naked è una storia di pieni e vuoti. Chi non ha figli e vorrebbe, come Annie, e chi ne ha troppi e non riesce ad avere un rapporto con loro, come Tucker. Chi ha una compagna, come Duncan, ma in fondo non è interessato alla sua vita, e chi, come Tucker, è solo ma con questa persona ha una sintonia particolare. Juliet, Naked è un film delizioso, stratificato, a più facce: potreste vederlo come una commedia romantica, ma quelle di Hornby non sono mai commedie romantiche, sono pezzi di vita in cui l’amore si mescola a molte altre cose. Potreste vederlo come un film sulla musica, e le passioni che scatena. Juliet, Naked è anche questo. E ci dice che i nostri miti invecchiano e cambiano. E che loro stessi non si vedono assolutamente come li vediamo noi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Asbury Park: lotta, redenzione, rock and roll. Al cinema ci sono le radici di Bruce Springsteen

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In attesa del nuovo album di Bruce Springsteen, in uscita a giugno, e del disco del Boss con la E-Street Band, che arriverà il prossimo anno, prendetevi una serata per guardare indietro, e andare a vedere da dove è venuto il Boss. Solo il 22, 23 e 24 maggio, distribuito da Nexo Digital, arriva nei cinema Asbury Park: Lotta, Redenzione, Rock And Roll, il documentario di Tom Jones che racconta la città dove è nato tutto, da dove è partito il lungo viaggio di Bruce Springsteen, di Little Steven e della E-Street Band, e anche di personaggi come Southside Johnny.

Fondata nel 1871, e divisa in due parti, l’Eastside, la parte ricca, e il Westside, occupato soprattutto da italoamericani, afroamericani e irlandesi, Asbury Park è stata a lungo una rinomata stazione balneare, la famosa Jersey Shore, la spiaggia del New Jersey. Negli anni Cinquanta e Sessanta Asbury Park è una sorta di terra promessa, una soul kitchen, una cucina dove la musica scorrefluida, potente, appassionata, e dove i generi si mescolano. Come accade nei locali del Westside, come l’Orchid Lounge, che “era un club nero, ma se eri bianco e andavi là non avevi problemi”, come ricorda Bruce Springsteen.Il Rock And Roll di fine anni Cinquanta aveva portato la cultura afroamericana nel mainstream” racconta ancora il Boss. E ad Asbury Park è così: la musica è l’unico collante tra il Westside e e L’Eastside. C’è musica ovunque. Tutti i grandi suonano ad Asbury Park: The Who. i Rolling Stones, B.B King, i Doors: a quei tempi, verso la fine degli anni Sessanta, la Convention Hall è come il Giants Stadium di New York che accoglie i Beatles.

VanZandt_Springsteen_Southside_ Premiere

E poi, ad Asbury Park, c’è un locale unico come l’Upstage, un posto dove le band, dopo i loro concerti, vanno a fare gli after hours: interminabili jam session alle due di notte. Tom e Margaret Potter, parrucchieri di giorno, di notte gestiscono il locale, e lei diventa una punk rocker, nella sua band Margaret and the Distractions. E ci sono Bruce Springsteen e Little Steven. Qui li vedrete, in foto d’epoca, come non li avete mai visti: i capelli lunghi e ricci, la faccia pulita e imberbe, il torso nudo. E ancora Southside Johnny Lyon e David Sancious. Ad Asbury Park, sul palco dell’Upstage, potevi suonare qualunque cosa volevi. Potevi suonare la tua musica e non solo i successi della Top 40 americana. In quegli anni Asbury Park è il miglior posto per un musicista. È la Liverpool d’America.

E Bruce Springsteen è quello che più di altri comincia ad avere il suo stile, a insistere per suonare le sue cose. Scrive le sue canzoni nel retro di un salone di bellezza. Scrive canzoni sui personaggi, reali o immaginari, delle strade di Asbury Park. E poi trova quella cartolina, con la scritta “Greetings From Asbury Park NJ” che gli fa dire “questo sono io, questa è il posto da dove vengo”. Diventerà la copertina del suo primo album.

Ma tutto cambia nell’estate del 1970, quando Asbury Park viene travolta dalle rivolte razziali. Il 4 luglio 1970, all’improvviso un’ondata di violenza invade la città: i negozi vanno a fuoco, ci sono ei morti, tanti arrestati. I racconti parlano di un’enorme nuvola di fumo, come se il cielo all’improvviso fosse diventato completamente nero. Il 76% degli esercizi commerciali di Asbury Park vengono danneggiati. La maggior parte non riaprirà più. Questi fatti paralizzeranno la città per i successivi 45 anni, trascinandola sull’orlo del baratro e riducendola in uno stato di totale degrado urbano. La rivolta distrugge la leggendaria scena jazz e blues del Westside. Ma dalle ceneri della città in fiamme, emerge l’iconico suono del Jersey. Il Jersey Sound è unico, non è né bianco né nero, è semplicemente il Jersey Sound.

Oggi Asbury Park è rinata ed è proprio la musica ad averla strappata alla morte. Non poteva essere altrimenti. La città è tornata ad essere aperta, creativa. I musicisti sono tornati in città, i gay hanno trovato un posto ideale per vivere, e hanno portato ulteriore creatività. E in città brillano i Lakehouse Studios, una fucina per ragazzi che amano la musica, persone di tutte le etnie e di tutte le estrazioni sociali che suonano insieme. Questi ragazzi, il Junior Prog, hanno una band. E sono stati invitati a suonare al leggendario concerto sold out al Paramount Theatre, con Little Steven, Southside Johnny, Bruce Springsteen e le Upstage All-Stars, tutti insieme sullo stesso palco. “Go Johnny Go”, cantano, da Johnny B. Goode di Chuck Berry, e sembra un incitamento alle nuove generazioni. Chissà, tra loro potrebbe esserci un nuovo Boss.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Rocketman: la vita di Elton John, musical e tragedia

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Elton John appare in un corridoio in abito di scena: un’attillata tuta arancione, lustrini, paillettes, ali e un copricapo con un paio di corna a cingere la testa. Ci aspettiamo che apra una porta e salga su un palcoscenico. Invece l’uscio che apre dà su una stanza spoglia, con una serie di persone sedute in cerchio: è un incontro degli alcolisti anonimi. Inizia così Rocketman, il film di Dexter Fletcher dedicato a Elton John, in uscita il 29 maggio, dopo essere passato fuori concorso al Festival di Cannes. “Il mio nome è Elton Hercules John, e sono un alcolista. E un cocainomane. E un sessuomane”. E la lista va avanti, mettendo subito in chiaro una cosa: Rocketman non sarà un’agiografia, un “santino”. Vedremo un Elton John che mette a nudo tutte le sue debolezze. Dal momento in cui gli chiedono quale sia stata la sua infanzia, e veniamo catapultati nell’Inghilterra degli anni Cinquanta in una sequenza coreografata sulle note di The Bitch Is Back, capiamo subito che cos’è Rocketman: una lunga seduta di autoanalisi in forma di musical.

Taron Egerton as Elton John in Rocketman from Paramount Pictures.

Rocketman, che è diretto da Dexter Fletcher, cioè il regista che, una volta licenziato Bryan Singer, ha concluso le riprese di Bohemian Rhapsody (oltre ad averlo prodotto), ha scelto una via, almeno in apparenza, opposta a quella del film sui Queen. Non fa una ricostruzione accurata degli eventi, con alcuni momenti riprodotti in maniera maniacale ma anche alcune libertà narrative, com’era Bohemian Rhapsody, ma un’opera rock immaginaria e immaginifica e che provi a ricreare e omaggiare l’arte di Elton John, oltre a raccontarne la vita. Le grandi canzoni della popstar inglese non servono necessariamente a scandire il tempo e la sua carriera, ma fanno da contrappunto alla sua vita, ai suoi amori, ai suoi drammi, legandosi al racconto secondo una sorta di affinità elettiva. E spesso servono da ellissi narrative, nel senso che permettono di passare da un momento all’altro della sua vita con ritmo e fantasia. Così Saturday Night’s Allright For Fighting, con il suo racconto di serate di scazzottate nei pub, serve a raccontarci gli ambienti delle prime esibizioni dell’artista e il suo passaggio da bambino ad adolescente. Tiny Dancer, canzone che Bernie Taupin – il paroliere di Elton – scrisse per la sua prima moglie (e che è già nella storia del cinema grazie a una sequenza cult in Quasi famosi di Cameron Crowe), fa da cornice ad una festa a Los Angeles in cui entrambi si innamorano. Per la popstar inglese sarà il manager John Reid, con cui instaurerà per anni una storia d’amore crudele e tormentata. E Rocketman è al centro di quella che forse è la sequenza più memorabile e immaginifica del film: quella di un tentato suicidio, che inizia sul fondo di una piscina per poi arrivare a una storica esibizione di Elton John allo stadio dei Dodgers, in tenuta da giocatore da baseball. Crocodile Rock,

invece, fissa il momento in cui Elton era solito lanciare le sue gambe in aria, all’indietro, mentre suonava il piano: la sequenza, nel film, diventa un momento in cui la musica fa letteralmente volare lui è l’audience, sospendendoli nell’aria.

Così lontano da Bohemian Rhapsody, Rocketman è incredibilmente anche così vicino al film sui Queen. Perché, pur percorrendo altre strade, fissa la storia di Elton John, che certamente si presta a questo, nel medesimo canovaccio in cui aveva fissato quella di Freddie Mercury: gli inizi, l’esplosione, una sessualità prima non compresa appieno e poi nascosta, l’uscita dalla famiglia e il ritorno, le dipendenze, il manager traditore, la rottura del sodalizio artistico (lì si paventava uno scioglimento della band, qui è il saluto, temporaneo, al coautore Bernie Taupin), la caduta e la risalita. Il momento “Live Aid” di Rocketman è una famosa canzone degli anni Ottanta, quella I’m Still Standing (io sono ancora in piedi) che segna la sua rinascita, e qui viene riproposta “filologicamente”, ne

Taron Egerton as Elton John in Rocketman from Paramount Pictures.

l senso che vediamo il vero videoclip degli anni Ottanta, con un identico Taron Egerton al posto dell’Elton originale.

Taron Egerton è una delle grandi sorprese del film. Perché ha avuto carta bianca da Elton John (conosciuto, prima che per questo film, sul set di Kingsman: Il cerchio d’oro) per fare la propria versione del personaggio. Così Egerton interpreta, e non copiare pedissequamente, l’artista inglese. Egerton, che canta veramente le canzoni di Elton John (a differenza di Rami Malek che non cantava quelle di Freddie Mercury, missione che sarebbe stata impossibile), somiglia a Elton senza somigliargli completamente, evoca e non riproduce, ma ha una presenza scenica così forte da essere assolutamente credibile, e non farci dubitare mai, nemmeno per un attimo, di stare assistendo alla vita di Elton John. E alla sua arte. Se la cosa più difficile, per un film di questo tipo, è viaggiare nel momento creativo di un artista, Rocketman ci riesce a tratti. Ed è curioso vedere come lavorasse la coppia creativa Elton John Bernie Taupin (lo interpreta Jamie Bell, che tutti ricordiamo come Billy Elliot: se Lennon e McCartney, almeno all’inizio scrivevano (e firmavano) insieme le canzoni (in seguito le avrebbero completate spesso da soli), Taupin e John scrivevano separatamente: il primo le parole, che poi dava al secondo, spesso per posta, che le metteva in musica.

Così Rocketman si muove nel solco di alcuni grandi film dedicati a star del rock, come Velvet Goldmine e Io non sono qui, non a caso due film di Todd Haynes, dedicati a David Bowie (senza nominarlo mai) e Bob Dylan. Due film che, com’è nelle intenzioni di Fletcher, evocano, immaginano, costruiscono un mondo attorno alle opere e alla vita di due grandi artisti. Perché, con il loro look, le loro canzoni, i loro show, questi artisti hanno fatto proprio questo: hanno costruito un mondo, un immaginario, una cultura dove migliaia di persone si sono potute riconoscere e immergere. A Rocketman, pur nella sua magniloquenza, e anche sincerità (sulla sessualità e le dipendenze è molto più diretto di Bohemian Rhapsody), manca forse quell’ultima, ulteriore scintilla di follia, malattia, irregolarità che ha fatto dei film di cui sopra (ci mettiamo anche The Doors e Control su Ian Curtis e i Joy Division) non solo dei film memorabili, ma anche perfettamente in sintonia con gli artisti che raccontavano. Rocketman è vicino a loro, ma anche a Across The Universe, film in forma di musical che metteva in scena con grande talento visionario il mondo dei Beatles.

Cosa resterà allora di Elton John? Una storia che in fondo è quella del clown, dell’attore buffo sgargiante e sorridente ma con le lacrime dentro. Una vita che è stata un musical fuori, ma una tragedia, o un mélo, dentro. Abbiamo capito che quell’affastellare cappelli e costumi, lustrini e piume di struzzo, zeppe e occhiali delle forme più incredibili altro non era che un accumulo di cose per riempire un vuoto interiore, quel non sentirsi mai amato. Fabrizio De Andrè scriveva “è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”, ed è un’immagine bellissima. Elton John potrebbe dire che dove finiscono le sue dita inizia il piano. Perché è sempre stato così facile, immediato per lui poggiare le mani su quei tasti, con i quali erano un tutt’uno, e far fluire melodie. Così com’era facile leggere le parole e trasformarle, con estrema naturalezza, in musica.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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