Serie TV
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette: un sogno d’amore nella New York di Calvin Klein e MTV
Questa storia inizia con un volo, con quel tragico viaggio in aereo che ha segnato la vicenda di due persone che nella vita avevano tutto, ma così tanto, che la fortuna sembra aver quasi voluto compensare la cosa, voltando loro le spalle all’improvviso. È Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, la serie FX che esplora l’innegabile alchimia, il corteggiamento lampo e il matrimonio sotto i riflettori di una delle coppie più iconiche del XX secolo, John F. Kennedy Jr. (Paul Anthony Kelly) e Carolyn Bessette (Sarah Pidgeon). È il primo capitolo dell’antologia Love Story di Ryan Murphy, ispirata al libro di Elizabeth Beller Once Upon a Time: The Captivating Life of Carolyn Bessette-Kennedy. Composta da nove episodi, la serie debutta su Disney+ con i primi tre, seguiti da nuovi episodi ogni settimana.
È stata una storia d’amore che ha catturato l’attenzione della nazione: John F. Kennedy Jr. (Paul Anthony Kelly) era la figura più vicina alla regalità americana. Il Paese lo ha visto trasformarsi da ragazzo a scapolo amato e celebrità mediatica. Carolyn Bessette (Sarah Pidgeon) era una star a pieno titolo. Fieramente indipendente e con uno stile singolare, era passata da commessa a dirigente presso Calvin Klein, diventando una fidata confidente dell’omonimo fondatore. Il legame tra John e Carolyn fu immediato, elettrizzante e innegabile. Man mano che la loro storia d’amore prendeva forma sotto gli occhi dell’intera nazione, la fama crescente e la conseguente attenzione dei media minacciavano di separarli.
Fin da subito, e in questo sta la bellezza della serie, Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette ci trasporta in un’atmosfera unica e inconfondibile, quella della New York dei primi anni Novanta. Carolyn si alza, si veste ed esce da un appartamento che sembra quello di Carrie Bradshaw in Sex And The City. John F. Kennedy arriva al centro di New York in bicicletta per andare in palestra. E, prima di conoscere Carolyn, ha una relazione con una certa Daryl Hannah. La ricostruzione del tempo e del luogo in cui si svolge la storia è perfetta. La bravura di Ryan Murphy è tale che l’immersione in quell’era è totale. Paradossalmente nella serie potrebbe anche non succedere niente – e di cose ne succedono parecchie – e sarebbe comunque bellissimo rivivere quell’era e quella New York, dall’Upper East Side al West Village.
È una serie storica – sono passati trent’anni – ma è ambientata in un tempo non troppo lontano da far svanire i ricordi. E le prime immagini della love story tra John e Carolyn li ricordiamo tutti, per quanto i due erano presenti su tutti i giornali. Ricordiamo soprattutto lei, presentata all’unanimità come un’assoluta icona di stile. E questo aspetto è fondamentale nella serie. Carolyn Bessette aveva uno stile unico. I suoi abiti erano semplici, lineari, senza fronzoli. Per la maggior parte, molto attillati. Guardate, nel primo episodio, il suo arrivo al lavoro: indossa dei pantaloni neri stretti e un po’ corti alla caviglia, un maglione nero a collo alto, tutto aderente e total black. In una scena successiva è vestita con una semplice camicetta bianca con le maniche a tre quarti e una gonna nera attillata appena sopra al ginocchio. Ai piedi, quasi sempre dei mocassini. La Carolyn che questa serie mette in scena è una donna indipendente, libera. Non esita a cercare il piacere con relazioni occasionali. E, nella relazione con un uomo più potente, più ricco, più celebre, non è mai in una posizione di inferiorità, ma sempre in una posizione di forza. Anche sul lavoro è volitiva e decisa: passa dall’essere una semplice commessa nello store di Calvin Klein a diventare una manager importante per la casa di moda.
E poi c’è lui, John. Quando lo vediamo arrivare, in bicicletta, è vestito con un elegante abito blu, una camicia bianca e una vistosa cravatta. Ma poi in testa ha un basco e sulle spalle uno zaino sportivo. Elegantissimo in alcuni momenti, con quelle giacche e i pantaloni oversize che andavano nei primi anni Novanta (quasi un gioco degli opposti con il look di Carolyn), in altri è completamente a suo agio in abiti sportivi, felpe ampie e pantaloni corti. In lui c’è un gioco di contrasti, e non solo nel look. John è sicuro di sé nella vita privata, nei rapporti sociali, nelle relazioni di tutti i giorni. Lo è di meno nella vita pubblica: porta un cognome pesantissimo, che richiede già di essere un vincente, di avere una strada tracciata. Ma quella strada, la sua, non l’ha ancora trovata. È il “sexiest man alive” della rivista People, può avere tutto. Ma non sa ancora cosa vuole.
La scelta di casting è molto precisa. Sono stati infatti ingaggiati due attori molto somiglianti agli originali, due nomi poco noti, e non grandi attori già affermati. In questo senso si perde forse qualcosa in fatto di interpretazioni più istrioniche, ma si guadagna molto nell’identificazione tra attore e personaggio. Paul Anthony Kelly e Sarah Pidgeon sono perfetti e funzionali alla storia. Hai sempre l’impressione di guardare i veri John e Carolyn e non due attori che li impersonano. Nel cast ci sono anche una non immediatamente riconoscibile Naomi Watts, nel ruolo “pesante” di Jackie Kennedy Onassis, e Alessandro Nivola in quelli di Calvin Klein.
L’incontro tra John e Carolyn è da antologia. Lei è “imbucata” ad una festa di beneficienza e incontra lui. Dopo un’occhiataccia della sua superiore, deve fuggire dal ballo, proprio come Cenerentola (uno schema che torna continuamente, pensate all’ultima stagione di Bridgerton). Ma è fantastico uno scambio di battute. Lui le fa i complimenti per il vestito. “Grazie” risponde Calvin Klein, che quel vestito lo ha disegnato. È una scelta di sceneggiatura, perché a quanto pare i due si sono conosciuti correndo a Central Park.
A proposito di Calvin Klein, nella serie è affascinante anche il viaggio nel mondo della moda di quegli anni. Così assistiamo a una consultazione tra lo stilista e Carolyn per la scelta del nuovo testimonial del marchio, che cade su una Kate Moss ancora sconosciuta, ma in grado di lasciare il segno. E sentiamo parlare di Marky Mark & The Funky Bunch, che all’epoca era il nome di Mark Wahlberg, testimonial di una famosissima campagna di underwear per Calvin Klein che pare avesse oscurato la sua carriera musicale.
La forza della serie è proprio nella contaminazione dei mondi. Quello della moda, della musica e del cinema si mescolano, proprio come avveniva in quegli anni. E la serie è piena, pienissima di musica, tanto che sembra di ascoltare una top 40 dei primi anni Novanta. Solo per citare alcune grandi canzoni, ascoltiamo Duran Duran (Come Undone), Talk Talk (Life’s What You Make It), Peter Gabriel (Blood Of Eden), Kate Bush (This Woman’s Work), Lenny Kravitz (It Ain’t Over ‘til It’s Over), Bjork (Human Behaviour), Sophie B. Hawkins (Damn, I Wish I Was Your Lover) e The Breeders (Cannonball). Assistere a Love Story è come vivere – come del resto facevamo tutti negli anni Novanta – con MTV continuamente accesa durante la giornata e ascoltare, una dopo l’altra, le canzoni di quel periodo. È una scelta perfettamente coerente. John e Carolyn vivevano in un mondo mediatico, in un loro particolare e personalissimo show business. Come vi abbiamo detto, in quegli anni stilisti, attori, modelle e musicisti si conoscevano, si influenzavano a vicenda, e si innamoravano. Il mondo di Calvin Klein era quello di MTV, le star della musica e del cinema erano i suoi testimonial. E John F. Kennedy, che a un certo punto dice “voglio che la politica incontri il pop” in quel mondo ci stava a pieno titolo.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette è l’ennesima serie creata da Ryan Murphy (Feud, Hollywood, Ratched), ormai vero e proprio plenipotenziario della serialità. Ed è il suo altro lato. Se American Horror Story e la recente The Beauty sono l’incubo, questo è il sogno. Sembra banale dirlo, ma Love Story è proprio un sogno d’amore, una favola. È la ragazza che incontra il principe azzurro. Anche se, come detto, i ruoli si ribaltano. Ma sono il tono, la grana, il colore ad essere completamente diversi da altre opere di Murphy. Lontano dall’eccesso e dallo splatter di certi racconti, qui tutto è avvolto da una luce bianca, tutto è ovattato, quasi dorato. Sì, siamo davvero in un sogno.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette — Pictured: (l-r) Sarah Pidgeon as Carolyn Bessette Kennedy, Paul Kelly as John F. Kennedy Jr. CR: Kurt Iswarienko/FX
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- Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette — Pictured: (l-r) Paul Kelly as John F. Kennedy Jr., Sarah Pidgeon as Carolyn Bessette Kennedy. CR: FX
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- Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette — Pictured: (l-r) Sarah Pidgeon as Carolyn Bessette Kennedy, Paul Kelly as John F. Kennedy Jr. CR: FX
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Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta
Published
1 giorno agoon
9 Ottobre 2026
Max Pezzali e Mauro Repetto stanno per girare un video, il loro primo, vero, videoclip. Sono in una sorta di hangar e Claudio Cecchetto ha chiamato un regista di grido e una dozzina di modelle tra le più affascinanti sulla scena. Per vestire i nostri eroi ha chiamato lo stilista dei Take That. I due sono vestiti con canotte di rete o di velo nero, trasparenti, hanno delle catene al collo, dei pantaloni larghi. È uno dei grandi momenti – ma ce ne sono tantissimi – di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, seconda stagione della serie di successo Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883, su Sky e NOW dal 9 ottobre con i primi due episodi e poi con un episodio alla settimana. Come è andata con quel video e quegli abiti? Max e Mauro hanno deciso di fare di testa loro. Sono andati dal loro negoziante di fiducia a Pavia e hanno scelto i loro costumi di scena. Un chiodo e una giacca più lunga, entrambi di pelle nera, portati sopra un t-shirt scura e una camicia bianca. Anche il regista, poi, avrebbe cambiato idea: nel video si sarebbero visti più loro e meno le modelle. Parliamo del video di Sei un mito. Ed è un modo per dire che, ancora più della prima, la seconda stagione della serie è un viaggio immersivo negli anni Novanta. Gli anni in cui c’erano i dischi in vinile e le cassettine, c’erano i programmi tivù e radio che allora, per noi, che non avevamo smartphone e social, erano molto più importanti di quanto lo sono oggi. Erano gli anni del Festivalbar, del Karaoke di Fiorello, di Radio Deejay e Claudio Cecchetto che non solo mandava in onda i dischi di successo, ma li produceva. Nord Sud Ovest Est è tutto questo. È tanta musica. Le canzoni degli 883, da Come mai a Rotta per casa di Dio. E tutta la musica di quegli anni e di quelli precedenti: Iggy Pop, Simple Minds, Duran Duran, Radiohead, INXS, Smashing Pumpkins. E poi tutta quella dance commerciale che allora ci faceva ballare.
Erano anni semplici, gli anni Novanta. Tutti noi, come Max e Mauro (Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli), guardavamo all’America e all’Inghilterra come modelli di ispirazione come oggi i ragazzi guardano alla Corea e a Giappone, perché quei mondi ormai li danno per scontati. Ci si vestiva in modo semplice eppure efficace. I chiodi e le giacche di pelle nera, portate sui jeans e una camicia bianca o rossa, per Max. Una camicia celeste o gialla, portata aperta sopra una t shirt bianca, e pronta a svolazzare durante i suoi balli, per Mauro. Ma anche semplici camicie di denim, chiaro o nero, o un gilet di pelle da portare sopra una camicia bianca. Le giacche ampie e colorate, portate sopra pantaloni e maglie nere di Fiorello, con gli immancabili capelli lunghi raccolti in una coda, come li avrebbero poi portati in quegli anni tanti ragazzi. Ma anche le ragazze vestivano in modo semplice. La nostra amata Silvia (Ludovica Barbarito) è spesso in jeans e maglietta. O con uno di quei leggeri vestiti scollati con sotto una t-shirt bianca, come suggeriva la moda americana del grunge e come li portavano le ragazze di Beverly Hills 90210. Eravamo molto semplici. Ma eravamo belli così.
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 inizia dove finiva Hanno ucciso l’uomo ragno. Con una musicassetta che suona un provino di Max. Quel provino, che Max ha intitolato e scritto a penna sulla cassetta con il titolo “Canzone per Silvia”, è Come mai, uno dei più grandi successi del duo. Mauro, però, lo ferma e chiede. “Max, ma io, questa, come la ballo?”. Max, a quel punto, sfonda la quarta parete e si rivolge a noi che lo stiamo guardando. “Tanto lo avrete capito. Questo potrebbe essere l’inizio della fine degli 883”.
La seconda stagione della leggendaria storia degli 883 sta alla prima come il secondo album, Nord Sud Ovest Est, sta al primo, Hanno ucciso l’Uomo Ragno. È più matura, più a fuoco, più universale. Ed espande l’immaginario degli 883. La seconda stagione non è solo la storia di due amici, ma quella di un mondo, una Pavia mitologica con vista su Milano e sullo star system, e uno sguardo ancora più in là, verso il sogno dell’America. Ma Nord Sud Ovest Est non è solo la storia di un sogno. È anche quella del suo rovescio, dei dubbi che assalgono chi ha raggiunto la vetta. Nord Sud Ovest Est, intesa come la canzone ma anche la serie, è la storia di una grande crisi d’identità, di qualcuno che “si è perso nella notte”. In quel “questa io come la ballo?”, in fondo, c’è un’altra domanda, che tutti prima o poi ci siamo posti nella vita: “io chi sono?” “Qual è il mio posto nel mondo?”. A chiederselo è Mauro, ma la domanda se la pongono entrami gli 883. Chi siamo? La risposta è: “non lo so”. E sono queste parole ad entrare nel testo di Nord Sud Ovest Est. E solo adesso capiamo che quell’allegra canzoncina in stile mariachi nascondeva tanta malinconia e disorientamento, perché “forse quel che cerco neanche c’è”.
Nord Sud Ovest Est ci fa vivere da vicino la storia di Sei un mito, quella dei “tappetini nuovi, Arbre Magique”, che era più prosaica di quello che pensavamo. Ci fa capire che la festa di Rotta per casa di Dio era anche piuttosto importante, e il viaggio è stato anche più avventuroso di quello che dice la canzone. Ci fa vivere la ricerca dei “pezzi della maturità”, che i nostri troveranno decidendosi a pubblicare Come mai. Anche se è un lento. Anche se Mauro non la potrà ballare. Anche se, probabilmente, questa cosa lo porterà lontano da Max e dagli 883.
Già, Mauro Repetto, quello che a lungo per noi è stato un mistero. Quello che, ingiustamente, era stato definito “il ballerino degli 883”. Ma che, come abbiamo imparato guardando le due stagioni della serie, era il motore, l’entusiasmo degli 883, oltre che il coautore delle canzoni. Ecco, Nord Sud Ovest Est diventa ancora più intensa quando prova a entrare in quel mistero, a raccontarci tutto quello che è successo da quando i due hanno vinto il Festivalbar e il Festival Italiano con Come mai fino a quando gi 883 sono ricomparsi con Tieni il tempo, ma c’era solo Max con un’altra band. L’uscita di scena di Mauro è avvenuta lontano dalla ribalta, e il finale di questa serie prova a raccontarla. Ed è un momento folle, romantico, dolceamaro. Una delle scene più belle è quella in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Mauro mentre Max canta Gli anni, che ha scritto da solo. È il segnale che Mauro ha assolto il suo compito, proteggere il suo amico. Max, ora, può farcela da solo. E Mauro è pronto per un nuovo ruolo, per una nuova avventura. Sydney Sibilia l’ha fatto di nuovo, ci ha raccontato ancora un’incredibile avventura, una leggendaria storia. Nord Sud Ovest Est è un’altra delle sue storie d’amicizia e di nostalgia, di sogni e di follia, un’irriverente e romantica storia di punk, di pirati e di cowboy. E, come ci insegna Max Pezzali, i cowboy non mollano mai.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Dark Matter: Taron Edgerton e Jennifer Connelly dentro a oscure materie. È la serie dell’anno?
Published
1 settimana agoon
1 Ottobre 2026
Che cosa accadrebbe se la polizia vi fermasse e vi chiedesse spiegazioni sul fatto che sono stati trovati tredici cadaveri con il vostro volto e il vostro stesso Dna? Sarebbe difficile da spiegare. È così che inizia la stagione 2 di Dark Matter, su Apple Tv con episodi settimanali. È una serie di cui si parla poco, nel mare magnum dello streaming di oggi, forse perché è su Apple Tv, un servizio che hanno in pochi, forse perché non è una novità ma è alla seconda stagione. Ecco, Dark Matter è una delle serie (e non è l’unica) che vale già da sola l’abbonamento. È una delle migliori serie degli ultimi anni. È una serie che si avvicina molto a Lost e Westworld. Il senso del mistero, il coinvolgimento allo stesso tempo intellettuale ed emotivo, la spinta a continuare la visione e a volerne sempre di più sono le stesse. Come è lo stesso il livello di qualità, cinema trasportato nella serialità.
Ma torniamo un attimo indietro, alla prima stagione, per spiegarvi di cosa si tratta. Dark Matters è la storia di un uomo che si trova in una versione alternativa della sua vita. E non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Secondo una teoria della fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volta infinite vite parallele, infiniti mondi. Se non fossero teorici ma reali e qualcuno trovasse il modo per muoversi tra questi mondi, ecco che succederebbe quello che vediamo qui. Al centro della storia c’è una scatola, un cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik.
Avevamo lasciato Jason, il nostro protagonista, arrivato finalmente nel suo mondo, accanto alla moglie e al figlio. A casa sua, in un porto sicuro. Il problema è che, nel suo mondo, si muove anche Jason 2, arrivato da un altro mondo, anche lui innamorato di sua moglie al punto da volersi prendere la sua vita. Lei, una sera, quando Jason 2 si presenta e si fa insistente, gli spara. Quando la polizia li scopre, Jason e la sua famiglia non hanno scelta. Scappare, entrare nel cubo, pensare positivo e trovare un nuovo mondo. Se non un mondo perfetto, quello migliore dove vivere una vita tranquilla. Sembrano trovarlo. Ma, come sappiamo, fino a che il cubo resta aperto e attivo può succedere di tutto.
Dark Matter è una serie incredibilmente magnetica, misteriosa, oscura. È un racconto che vive di una tensione palpabile e costante, di un senso di incertezza e pericolo che si percepisce a ogni sequenza. In questa seconda stagione lo schema è quello di Alfred Hitchcock e degli innocenti in fuga di tanti suoi film. Ma, man mano che la visione prosegue, in Dark Matter pensiamo sempre più a Steven Spielberg. In questa storia c’è la sua gestione della tensione e del mistero, la capacità di tenere lo spettatore sulla corda, ma anche la sua proverbiale attenzione all’umano. Una delle chiavi che rende appassionante questa storia sono i due protagonisti principali, Taron Edgerton e Jennifer Connelly, attraenti e carismatici, ma anche molto affiatati tra di loro. L’empatia con i personaggi è immediata ed è questo che ci tira dentro alla storia.
In questa seconda stagione ci sono poi degli spunti interessanti. Dark Matter sembra voler rispondere a quella suggestione a cui pensiamo in tanti e sempre più spesso. Cioè a come sarebbe davvero un mondo senza internet e senza connessione. In uno dei mondi possibili, infatti, l’uomo non è andato sulla Luna e questo ha fermato tutta un’idea di progresso. È romantico vedere i ragazzi ascoltare dischi e vedere i film in vhs, andare sullo skateboard e duplicarsi la musica. Anche se in questo mondo non si conoscono i Nirvana. Questo mondo, ve lo diciamo, ci piace molto. E piace anche ai protagonisti Ma, in quella che tutti gli effetti un’Odissea, è Itaca, l’approdo finale, la casa, o è solo un’isola in un continuo errare? Lo scopriremo solo vivendo.
Ma in questa seconda stagione Dark Matter diventa sempre più anche una riflessione sulla scienza, e sui confini e i limiti che deve avere l’iniziativa dell’uomo. Lo scienziato deve solo scoprire, innovare, o deve porsi delle domande sull’uso e gli effetti che potrebbe avere la propria scoperta? La risposta che si dicono i personaggi, in un flashback, è che se una cosa può essere fatta, va fatta. L’uomo non si deve fermare.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Brothers: Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono Fratelli? Su Apple TV
Published
2 settimane agoon
23 Settembre 2026
Uno è da anni uno dei “bellissimi” di Hollywood. L’altro è considerato un duro, un’affascinante canaglia. Sono due modi diversi di essere attraenti. Eppure, se li vedete uno vicino all’altro nelle loro foto da bambini e da ragazzi, Matthew McConaughey e Woody Harrelson si somigliano parecchio. Non è solo un fatto di tratti somatici. È proprio un modo di porsi, di sorridere, di guardare. E se fossero fratelli? È da questo spunto, e da quello che a quanto pare è uno dei rumour più affascinanti di Hollywood, che nasce Brothers, la nuova serie comedy dal 23 settembre su Apple TV. La serie segue McConaughey e Harrelson, che interpretano versioni romanzate di sé stessi, nel momento in cui la cui amicizia viene sconvolta quando scoprono un segreto custodito da decenni: potrebbero essere davvero fratelli.
Dopo che il matrimonio della figlia di Woody va in pezzi, l’attore decide di caricare tutta la famiglia e trasferirsi temporaneamente ad Austin, per trascorrere un lungo periodo nel ranch di Matthew. Quella che inizialmente sembra una vacanza rigenerante prende però una piega inaspettata quando Ma Mac, la madre di Matthew (Holland Taylor), lascia accidentalmente trapelare un segreto sepolto da anni: i due amici potrebbero essere in realtà fratelli.
L’autofiction è sempre interessante. È quel tipo di racconto in cui un personaggio famoso mette in scena se stesso, mettendoci il proprio nome, il proprio carattere, la propria personalità. Quel personaggio non è proprio lui, è “scritto”, è costruito ad arte. Ma è chiaro che porta sullo schermo qualcosa di sé, qualcosa di vero. Un esempio che abbiamo visto di recente è la serie tv Vita da Carlo, con Verdone che recitava in una versione verosimile di se stesso. Anche qui i due attori americani fanno qualcosa di simile: mettono in scena se stessi, esagerando pregi e difetti, vizi e virtù.
L’ultima volta che li avevamo visti insieme erano in una storia dalle tinte completamente diverse. Era la prima stagione di True Detective, serie capolavoro, che li vedeva insieme sfiancati, devastati dal peso del loro lavoro, dai loro fantasmi, da una vita che con loro era stata molto dura. Qui il clima è completamente diverso, solare, divertito e divertente.
Il fatto che, in Brothers, si mescoli realtà e finzione, fa sì che la serie abbia un tono particolarissimo, così come il ritmo. Non sono quelli che troveremmo in un film, ma neanche in una serie convenzionale. È un tono sospeso, giocoso, con i personaggi principali, e i loro attori, liberi di esprimersi, con una recitazione naturale e non effettata. I due ironizzano su alcuni lati del loro carattere e, in fondo, del maschio medio americano di mezza età. E così vediamo le bevute, il rodeo, le battute di caccia. Alla storyline principale, quella dell’amicizia e del segreto che unisce i due, ce n’è un’altra, che vede McConaughey in procinto di candidarsi a governatore. Brothers è la storia di un’amicizia virile, o una “bromance” come si direbbe oggi. Lo avremmo chiamato un buddy movie: per il suo formato la possiamo chiamare buddy serie. Ti amo poi ti odio poi ti amo poi ti odio poi ti amo, come diceva la famosa canzone. Tra i due funziona così.
Brothers parla di due uomini sui cinquant’anni, realizzati ma in qualche modo anche irrisolti. E anche dei rapporti con le loro famiglie, con le mogli e con i figli. Anche con le madri e con i padri, anche con chi non c’è più ma fa sentire la sua presenza. È una storia che gioca con le citazioni, come quella sulla serie Friday Night Lights, o come l’autocitazione in cui McConaughey rifà il famoso rituale che faceva in The Wolf Of Wall Street. Ha momenti molto particolari, come il funerale di un cervo, che è romantico e grottesco allo stesso tempo. Tutto raccontato in un fluire naturale, come la vita. D’altra parte, dobbiamo credere che qui Matthew McConaughey e Woody Harrelson siano davvero loro.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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