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Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette: un sogno d’amore nella New York di Calvin Klein e MTV

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Questa storia inizia con un volo, con quel tragico viaggio in aereo che ha segnato la vicenda di due persone che nella vita avevano tutto, ma così tanto, che la fortuna sembra aver quasi voluto compensare la cosa, voltando loro le spalle all’improvviso. È Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, la serie FX che esplora l’innegabile alchimia, il corteggiamento lampo e il matrimonio sotto i riflettori di una delle coppie più iconiche del XX secolo, John F. Kennedy Jr. (Paul Anthony Kelly) e Carolyn Bessette (Sarah Pidgeon). È il primo capitolo dell’antologia Love Story di Ryan Murphy, ispirata al libro di Elizabeth Beller Once Upon a Time: The Captivating Life of Carolyn Bessette-Kennedy. Composta da nove episodi, la serie debutta su Disney+ con i primi tre, seguiti da nuovi episodi ogni settimana.

È stata una storia d’amore che ha catturato l’attenzione della nazione: John F. Kennedy Jr. (Paul Anthony Kelly) era la figura più vicina alla regalità americana. Il Paese lo ha visto trasformarsi da ragazzo a scapolo amato e celebrità mediatica. Carolyn Bessette (Sarah Pidgeon) era una star a pieno titolo. Fieramente indipendente e con uno stile singolare, era passata da commessa a dirigente presso Calvin Klein, diventando una fidata confidente dell’omonimo fondatore. Il legame tra John e Carolyn fu immediato, elettrizzante e innegabile. Man mano che la loro storia d’amore prendeva forma sotto gli occhi dell’intera nazione, la fama crescente e la conseguente attenzione dei media minacciavano di separarli.

Fin da subito, e in questo sta la bellezza della serie, Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette ci trasporta in un’atmosfera unica e inconfondibile, quella della New York dei primi anni Novanta. Carolyn si alza, si veste ed esce da un appartamento che sembra quello di Carrie Bradshaw in Sex And The City. John F. Kennedy arriva al centro di New York in bicicletta per andare in palestra. E, prima di conoscere Carolyn, ha una relazione con una certa Daryl Hannah. La ricostruzione del tempo e del luogo in cui si svolge la storia è perfetta. La bravura di Ryan Murphy è tale che l’immersione in quell’era è totale. Paradossalmente nella serie potrebbe anche non succedere niente – e di cose ne succedono parecchie – e sarebbe comunque bellissimo rivivere quell’era e quella New York, dall’Upper East Side al West Village.

È una serie storica – sono passati trent’anni – ma è ambientata in un tempo non troppo lontano da far svanire i ricordi. E le prime immagini della love story tra John e Carolyn li ricordiamo tutti, per quanto i due erano presenti su tutti i giornali. Ricordiamo soprattutto lei, presentata all’unanimità come un’assoluta icona di stile. E questo aspetto è fondamentale nella serie. Carolyn Bessette aveva uno stile unico. I suoi abiti erano semplici, lineari, senza fronzoli. Per la maggior parte, molto attillati. Guardate, nel primo episodio, il suo arrivo al lavoro: indossa dei pantaloni neri stretti e un po’ corti alla caviglia, un maglione nero a collo alto, tutto aderente e total black. In una scena successiva è vestita con una semplice camicetta bianca con le maniche a tre quarti e una gonna nera attillata appena sopra al ginocchio. Ai piedi, quasi sempre dei mocassini. La Carolyn che questa serie mette in scena è una donna indipendente, libera. Non esita a cercare il piacere con relazioni occasionali. E, nella relazione con un uomo più potente, più ricco, più celebre, non è mai in una posizione di inferiorità, ma sempre in una posizione di forza. Anche sul lavoro è volitiva e decisa: passa dall’essere una semplice commessa nello store di Calvin Klein a diventare una manager importante per la casa di moda.

E poi c’è lui, John. Quando lo vediamo arrivare, in bicicletta, è vestito con un elegante abito blu, una camicia bianca e una vistosa cravatta. Ma poi in testa ha un basco e sulle spalle uno zaino sportivo. Elegantissimo in alcuni momenti, con quelle giacche e i pantaloni oversize che andavano nei primi anni Novanta (quasi un gioco degli opposti con il look di Carolyn), in altri è completamente a suo agio in abiti sportivi, felpe ampie e pantaloni corti. In lui c’è un gioco di contrasti, e non solo nel look. John è sicuro di sé nella vita privata, nei rapporti sociali, nelle relazioni di tutti i giorni. Lo è di meno nella vita pubblica: porta un cognome pesantissimo, che richiede già di essere un vincente, di avere una strada tracciata. Ma quella strada, la sua, non l’ha ancora trovata. È il “sexiest man alive” della rivista People, può avere tutto. Ma non sa ancora cosa vuole.

La scelta di casting è molto precisa. Sono stati infatti ingaggiati due attori molto somiglianti agli originali, due nomi poco noti, e non grandi attori già affermati. In questo senso si perde forse qualcosa in fatto di interpretazioni più istrioniche, ma si guadagna molto nell’identificazione tra attore e personaggio. Paul Anthony Kelly e Sarah Pidgeon sono perfetti e funzionali alla storia. Hai sempre l’impressione di guardare i veri John e Carolyn e non due attori che li impersonano. Nel cast ci sono anche una non immediatamente riconoscibile Naomi Watts, nel ruolo “pesante” di Jackie Kennedy Onassis, e Alessandro Nivola in quelli di Calvin Klein.

L’incontro tra John e Carolyn è da antologia. Lei è “imbucata” ad una festa di beneficienza e incontra lui. Dopo un’occhiataccia della sua superiore, deve fuggire dal ballo, proprio come Cenerentola (uno schema che torna continuamente, pensate all’ultima stagione di Bridgerton). Ma è fantastico uno scambio di battute. Lui le fa i complimenti per il vestito. “Grazie” risponde Calvin Klein, che quel vestito lo ha disegnato. È una scelta di sceneggiatura, perché a quanto pare i due si sono conosciuti correndo a Central Park.

A proposito di Calvin Klein, nella serie è affascinante anche il viaggio nel mondo della moda di quegli anni. Così assistiamo a una consultazione tra lo stilista e Carolyn per la scelta del nuovo testimonial del marchio, che cade su una Kate Moss ancora sconosciuta, ma in grado di lasciare il segno. E sentiamo parlare di Marky Mark & The Funky Bunch, che all’epoca era il nome di Mark Wahlberg, testimonial di una famosissima campagna di underwear per Calvin Klein che pare avesse oscurato la sua carriera musicale.

La forza della serie è proprio nella contaminazione dei mondi. Quello della moda, della musica e del cinema si mescolano, proprio come avveniva in quegli anni. E la serie è piena, pienissima di musica, tanto che sembra di ascoltare una top 40 dei primi anni Novanta. Solo per citare alcune grandi canzoni, ascoltiamo Duran Duran (Come Undone), Talk Talk (Life’s What You Make It), Peter Gabriel (Blood Of Eden), Kate Bush (This Woman’s Work), Lenny Kravitz (It Ain’t Over ‘til It’s Over), Bjork (Human Behaviour), Sophie B. Hawkins (Damn, I Wish I Was Your Lover) e The Breeders (Cannonball). Assistere a Love Story è come vivere – come del resto facevamo tutti negli anni Novanta – con MTV continuamente accesa durante la giornata e ascoltare, una dopo l’altra, le canzoni di quel periodo. È una scelta perfettamente coerente. John e Carolyn vivevano in un mondo mediatico, in un loro particolare e personalissimo show business. Come vi abbiamo detto, in quegli anni stilisti, attori, modelle e musicisti si conoscevano, si influenzavano a vicenda, e si innamoravano. Il mondo di Calvin Klein era quello di MTV, le star della musica e del cinema erano i suoi testimonial. E John F. Kennedy, che a un certo punto dice “voglio che la politica incontri il pop” in quel mondo ci stava a pieno titolo.

Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette è l’ennesima serie creata da Ryan Murphy (Feud, Hollywood, Ratched), ormai vero e proprio plenipotenziario della serialità. Ed è il suo altro lato. Se American Horror Story e la recente The Beauty sono l’incubo, questo è il sogno. Sembra banale dirlo, ma Love Story è proprio un sogno d’amore, una favola. È la ragazza che incontra il principe azzurro. Anche se, come detto, i ruoli si ribaltano. Ma sono il tono, la grana, il colore ad essere completamente diversi da altre opere di Murphy. Lontano dall’eccesso e dallo splatter di certi racconti, qui tutto è avvolto da una luce bianca, tutto è ovattato, quasi dorato. Sì, siamo davvero in un sogno.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Lucky: Anya Taylor-Joy in una fuga senza fiato su Apple Tv

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Una ragazza viene inseguita da alcuni uomini tra dei camion fermi in un parcheggio. Lei è bionda platino, è vestita in jeans, una canotta bianca e un giubbotto di pelle nera. Zoppica. Loro hanno quegli inconfondibili giubbetti blu con la scritta in giallo sulla schiena: sono dell’FBI. Inizia così Lucky, la nuova serie in streaming su Apple Tv tratta dal bestseller del New York Times e selezione del Reese’s Book Club, scritto da Marissa Stapley. La ragazza, la Lucky che dà il titolo alla serie, è l’inconfondibile Anya Taylor-Joy. E insieme a lei ci sono Annette Bening, Timothy Olyphant, Aunjanue Ellis Taylor, Drew Starkey, Clifton Collins Jr. e William Fichtner. La definiscono una dramedy, ma Lucky è soprattutto una serie d’azione, un’azione senza un attimo di respiro.

Quando una rapina multimilionaria va storta, la truffatrice Lucky (Anya Taylor-Joy) è costretta a darsi alla fuga. Braccata sia dall’FBI che da uno spietato boss criminale, Lucky deve lottare per la propria vita e per trovare una via d’uscita. Eppure sembrava tutto perfetto. Poche ore prima avevamo visto Lucky, ed era completamente diversa. I capelli più lunghi e castani, un vestito corto e attillato di lamé. Una bottiglia di champagne da stappare con il proprio compagno. In Dreams di Roy Orbison, famosa per Velluto blu di David Lynch, da ballare stretti stretti. Tutto sembrava andare bene. Ma non è andata così.

Lucky vive soprattutto sul volto e sul corpo di Anya Taylor-Joy. È un’attrice dal fisico esilissimo. E dal volto unico, scavato e sensuale. Con quegli occhi enormi, verde giada, e molto distanti tra loro. Si dice che sia sintomo di poca bellezza, come in fondo si dice della bocca piccola e delle labbra sottili. Non è vero. Anya Taylor-Joy è fatta per smentire tutte queste teorie, per diventare una bellezza allo stesso tempo aliena e, soprattutto in una serie come questa, molto concreta.

La sua Lucky sembra un personaggio di un film di Luc Besson, noto per i ritratti di donne forti e artefici del loro destino, coraggiose e muscolari. Così come sembra un film di Luc Besson, per ritmo e visione, tutta la storia a cui assistiamo. C’è anche qualcosa di Hitchcock, non nello stile ma nei temi. Il personaggio giovane e innocente in fuga è un classico del regista inglese. Qui innocente Lucky non lo è completamente. È una truffatrice, certo. Ma abbiamo visto che è stata a sua volta fregata dal suo compagno. Per questo, e per il fatto che il punto di vista sposato è il suo, Lucky ha da subito la nostra simpatia. E quella del regista. Anche questo è un meccanismo che viene da Hitchcock: pensate a Psycho e al personaggio di Janet Leigh, in fuga dopo aver sottratto al suo capo un’ingente somma di denaro. Anche lei è colpevole, ma stiamo dalla sua parte.

La regia è sempre su di lei, spesso la macchina da presa la accarezza con primi o primissimi piani in grado di scrutare quegli occhi così particolari. Mentre, alla fine del primo episodio, basta una telefonata per costruire una backstory in grado di farci appassionare ancora di più al suo personaggio. Mentre un accendino, nel buio, si ricollega a una delle prime scene dell’episodio e chiude un cerchio. Non ci resta che seguire la fuga di questa nuova eroina che ci ha portato Apple Tv, lo streamer dalle produzioni sempre impeccabili. I primi due episodi sono disponibili, poi ne vedremo uno a settimana. Buona fortuna, Lucky.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Elle: Se La rivincita delle bionde torna agli anni Novanta, tra Beverly Hills e il grunge

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I’m Only Happy When It Rains, il classico dei Garbage degli anni Novanta, risuona nella sigla di Elle, la nuova serie Prime Video in streaming dal 1 luglio. E risuona particolarmente ironica, visto che la nostra protagonista si trova per una serie sfortunata di eventi a trasferirsi da Los Angeles a Seattle, la città più piovosa d’America, “la città dimenticata da Dio e da Gucci”. E, no, non è assolutamente felice solo quando piove, come cantava Shirley Manson. Casomai è tutto il contrario. Elle Woods sarebbe felice solo con il sole della California e con i suoi immancabili vestiti rosa che fanno tanto Beverly Hills e anche tanto Barbie. Elle è la serie prequel de La rivincita delle bionde, il noto film con Reese Witherspoon. Qui la vicenda è trasportata indietro nel tempo e nello spazio, creando una serie di contrasti che rendono la serie divertente e originale.

Nella sua prima stagione, Elle segue Elle Woods (Lexi Minetree) prima che diventi un pesce fuor d’acqua ad Harvard. La incontriamo nel 1995, come un pesciolino nelle acque agitate del liceo, alle prese con amicizie complicate, storie d’amore proibite e scelte di moda discutibili. Tutto nella sua vita cambia, infatti, quando il padre, chirurgo estetico, perde reputazione e lavoro per un naso rifatto male ad un’attrice. E così deve trasferirsi a Seattle con tutta la famiglia. Elle si affida alla sua famiglia come punto di riferimento e rafforza il legame con la madre, dimostrando che insieme possono superare qualsiasi cosa la vita riservi loro, purché abbiano l’una l’altra. Ad ogni sfida che affronta, Elle si avvicina sempre di più alla Elle Woods che conosciamo e amiamo oggi.

Quello che dà forza alla serie è il sentimento del contrario. Tutto, a Seattle, è diverso. Piove ogni giorno, tutti vestono di nero, con jeans, anfibi e camicie di flanella a quadri, nessuno bada alle apparenze e tutti alla sostanza. “Mi sento così bionda” dice la nostra Elle, che veste ancora completamente di rosa. Il senso della serie sta tutto qui. Nel ribaltamento dei ruoli, delle situazioni. La classica reginetta della scuola, la popolare, la bionda, la bella in rosa di tanti film qui diventa, di colpo, il suo contrario. Per il posto in cui si trova, è lei la strana, l’impopolare, la diversa. Quella che, come vediamo da sempre nei film, non trova dove sedersi a tavola perché i posti sono occupati. E le popolari che negano il posto qui sono altre. Anche per il padre le cose si sono ribaltate. “Alla gente piace il proprio naso. Andrà meglio quando il grunge sarà passato” dice.

Capiamo subito che quella di Elle è una storia sull’identità, un romanzo di formazione che però non procede in maniera classica. Almeno, non all’inizio. C’è, come in ogni racconto di questo tipo, una protagonista che deve trovare il proprio posto nel mondo. Solo che la nostra Elle il suo posto lo aveva già trovato, ma lo ha perso e deve ricominciare tutto da capo. È una questione di orientamento, di coordinate da ritrovare, di una serie di comportamenti da resettare. Ci si chiede se Elle sceglierà di tornare a Los Angeles o di giocarsi le sue carte a Seattle. E se, in questo caso, si adatterà al modo di vivere e al look degli altri o sceglierà di farlo rimanendo se stessa.

Dicevamo di Seattle. È bello, in un teen drama di questo tipo, ritrovarsi nell’America di metà anni Novanta, quando, rispetto a quella di Beverly Hills 90210, era già cambiato tutto. È bello ritrovarsi in un negozio di dischi che ci ricorda quello di Alta fedeltà, di ascoltare discorsi su Kurt Cobain e i Nirvana, Chris Cornell e i Soundgarden, la Sub Pop gli Alice In Chains, ascoltare i R.E.M. e i Radiohead. Come si dice, appena abbiamo capito dove fosse ambientata la storia abbiamo detto il classico: ok, avete la nostra attenzione.

Certo, non è un film immersivo negli anni del grunge (per quello cercate e rivedetevi Singles di Cameron Crowe). E ai puristi del grunge non piacerà. Seattle e il grunge sono in realtà usati come un elemento funzionale al racconto, come l’ostacolo tra Elle e il suo mondo, l’espediente usato per metterla in difficoltà. Ma che siano presenti in un film di questo tipo non è per niente male. È bello vedere che il grunge sia storia. E anche un po’ triste, perché sono passati 30 anni e vuol dire che stiamo diventando vecchi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Spider-Noir: Nicolas Cage è un Uomo Ragno che sembra uscito dagli anni Trenta. Su Prime Video

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L’abbiamo vista in bianco e nero. Ma potevamo scegliere tra bianco e nero e colore. La nuova tv, quella dei player dello streaming, è anche questa. Prime Video ha lanciato così Spider-Noir, l’attesissima serie con Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in una serie tv. Prodotta da Sony Pictures Television per Prime Video, la serie è disponibile dal 27 maggio, in due modalità, “Autentico Bianco e Nero” e “True-Hue Full Color”, consentendo al pubblico di scegliere.

Abbiamo scelto di vederla in bianco e nero perché ci sembrava che avesse più senso così.  Spider-Noir è una serie live-action basata sul fumetto Marvel Spider-Man Noir. Racconta la storia di Ben Reilly (Cage), un navigato investigatore privato caduto in disgrazia nella New York degli anni Trenta, che a seguito di una tragedia profondamente personale, è costretto a fare i conti con il suo passato di unico supereroe della città. È un racconto che ha senso vedere in bianco e nero perché sono le tinte in cui ha vissuto quel cinema lì, il glorioso noir americano, l’hard boiled, il cinema dei detective alla Marlowe. Personaggi che sono antieroi, perdenti e tormentati, soli e stropicciati.

Vedere Spider-Noir in bianco e nero significa quindi immergersi in un mondo, Quello dei chiaroscuri, delle luci e delle ombre che si incontrano e si scontrano del bianco  e nero che dai netti contrasti che dividono lo schermo. Di quelle luci incidentali, quasi caravaggesche, che tagliano la scena. È quel mondo fatto dei quotidiani lanciati al mattino dagli strilloni, da sigarette su sigaretta avidamente consumate mentre si battono a macchina le notizie, dei personaggi che si muovono nei loro lunghi cappotti e i cappelli a tesa larga, dei banconi del bar e dei bicchieri di whisky bevuti uno dopo l’altro ogni notte.

Quella tra il fumetto e il noir degli anni Trenta e Quaranta sono mondi destinati a incontrarsi in modo naturale. Il bianco e nero è quello delle iconiche pellicole dell’epoca, rimaste fissate nell’immaginario collettivo come nella Storia del cinema, ma anche quello dell’inchiostro di china sul foglio bianco dei fumetti. Il risultato di Spider-Noir è in qualche modo vicino a Sin City e The Spirit, i film tratti dai fumetti di Frank Miller. Anche se, rispetto alle figure eccessive e larger than life di quei racconti, Spider-Noir si mantiene su un maggiore realismo. Che è proprio quello dei classici film

In un progetto di questo genere ci sta benissimo un volto come quello di Nicolas Cage, un attore che è stato definito prima di culto e sex symbol, ai tempi di Cuore selvaggio, poi mostro di bravura da Oscar, ai tempi di Via da Las Vegas, poi schermito per molte scelte discutibili e infine assurto di nuovo a personaggio di culto. Il suo volto è perfetto per incarnare quello di quei detective provati dalla vita degli anni Trenta e Quaranta. E, allo stesso tempo, ha i tratti somatici per essere anche il protagonista di un fumetto. Spider-Noir sembra essere un progetto fatto apposta per lui. Nel cast sono da segnalare Li Jun Li, nei panni della femme fatale, e Brendan Gleeson, perfetto nei panni del villain.

È interessante vedere come l’Uomo Ragno, tra tutti i supereroi, sia quello che, più di altri si presti a infinite reinvenzioni. Mentre quasi tutti gli eroi sono legati ai loro alter ego e alle loro storie, l’idea è che un ragno radioattivo, in teoria, possa mordere chiunque. E così l’Uomo Ragno, che siamo soliti associare a Peter Parker, e che sarà sempre questo personaggio, può essere anche altre persone. Così abbiamo conosciuto lo Spider-Man di Miles Morales, dai fumetti e anche dai film animati di Spider-Man: Un nuovo universo. E ora l’Uomo Ragno noir anni Trenta di Nicolas Cage. Il rischio di un progetto come questo è quello di fare più attenzione alla qualità e alla raffinatezza delle immagini, all’interpretazione di Cage, a una New York scintillante e vera protagonista della storia, che alla trama. A proposito di raffinatezza, abbiamo provato a vedere la serie anche nella versione a colori, e funziona molto bene anche quella. Ha i toni laccati dei primi film in technicolor, il gioco di luci ed ombre funziona, le luci di New York fanno la loro parte. Insomma, in qualunque modo la vogliate vedere, Spider-Noir ha un senso. A voi la scelta.

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