Cine Mood
Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande
Ormai lo diciamo ogni volta che vediamo un suo film. Brad Pitt porta con sé un’aura tale che è in grado di tenere in piedi un film da solo, grande o piccolo che sia. Stavolta, però, accade qualcosa di molto particolare. Che a tenere in piedi il film Heart Of The Beast, diretto da David Ayer, al cinema dal 24 settembre, siano in due. Brad Pitt e Odino, un magnifico cane lupo – in realtà sono in 4, in scena, a interpretarlo – di un’espressività e una sensibilità unica. I due, in scena, fanno grandi cose, interagiscono, si abbracciano, lottano insieme. Ma c’è una minuscola sequenza che ci fa capire la sintonia. Nel momento in cui, uscito dall’acqua, Odino fa quel tipico movimento per scrollare il corpo e la testa per asciugarsi, Brad Pitt lo segue con il suo capo, muovendolo come fanno i cani. È un gesto istintivo, probabilmente frutto dell’improvvisazione. Ma è da queste cose che si capisce la sintonia che si può sviluppare su un set tra due attori. Anche se sono un uomo e un cane. Se amate Brad Pitt – e come non amarlo? – Heart Of The Beast è il film che dovete vedere. Se amate i cani – e come non amarli? – questo è il film che dovete assolutamente vedere. Con un’avvertenza. Vi commuoverete fino alle lacrime.
Dopo un drammatico incidente aereo, l’ufficiale delle Forze Speciali James Belmont (Brad Pitt) si ritrova disperso nelle terre più remote e inospitali dell’Alaska. Al suo fianco c’è solo Odino, il fedele cane militare con cui ha condiviso missioni estreme e situazioni al limite. Circondati da una natura selvaggia e spietata, tra freddo estremo, predatori e ostacoli imprevedibili, James e Odin dovranno affidarsi l’uno all’altro per sopravvivere. Mentre ogni passo verso la salvezza si trasforma in una sfida, il loro legame verrà messo alla prova come mai prima d’ora.
I capelli rasati, come ne L’esercito delle 12 scimmie e Fight Club, la barba lunga ma non troppo, ben curata. Una serie di tatuaggi sul collo e le braccia per farlo entrare nel personaggio. Brad Pitt in Heart Of The Beast è in scena così, in maniera naturale, con pochissimi orpelli. Si porta con sé quelle rughe naturali, poche, che gli ha regalato il tempo, rendendolo ancora più interessante di quando era giovane. Come vi avevamo raccontato a proposito di F1 – Il film, oggi Brad Pitt ha bisogno di fare pochissimo per comunicare ogni suo personaggio, non ha bisogno di una recitazione plateale, di scene madri. E anche qui, in quello che è un film d’azione, che prevede un grande lavoro, una prova fisica, non è mai sopra le righe, è sempre credibile, sempre misurato. Oggi Brad Pitt è l’essenziale del cinema. Oltre ad essere, con Tom Cruise, forse l’ultima della star storiche di Hollywood ad essere ancora saldamente sul suo trono.
Brad Pitt è in grado di reggere da solo un film. Ma qui ha un co-protagonista eccezionale, Odino. Come abbiamo scritto, è interpretato da 4 cani diversi. Il suo personaggio è senza una zampa, ha i denti in titanio perché, in servizio, li ha persi. Come il suo padrone, anche Odino è un reduce di guerra, soffre di stress post traumatico, di notte ha gli incubi. La storia di Odino è quella di tanti cani impiegati nell’esercito, cani che salvano le vite, ma che pagano un prezzo altissimo. E che, a volte, riescono a iniziare una seconda vita. I cani che interpretano Odino sono espressivi, hanno uno sguardo fiero, intenso, un’empatia con l’attore in scena che è un vero punto di forza del film. C’è una cosa che Odino riesce a trasmettere più di ogni altra cosa. La preoccupazione di un cane per il suo padrone. E in questo è impagabile.
Sono 3mila i cani che sono stati impiegato dall’esercito americano negli ultimi 20 anni. Il film ci racconta questo. Ci racconta il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico. Ci racconta l’istinto di sopravvivenza che contraddistingue l’uomo e l’animale. È un film ad alto tasso di adrenalina, di tensione, e di commozione. È uno di quei film che non si fanno più, con gli animali addestrati (riguarda i cani, mentre altri animali sono realizzati in computer grafica per evidenti motivi), con pochi attori, poche parole, e girati in location reali, impervie. Perché solo così si può dare un senso di realismo a tutta la storia. È una sorta di Into The Wild che incontra The Revenant e Alpha – Un’amicizia forte come la vita, quel film che raccontava come è nata l’amicizia tra l’uomo e il lupo, dando vita al cane. Andate a vedere Heart Of The Beast. Ma preparate i fazzoletti.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Wild Horse Nine: John Malkovich è da Oscar in un Teatro dell’assurdo, ma con un senso
Published
1 giorno agoon
5 Novembre 2026
“Voglio scrivere le mie memorie”. “Come fai a scrivere le tue memorie se non hai memoria?”. È uno dei fulminanti scambi di battute tra John Malkovich e Sam Rockwell, in Wild Horse Nine, il nuovo film di Martin McDonagh presentato in anteprima all’83ª edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, dove John Malkovich ha vinto la Coppa Volpi come Miglior Attore e dove ha davvero convinto tutti. Finalmente dal 5 novembre 2026 arriva nelle sale cinematografiche italiane.
In Wild Horse Nine, ambientato poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, gli agenti della CIA Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo di sezione, MJ (Steve Buscemi). Tra le iconiche statue dell’isola, mentre i due partner di lunga data lottano con i loro oscuri passati e le cospirazioni del presente, il nuovo legame di Chris con una coppia di studentesse ribelli (Mariana di Girolamo e Ailín Salas) minaccia di mandare all’aria il viaggio di tutti in questo remoto paradiso.
Wild Horse Nine è scritto e diretto da Martin McDonagh, l’autore di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli Spiriti dell’Isola. È ambientato su un’isola, come il suo film precedente, che si svolgeva in Irlanda. Ma in fondo anche Ebbing era come se fosse un’isola, visto che in fondo era un posto chiuso, un luogo a sé. McDonagh usa questi posti per far detonare le emozioni, per avvicinare i personaggi senza che possano avere una via di fuga. Anche se i personaggi di McDonagh è da se stessi che dovrebbero scappare. Il Chris di John Malkovich, soprattutto. L’Isola di Pasqua, che al cinema avevamo già visto negli anni Novanta in Rapa Nui, prodotto da Kevin Kostner, è un luogo perfetto per il bilancio di una vita, per una fuga da se stessi e da un mondo che è molto complicato e cattivo, per portare a termine alcune decisioni che si sono prese.
Wild Horse Nine è un film comicamente surreale eppure anche tremendamente reale. È sì una commedia strepitosa, per scrittura e tempi comici dei protagonisti. Ma è reale, e attuale, per come riesce a raccontarci chiaramente – perché Chris è così, senza mezzi termini, dice le cose come stanno – la politica imperialista dell’America degli ultimi sessant’anni. È il Cile del 1973. Ma l’America è ancora quella. Anzi, allora faceva le cose sottobanco, in segreto, oggi le fa alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti.
Il paradosso del film, che lo rende irresistibile e surreale, è che in scena c’è un agente segreto che non si sa tenere un segreto neanche a morire. Sarà la sua malattia terminale, la morfina, la consapevolezza di essere alla fine della sua vita, di non aver davvero niente da perdere. Così Chris è una sorta di “fool”, di “matto shakespeariano” che sembra dire cose assurde ma in fondo è l’unico che svela la verità. Il dialogo con le studentesse all’aeroporto è illuminante. “Cosa pensate del vostro compagno presidente” “Piace a tutti”. “Non proprio a tutti. Godetevelo finché potete.. “Chi siete, la CIA?” “Sì, siamo qui per destabilizzare la vostra democrazia”.
Dopo mezz’ora di film si capisce che cosa ci sia in ballo, quale sia lo scopo del viaggio all’Isola di Pasqua e tutto diventa più commovente, più tragico. È un film tragicomico, un teatro dell’assurdo, ma carico di senso questo Wild Horse Nine. McDonagh, intorno a un uomo che vive un dramma e intorno un mondo che sta andando a fuoco, costruisce uno script fatto di battute irresistibili e surreali, di scambi che i tempi comici dei due attori esaltano alla perfezione. “A volte penso di tenere più alle cimici che alle persone del Cile”. “Fai tutto quello che vuoi tu: sto viaggiando con Yoko Ono adesso”.
John Malkovich è come un clown che fa ridere ma dentro nasconde una profonda tristezza. Ha un sorriso amaro sulle labbra, e le lacrime trattenute sugli occhi. Accanto a lui ci sono Sam Rockwell, spalla perfetta e personaggio carico di umanità. E ancora Steve Buscemi, Mariana Di Girólamo, Tom Waits e Parker Posey. A Venezia, dopo aver visto il film, e ancor di più dopo la Coppa Volpi, erano tutti concordi nel dire che questo film potrebbe regalare a Malkovich finalmente l’Oscar come Miglior Attore Protagonista. La concorrenza è forte, ma può essere davvero la volta buona.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- John Malkovich and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- Mariana di Girolamo and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- John Malkovich and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- Steve Buscemi and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- Steve Buscemi and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- Mariana di Girolamo and Ailín Salas in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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- John Malkovich and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
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Cine Mood
Elsinore: Dal fantasma di Amleto al fantasma dell’AIDS. Un inno alla vita e al teatro. Andrew Scott è da Oscar
Published
1 settimana agoon
29 Ottobre 2026
“Frènati, mio cuore; e voi, muscoli del mio corpo, non invecchiate subitamente e reggete le mie forze!”. È un passo dell’Amleto di Shakespeare. Il fantasma ha appena rivelato ad Amleto la verità sul suo assassinio per mano dello zio Claudio, chiedendogli di vendicarlo ma di non serbare rancore contro la madre Gertrude. Sì l’Amleto è la storia di un fantasma. Elsinore è anche quella di un altro fantasma. È l’AIDS, la malattia comparsa misteriosamente e improvvisamente negli anni Ottanta, quando iniziò a mietere migliaia di vittime, causando non solo morte, ma anche stigma e discriminazione. L’incubo dell’AIDS e l’arte immortale di Shakespeare si fondono in Elsinore di Simon Stone, un film meraviglioso che, dopo aver conquistato l’International People’s Choice Award al Toronto International Film Festival ed essere stato il film d’apertura del BFI London Film Festival, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. È prodotto da Andrea Occhipinti per Lucky Red che lo porterà al cinema in Italia dal 28 gennaio. Quando vedrete il film capirete che quelle parole, lette alla luce della malattia, acquistano un significato completamente nuovo.
Elsinore è la stoia vera di Ian Charleson, attore inglese che ha recitato in un film da Oscar, Momenti di gloria, ma che, come dice lui, “tutti ricordano solo per la colonna sonora”. Siamo nel 1989. L’Amleto è in scena al National Theatre di Londra, e Daniel Day-Lewis, l’attore che interpreta il protagonista, abbandona uno spettacolo a metà di una replica. L’Amleto, per lui, finisce lì. E il regista sceglie Ian per quel ruolo. Il National Theatre è qualcosa di grande. 1100 posti. 2200 pupille che ti scrutano. Ian, proprio in quei giorni, scopre di avere l’AIDS. E, pur nella sua condizione, inizia una coraggiosa battaglia personale. Sostenuto dalla famiglia e dagli amici più cari, trasforma la sua più grande sfida nel suo più grande trionfo.
L’AIDS in quegli anni è un fantasma, un incubo, dal primo momento in cui sul corpo cominciano ad apparire e diffondersi quelle macchie violacee, che chi ha visto film come Philadelphia e affini ricorda bene. Da quel momento si capisce che si hanno aspettative di vita molto brevi. Qualche mese, forse qualche anno. Ian vuole vivere. Ma non vuole farlo invano. Vuole vivere una vita che abbia un senso. Il senso del film è tutto nello scambio di battute con Margaret Johnson, la dottoressa che lo cura. “Per me è importante preservare la vita” dice lei, che si dedica a quello. “Per me la vita è la sua glorificazione. La gioia”. La vita per Ian deve avere un senso. Elsinore è la celebrazione dell’arte e del suo potere trasformativo.
“Better to die as Hamlet rather than AIDS”. “È meglio morire da Amleto che di AIDS”. È una delle frasi più belle che sentiamo nel film. È qui che sentiamo l’importanza dell’arte. Ma c’è anche il senso di come l’Amleto parli di morte in maniera superba. “Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’oltraggiosa fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne”. I versi dell’Amleto di William Shakespere non sono solo immortali, sono anche universali. Sono così forti che riescono ad adattarsi ogni volta a una nuova situazione, ad acquisire un significato diverso a seconda del momento che vogliono raccontare. Avevamo sentito i versi dell’Amleto pochi mesi fa, in Hamnet, ed erano stati così significativi per cogliere il dolore della morte di un figlio. E qui miracolosamente aderiscono perfettamente a quello che è il dolore, nel corpo e nell’anima, di un uomo malato di AIDS.
Ian è interpretato da Andrew Scott, sensibilissimo attore che avevamo ammirato in Estranei. E che ha ufficialmente iniziato la sua corsa verso gli Oscar, a cui il film si candida non solo nella categoria per il miglior attore protagonista. Andrew Scott è il protagonista assoluto di questa storia. Se ci pensiamo, la sua è un’interpretazione tripla, un livello di recitazione che ne contiene un altro e ancora un altro. Il primo è Ian nella sua vita a Londra, tra amici e colleghi. Dentro c’è l’interpretazione dell’attore teatrale che porta in scena l’Amleto, ed è incredibile. Più a fondo, ancora, c’è lo Ian malato, una persona che soffre fisicamente dolori inenarrabili. Sono tre registri diversi in uno. E la prova attoriale di Scott, attore dal sorriso gentile e discreto, dagli occhi cerulei che trasudano umanità, è di quelle destinate a restare.
Un attore, sul palcoscenico, interagisce con altri attori. Spesso il dialogo è con uno di loro, un coprotagonista, un antagonista. Qui il confronto più importante è soprattutto fuori, e la controparte è la dottoressa Margaret Johnson, interpretata da un altro mostro di bravura, Olivia Colman, l’indimenticabile regina Elisabetta II delle stagioni 3 e 4 di The Crown. Il loro è un confronto deciso e umano. Lei è una donna di scienza, è razionale, decisa, fredda ma empatica. Deve fare il suo lavoro, curare, salvare vite. Ian è deciso a portare avanti la sua arte, a vivere il momento più alto della sua carriera.
Elsinore è anche un viaggio nelle strade di Soho, tra le mura del National Theatre, nella scena artistica della Londra degli anni Ottanta, del citato Danie Day-Lewis e del regista estremo Derek Jarman. È proprio con lui che Ian ha un dibattito acceso e intenso. Jarman, artista orgogliosamente gay e militante, lo accusa di essere entrato nel sistema del cinema e, soprattutto, di non aver dichiarato la sua omosessualità, rinnegando l’unico ruolo gay, regalatogli proprio da Jarman. Ancora una volta Ian mette l’arte davanti a tutto. Voleva fare cinema, voleva arrivare in vetta. E, se si fosse dichiarato, non glielo avrebbero fatto fare: sappiamo come è andata con altri attori. Ma, soprattutto, ogni volta il pubblico avrebbe dovuto vedere il suo personaggio e non lui, altrimenti sarebbe stata una sconfitta. Anche questo vuol dire essere un grande attore. Ian Charleson lo è stato. Ed è un grandissimo attore anche Andrew Scott.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- E_01302_R Andrew Scott stars as Ian Charleson and Olivia Colman as Margaret Johnson in ELSINORE, a Focus Features release. Credit: Anthony Dickenson / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- E_03144_R Andrew Scott stars as Ian Charleson in ELSINORE, a Focus Features release. Credit: Anthony Dickenson / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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The Debut – La grande occasione: Questo è il teatro. Ce lo mostrano Julianne Moore e Paul Giamatti
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1 settimana agoon
28 Ottobre 2026
“A nessuno interessa della storia. Tutti vogliono solo vederti provare qualcosa. Questo è il teatro”. È Jerry, burbero e vulcanico regista teatrale che ha il volto di Paul Giamatti, a dire queste parole, nel momento in cui spiega alla timida Mona, dilettante allo sbaraglio che ha i capelli rossi e le lentiggini di Juliane Moore, che cosa vuol dire essere su un palcoscenico. È The Debut – La grande occasione, la terza regia del due volte candidato all’Oscar Jesse Eisenberg, presentato alla Festa del Cinema di Roma e nelle sale italiane dall’1 gennaio 2027 distribuito da I Wonder Pictures. È forse il film più bello visto alla Festa insieme a Elsinore. Entrambi parlano di teatro. Qualcosa vorrà dire.
La vita ordinaria di Mona Friedman, donna timida e riservata, cambia per sempre quando viene scelta per far parte di una compagnia teatrale amatoriale. Incalzata da un regista determinato a fare emergere il suo talento, Mona si trasforma in un’attrice tenace e appassionata, pronta a tutto pur di difendere il proprio ruolo e la propria visione artistica. Un percorso che la porterà a riprendere finalmente in mano la propria vita.
The Debut è un film delizioso, leggiadro, divertente, entusiasmante. È un film che trasuda amore per il teatro: per il palcoscenico, ma anche per la platea, i camerini, le sale prova, il foyer. È un film di scrittura, di regia, di ritmo, ma soprattutto di attori. Su tutti spicca Julianne Moore, con il suo inconfondibile sorriso che per gran parte del film tradisce imbarazzo, quello di una donna che per tutta la vita si è sentita non all’altezza e lo è ancora di più su un palco, in un momento della sua esistenza in cui quel piccolo ruolo vuol dire tutto. Quel sorriso timido, nervoso e un po’ forzato, gli occhi lucidi e stupiti di chi crede di trovarsi in una sorta d’incanto sono quelli della donna che sale sul palco all’inizio. Cambierà. Troverà dentro di sé le motivazioni, la rabbia, quel rimosso e quel sommerso che la faranno diventare un’altra. E dopo essere riuscita ad essere un’altra donna sul palco, c’è da scommettere che diventerà un’altra donna anche nella vita.
Julianne Moore qui offre una prova di bravura clamorosa. Perché, da grande attrice, entra prima nel personaggio di Mona, fingendo quindi di non saper recitare né cantare, di essere impacciata e ritrosa. E, dopo essere diventata quella donna timida, entra in un nuovo personaggio, che è il ruolo che Mona impersona nello spettacolo, la portiera e tuttofare del condominio, grintosa e risoluta. Una doppia prova di bravura, un continuo uscire ed entrare da questi personaggi. Un percorso da attrice di razza a dilettante a principiante che però ce la fa. Credo che si capisca quanto questo non sia affatto facile.
Il contraltare di Julianne Moore, alias Mona, è il grande Paul Giamatti nel ruolo di Jerry, il regista teatrale di quello che è un piccolo spettacolo ma che per lui è il più grande del mondo, tanto è l’impegno che mette. Non importa che sia un piccolo teatro di una piccola città e non Broadway, per lui è come se lo fosse. È intenzionato a tirare fuori tutto, ma proprio tutto, dai suoi attori. “Mesi di prove, vendita dei biglietti. Tutto perché il pubblico possa provare quello che ho provato io la prima volta che ho visto questa scena. Questo è il mio lavoro”. Ecco chi è Jerry, qualcuno che ama il teatro e il suo lavoro più di ogni altra cosa. E per cui ha una devozione totale.
Julianne Moore e Paul Giamatti si stagliano ben presto da quello che è un film corale, con decine di attori, tutti in parte e tutti importanti. Ma loro, come è giusto, sono i primi attori della compagnia, ed è giusto che abbiano i loro passi a due. Ci sono dei veri momenti cult. Come la scena in cui Jerry aiuta Mona ad entrare nel personaggio, e le fa provare una scena in cui lei deve chiedere a lui la busta con l’affitto. Un’altra scena irresistibile è quella in cui Jerry la porta in un vero condominio per provare – abusivamente – a fare le riparazioni. Con conseguenze che vi lasciamo immaginare.
A scrivere e dirigere il film è Jesse Eisenberg, uno che in carriera ha recitato diretto da Woody Allen. E ci piace pensare che proprio da Allen abbia preso la leggerezza e la grazia per mettere in scena questo film, che è un musical nel musical, teatro nel teatro che diventa cinema. Un po’ un nuovo Tutti dicono I Love You o una versione leggera e positiva di A Chorus Line. Sarà il primo film che vedrete nell’anno nuovo. E che probabilmente ritroverete premiato sui palchi dei Golden Globe e degli Oscar. Viva il teatro. E viva il cinema.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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