Connect with us

Eventi TV

A Quiet Place 2: Silenzio, va in scena il grande cinema

Published

on

Silenzio. Perché siete al cinema: i grandi film sono tornati, e questa è finalmente è l’occasione per ritornare a gustare un film in una sala. Ma fate silenzio anche perché siete in A Quiet Place 2, sequel di A Quiet Place – Un posto tranquillo, che era stato uno dei grandi successi horror del 2018. Come saprete, nella storia del film diretto da John Krasinski si immagina che la Terra sia stata invasa da una razza aliena violenta e vorace, dei mostri che, se ci trovano, non ci lasciano scampo. Questi alieni non possono vederci né sentire il nostro odore, ma hanno un udito incredibilmente sviluppato. Sono intorno a noi, ovunque, non ci accorgiamo di loro fino a che non si muovono per cacciare. Ma, a ogni minimo rumore che facciamo, scattano e divorano la loro preda. Silenzio. Non dovete muovervi per non diventare il loro pasto. Silenzio. In sala il film sta per cominciare.

A Quiet Place 2 inizia con un flashback. Siamo nel drugstore, il piccolo negozio di alimentari e medicine in cui ci trovavamo nella prima scena del primo A Quiet Place. Lì era già un negozio abbandonato. Qui è ancora tutto a posto, compresi i proprietari, e capiamo che tutto deve ancora iniziare, la catastrofe deve ancora avvenire. Negli scaffali, ancora tutti pieni, scorgiamo anche quel giocattolo, quel razzo che, all’inizio del primo film, si era dimostrato fatale. La famiglia Abbott sta per ritrovarsi per assistere a una partita di baseball. Per qualche istante ancora assistiamo alle loro vite prima dello sbarco degli alieni. In una parola, uno dei vocaboli chiave dei nostri giorni, assistiamo a una cosa molto importante: la normalità. Poco dopo vedremo qualcosa che precipita, e gli alieni aggredire la piccola cittadina, come se fossimo in una scena de La guerra dei mondi. È il giorno 1 del disastro, come i spiega una didascalia.

Con un salto arriviamo al giorno 474. È qui che inizia davvero A Quiet Place 2, immediatamente dopo che si era concluso il primo. Dopo che, nello scantinato di casa, Evelyn (Emily Blunt) aveva sparato a un alieno ed era riuscita a ucciderlo. Insieme alla figlia Regan (Millicent Simmonds, un’attrice straordinaria), a un amplificatore e al suo apparecchio acustico per non udenti, forse avevano trovato un modo per neutralizzare, temporaneamente, le terribili creature e a eliminarle. È ancora uno stimolo sonoro, una vecchia canzone, Beyond The Sea di Bobby Darin, ascoltata su una piccola radio, a dare un indizio: forse c’è una speranza, al di là del mare (proprio come accadeva nel finale di Anna, la bellissima serie che abbiamo visto su Sky). Così la famiglia Abbot lascia la sua casa sicura e prova ad affrontare il mondo. Ma forse le creature a caccia del suono non sono le uniche minacce che si nascondono oltre la fattoria e quel sentiero di sabbia che faceva sentire gli Abbott al sicuro. Ma gli Abbott incontreranno anche persone amiche, come Emmett (Cillian Murphy) e quell’uomo sull’isola (Djimon Hounsou).

Creato un mondo, con le sue regole, nel primo film, A Quiet Place 2 ora può permettere ai protagonisti di muoversi lì dentro, trovando infinite possibili variazioni nell’interazione con gli alieni e nei comportamenti per evitare qualsiasi rumore e avere così salva la vita. Rimanere in vita in questo modo è qualcosa di difficilissimo, sfinente. Guardando i film capiamo come, ogni giorno, volontariamente o meno, diamo vita a una serie di piccoli o grandi rumori, anche solo le parole che ci diciamo, spesso ad alta voce. Tutte cose che diamo per scontate. Dover rinunciare ad emettere qualsiasi suono è un esercizio davvero difficile da mettere in atto di continuo. A tratti ci ricorda come, ogni giorno, qui da noi dobbiamo tenere alta la guardia su un’altra cosa, le misure di contenimento del virus, il distanziamento, le mascherine. È diverso, certo. Ma la sensazione di non poter mai abbassare l’attenzione è qualcosa di simile. Guardare A Quiet Place 2 è anche riflettere su un mondo dove la normalità non c’è più.

A Quiet Place 2 è un film dove il suono ha un suo peso importantissimo. Negli horror il suono è sempre stato fondamentale, ma qui è usato in modo diametralmente opposto. A Quiet Place vive dell’assenza di suono, e quindi ogni piccolo rumore risalta al massimo. C’è da dire che, in questo secondo capitolo, John Krasinski usa il suono, alcune volte, secondo uno dei classici elementi dell’horror, il famoso jumpscare, il rumore improvviso che fa sobbalzare. La sua regia è molto attenta a ogni elemento, ed èperfettamente funzionale alla storia. E dimostra una grande capacità narrativa nelle scene finali, in cui assistiamo alle vicende di due gruppi distinti di persone in montaggio alternato. È una scelta che dà ritmo e aggiunge tensione alla narrazione, ma soprattutto collega due storie in un finale che riesce a dare un senso all’intera storia. E, probabilmente, prepara il terreno per A Quiet Place 3. Silenzio, va in scena il grande cinema.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

3 × 5 =

Eventi TV

Jane Austen, 250 anni di modernità: un’icona senza tempo su Arte.tv

Published

on

A duecentocinquant’anni dalla nascita, Jane Austen non è solo una grande autrice dell’Ottocento: è una presenza viva, una voce che continua a dialogare con il presente e con il nostro modo di leggere l’amore, l’identità e l’indipendenza femminile. In occasione di questo anniversario simbolico, Arte.tv le dedica il documentario Jane Austen: Letteratura, appassionatamente!, diretto da André Schäfer, un ritratto che restituisce tutta la sorprendente attualità della sua scrittura.

In poco più di cinquanta minuti, il film attraversa la vita e l’eredità letteraria di una donna che ha cambiato per sempre il modo di raccontare le relazioni. Austen osservava il mondo con ironia affilata e intelligenza emotiva, trasformando salotti, convenzioni sociali e piccoli drammi quotidiani in un laboratorio narrativo modernissimo. Le sue protagoniste non sono mai figure decorative: sono donne che pensano, scelgono, sbagliano, resistono. Un gesto radicale, per l’epoca, e ancora oggi sorprendentemente attuale.

Il documentario mette in luce come Jane Austen sia stata, di fatto, una pioniera del romanzo “al femminile”, capace di raccontare l’esperienza delle donne senza idealizzazioni e senza moralismi. Pubblicando inizialmente in forma anonima, firmandosi semplicemente “By a Lady”, Austen ha costruito una narrativa in cui l’amore non è mai separato dalla dignità personale, e il lieto fine non coincide con la rinuncia a sé.

Da Orgoglio e pregiudizio a Ragione e sentimento, i suoi romanzi continuano ad accompagnare i primi incontri con la letteratura e a insegnare una lettura lucida delle dinamiche affettive. Personaggi come Elizabeth Bennet restano icone di un’idea di amore fondata sul confronto, sull’equilibrio e sulla libertà individuale, lontana tanto dal cinismo quanto dal romanticismo ingenuo.

Schäfer racconta anche l’eredità culturale di Austen: una scrittrice capace di attraversare i secoli, di ispirare cinema, televisione e pop culture, senza mai perdere la propria identità. Non è un caso che i suoi testi continuino a essere riletti, adattati e reinventati: perché parlano di desideri, contraddizioni e autodeterminazione con una sensibilità che sentiamo ancora nostra.

Jane Austen: Letteratura, appassionatamente! non è quindi solo un documentario celebrativo, ma un invito a riscoprire Austen come icona culturale e lifestyle, una scrittrice che ha saputo trasformare l’ordinario in eterno, e l’intimità in rivoluzione silenziosa.

Disponibile su Arte.tv fino al 13 marzo 2026, è una visione preziosa per chi ama la letteratura, ma anche per chi continua a cercare, nelle storie, uno specchio intelligente del presente.

Regia: André Schäfer
Anno: 2025
Produzione: Germania | Regno Unito

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Eventi TV

Festa del Cinema di Roma, Il Falsario: Pietro Castellitto è un artista del falso nel nuovo “romanzo criminale” Netflix

Published

on

“Dicono che quando muori la tua vita ti scorre tutta davanti. Io non ho visto un…” Inizia così, con la voce narrante di Pietro Castellitto, alias Toni della Duchessa, Il Falsario, il film di Stefano Lodovichi che è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, e che vedremo su Netflix dal 23 gennaio. Toni racconta la storia da morto, come William Holden in Viale del tramonto. “Un prete, un operaio e un artista partono per Roma. Sembra una barzelletta. E invece stavamo per fare la storia”. È questo che ci racconta, entrando immediatamente in empatia con noi, Toni. E parte la musica: Iggy Pop, The Passenger. E capiamo immediatamente che siamo negli anni Settanta.

“Sei un ladro o un artista?” “Che differenza fa?” è il dialogo tra Donata (Giulia Michelini) e Toni (Pietro Castellitto), la gallerista e l’artista, che dà un po’ il senso a tutto il film. Quando Toni arriva in città nel suo bagaglio ha soltanto il talento per la pittura e il sogno di diventare un grande artista. Ma la sua fame di vita, il destino e forse anche la Storia lo porteranno a diventare il più grande di tutti i falsari, nonché una figura centrale nei misteri più fitti del nostro Paese.

Quella de Il Falsario è la Roma degli anni Settanta, delle barbe e dei capelli lunghi, dei giubbotti di pelle. È la ricostruzione storica, perfetta e molto accattivante, di Romanzo criminale. Non a caso alla produzione c’è Cattleya, che aveva dato vita al film e alla serie. È una formula conosciuta è sicura. È qualcosa che sa di già visto. Ma non si tratta di un difetto: non è un già visto che annoia e che troviamo ripetitivo, ma piuttosto il già visto rassicurante, che incanala un film in una categoria precisa e immediatamente riconoscibile. Ed è giusto così. Un committente come Netflix deve andare sul sicuro, deve poter dare al pubblico, italiano ma anche internazionale, un prodotto che possa facilmente capire e adottare. Il falsario è crime ed è period drama, è un gangster movie senza esserlo, è avventuroso e romantico. È un film che, fino a qualche anno fa, sarebbe andato in sala e avrebbe avuto un buon successo. Se Netflix ha deciso di produrlo e destinarlo alla piattaforma avrà sicuramente fatto i suoi calcoli. E, probabilmente, saranno esatti.

La differenza tra il nostro Toni e gli (anti)eroi di tanti crime all’italiana è che lui è un criminale per caso, un uomo che si trova a delinquere e a passare attraverso i lati più oscuri della Storia dell’illegalità italiana suo malgrado, quasi senza rendersene conto. Un po’ un Forrest Gump della malavita. Sembra quasi che non possa farne a meno. Ha un grande talento nelle mani, capaci di dipingere, scrivere e riprodurre qualsiasi cosa, ma non ha la visione e il genio di un artista, non ne ha le idee. È bravissimo solo quando riesce a copiare. E finisce per fare quello. E così, alla fine, finisce per copiare le vite degli altri, quelle dei banditi che si trova intorno.

Proprio come faceva Romanzo criminale, la storia di Toni finisce per incrociarsi con la Storia d’Italia: gli anni di piombo, le Brigate Rosse, le stragi nere, il sequestro Moro, l’assassinio di Impastato. E così, continuando a guardare il film, si rimane affascinati, perché oltre a conoscere la vita particolare di Toni, si ripercorre quella italiana.

Il Falsario è un film di attori. Pietro Castellitto ha il physique du rôle di un artista prestato al crimine che criminale non lo è mai fino in fondo. Come bandito, Toni va avanti fino a un certo punto, ma è inadeguato, improbabile, non credibile. E Castellitto rappresenta bene questo suo essere “alieno” in un ambiente di cui prova a fare parte. Ma sono interessanti molti altri personaggi. Don Vittorio svela un Andrea Arcangeli inedito, pacioso e pulito (ma fino a un certo punto, vedrete…) e in continuo imbarazzo verso tutto quello che fa. Pierluigi Gigante si dimostra ancora una volta versatile, passando agli antipodi dell’arco costituzionale, diventando un terrorista delle BR dopo essere stato un celerino in ACAB: per farlo bisogna essere degli ottimi attori. E in questo eccelle Claudio Santamaria, nei panni del “Sarto”, misterioso uomo onnisciente e onnipotente, probabilmente parte dei servizi segreti, che manipola tutti senza rischiare mai in prima persona. E poi ci sono le donne: una Giulia Michelini mai così luminosa e sexy, una vera sorpresa, e una Aurora Giovinazzo che, seppur in poche sequenze, riesca a illuminare ulteriormente il film.

Il Falsario, allora, è un film furbo, molto furbo, perché prende una bella storia e la veicola attraverso codici narrativi noti ervizi segreti, che manipola tutti dall’ collaudati presso il pubblico. Ma il know-how di chi ha già fatto operazioni di questo tipo la rende un’opera riuscita ed estremamente piacevole. Il fatto che si muova dentro binari già codificati non vuol dire che non possa avere momenti imprevedibili, su tutti il finale a sorpresa. Ma anche alcuni momenti musicali, come Senza fine di Gino Paoli montata su una partita di calcio che sembra presa dal cinema di Salvatores o Il mondo di Jimmy Fontana sull’ultima scena o, ancora, una rapina girata sulle note di Let’s Stick Together di Bryan Ferry.  E ancora, l’evoluzione di Don Vittorio, la sua vanità, tenuta nascosta per gran parte del film e giocata a sorpresa come carta vincente e risolutiva. Per arrivare al messaggio del film, che è uno degli interrogativi chiave dei nostri tempi. “Per arrivare dove vuoi arrivare, cosa sei disposto a fare?”

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Eventi TV

La storia di Gucci in streaming su Arte.tv

Published

on

In occasione della Milano Fashion Week 2025, la piattaforma propone un documentario che ripercorre l’ascesa, le rivoluzioni e i segreti del brand italiano

Arte.tv, la principale piattaforma europea gratuita di streaming dedicata alla cultura, propone in vista della settimana della moda milanese “Lusso, passione e dramma”, un documentario che ripercorre la saga della maison Gucci, il marchio che ha costruito un impero del lusso fondato su pelletteria, identità solida e creatività senza freni.

Per la regia di Olivier Nicklaus, questo lungometraggio racconta l’evoluzione del marchio e come ha saputo resistere a ogni tempesta, partendo dalla fondazione a Firenze nel 1921 come piccola bottega di valigie, fino a raggiungere una clientela internazionale e raffinata, conquistando città come Hollywood, ribattezzando una borsa in onore di Jackie Kennedy e lanciando il suo prêt-à-porter.

L’evoluzione arriva grazie a Domenico De Sole e Tom Ford, rispettivamente CEO del Gruppo Gucci e Direttore Creativo. I due decidono di puntare su una nuova fascia di pubblico, si lasciano alle spalle l’immagine di una borghesia austera per abbracciare una sensualità glamour: il cosiddetto porno chic. Una mossa audace, che porterà il brand a entrare nell’era della finanza dominante, fatta di direttori creativi geniali ma sacrificabili, a partire dallo stesso Ford, licenziato nel 2004.

Con il passare degli anni il marchio si evolve, e con esso i direttori creativi che si alternano in un susseguirsi di visioni e stili differenti, come Alessandro Michele che nel 2015 con le sue silhouette gender fluid, riesce a riportare il marchio al vertice, fino a essere allontanato nel 2022. Nel 2025, Sabato De Sarno lascia il posto a Demna Gvasalia, ex Balenciaga, chiamato ora a reinventare il mito Gucci. Con il contributo di icone della moda come Carine Roitfeld, Salomé Dudemaine o Sara Gay Forden (House of Gucci), Olivier Nicklaus (già noto per il documentario Fashion!) ripercorre con ritmo e precisione la storia della maison, dagli esordi fiorentini al più recente valzer di creativi.

Il documentario è disponibile fino al 27/09/2025 sulla piattaforma arte.tv/it.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending