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La città proibita: Quanto sei bella Roma in un film di kung-fu. Il film di Gabriele Mainetti è su Netflix

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La Sposa di Kill Bill e O-Ren Ishii, la sua rivale, allo stesso tempo. È Mei, la protagonista de La città proibita, il nuovo film di Gabriele Mainetti, ormai talento acclarato del nuovo cinema italiano. Uscito a marzo al cinema, La città proibita arriva ora su Netflix e in home video (ed è ancora in qualche sala). Ora non avete scuse: è un film da vedere. Mei, come La Sposa, è una combattente letale in cerca di vendetta per qualcosa che l’ha toccata da vicino. Di O-Ren ha gli occhi a mandorla e il fascino della bellezza orientale. E la tempra di combattente. E Gabriele Mainetti, come approccio e come metodo, è un piccolo Quentin Tarantino. Mei è una ragazza cinese che si ritrova a Roma, all’Esquilino, il quartiere più cinese, e multietnico, della città. E La città proibita è un film di kung fu che riesce a vivere in un film italiano assorbendo alcuni colori del nostro cinema, ma rimanendo un grande film di kung fu di livello internazionale. Mainetti voleva fare questo. E ci è riuscito.

Come in ogni film d’arti marziali che si rispetti, quella de La città proibita è una storia semplice, lineare, anche se piena di temi e di sentimenti. Mei (Yaxi Liu), una misteriosa ragazza cinese, arriva a Roma in cerca della sorella scomparsa. Il cuoco Marcello (Enrico Borello) e la mamma Lorena (Sabrina Ferilli) portano avanti il ristorante di famiglia tra i debiti del padre Alfredo (Luca Zingaretti), che li ha abbandonati per fuggire con un’altra donna. Quando i loro destini si incrociano, Mei e Marcello combattono antichi pregiudizi culturali e nemici spietati, in una battaglia in cui la vendetta non si può scindere dall’amore.

Sì, si parla di vendetta. E Gabriele Mainetti costruisce un’eroina degna del cinema di Quentin Tarantino. Ma la rende ancora più umana della Sposa in giallo di Uma Thurman: Mei è più fallibile, non è imbattibile, è ferita nell’anima e poi, durante i combattimenti, anche nel corpo. Ma ce le hanno tutti le ferite: ce le hanno i buoni, ce le hanno i cattivi, ce le ha anche chi non sa ancora se fa parte degli uni o degli altri. È questa che è sempre stata la forza di Gabriele Mainetti: creare dei personaggi così veri, così intensi da riuscire a sospendere l’incredulità nel pubblico.

Da Lo chiamavano Jeeg Robot a Freaks Out, arrivando a La città proibita, Gabriele Mainetti è il regista italiano che più di ogni altro riesce a rendere credibile l’incredibile. Il suo segreto è questo, e non è affatto cosa da poco. Lo fa rendendo l’incredibile molto terreno, portandolo in basso, al nostro livello. Portando storie fantastiche nei quartieri di Roma, facendoci sentire la parlata romana, facendoci vedere i personaggi acciaccati, impicciati, anche quando sono degli eroi. Lo chiamavano Jeeg Robot portava il cinema dei supereroi a Tor Bella Monaca, Freaks Out era Spielberg e gli X-Men contaminati con L’armata Brancaleone, un classico della Commedia all’Italiana, nella Roma del 1943. Ecco che cos’è Gabriele Mainetti. Uno che oggi può girare un film di arti marziali in Italia ed essere assolutamente credibile.

E tutto questo a Roma. Che è, ma solo per un attimo, anche quella di Vacanze romane e dei giri in vespa che Marcello fa insieme a Mei per farle vedere le bellezze della città, usando Roma per farla innamorare. Ma per tutto il film è un’altra Roma. È la Roma di oggi, quella multietnica, quella degli stranieri sfruttati, delle guerre tra poveri, della gente che dice ancora “questa è casa nostra”.  È la Roma di oggi, quella che si contamina continuamente con altre culture, proprio come fa il cinema di Mainetti che si fonde con il cinema lontano dal nostro. Mainetti, ancora una volta, riesce a rendere Roma cinematografica, ma non nel modo in cui l’abbiamo sempre considerata tale. La rende un luogo nuovo, inedito, pur lasciando che sia se stessa, giocando con gli stereotipi di Roma al cinema, ma usandoli per creare una narrazione nuova della città.

Nella prima scena, Mei combatte duramente in un mondo che sembra la Cina. Ma, uscita dalla porta del ristorante di Wang, il villain della storia, si trova in pieno Esquilino, a Roma. Ecco, La città proibita entra ed esce continuamente da quella porta, oscilla di continuo tra Roma e la Cina, trovando sempre un equilibrio. Così, in quella passeggiata tra i Fori illuminati, Mei e Marcello si scontrano prima di baciarsi, si battono prima di fare l’amore, come ne La tigre e il dragone.

Ne La città proibita c’è tanto cinema, che non è mai copia, non è mai citazione pura. È cinema visto e amato, assimilato, digerito, entrato nel dna di un amante della Settima Arte in modo così profondo da non poter non uscire nel momento in cui Mainetti si trova a produrre immagini. C’è Grosso guaio a Chinatown e i movimenti di macchina nei sotterranei, c’è L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, il film in cui Bruce Lee si batteva a Roma con Chuck Norris. C’è anche un po’ del suo Lo chiamavano Jeeg Robot, e quella felpa con il cappuccio calato sulla testa. Ci sono molte storie eppure è una storia nuova.

Gabriele Mainetti è un po’ il nostro Quentin Tarantino, fatte le debite proporzioni. Prende da altri immaginari e riscrive in qualcosa di nuovo. Fonde alto e basso, cinema storico e cultura pop, scene madri e dialoghi reali. È una cosa in puro stile Tarantino prendere attori molto noti come Sabrina Ferilli, Marco Giallini e Luca Zingaretti e usarli in modo nuovo, non scontato. Ed è molto da Tarantino prendere una stunt woman, una maestra in scene d’azione, e renderla un’attrice vera, una protagonista. Tarantino lo aveva fatto in Grindhouse – A prova di morte con Zoë Bell, la controfigura di Uma Thurman in Kill Bill. Mainetti lo ha fatto con Yaxi Liu, che era stata la stunt nella versione live action di Mulan. Era convinto di andare a cercare la sua protagonista in Cina, in una scuola di Kung Fu, ma l’ha trovata su Instagram, quando un suo collaboratore gli ha fatto vedere la sua reel. E ha capito che era una che combatteva da sempre. Ancora una volta torna questa parola: la credibilità.

E torniamo a quella fallibilità di Mei. A quelle ferite. La grande cosa de La città proibita è che niente del cinema di kung fu orientale è adattato o piegato al gusto di un certo cinema di casa nostra. C’è tutta la violenza di quel tipo di cinema, la sua spietatezza. Ci sono il furore, la disperazione. Come in ogni film di Gabriele Mainetti, c’è sempre l’azione, c’è sempre la risata, ma c’è sempre anche il dramma. C’è lo scontro di civiltà. O il confronto tra due civiltà, a seconda che si voglia guardare a chi non cerca affatto il dialogo o a chi prova a conoscere l’altro. Ma La città proibita sembra volerci dire che il futuro è la contaminazione. Le seconde generazioni che fanno canzoni in italiano, i figli dei cinesi che fanno il rap. I ragazzi africani che dicono “mortacci tua”. E i cinesi che amano l’amatriciana. Il futuro è questo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Jane Austen, 250 anni di modernità: un’icona senza tempo su Arte.tv

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A duecentocinquant’anni dalla nascita, Jane Austen non è solo una grande autrice dell’Ottocento: è una presenza viva, una voce che continua a dialogare con il presente e con il nostro modo di leggere l’amore, l’identità e l’indipendenza femminile. In occasione di questo anniversario simbolico, Arte.tv le dedica il documentario Jane Austen: Letteratura, appassionatamente!, diretto da André Schäfer, un ritratto che restituisce tutta la sorprendente attualità della sua scrittura.

In poco più di cinquanta minuti, il film attraversa la vita e l’eredità letteraria di una donna che ha cambiato per sempre il modo di raccontare le relazioni. Austen osservava il mondo con ironia affilata e intelligenza emotiva, trasformando salotti, convenzioni sociali e piccoli drammi quotidiani in un laboratorio narrativo modernissimo. Le sue protagoniste non sono mai figure decorative: sono donne che pensano, scelgono, sbagliano, resistono. Un gesto radicale, per l’epoca, e ancora oggi sorprendentemente attuale.

Il documentario mette in luce come Jane Austen sia stata, di fatto, una pioniera del romanzo “al femminile”, capace di raccontare l’esperienza delle donne senza idealizzazioni e senza moralismi. Pubblicando inizialmente in forma anonima, firmandosi semplicemente “By a Lady”, Austen ha costruito una narrativa in cui l’amore non è mai separato dalla dignità personale, e il lieto fine non coincide con la rinuncia a sé.

Da Orgoglio e pregiudizio a Ragione e sentimento, i suoi romanzi continuano ad accompagnare i primi incontri con la letteratura e a insegnare una lettura lucida delle dinamiche affettive. Personaggi come Elizabeth Bennet restano icone di un’idea di amore fondata sul confronto, sull’equilibrio e sulla libertà individuale, lontana tanto dal cinismo quanto dal romanticismo ingenuo.

Schäfer racconta anche l’eredità culturale di Austen: una scrittrice capace di attraversare i secoli, di ispirare cinema, televisione e pop culture, senza mai perdere la propria identità. Non è un caso che i suoi testi continuino a essere riletti, adattati e reinventati: perché parlano di desideri, contraddizioni e autodeterminazione con una sensibilità che sentiamo ancora nostra.

Jane Austen: Letteratura, appassionatamente! non è quindi solo un documentario celebrativo, ma un invito a riscoprire Austen come icona culturale e lifestyle, una scrittrice che ha saputo trasformare l’ordinario in eterno, e l’intimità in rivoluzione silenziosa.

Disponibile su Arte.tv fino al 13 marzo 2026, è una visione preziosa per chi ama la letteratura, ma anche per chi continua a cercare, nelle storie, uno specchio intelligente del presente.

Regia: André Schäfer
Anno: 2025
Produzione: Germania | Regno Unito

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Festa del Cinema di Roma, Il Falsario: Pietro Castellitto è un artista del falso nel nuovo “romanzo criminale” Netflix

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“Dicono che quando muori la tua vita ti scorre tutta davanti. Io non ho visto un…” Inizia così, con la voce narrante di Pietro Castellitto, alias Toni della Duchessa, Il Falsario, il film di Stefano Lodovichi che è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, e che vedremo su Netflix dal 23 gennaio. Toni racconta la storia da morto, come William Holden in Viale del tramonto. “Un prete, un operaio e un artista partono per Roma. Sembra una barzelletta. E invece stavamo per fare la storia”. È questo che ci racconta, entrando immediatamente in empatia con noi, Toni. E parte la musica: Iggy Pop, The Passenger. E capiamo immediatamente che siamo negli anni Settanta.

“Sei un ladro o un artista?” “Che differenza fa?” è il dialogo tra Donata (Giulia Michelini) e Toni (Pietro Castellitto), la gallerista e l’artista, che dà un po’ il senso a tutto il film. Quando Toni arriva in città nel suo bagaglio ha soltanto il talento per la pittura e il sogno di diventare un grande artista. Ma la sua fame di vita, il destino e forse anche la Storia lo porteranno a diventare il più grande di tutti i falsari, nonché una figura centrale nei misteri più fitti del nostro Paese.

Quella de Il Falsario è la Roma degli anni Settanta, delle barbe e dei capelli lunghi, dei giubbotti di pelle. È la ricostruzione storica, perfetta e molto accattivante, di Romanzo criminale. Non a caso alla produzione c’è Cattleya, che aveva dato vita al film e alla serie. È una formula conosciuta è sicura. È qualcosa che sa di già visto. Ma non si tratta di un difetto: non è un già visto che annoia e che troviamo ripetitivo, ma piuttosto il già visto rassicurante, che incanala un film in una categoria precisa e immediatamente riconoscibile. Ed è giusto così. Un committente come Netflix deve andare sul sicuro, deve poter dare al pubblico, italiano ma anche internazionale, un prodotto che possa facilmente capire e adottare. Il falsario è crime ed è period drama, è un gangster movie senza esserlo, è avventuroso e romantico. È un film che, fino a qualche anno fa, sarebbe andato in sala e avrebbe avuto un buon successo. Se Netflix ha deciso di produrlo e destinarlo alla piattaforma avrà sicuramente fatto i suoi calcoli. E, probabilmente, saranno esatti.

La differenza tra il nostro Toni e gli (anti)eroi di tanti crime all’italiana è che lui è un criminale per caso, un uomo che si trova a delinquere e a passare attraverso i lati più oscuri della Storia dell’illegalità italiana suo malgrado, quasi senza rendersene conto. Un po’ un Forrest Gump della malavita. Sembra quasi che non possa farne a meno. Ha un grande talento nelle mani, capaci di dipingere, scrivere e riprodurre qualsiasi cosa, ma non ha la visione e il genio di un artista, non ne ha le idee. È bravissimo solo quando riesce a copiare. E finisce per fare quello. E così, alla fine, finisce per copiare le vite degli altri, quelle dei banditi che si trova intorno.

Proprio come faceva Romanzo criminale, la storia di Toni finisce per incrociarsi con la Storia d’Italia: gli anni di piombo, le Brigate Rosse, le stragi nere, il sequestro Moro, l’assassinio di Impastato. E così, continuando a guardare il film, si rimane affascinati, perché oltre a conoscere la vita particolare di Toni, si ripercorre quella italiana.

Il Falsario è un film di attori. Pietro Castellitto ha il physique du rôle di un artista prestato al crimine che criminale non lo è mai fino in fondo. Come bandito, Toni va avanti fino a un certo punto, ma è inadeguato, improbabile, non credibile. E Castellitto rappresenta bene questo suo essere “alieno” in un ambiente di cui prova a fare parte. Ma sono interessanti molti altri personaggi. Don Vittorio svela un Andrea Arcangeli inedito, pacioso e pulito (ma fino a un certo punto, vedrete…) e in continuo imbarazzo verso tutto quello che fa. Pierluigi Gigante si dimostra ancora una volta versatile, passando agli antipodi dell’arco costituzionale, diventando un terrorista delle BR dopo essere stato un celerino in ACAB: per farlo bisogna essere degli ottimi attori. E in questo eccelle Claudio Santamaria, nei panni del “Sarto”, misterioso uomo onnisciente e onnipotente, probabilmente parte dei servizi segreti, che manipola tutti senza rischiare mai in prima persona. E poi ci sono le donne: una Giulia Michelini mai così luminosa e sexy, una vera sorpresa, e una Aurora Giovinazzo che, seppur in poche sequenze, riesca a illuminare ulteriormente il film.

Il Falsario, allora, è un film furbo, molto furbo, perché prende una bella storia e la veicola attraverso codici narrativi noti ervizi segreti, che manipola tutti dall’ collaudati presso il pubblico. Ma il know-how di chi ha già fatto operazioni di questo tipo la rende un’opera riuscita ed estremamente piacevole. Il fatto che si muova dentro binari già codificati non vuol dire che non possa avere momenti imprevedibili, su tutti il finale a sorpresa. Ma anche alcuni momenti musicali, come Senza fine di Gino Paoli montata su una partita di calcio che sembra presa dal cinema di Salvatores o Il mondo di Jimmy Fontana sull’ultima scena o, ancora, una rapina girata sulle note di Let’s Stick Together di Bryan Ferry.  E ancora, l’evoluzione di Don Vittorio, la sua vanità, tenuta nascosta per gran parte del film e giocata a sorpresa come carta vincente e risolutiva. Per arrivare al messaggio del film, che è uno degli interrogativi chiave dei nostri tempi. “Per arrivare dove vuoi arrivare, cosa sei disposto a fare?”

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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La storia di Gucci in streaming su Arte.tv

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In occasione della Milano Fashion Week 2025, la piattaforma propone un documentario che ripercorre l’ascesa, le rivoluzioni e i segreti del brand italiano

Arte.tv, la principale piattaforma europea gratuita di streaming dedicata alla cultura, propone in vista della settimana della moda milanese “Lusso, passione e dramma”, un documentario che ripercorre la saga della maison Gucci, il marchio che ha costruito un impero del lusso fondato su pelletteria, identità solida e creatività senza freni.

Per la regia di Olivier Nicklaus, questo lungometraggio racconta l’evoluzione del marchio e come ha saputo resistere a ogni tempesta, partendo dalla fondazione a Firenze nel 1921 come piccola bottega di valigie, fino a raggiungere una clientela internazionale e raffinata, conquistando città come Hollywood, ribattezzando una borsa in onore di Jackie Kennedy e lanciando il suo prêt-à-porter.

L’evoluzione arriva grazie a Domenico De Sole e Tom Ford, rispettivamente CEO del Gruppo Gucci e Direttore Creativo. I due decidono di puntare su una nuova fascia di pubblico, si lasciano alle spalle l’immagine di una borghesia austera per abbracciare una sensualità glamour: il cosiddetto porno chic. Una mossa audace, che porterà il brand a entrare nell’era della finanza dominante, fatta di direttori creativi geniali ma sacrificabili, a partire dallo stesso Ford, licenziato nel 2004.

Con il passare degli anni il marchio si evolve, e con esso i direttori creativi che si alternano in un susseguirsi di visioni e stili differenti, come Alessandro Michele che nel 2015 con le sue silhouette gender fluid, riesce a riportare il marchio al vertice, fino a essere allontanato nel 2022. Nel 2025, Sabato De Sarno lascia il posto a Demna Gvasalia, ex Balenciaga, chiamato ora a reinventare il mito Gucci. Con il contributo di icone della moda come Carine Roitfeld, Salomé Dudemaine o Sara Gay Forden (House of Gucci), Olivier Nicklaus (già noto per il documentario Fashion!) ripercorre con ritmo e precisione la storia della maison, dagli esordi fiorentini al più recente valzer di creativi.

Il documentario è disponibile fino al 27/09/2025 sulla piattaforma arte.tv/it.

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