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“Disegnare la presenza, non solo la forma” – Un dialogo con Michael Chiariello
Michael Chiariello non è soltanto un artista: è un custode della bellezza silenziosa, quella che nasce dallo studio paziente del volto umano, dal gesto lento del grafite sulla carta, dalla cura del dettaglio che restituisce presenza prima ancora che somiglianza. Con alle spalle quasi trent’anni di insegnamento, Chiariello è anche un mentore appassionato, capace di accompagnare generazioni di studenti nel delicato percorso che porta un’idea a diventare immagine. In questa intervista, ci racconta il suo amore per il disegno figurativo classico, il legame con le radici italiane, e la missione – umana prima ancora che artistica – di aiutare ogni giovane talento a trovare la propria voce.
Michael Chiariello is not just an artist—he’s a guardian of silent beauty, the kind that emerges from the patient study of the human face, from the slow gesture of graphite on paper, from the meticulous care that captures presence before likeness. With nearly thirty years of teaching behind him, Chiariello is also a passionate mentor, guiding generations of students through the delicate process of turning an idea into an image. In this interview, he shares his love for classical figurative drawing, his connection to his Italian roots, and his mission—human as much as artistic—to help young talents discover their own voice.
1. How did your journey into classical figurative drawing begin, and what drew you to this particular form of art?
1. Come è iniziato il tuo percorso nel disegno figurativo classico e cosa ti ha attratto in questa forma d’arte?
My journey into classical figurative drawing began with an early fascination for the human form and the emotional range it can convey. I was drawn to the challenge of capturing not just likeness, but presence, something beyond photorealism. Over time, I fell in love with the quiet discipline of classical techniques: the layering of graphite, the subtlety of tonal transitions, the patience required to build form through value. For me, it’s a meditative process that allows for both technical rigor and emotional depth.
Il mio percorso nel disegno figurativo classico è iniziato con una fascinazione precoce per la figura umana e per l’ampio spettro emotivo che può esprimere. Ero attratto dalla sfida di catturare non solo la somiglianza, ma la presenza, qualcosa che va oltre il fotorealismo. Col tempo, mi sono innamorato della disciplina silenziosa delle tecniche classiche: la stratificazione della grafite, la sottigliezza delle transizioni tonali, la pazienza necessaria per costruire la forma attraverso i valori. Per me è un processo meditativo che unisce rigore tecnico e profondità emotiva.
2. How has your experience as a teacher influenced your personal artistic practice?
2. In che modo la tua esperienza come insegnante ha influenzato la tua pratica artistica personale?
Teaching has profoundly shaped my approach to art. It’s made me more reflective, more deliberate, and more open to growth. Every student I work with brings a different perspective, and that constant exchange of ideas pushes me to stay sharp and to never become complacent. I often find myself re-evaluating my own decisions, whether compositional or conceptual, because I’m constantly analyzing and articulating them for others. It’s a reciprocal process: I mentor my students, but they also continuously inspire and challenge me.
Insegnare ha plasmato profondamente il mio approccio all’arte. Mi ha reso più riflessivo, più intenzionale e più aperto alla crescita. Ogni studente con cui lavoro porta una prospettiva diversa, e questo scambio costante di idee mi spinge a restare vigile e a non adagiarmi mai. Mi capita spesso di rivalutare le mie stesse scelte, sia compositive che concettuali, perché mi trovo costantemente ad analizzarle e spiegarle agli altri. È un processo reciproco: io faccio da guida ai miei studenti, ma anche loro mi ispirano e mi mettono continuamente alla prova.
3. Can you describe the process you follow during your portfolio consultations with students?
3. Puoi descrivere il processo che segui durante le consulenze sui portfolio con gli studenti?
I start by listening. I ask questions about the student’s goals, whether they’re applying to a fine arts program, architecture, or design, and we talk about what they want their work to say. From there, we evaluate their current pieces and identify both strengths and areas that need development. I help them curate, refine, and sometimes reimagine their portfolios to ensure they’re telling a cohesive and compelling visual story. Every session is individualized, and I always stress authenticity: the best portfolios are the ones that feel honest.
Inizio ascoltando. Faccio domande sugli obiettivi dello studente: se stanno facendo domanda per un corso di belle arti, architettura o design, e parliamo di cosa vogliono comunicare attraverso il loro lavoro. Da lì valutiamo i pezzi attuali, identificando sia i punti di forza che le aree da migliorare. Li aiuto a curare, perfezionare e talvolta a ripensare il portfolio, affinché racconti una storia visiva coerente e coinvolgente. Ogni sessione è personalizzata, e sottolineo sempre l’importanza dell’autenticità: i migliori portfolio sono quelli che risultano sinceri.
4. What are the most common mistakes students make when preparing their portfolios, and how do you help them overcome these?
4. Quali sono gli errori più comuni che gli studenti commettono nella preparazione del portfolio, e come li aiuti a superarli?
One common mistake is including too many works without a clear thread connecting them. Another is trying to cater too much to what they think a school wants, instead of presenting work that reflects who they are. I help students identify their strongest pieces and remove anything that weakens the narrative. We talk about pacing, presentation, and voice. I also emphasize the importance of foundational skills, strong drawing is still one of the most powerful elements of any portfolio, regardless of the medium.
Un errore comune è includere troppi lavori senza un filo conduttore chiaro. Un altro è cercare troppo di soddisfare ciò che pensano una scuola voglia vedere, invece di presentare lavori che riflettano davvero chi sono. Aiuto gli studenti a individuare i loro pezzi più forti e a rimuovere quelli che indeboliscono il racconto. Parliamo di ritmo, presentazione e voce. Sottolineo anche l’importanza delle competenze fondamentali: un buon disegno resta uno degli elementi più potenti in qualsiasi portfolio, indipendentemente dal mezzo utilizzato.
5. How do you adapt your consultations to meet the specific needs of each student?
5. Come adatti le tue consulenze alle esigenze specifiche di ogni studente?
I adapt by being responsive and intuitive. Some students need structure and step-by-step guidance, while others need the freedom to experiment and take creative risks. I tailor my feedback to their learning style, artistic goals, and level of experience. I try to create a space where they feel both supported and challenged. No two students are the same, and I view each consultation as a collaborative journey rather than a fixed formula.
Mi adatto in modo reattivo e intuitivo. Alcuni studenti hanno bisogno di struttura e indicazioni passo dopo passo, altri invece necessitano di libertà per sperimentare e osare. Personalizzo il mio feedback in base allo stile di apprendimento, agli obiettivi artistici e al livello di esperienza dello studente. Cerco di creare uno spazio in cui si sentano al tempo stesso sostenuti e stimolati. Nessuno studente è uguale a un altro, e considero ogni consulenza come un percorso collaborativo più che una formula prestabilita.
6. Have there been any particularly memorable moments or significant successes among your students that you’d like to share?
6. Ci sono stati momenti particolarmente memorabili o successi significativi tra i tuoi studenti che vorresti condividere?
Over my 29 years of teaching, 23 of them at the high school level, it’s been incredibly rewarding to help students, especially those who are the first in their families to attend college, gain acceptance to most or all of the schools they apply to. Many have also received substantial scholarships, which can be life-changing. I didn’t have much guidance when I was preparing my own portfolio in high school, and initially, my parents were hesitant about me pursuing a career in the visual arts. So it means a great deal to me now to be that source of guidance and encouragement for my students, the kind of support I wish I had received at their age. Those moments, when students realize their goals are within reach, are some of the most meaningful in my career.
In 29 anni di insegnamento, di cui 23 a livello di scuola superiore, è stato incredibilmente gratificante aiutare studenti – soprattutto quelli che sono i primi nella loro famiglia a frequentare l’università – ad essere ammessi nella maggior parte (se non in tutte) delle scuole a cui hanno fatto domanda. Molti di loro hanno anche ricevuto borse di studio importanti, che possono cambiare la vita. Quando preparavo il mio portfolio al liceo, non avevo molto supporto, e inizialmente i miei genitori erano scettici sul fatto che volessi intraprendere una carriera nelle arti visive. Quindi, per me, ora è molto significativo essere quella guida e quel sostegno che avrei voluto avere alla loro età. Quei momenti in cui gli studenti realizzano che i loro sogni sono davvero raggiungibili sono tra i più preziosi della mia carriera.
7. What are your main sources of inspiration in your artistic work?
7. Quali sono le tue principali fonti di ispirazione nel lavoro artistico?
Much of my inspiration comes from the opportunities I’ve had to visit Italy. My grandparents were from southern Italy, and every time I return, I’m reminded of the deep roots I have there. I’m continually amazed by the dedication, talent, and passion of both classical and contemporary Italian artists. There’s a reverence for craftsmanship in Italy that resonates with me, whether in the visual arts, music, food, or fashion. It’s more than just aesthetic; it’s cultural, emotional. When I’m there, I feel a profound sense of belonging. That connection fuels my desire to create with the same level of care and intentionality I see in so much Italian art.
Gran parte della mia ispirazione nasce dalle opportunità che ho avuto di visitare l’Italia. I miei nonni erano del sud Italia, e ogni volta che ci torno, sento profondamente le mie radici. Rimango costantemente colpito dalla dedizione, dal talento e dalla passione degli artisti italiani, sia classici che contemporanei. In Italia c’è una reverenza per l’artigianalità che mi risuona, sia che si parli di arti visive, musica, cucina o moda. Non è solo estetica: è qualcosa di culturale, emotivo. Quando sono lì, sento un profondo senso di appartenenza. Quel legame alimenta il mio desiderio di creare con lo stesso livello di cura e intenzionalità che vedo in tanta arte italiana.
8. How do you see the evolution of classical figurative art in today’s contemporary context?
8. Come vedi l’evoluzione dell’arte figurativa classica nel contesto contemporaneo?
I think classical figurative art is experiencing a quiet renaissance. In an age of digital saturation and speed, there’s something profoundly moving about a drawing that took 40 hours to complete. Audiences are craving depth, craftsmanship, and sincerity. At the same time, I see many contemporary artists reinterpreting classical approaches in fresh, relevant ways, melding tradition with personal or cultural narratives. It’s not about nostalgia; it’s about reclaiming the human touch in a world that often feels disconnected.
Credo che l’arte figurativa classica stia vivendo una rinascita silenziosa. In un’epoca di saturazione digitale e velocità, c’è qualcosa di profondamente toccante in un disegno che ha richiesto 40 ore per essere completato. Il pubblico ha fame di profondità, artigianalità e sincerità. Allo stesso tempo, vedo molti artisti contemporanei reinterpretare gli approcci classici in modi nuovi e rilevanti, fondendo la tradizione con narrazioni personali o culturali. Non si tratta di nostalgia: si tratta di reclamare il tocco umano in un mondo che spesso appare disconnesso.
9. What advice would you give to a young artist considering a career in the visual arts?
9. Che consiglio daresti a un giovane artista che sta considerando una carriera nelle arti visive?
First, be honest with yourself about why you want to do this, and let that guide everything. Develop your technical skills, yes, but also cultivate your voice. Learn to take critique, be patient with progress, and stay curious. Surround yourself with people who will challenge and uplift you. And remember: your path doesn’t have to look like anyone else’s. There are many ways to live a life in the arts. Trust your instincts and be relentless in your pursuit of growth.
Per prima cosa, sii onesto con te stesso sul perché vuoi fare questo, e lascia che quella motivazione guidi ogni tua scelta. Sviluppa le tue competenze tecniche, certo, ma coltiva anche la tua voce personale. Impara ad accettare le critiche, abbi pazienza con i tuoi progressi e resta curioso. Circondati di persone che ti stimolano e ti sollevano. E ricorda: il tuo percorso non deve somigliare a quello di nessun altro. Esistono molti modi per vivere una vita nelle arti. Fidati del tuo intuito e persegui la crescita con determinazione.
10. What are your future projects, both as an artist and as a mentor?
10. Quali sono i tuoi progetti futuri, sia come artista che come mentore?
As an artist, I’m continuing a series of highly detailed graphite portraits accompanied by personal narratives. I’m also exploring new ways to integrate color and mixed media while staying rooted in classical technique. As a mentor, I plan to expand my portfolio consulting practice, both in person and virtually, to support more students, particularly those who may not have access to quality art instruction. I also hope to host small exhibitions that feature both my work and that of the students I mentor, highlighting the dialogue between teaching and creating.
Come artista, sto portando avanti una serie di ritratti a grafite molto dettagliati accompagnati da narrazioni personali. Sto anche esplorando nuovi modi per integrare il colore e i media misti, pur restando fedele alla tecnica classica. Come mentore, ho intenzione di ampliare la mia attività di consulenza sui portfolio, sia in presenza che online, per supportare più studenti, in particolare quelli che non hanno accesso a un’istruzione artistica di qualità. Mi piacerebbe anche organizzare piccole mostre che includano sia le mie opere che quelle degli studenti che seguo, per mettere in luce il dialogo tra insegnamento e creazione.
In the slow stroke of a pencil and the attentive gaze of a teacher, Michael Chiariello restores to drawing its most ancient—and most urgent—dignity: that of a gesture that listens, welcomes, and tells a story. Between the shadows and light of a face, between a student’s uncertainty and the quiet strength of teaching through art, he reminds us that to create is, above all, an act of love. A love for the human, for presence, for everything in the world that deserves to be truly seen.
Nel tratto lento di una matita e nello sguardo attento di un insegnante, Michael Chiariello restituisce al disegno la sua dignità più antica e al tempo stesso più urgente: quella di un gesto che ascolta, che accoglie, che racconta. Tra le ombre e le luci di un volto, tra le incertezze di uno studente e la forza silenziosa dell’arte che educa, ci ricorda che creare è, prima di tutto, un atto d’amore. Un amore per l’umano, per la presenza, per tutto ciò che, nel mondo, merita di essere visto davvero.
https://michaelchiariello.com/
di Emma Mariani per DailyMood.it
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4 motivi per cui l’amicizia è la prima palestra del dating secondo gli esperti di hinge
Published
2 giorni agoon
8 Ottobre 2026By
DailyMood.it
6 utenti su 10 sostengono che le amicizie solide aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo
L’amore richiede pratica, e le amicizie sono il luogo in cui iniziamo il nostro training. Secondo i dati di uno studio condotto da Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, le persone che hanno amicizie solide riferiscono benefici concreti nel modo in cui vivono la ricerca di una nuova relazione: il 64% afferma infatti che queste amicizie aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo, il 56% a sentirsi più sicure e il 56% a comunicare meglio. Moe Ari Brown, Love and Connection Expert di Hinge, spiega 4 motivi per cui le amicizie rappresentano davvero una palestra per il dating e le relazioni.
Consapevolezza emotiva
Per costruire un’amicizia solida, probabilmente abbiamo già affrontato un momento difficile con un’altra persona e poi abbiamo ricostruito il rapporto. È proprio questo processo di riparazione a rendere le persone più consapevoli a livello emotivo.
Autostima
Le persone pensano che l’autostima sia semplicemente un’energia che si possiede, ma in realtà significa avere paura di mostrarsi autenticamente e scegliere di farlo comunque. È come per uno scrittore che condivide il proprio lavoro: si inizia da un diario, poi lo si mostra a una persona di fiducia, quindi si pubblica qualcosa perché chiunque possa leggerlo, aumentando gradualmente la propria capacità di tollerare l’esposizione davanti a un pubblico. L’amicizia fa la stessa cosa: ci prepara a un momento ad alta intensità emotiva, come il mostrarsi vulnerabili in una relazione.
Capacità comunicative
Allenare la regolazione emotiva e l’empatia sviluppa anche ottime capacità comunicative. Tenere conto dei bisogni dell’altra persona, considerando allo stesso tempo i propri, aiuta a costruire una versione più integrata di noi stessi; più ci esercitiamo a farlo, meno ci sembrerà faticoso. Una buona comunicazione inizia così a diventare il nostro modo naturale di relazionarci, invece di qualcosa che dobbiamo mettere in scena.
L’ascolto attivo, poi, significa rivolgere il corpo verso l’altra persona, mantenere il contatto visivo e restituire ciò che abbiamo ascoltato, invece di spostare la conversazione su di noi. E quando ascoltiamo ed empatizziamo davvero, anziché formulare la nostra prossima risposta, comunichiamo più chiaramente perché non reagiamo in maniera impulsiva. Esercitandoci con le nostre amicizie, questo atteggiamento diventerà naturale durante un appuntamento, facendo la differenza tra chi affronta quel momento con curiosità e chi invece interpreta un ruolo.
Le amicizie possono essere il nostro specchio
Le amicizie ci rimandano un’immagine di come ci si sente a stare in una relazione con noi. Ci aiutano a creare ritmi e abitudini insieme a un’altra persona, a uscire dalla nostra testa e a organizzarci anche intorno agli impegni di qualcun altro: tutti aspetti che il dating e le relazioni richiedono, e a cui normalmente non pensiamo. Le amicizie possono inoltre cogliere ciò che tendiamo a minimizzare, oppure individuare uno schema comportamentale che, essendo troppo vicini alla situazione, non riusciamo a vedere. La chiave per ricevere questo tipo di riflessione sincera da una persona amica dipende dal modo in cui la chiediamo. Possiamo individuare due categorie di domande da rivolgere agli amici: domande tattiche e domande orientate alla crescita. Una domanda tattica consiste nel chiedere alla persona di confermare un’ipotesi che abbiamo già formulato: «Ho torto a provare rabbia perché l*i non si è offert* di venirmi a prendere?» In realtà non è una vera domanda: è una richiesta di approvazione e rimane confinata al rapporto tra noi e la persona amica.
Una versione orientata alla crescita elimina completamente la narrativa tra ragione e torto e pone domande come: «Aiutami a vedere questa situazione da prospettive diverse» oppure «Aiutami a fare pratica su quello che voglio dire, così posso affrontare la situazione con curiosità invece che sulla difensiva». Il test da applicare è semplice: questa domanda mi avvicina all’altra persona oppure si limita a confermare una posizione che ho già assunto?
Le persone amiche possono essere anche ottimi interlocutori con cui confrontarsi sul proprio profilo, spesso perché vedono lati di noi che non mettiamo sempre in primo piano. Per esempio, il modo in cui ci comportiamo con le persone a cui vogliamo bene o un lato giocoso che non mostriamo sempre per primo. È qui che entra in gioco la funzione Friend’s Take di Hinge, che porta il punto di vista di una persona amica all’interno del proprio profilo senza permetterle di sostituire la propria voce. È anche per questo che il 69% delle persone che frequentano app di dating** e che hanno aggiunto un Friend’s Take afferma che questa funzione ha migliorato la capacità del proprio profilo di mostrare chi sono davvero.
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Intervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì
Published
2 settimane agoon
24 Settembre 2026By
DailyMood.it
Storia di un no detto all’alba, e della vita che ne è venuta fuori
Un avvocato sale sul Monte Vettore all’alba di una mattina di giugno, arriva alla croce di ferro e urla. Poche ore dopo rifiuta la società nello studio legale dove ha lavorato per tre anni. Da quel rifiuto nasce un editore: dodici metri quadrati costruiti con le proprie mani, un mestiere imparato in una vecchia tipografia, i rifiuti collezionati, un tradimento, e ogni volta la decisione di ricominciare. In «Tutto dice sì» Domenico Capponi non spiega come si fanno i libri: racconta che cosa costa — e che cosa restituisce — seguire la voce interiore che conosce la nostra natura molto prima che la ragione se ne accorga. Lo abbiamo incontrato.
Il libro comincia con un’ascesa e un urlo: una mattina di giugno, da Forca di Presta fino alla croce di ferro del Vettore. Cosa è successo lassù, e perché quel grido è stato il vero inizio di tutto?
DC: La montagna da sempre mi ha accolto, ogni volta che ho avuto un momento difficile non ho mai guardato la luna, ma la vetta di una montagna. Questo perché a momenti difficili spesso si associano pensieri insistenti, confusi, stati di incertezza allora, io cammino, o meglio io inizio a salire e, durante la salita, quei pensieri si fanno meno insistenti, la loro voce meno forte poi, pian piano svaniscono e arriva il vuoto. È in quel vuoto che riesco a entrare in contatto con me stesso, lassù, su quella vetta, è accaduto questo e da quel vuoto ho capito che era inutile oppormi alla vita, quella vera, quella che sentivo ma, dovevo accettare quel sentimento, quello che sentivo e cioè che dovevo cambiare.
Poche ore dopo, al telefono, rifiuti di entrare in società nello studio legale in cui avevi passato tre anni. Quanto è costato pronunciare quel no e quanto, invece, ti ha restituito?
DC: Quel no è in realtà il frutto del sì che avevo pronunciato in vetta. Non è stato difficile per me pronunciare quel no, ma, come ho detto, accettare il sì. È stato proprio quel sì a mettermi in connessione con me stesso e, in virtù di quel sì, nel momento in cui ho pronunciato quel no, ho avuto l’impressione di trovarmi dalla parte opposta di un ponte e di averlo fatto saltare dietro di me. Non sarei più tornato indietro, mi ero tolto ogni minima possibilità di tornare indietro. Solo così poteva essere fatta la scelta che ho fatto: in modo totale.
Scrivi che decidi di diventare Editore senza sapere nulla del mestiere. Da dove arriva una certezza così netta quando mancano tutte le competenze — e come si distingue la vocazione dal capriccio?
DC: Il mio non era un capriccio, ma un atto di riconoscimento, un grazie, un atto dovuto nei confronti dei libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita e nei confronti della mia natura intima, che ama le sfide. Tutto quello di cui avevo bisogno ero certo che lo avrei imparato
Ti sei costruito da solo una sede di dodici metri quadrati. Che cosa ti ha insegnato quello spazio minimo, e quanto conta cominciare da un luogo fatto con le proprie mani?
DC: È stato fondamentale, le difficoltà si affrontano con i pensieri ma anche con le mani. In quella prima sede sono stato per dodici anni, e ancora oggi, la tengo. Anzi ancora oggi a dire il vero ci vado, entro e mi siedo. Tutto è rimasto come prima, ogni cosa, questo perché devo ricordarmi da dove sono partito e quanto ho amato quel luogo. Qui sta la ricchezza di quello che sto dicendo, io non ho sofferto a stare lì, io ho amato ogni giorno quel piccolo spazio perché ero sicuro che pur stando lì avrei dato alla casa editrice una valenza nazionale. Cosa che ho fatto e, per essere sincero fino alla fine, ti dirò che, oltre all’amore, c’è stata sempre con me una convinzione che non mi ha mai e poi mai abbandonato: non ho mai dubitato che ci sarei riuscito, mai, nemmeno una volta. La mia fiducia nella mia intuizione iniziale è stata totale.
Hai imparato a fare libri in una vecchia tipografia. Che cosa si capisce dell’editoria quando la si impara dall’odore dell’inchiostro e dal peso della carta, e non dai manuali o dai master?
DC: Durante i miei anni di studio per mantenermi ho sempre lavorato, veramente ho iniziato a lavorare a dodici anni, non tanto per bisogno ma per necessità di indipendenza dai miei genitori, non volevo pesare sulle loro finanze. Poi ho continuato. Lavorare era per me stare nel mondo, vivere a contatto con tante realtà diverse. Questo mi ha aiutato perché poi quando ho intrapreso questa sfida imprenditoriale, mi è venuto facile partire dalla base, dall’inchiostro e dal rumore delle macchine.
Nel libro “collezioni rifiuti”. Come si tiene insieme una persona dopo il decimo, il ventesimo no? Esiste un modo sano di stare dentro il fallimento senza farne un’identità?
DC: I no credo siano stati molti di più. Non ho una ricetta segreta. Quello che ha tenuto in piedi me, quello che mi ha fatto vivere con gioia anche i rifiuti, è stata la convinzione di stare seguendo la mia strada e che sarei riuscito a portare avanti la mia visione. Non ho mai accettato un rifiuto senza cercare di capire come migliorarmi, quale indicazione mi stesse dando, ma non ho mai permesso a un rifiuto di definirmi, mai. La mia visione era ed è più grande. In questi casi capita spesso che ci si avvicini a situazioni o persone per avere delle garanzie. Io non l’ho mai fatto. Quando ho deciso di aprire la casa editrice, mi dissi che avrebbe dovuto reggersi da sola, senza strani favori o appartenenze. Idee, studio, formazione, mercato, null’altro.
C’è una ferita precisa nel racconto: essere traditi da chi si credeva un compagno di viaggio. Che cosa ti ha tolto e
che cosa, a distanza di tempo, ti ha lasciato?
DC: Non mi ha tolto nulla, anzi mi ha insegnato tanto. Innanzitutto mi ha messo di fronte a una scelta: continuare a fidarmi delle persone oppure smettere e pensare che tutti, nessuno escluso, visto quello che era successo, potessero essere dei potenziali nemici. Io ho scelto di continuare a fidarmi. Vivo quindi fidandomi delle persone che mi circondano e di quelle con cui stabilisco dei rapporti.
L’altra cosa, ancora più importante, è che, nella situazione in cui ero, ma anche oggi, non potevo permettermi di dedicare tempo ed energie alla negatività, al rancore, all’odio. Sono sentimenti che chi gestisce un’azienda che si muove in base al flusso delle energie non può permettersi, sì, perché le idee sono, a mio avviso, energia.
Fai editoria in una città di provincia, lontano dai circuiti che contano, e talvolta regali il tuo lavoro a chi non può pagarlo. È una scelta romantica o una strategia — e quanto è sostenibile oggi restare indipendenti?
DC: Noi siamo una casa editrice non a pagamento, lavoriamo in tutta Italia e collaboriamo con il più grande distributore nazionale. La logistica si trova a Milano e la promozione a Bologna. Io vivo qui, ad Ascoli Piceno, salutando le persone per strada, fermandomi a parlare con il mio edicolante di sempre, prendendo il caffè immerso nella bellezza rinascimentale di Piazza del Popolo. E faccio vivere le stesse emozioni ai miei collaboratori.
Non è mai stata una scelta strategica, ma il frutto di una precisa visione romantica. Restare indipendenti oggi è molto complesso, perché i nostri partner sono molto grandi e seguono le logiche delle società quotate in Borsa. Ma è possibile, avendo un pensiero trasversale e creativo e, soprattutto, lavorando con tanta immaginazione. In fondo, l’editore dovrebbe fare proprio questo, con i suoi autori e con se stesso: vivere nel mondo delle possibilità e del possibile. Le possibilità dobbiamo cercarle noi, mentre il possibile deve quasi sempre scontrarsi con quella voce comune che direbbe: “È impossibile”. Allora va tutto bene.
Hai raccontato Ascoli Piceno, il Piceno, Meletti, Scandolara, Offida: storie di pietra, di persone e di travertino. Che cosa cambia quando l’editore smette di custodire le storie degli altri e mette in pagina la propria?
DC: Scrivere le storie di grandi aziende è un lavoro molto complesso e arricchente per me. Per farlo seguo delle regole molto rigide. In primo luogo scrivo solo quando con l’azienda o con i fondatori sento un’affinità, non sarei in grado di scrivere a comando, non l’ho mai fatto. Questo è il prerequisito fondamentale affinché io accetti di scrivere la storia di qualcun altro. Quando questa scintilla accade allora scrivere diventa uno scambio e anche io mi arricchisco perché, in realtà, dentro quelle storie fatte di coraggio, visione o difficoltà rivedo sempre qualcosa di me.
«Non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore»: è forse la frase più esposta del libro. A chi oggi ha un no da pronunciare e non trova il coraggio, che cosa diresti — senza dargli una lezione, visto che il libro dichiara di non volerne dare?
DC: Non voglio dare lezioni, non mi rispecchio in questo. La mia è solo una condivisione, nella speranza che questo libro possa essere di aiuto a chiunque, anche fosse una sola persona che si trova nella difficile condizione di dover trovare la propria strada.
Vedi, nel libro dico che c’è una fase in cui si condivide, in cui si parla con gli amici, ci si confronta, ci si prende o si viene tenuti per mano, ma poi, alla fine, si arriva a un punto preciso della propria vita in cui si deve saltare e, in quel momento preciso, in quell’atto specifico, si è soli e non può essere altrimenti. Si salta da soli.
Molti, in quello specifico punto, ci rimangono giorni, anni, o per sempre, e poi finiscono per vivere di rimpianti, per lamentarsi di tutto. Quindi la risposta esatta non c’è, credo che ognuno debba trovarla dentro di sé.
Dalla quarta di copertina
«La nostra missione è quella di fiorire qui e ora, su questa terra, senza se e senza ma, con il giro di carte che ci è capitato in sorte: non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore. È con quelle carte che dobbiamo diventare quello che siamo destinati a essere, dando seguito e vita alla nostra essenza più vera».
«Era di questo che avevo bisogno, volevo il mare aperto, le rotte e le direzioni non le conoscevo, ma le onde non mi facevano paura. Avevo scelto l’ignoto, l’inquietudine, l’insicurezza, il pericolo e la caduta certa, l’errore e il fallimento».
Tutto dice sì – Disponibile dal 25 settembre
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I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria: la nuova ricerca di Filippo Arillotta
Published
3 settimane agoon
21 Settembre 2026By
DailyMood.it
Il nuovo libro dello storico reggino è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni. Dieci testimonianze hanno raccontato due secoli di storia, tra viaggiatori, industria, scienza, politica e letteratura
Ci sono prodotti che appartengono a un territorio. E poi ci sono prodotti capaci di raccontare quel territorio al mondo. E, come documenta lo storico Filippo Arillotta il Bergamotto è passato anche da Firenze prima di arrivare a Reggio Calabria…..
Il Bergamotto di Reggio Calabria appartiene certamente alla seconda categoria. Lo dimostra ancora una volta il professor Filippo Arillotta, storico e scrittore reggino, che è tornato a dedicare la propria capacità di ricerca a quella che è ormai diventata una delle grandi chiavi di lettura della storia economica, sociale e culturale della città dello Stretto.
Dopo il successo di Storia fantastica del Bergamotto di Reggio Calabria, pubblicato da Kaleidon Editrice e già approdato alla ristampa, Arillotta ha presentato il suo nuovo lavoro, “I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, presentato l’8 settembre al Circolo del tennis “Rocco Polimeni” di Reggio Calabria.
Un nuovo libro che conferma una caratteristica fondamentale del lavoro dello storico reggino: la capacità di andare oltre la narrazione tradizionale per cercare, nei documenti e nelle testimonianze, quelle tracce apparentemente secondarie che finiscono invece per restituire una storia molto più grande.
Dieci testimonianze per raccontare una storia internazionale
Il volume è costruito attraverso dieci racconti, dieci testimonianze provenienti da epoche e contesti differenti, accomunate dall’incontro con il Bergamotto di Reggio Calabria.
Non è dunque soltanto la storia di un agrume e della sua essenza. È la storia di come quell’essenza abbia attraversato confini, professioni, mercati e culture, entrando nella vita quotidiana di popolazioni europee e mondiali e contribuendo, al tempo stesso, a proiettare Reggio Calabria in una dimensione internazionale.
Nel libro compaiono relazioni di viaggiatori arrivati a Reggio per conoscere direttamente i luoghi della coltivazione, indagini di mercato, analisi chimiche, relazioni industriali, documenti e riflessioni di carattere politico, fino ad arrivare alla letteratura.
È proprio questa pluralità di fonti a rendere particolarmente interessante la ricerca di Arillotta.
Lo storico non si limita infatti a raccontare ciò che è già noto, ma va alla ricerca di testimonianze capaci di ricomporre, tassello dopo tassello, un’immagine diversa e più ampia della città e del suo patrimonio.
E così il Bergamotto diventa un osservatorio privilegiato attraverso il quale guardare a duecento anni di storia.
La capacità di cercare dove la storia sembra nascondersi
La cifra distintiva di Filippo Arillotta è proprio questa: trasformare la ricerca storica in una scoperta.
Un documento commerciale può raccontare un mercato. Un’analisi chimica può testimoniare il livello raggiunto dalla ricerca scientifica. La relazione di un viaggiatore può restituire l’immagine di un territorio. Una testimonianza industriale può spiegare la nascita di una filiera. Un testo letterario può, infine, trasformare tutto questo in memoria collettiva.
Mettendo insieme queste tessere, Arillotta mostra quanto il Bergamotto di Reggio Calabria sia stato, per generazioni, molto più di una produzione agricola, ma è scienza, economia, industria, profumo, commercio, cultura e immaginario.
E soprattutto è stato un ponte tra Reggio Calabria e il mondo.
L’inedito incontro con Corrado Alvaro
Tra le pagine più sorprendenti del nuovo volume trova posto anche un testo di Corrado Alvaro, poco conosciuto al grande pubblico, nel quale il Bergamotto assume una funzione del tutto particolare: diventa strumento per leggere la realtà politica del proprio tempo.
È un finale che porta il libro su un piano quasi inatteso.
Dalla terra e dagli agrumeti si arriva alla letteratura; dalla storia economica si approda alla dimensione politica e, infine, a quella simbolica.
Nella conclusione, infatti, il Bergamotto sembra quasi liberarsi dalla sua dimensione materiale per diventare profumo, atmosfera, memoria e immaginazione.
Un racconto nel quale la sua fragranza si inserisce in un’Europa attraversata dai venti di guerra, restituendo per un istante una dimensione quasi onirica: la potenza del profumo come possibilità di attenuare, almeno simbolicamente, le tensioni della storia.
Una presentazione che mette insieme storia, agricoltura e cucina
A dialogare con l’autore, nella serata dell’8 settembre, ci sono state personalità provenienti da mondi diversi ma profondamente legati al territorio.
Sono intervenuti Filippo Cogliandro, chef patron del ristorante L’Accademia Gourmet di Reggio Calabria; Rosario Previtera, agronomo e docente di Biotecnologie agrarie; Giuseppe Bombino, docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Dipartimento di Agraria, e presidente del GAL “Area Grecanica”.
A moderare l’incontro è stato Luigi Caminiti, docente del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria.
Una scelta di relatori che ha restituito perfettamente lo spirito del libro: il Bergamotto può essere studiato attraverso la storia, analizzato attraverso la scienza agraria, interpretato nella sua dimensione territoriale e culturale e, naturalmente, raccontato anche attraverso la cucina.
Ed è proprio quest’ultimo passaggio a rendere particolarmente significativo il contributo di uno chef come Filippo Cogliandro, da anni impegnato nella valorizzazione delle eccellenze identitarie della Calabria e nella trasformazione della materia prima del territorio in linguaggio gastronomico contemporaneo.
Reggio Calabria e quella dimensione internazionale spesso dimenticata
Il lavoro di Arillotta compie, in definitiva, un’operazione che va oltre il semplice racconto del Bergamotto.
Attraverso dieci testimonianze, restituisce alla città una parte della propria storia internazionale.
Una storia che spesso rimane nascosta dietro le immagini più conosciute di Reggio Calabria, ma che i documenti sono ancora capaci di raccontare: una città osservata da viaggiatori stranieri, studiata dalla scienza, attraversata dai commerci, collegata ai mercati internazionali e capace di lasciare una traccia persino nella letteratura.
È questo, forse, il risultato più interessante della ricerca di Filippo Arillotta: dimostrare che per comprendere la storia di un territorio non sempre bisogna cercare grandi eventi. A volte basta seguire il profumo di un agrume.
E quello del Bergamotto di Reggio Calabria, da oltre due secoli, ha viaggiato molto lontano.
“I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, edito da Kaleidon, è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni di Reggio Calabria.
Il libro è disponibile online su https://www.kaleidoneditrice.it/shop/i-racconti-del-bergamotto-di-reggio-calabria/
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