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Oscar 2024, le nomination: Oppenheimer ha 13 candidature, Io Capitano è candidato come miglior film straniero

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Se due indizi fanno una prova, nel leggere le nomination agli Oscar che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha annunciato ieri, la lista dei 10 candidati come miglior film va letta in abbinamento a quella per la miglior regia, dove i candidati sono 5: di solito un film che è candidato anche per la regia è chiaramente più forte. Se seguiamo questa teoria i favoriti alla corsa all’Oscar sarebbero Oppenheimer di Christopher Nolan, Killers Of The Flower Moon di Martin Scorsese, Povere creature! di Yorgos Lanthimos, Anatomia di una caduta di Justine Triet, e la Zona d’interesse di Jonathan Glazer. Se i film candidati anche per la miglior regia sono questi, gli altri 5 candidati come miglior film sono Barbie, The Holdovers, Maestro, American Fiction e Past Lives, che curiosamente è candidato come miglior film ma non come miglior film straniero. Ancora più curioso il caso di Anatomia di una caduta: il film francese non è stato scelto dalla commissione della propria nazione per concorrere agli Oscar per il miglior film in lingua straniera (dove il film transalpino scelto non è entrato in cinquina…) ma si è ampiamente rifatto con 5 nomination, tutte nelle categorie principali: film, regia, sceneggiatura, attrice (Sandra Hüller) e montaggio. Che non sia nella cinquina in lizza per il film straniero è un bene per Matteo Garrone: il suo Io Capitano è entrato in nomination (è il primo film italiano che non sia di Paolo Sorrentino negli ultimi 18 anni, da La bestia nel cuore) e ha un concorrente in meno. Ma per l’Italia sarà comunque durissima: il grande avversario è ancora La zona d’interesse di Jonathan Glazer, candidato anche qui, per la Gran Bretagna, ma c’è anche Perfect Days di Wim Wenders, che rappresenta il Giappone, La società della neve, di Juan Antonio Bayona, che batte bandiera spagnola ma soprattutto di Netflix, e The Teacher’s Lounge, in arrivo dalla Germania. A voler seguire un’altra teoria, il film favorito sarebbe Oppenheimer, quello con più candidature: ben 13. Pare davvero essere l’anno di Nolan. Ma non è detto che chi ha più nomination vinca, o porti a casa più statuette. A proposito, Killers Of The Flower Moon del grande Martin Scorsese di nomination ne ha 10.

I migliori attori
La potenza atomica di Oppenheimer si riversa anche nella corsa agli Oscar per i migliori attori. Il film di Christopher Nolan piazza in nomination Cillian Murphy come miglior attore protagonista (se la vedrà con il Paul Giamatti di The Holdovers, il Bradley Cooper di Maestro, Colman Domingo per Rustin e Jeffrey Wright per American Fiction), Robert Downey Jr. come miglior attore non protagonista (come avversari ha il grande Robert De Niro di Killers Of The Flower Moon, lo spassoso Ryan Gosling di Barbie, il lascivo Mark Ruffalo di Povere creature! e Sterling K. Brown di American Fiction) e Emily Blunt come miglior attrice non protagonista. A sfidarla ci saranno America Ferrera per Barbie, Danielle Brooks per Il colore viola, Da’vine Joy Randolph per The Holdovers e Jodie Foster per Nyad. Per quel film è stata nominata anche Annette Bening come miglior attrice protagonista. Insieme a lei ci sono l’incantevole Emma Stone di Povere creature!, Carey Mulligan per Maestro, Sandra Hüller per Anatomia di una caduta e Lily Gladstone per Killers Of The Flower Moon. Sembra essere proprio lei la favorita. Gli altri favoriti potrebbero essere Robert Downey Jr. come attore non protagonista, Cillian Murhy e Paul Giamatti come attore protagonista, mentre per l’attrice non protagonista c’è più incertezza.

Animazione: Il ragazzo e l’airone contro L’uomo ragno
Come nella categoria del miglior film in lingua straniera, di cui vi parliamo in apertura, c’è una grande bagarre anche nella categoria del miglior film d’animazione. La statuetta potrebbe vincerla Hayao Miyazaki, il maestro giapponese al suo ultimo film in carriera (almeno così dice), Il ragazzo e l’airone. Ma tra gli avversari ha Spider-Man: Across The Spider-verse, che è il sequel di Spider-Man: Un nuovo universo, che qualche hanno fa sbaragliò a sorpresa la concorrenza e vinse l’ambita statuetta a dispetto dei grandi dell’animazione, Disney, Pixar e Dreamworks. Se la lotta sembra tra questi due film, anche gli altri non sono da meno: Elemental è un ottimo film, anche se forse non il migliore tra i tanti capolavori Pixar; Robot Dreams e Nimona sono gli outsider.

Le migliori canzoni: domina Barbie
È sempre interessante anche la lotta per la miglior canzone originale. Qui la parte del leone la fa Barbie con due canzoni: I’m Just Ken, cantata da Ryan Gosling, e What Was I Made For di Billie Eilish. Ma ci sono anche Wahzhazhe (A Song For My People) di Scott George, da Killers Of The Flower Moon, The Fire Inside, della specialista Diane Warren, da Flamin’Hot, e It Never Went Away, di Jon Batiste e Dan Wilson, da American Symphony. Le colonne sonore originali che invece si batteranno per la statuetta sono quelle di Oppenheimer (Ludwig Goransson), Povere creature! (Jerskin Fendrix), American Fiction (Laura Karpman) e due grandi come John Williams, che ha curato le musiche di Indiana Jones e il Quadrante del Destin,o e Robbie Robertson, che ha dato vita alla colonna sonora di Killers Of The Flower Moon.

Costumi, trucco e acconciature, fotografia
Ma che film sarebbero senza i costumi? E, soprattutto, come scegliere? I magnifici e barocchi costumi di Povere creature! o gli stilosi e spassosi costumi di Barbie? O, ancora, i filologici costumi di Napoleon, Oppenheimer e Killers Of The Flower Moon? Povere Creature! e Oppenheimer sono candidate anche per trucco e acconciature, insieme a Maestro, Golda e La società della neve. E che film sarebbero senza la luce? La categoria della fotografia è quella che ci affascina da sempre, e allora chiudiamo con loro, i dop, i maestri della luce, prima di lasciarvi con la lista di tutti i candidati. I migliori direttori della fotografia sono quelli di El Conde (il grande Edward Lachman), Killers of the Flower Moon (una certezza come Rodrigo Prieto), Maestro (Matthew Libatique, un grande professionista) Oppenheimer (Hoyte Van Hoytema, fidato collaboratore di Nolan) e Povere creature! (Robbie Ryan), forse il film che, da questo punto di vista, colpisce di più.

MIGLIOR FILM:
American Fiction
Anatomia di una caduta
Barbie
The Holdovers
Killers of the Flower Moon
Maestro
Oppenheimer
Past Lives
Povere creature! – Poor Things
La zona d’interesse

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:
Bradley Cooper (Maestro)
Colman Domingo (Rustin)
Paul Giamatti (The Holdovers)
Cillian Murphy (Oppenheimer)
Jeffrey Wright (American Fiction)

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:
Annette Bening (Nyad)
Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)
Sandra Hüller (Anatomia di una caduta)
Carey Mulligan (Maestro)
Emma Stone (Povere creature! – Poor Things)

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA:
Sterling K. Brown (American Fiction)
Robert DeNiro (Killers of the Flower Moon)
Robert Downey Jr. (Oppenheimer)
Ryan Gosling (Barbie)
Mark Ruffalo (Povere creature! – Poor Things)

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA:
Emily Blunt (Oppenheimer)
Danielle Brooks (Il colore viola)
Jodie Foster (Nyad)
America Ferrera (Barbie)
Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers)

MIGLIOR REGISTA:
Justine Triet (Anatomia di una caduta)
Jonathan Glazer (La zona d’interesse)
Yorgos Lanthimos (Povere creature! – Poor Things)
Christopher Nolan (Oppenheimer)
Martin Scorsese (Killers of the Flower Moon)

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE:
Anatomia di una caduta
The Holdovers
Maestro
May December
Past Lives

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE:
American Fiction
Barbie
La zona d’interesse
Oppenheimer
Povere creature! – Poor Things

MIGLIOR FILM ANIMATO:
Il ragazzo e l’airone
Elemental
Nimona
Robot Dreams
Spider-Man: Across The Spider-Verse

MIGLIOR FOTOGRAFIA:
El Conde
Killers Of The Flower Moon
Maestro
Oppenheimer
Povere creature! – Poor Things

MIGLIOR TRUCCO&PARRUCCO:
Golda
La società della neve
Maestro
Oppenheimer
Povere creature! – Poor Things

MIGLIOR MONTAGGIO:
Anatomia di una caduta
The Holdovers
Killers of the Flower Moon
Oppenheimer
Povere creature! – Poor Things

MIGLIORI SCENOGRAFIE:
Barbie
Killers of the Flower Moon
Napoleon
Oppenheimer
Povere creature! – Poor Things

MIGLIOR SONORO:
Maestro
Oppenheimer
La zona d’interesse
Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte I
The Creator

MIGLIORI COSTUMI:
Barbie
Killers of the Flower Moon
Napoleon
Oppenheimer
Povere creature! – Poor Things

MIGLIOR CANZONE:
IT NEVER WENT AWAY (American Symphony);
I’m Just Ken (Barbie);
What Was I Made For? (Barbie)
The Fire Inside (Flamin’ Hot)
Wahzhazhe (Killers of the Flower Moon)

MIGLIORI COLONNA SONORA:
American Fiction
Indiana Jones e il quadrante del destino
Killers of the Flower Moon
Oppenheimer
Povere creature! – Poor Things

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI:
The Creator
Godzilla Minus One
Napoleon
Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte I
Guardiani della galassia vol. 3

MIGLIOR FILM STRANIERO:
Io, Capitano
Perfect days
La società della neve
The Teachers’ Lounge
La Zona d’interesse

MIGLIOR DOCUMENTARIO:
Bobi Wine: The People’s President
The Eternal Memory
20 Days in Mariupol
Four Daughters
To Kill a Tiger

MIGLIOR CORTO DOCUMENTARIO:
The ABCs of Book Banning
The Barber of Little Rock
Island in Between;
The Last Repair Shop
Nǎi Nai & Wài Pó

MIGLIOR CORTO:
The After§
Invincible
The shepherd
Strange way of Life
The Wonderful Story of Henry Sugar

MIGLIOR CORTO ANIMATO:
Letter to a pig
Ninety-Five Senses
Our Uniform
Pachyderme
War is Over! Inspired by the Music of John & Yoko

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.

Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.

Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi

Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.

Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.

Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto.  O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.

Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.

La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano

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Come si sfila per le varie maison di moda? Per Chanel si sfila in modo più rilassato, professionale. Per Louis Vuitton si sfila in modo più aggressivo, veloce, muovendo con forza i fianchi. È un dialogo tra alcune modelle che vediamo in scena in Couture, il nuovo film di Alice Winocour con Angelina Jolie, Louis Garrel, Vincent Lindon, Ella Rumpf e la rivelazione Anyier Anei, modella e attivista qui al suo debutto cinematografico. Vedremo il film al cinema dal 26 agosto, distribuito da Plaion Pictures.

Angelina Joline è Maxine, regista, arrivata al success con un film di vampiri. Anzi, un film su una donna vampiro che si vendica in questo modo di tutte le donne che sono state vittime nei film horror. Arriva a Parigi, chiamata dalla maison Chanel per girare il film che aprirà la sua sfilata. La moda è inutile e necessaria per lei, che si presenta vestita di nero, poco curata. Ma accetta di girare quel film. Ne ha bisogno e lo trova stimolante. Nel frattempo, però, scopre di essere malata. E la sua vita cambia. Anche la sua esperienza a Parigi acquista un altro senso. La sua storia si intreccia con quella di Ada, una modella esordiente sudanese (Anyier Anei). La maison vuole farne suo volto, ma lei non è convinta di voler fare questo nella vita. Ad aiutarla c’è una giovane truccatrice (Ella Rumpf), con il sogno di fare la scrittrice.

Couture è stato girato durante la Settimana della Moda a Parigi, nella maison Chanel, nelle sartorie dai ritmi febbrili, sui set fotografici, negli appartamenti delle modelle. I marchi e nomi sono presenti con parsimonia, ma la frenesia di quel mondo ci arriva tutta. Ci sono gli abiti e le sfilate, gli stilisti e i fotografi, le sarte e le truccatrici. Ma quello che esce è un ritratto in fondo poco glamour. Alice Winocour punta piuttosto a farci vedere il duro lavoro, i retroscena, i dubbi e le contraddizioni. Vediamo soprattutto il mondo che c’è dietro le passerelle, il ritmo di tutti i giorni. È un film che intreccia pubblico e privato. Perché mentre vediamo la grande macchina andare avanti, assistiamo a tre storie private, a loro modo drammatiche. Ci sono le paure, ci sono i dubbi, ci sono i sogni. C’è la stanchezza psicologica. E c’è quella fisica, con i pedi delle modelle che a fine giornata vanno messi nel ghiaccio.

Couture è dominato dai toni del bianco. Sono quelli degli abiti scelti per la collezione, sono quelli delle luci chiare delle sartorie, ma anche degli ambulatori dei medici e degli scarni appartamenti in cui vivono le modelle. Quello che ci arriva da Couture è un mondo della moda che non è più distante e distaccato, ma più vicino a noi. È un mondo che è allo stesso tempo incantato, ma anche molto concreto. È una delle rare volte che si ha la possibilità di viaggiare dietro le quinte, di andare oltre la passerella e le foto. Per questo Couture è una visione da non perdere. Con un finale e un sottofinale catartici e carichi di simbolismi.

In quella che è una messa in scena naturalista, in qualche modo, ma non completamente, vicina al documentario, a colpire sono le interpretazioni femminili. Angelina Jolie (qui anche produttrice) nel ruolo di Maxine è empatica, emotiva, luminosa, magnetica come non la vedevamo da tempo. Quello dell’attrice americana è un gradito ritorno. Ma brillano anche la bellezza dell’attrice africana Anyier Anei e l’intensità e l’umanità di quello di Ella Rumpf, la sognatrice del gruppo. Couture è un film da vedere. Per guardare poi la moda con altri occhi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti

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“Non siete il passato degli esseri umani, ma il futuro”. È una frase che viene detta a proposito degli automi al centro di Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, maestro del cinema giapponese e Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, il film arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Quella del futuro degli umani, ormai evoluti in esseri di Intelligenza Artificiale era il finale di A.I. – Intelligenza Artificiale, il film di Steven Spielberg del 2001. E, come vedrete, questo film riprende proprio lo spunto del capolavoro di Spielberg, ma prendendo una strada completamente diversa.

Interpretato da Haruka Ayase, Daigo e dal giovane Rimu Kuwaki, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano e racconta la storia di Otone e Kensuke, una coppia che, dopo aver perso il figlio, accoglie nella propria casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. La compagnia che se ne occupa si chiama Re-Birth, rinascita, e il suo simbolo è la falena luna, una farfalla che la leggenda vuole essere portatrice delle anime dei defunti. Ma chi sono questi della Re-Birth? Avvoltoi che credono di fare fortuna sui dispiaceri altrui? O benefattori in grado di alleviarli?

A.I. – Intelligenza Artificiale, tratto da un racconto da Brian W. Aldiss, nelle mani di Spielberg era diventata la storia di Pinocchio di Collodi, con tanto di personaggi e snodi simili. Qui, per tutta la prima parte, ci sono pochi personaggi di contorno e il focus è sui genitori e il bambino. E, anche nella seconda parte, quando entrano in scena altri personaggi, sono sempre funzionali ai tre personaggi centrali. Kore’eda, qui, lascia fuori tanti dei discorsi di Spielberg, come la paura e la contestazione nei confronti degli automi, tiene a freno svolte narrative ed emotività, in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla riflessione e sulla questione etica e morale. Non si pensa quasi mai a Spielberg durante tutta la visione del film. E questo è sicuramente un punto a favore del regista giapponese. Punti di partenza simili, svolgimenti diversi portano al risultato di due grandi film, ognuno a suo modo. C’è anche qualcosa di Blade Runner, in Sheep In The Box. È così quando si parla di ricordi. Quelli del piccolo automa sono quelli impiantati artificialmente, presi dalle foto, come per i replicanti del film di Ridley Scott.

Sheep In The Box vive su una continua dialettica – o uno scontro – tra due piani. Da un lato quello emotivo, quello che prova a immaginare il dolore di due genitori per l’aver perso un figlio e l’elaborazione del lutto. Un piano che Kore’eda mette in scena con un tono rispettoso, tenue e crepuscolare. L’altro piano è quello intellettuale, più freddo, la riflessione etica e filosofica su una tecnologia che ogni giorno diventa più avanzata, un misto di robotica e Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che oggi può fare quasi tutto. Ma che, forse, non può colmare gli affetti, lenire i rimpianti, riparare i sentimenti.

Su due diversi piani, almeno all’inizio, vivono anche i genitori. La madre sembra essere entusiasta di avere a casa di nuovo il proprio figlio, ben consapevole di mettere in scena una finzione. Il padre è decisamente scettico: chiama il bambino automa un ‘roomba’, un evidente riferimento a un noto robot domestico, e gli dice di non chiamarlo papà – in fondo non lo è – ma ‘signore’. Credere o non credere, questo in fondo è il dilemma. Lasciarsi andare o meno. È una questione di fede. Come in tutte le cose della vita. E anche noi che vediamo il film siamo combattuti tra questi due punti di vista. Ma il dubbio è anche un altro. Come va trattato quel ‘bambino’? Come un vero figlio o come un succedaneo? Conviene stare al gioco o no? E ancora: le preoccupazioni di un genitore, nel caso di un figlio automa, devono essere le stesse di un bambino in carne ed ossa? Ma il film è un continuo porsi domande. Che siano di natura etica e filosofica o che siano proprio sullo sviluppo del racconto, il film si segue sempre con l’attenzione alta. Perché non sappiamo mai dove potrà portarci questa storia. E questo è sicuramente un pregio del film, in cui ogni svolta narrativa non è mai scontata.

“Preferisco le decisioni sofferte. Se non soffro non sono contenta”. È quello che dice, a un certo punto, la madre. Ed è chiaro che Sheep In The Box è anche un film sulla sofferenza umana. Il finale del film è inaspettato, ma, in fondo, è nella logica delle cose, e quindi perfettamente coerente con la storia. I due protagonisti si sentono spiazzati. Ma poi ci pensano, per arrivare alla conclusione che “prima o poi succede a tutti i genitori. Forse”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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