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Quello che c’è da sapere su Venezia 79.

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Questo è un anno celebrativo per il Festival di Venezia: La Biennale celebra i 90 anni del più antico festival del cinema al mondo, la cui prima edizione si svolse dal 6 al 21 agosto del 1932 sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido.

Le novità della 79° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, che si terrà dal 31 agosto al 10 settembre, sono state svelate dal Presidente della Biennale Roberto Cicutto e Alberto Barbera, Direttore Artistico della kermesse veneziana durante la conferenza stampa di presentazione in diretta streaming dalla sede della Biblioteca dell’Archivio Storico della Biennale.

I film
A contendersi il Leone d’Oro quest’anno una lista di film e di autori davvero entusiasmante. Sono ventitre i film in concorso per il Leone d’Oro, di cui cinque dal titolo tricolore.

Se ne parla da mesi e approderà al festival lagunare il film Blonde di Andrew Dominik con Ana De Armas ad interpretare Marilyn Monroe.

Love Life di Koji Fukada, uno dei più grandi registi del cinema giapponese contemporaneo e già premiato a Cannes per lo straordinario Harmonium e il nuovo film di Todd Field, Tar con una formidabile Cate Blanchett nei panni di una direttrice d’orchestra.

Grande curiosità anche riguardo alla pellicola del visionario Alejandro G. Iñárritu, “Bardo, False Chronicle of a Handful of Truths”, una commedia nostalgica, descritto come il film più personale del regista, che racconta la storia di un giornalista e documentarista messicano che attraversa una crisi esistenziale.

Tanto cinema francese incentrato sul dramma, tra cui Saint Omer di Alice Diop, una storia carica di emozioni quella tra una madre e una figlia in difficoltà; e Athena del francese Romain Gavras, un dramma sociale ambientato in una metropoli parigina, racconta di una rivolta popolare in seguito all’omicidio di un giovane immigrato.

Infine, ci saranno autori e autrici che giocheranno in casa: alla regia il famosissimo Luca Guadagnino con una produzione italo-americana, “Bones And All”, che vanta un cast eccezionale, da Timothèe Chalamet, passando per Taylor Russell fino ad arrivare a Michael Stuhlbarg.

Guadagnino racconta i margini della società attraverso gli occhi dei protagonisti Maren e il solitario Lee, giovani innamorati alle prese con un viaggio on the road dai toni horror.

 “Il signore delle formiche” di Gianni Amelio invece racconta la storia umana e giudiziaria del drammaturgo e poeta Aldo Braibanti, interpretato da Luigi Lo Cascio.

Altra pellicola ambientata nel passato, più precisamente in una Roma degli anni ’70, sospesa tra conquiste sociali e vecchi modelli di famiglia, ‘L’immensità‘ di Emanuele Crialese, con Penelope Cruz che dà vita al personaggio di Clara, protagonista di questo film dal genere drammatico.

Gli altri due film in gara sono ‘Chiara‘ di Susanna Nicchiarelli, film biografico, storia della santa d’Assisi interpretata da Margherita Mazzucco e ‘Monica’ di Andrea Pallaoro, una storia che esplora “la complessità della dignità umana, le conseguenze profonde del rifiuto e le difficoltà nel guarire le proprie ferite”, come dichiarato dal regista.

Per quanto riguarda, invece, le altre sezioni della kermesse, diciannove sono i film Fuori Concorso, tra cui “Siccità” di Paolo Virzì, una commedia corale dai toni tragici non molto distante dalla realtà, che ipotizza un futuro prossimo dove l’acqua scarseggia mostrandone le terribili conseguenze.

Fuori concorso compare anche il thriller “Don’t Worry Darling” di Olivia Wilde con protagonista la sua nuova fiamma, Harry Styles. Mentre nella sezione Orizzonti troviamo “Ti mangio il cuore” di Pippo Mezzapesa con Elodie in veste di attrice per la prima volta.

Non mancheranno i documentari, tra cui “Nuclear” di Oliver Stone e “Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom” diretto dal regista israeliano Afineevsky, il racconto di un popolo che ha lottato per la libertà, oggi purtroppo pericolosamente minacciata.

Annunciata inoltre la sezione Venezia Classici, dedicata ai documentari sulla storia del cinema, e il film e i cortometraggi della 37esima Settimana internazionale della Critica.

In concorso in questa sezione Sergio Leone – “L’italiano che inventò l’America”, docufilm prodotto diretto da Francesco Zippel.

Sarà White Noise di Noah Baumbach ad alzare il sipario di questa 79° edizione di Venezia.

Il film di apertura è un adattamento di un romanzo dello scrittore statunitense Don DeLillo.

Grandi aspettative sul film di Baumbach, definito da Barbera “un’opera originale, ambiziosa e avvincente, che gioca con equilibrio su più registri: drammatico, ironico, satirico. Il risultato è un film che esamina le nostre ossessioni, i nostri dubbi e le nostre paure riprese negli anni Ottanta ma con chiari riferimenti alla contemporaneità”.

La proiezione ufficiale della pellicola sarà il 31 agosto nella sala Grande del Palazzo del Cinema e sarà la prima volta in cui la Mostra viene aperta da un titolo prodotto Netflix.

Chiusura in thriller con il film presentato fuori concorso, “The Hanging Sun – Sole di mezzanotte”, tratto dall’omonimo bestseller di Jo Nesbø e diretto da Francesco Carrozzini con protagonista Alessandro Borghi.

Come ha spiegato in conferenza stampa il direttore artistico Alberto Barbera, “è girato tutto in inglese nel nord della Norvegia”.

Gli ospiti
Star e ospiti attesissimi calcheranno il red carpet: al lido approderanno star internazionali tra le quali Adam Driver (“White Noise”), Harry Styles, Chris Pine e Olivia Wilde (“Don’t worry darling”) Cate Blanchett (“Tàr”), Hugh Jackman, Ana de Armas, Penelope Cruz (“En los màrgenes” e “L’Immensità”), Catherine Deneuve, Timothée Chalamet (“Bones and All”), Anthony Hopkins (“The Son” di Florian Zeller) e Colin Farrell (“The banshees of Inisherin” di Martin McDonagh).

Presenti anche Elodie (“Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa) e Michele Bravi (per Amanda, di Carolina Cavalli), oltre alle stelle del cinema italiano, Alessandro Borghi, Padrino della 74esima edizione del Festival.

I Leoni d’Oro alla carriera del Festival di Venezia 2022 saranno assegnati all’attrice francese Catherine Deneuve e a Paul Schrader, regista e sceneggiatore americano.

La madrina della cerimonia di apertura e di chiusura della Mostra sarà l’attrice, conduttrice televisiva, e modella spagnola Rocío Muñoz Morales.

La giuria

Julianne Moore è stata nominata presidente della giuria del concorso della 79esima edizione del Festival di Venezia. Assieme a lei, in giuria vi saranno Mariano Cohn (regista, sceneggiatore e produttore), Leonardo Di Costanzo (regista e sceneggiatore), Audrey Diwan (regista), Leila Hatami (attrice), Kazuo Ishiguro (scrittore e sceneggiatore), Rodrigo Sorogoyen (regista, sceneggiatore e produttore).

La giuria del concorso assegnerà il Leone d’Oro per il miglior film e gli altri premi ufficiali del concorso: Gran Premio della Giuria, Leone d’Argento – Premio per la migliore regia, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, Premio Speciale della Giuria, Premio per la migliore sceneggiatura, Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente.

Venezia79: “una finestra aperta sul mondo”, sottolinea il direttore Alberto Barbera

«I festival sono finestre aperte sul mondo. La finestra di Venezia79 non può certamente ignorare ciò che accade sotto i nostri occhi. Sono cose che preferiremmo non vedere, come la guerra in Ucraina, gli arresti dei cineasti in Iran, o la condanna alla produttrice turca condannata per un documentario che non è mai stato realizzato. Il festival annuncerà delle iniziative in merito, perché i festival non sono delle bolle chiuse che non guardano la realtà».

È un cinema più cupo quello che popola questa edizione, e forse non potrebbe essere diversamente, dai grandi toni drammatici e storie esistenziali.

Le commedie sono limitate, come se la pesantezza del clima attuale si sia espressa in un incupimento tematico e di toni.

Un programma molto vario quello di quest’anno quindi, che accosta ad un cinema più commerciale, storie più intime, familiari e personali dando spazio a riflessioni sociali e politiche che è necessario portate all’attenzione del grande pubblico.

Credit Images: Asac – La Biennale di Venezia

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Black Panther: Wakanda Forever. L’universo Marvel è al femminile

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All’inizio di Black Panther: Wakanda Forever, la scritta che è solita introdurre i film del Marvel Cinematic Universe, stavolta è diversa dal solito. Non c’è musica, e le immagini scorrono in totale silenzio. E non ci sono le foto di tutti i personaggi, ma solo di uno. È Chadwick Boseman, l’attore che ha dato il volto e il corpo a Black Panther, e che è prematuramente scomparso per una malattia nel 2020. Andare a vedere il nuovo Black Panther: Wakanda Forever, al cinema dal 9 novembre, vuol dire prima di tutto fare i conti con la scomparsa di un attore molto amato, piangere per la scomparsa dell’eroe, tributare a lui il degno omaggio. Per questo, e non solo, il nuovo film Marvel è molto diverso dagli altri. È molto più emotivo, molto meno ironico, e porta con sé un senso di pietas e di morte come mai avevamo visto in un cinecomic. Ma è anche un colossale e spettacolare prodotto di intrattenimento, tonitruante e magniloquente. È la Marvel, bellezza.

Nella storia di Black Panther: Wakanda Forever, la Regina Ramonda (Angela Bassett), Shuri (Letitia Wright), M’Baku (Winston Duke), Okoye (Danai Gurira) e le Dora Milaje (tra cui Florence Kasumba) lottano per proteggere la loro nazione dalle invadenti potenze mondiali dopo la morte di Re T’Challa, alias Black Panther (Chadwick Boseman). Mentre gli abitanti del Wakanda cercano di comprendere il prossimo capitolo della loro storia, gli eroi devono riunirsi con l’aiuto di War Dog Nakia (Lupita Nyong’o) e di Everett Ross (Martin Freeman) e forgiare un nuovo percorso per il regno del Wakanda. Mentre tutto il mondo sembra bramare sempre di più il vibranio, la preziosa risorsa di Wakanda, la Regina Ramonda riceve la visita di Namor (Tenoch Huerta), re di Talokan. Sarà un alleato o un nemico?

Black Panther: Wakanda Forever ci immerge nuovamente nel mondo di Wakanda, il mondo di Black Panther che, in occasione del primo film e delle opere sugli Avengers, si è integrato alla perfezione nella saga del Marvel Cinematic Universe. È un mondo che funziona molto bene anche nei film stand alone di Black Panther. È un mondo credibile, che pare davvero reale, e allo stesso tempo è qualcosa che viaggia verso l’utopia. Sì, perché Wakanda è il sogno di un’Africa libera, evoluta, non corrotta. Un’Africa che ha le risorse e non ne viene derubata, che domina il progresso tecnologico. Wakanda è un’Africa orgogliosa e non sottomessa, e un popolo che non è costretto ad andarsene o a snaturare la propria identità. È qualcosa che, davvero, un giorno, vorremmo diventasse realtà. Sono in molti a vederla così, e una delle ragioni del successo di Black Panther potrebbe essere proprio questa.

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Come dicevamo, Black Panther: Wakanda Forever è un classico film Marvel: spettacolare, denso, articolato, ricco d’azione, lunghissimo. Ma, d’altro canto, è un film particolare e diverso dagli altri. La scomparsa di Chadwick Boseman ha ovviamente portato a una riscrittura del progetto iniziale. Era già capitato, nell’Universo Marvel, che grandi eroi fossero morti sul grande schermo, e sappiamo quanto è stato doloroso. Ma stavolta è diverso. Stavolta è l’attore e non il personaggio ad essere venuto a mancare. E la cosa ha un senso di ineluttabilità e di amarezza senza precedenti. E, al di là della commozione che arriva, soprattutto nelle prime battute e nella scena post credit, questo rende singolare un film in cui, per tutta la durata, l’eroe è assente. E, allo stesso tempo presente, come Rebecca – La prima moglie di Hitchcock. Black Panther in qualche modo tornerà, nel finale, e sarà una vera sorpresa. Che non vi vogliamo svelare.

E questa scelta se ne porta dietro altre. Perché, senza il protagonista principale, Black Panther: Wakanda Forever diventa un film corale, forse il più corale del Marvel Cinematic Universe, se escludiamo ovviamente i film degli Avengers. È un film corale per la natura dei personaggi di Wakanda, ma soprattutto perché i personaggi riflettono sul vuoto lasciato dall’eroe, e moltiplicano le forze per farlo. In particolare, è interessante che, a reggere le sorti di Wakanda siano soprattutto le donne. Donne lasciate da sole, per vari motivi, dagli uomini. Donne che sono in grado di prendere in mano il loro destino e difendersi da sole. E di essere quello che sono, di seguire le proprie inclinazioni, di scegliere il proprio look e il loro posto nel mondo. Ed è un elemento molto attuale e originale.

Certo, non tutto è riuscito in un film che è eccessivamente lungo (due ore e quaranta minuti) e che, da un lato porta alla luce troppe storie e troppi spunti, mentre dall’altro perde troppo tempo per arrivare al dunque. La parte centrale risulta troppo pesante, lunga, mentre l’inizio e il finale funzionano. È anche un film carico di riferimenti, che vanno da James Bond ad Iron Man, da Atlantide all’Odissea, e che vi lasciamo scoprire da soli. Così come vi lasciamo scoprire la bellezza e la bravura di alcune grandi attrici. Tra cui spiccano Angela Bassett, la Regina di Wakanda, di cui ci eravamo innamorati quasi 30 anni fa in Strange Days, e ancora oggi ha un carisma e una bellezza impareggiabili. Accanto a lei, in quello che è un grande cast, brilla Letitia Wright, nel ruolo di Shuri, sorella di Re T’Challa, una bellezza insolita, particolare, fragile in apparenza e forte nell’animo, una vera sorpresa. Sì, nel nuovo film di Black Panther il Marvel Cinematic Universe è al femminile.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Arriva nelle sale l’ate di “MUNCH. AMORI, FANTASMI E DONNE VAMPIRO”

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Arte al cinema. Al cinema, dal 7 al 9 Novembre 2022 arriva il secondo film della rassegna “La Grande Arte al Cinema”,  progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital. e distribuita con i media partner Radio Capital, Sky Arte, MYmovies.it e in collaborazione con Abbonamento Musei. Dopo Tiziano, ecco Munch, nato a Laten nel 1863 e la sua psicologia dei colori che il colore usato in modo psicologico in pittura, ha significato, Infatti, come in una sorta di piani sequanza nel film si parla dei suoi capolavori più famosi, offrendo al pubblico delle sale cinematografiche un viaggio nella passione e nei suoi colori non come un documentario, ma un vero e proprio show movie, tra malattia, morte e grande infelicità di una intera generazione,
Boemiehm norvegese, Munch ha segnato con la sua pttura molto di quello che ul colore ha significato lo scorso secolo. Grazie anche alla collaborazione con altri artisti appartenenti al circolo del movimento in novergia, il film su Munch dal titolo accattivante “Munch, amori fantasmi e donne vampiro” sviluppasui temi dei colori il rosso della sua passioe, il giallo della sua pazzia il verde della sua rabbia ed il blu della sua calma testimoniando cosi, forse cosi una linea di successione su quello che i colori sono diventati proprio nella settimana arte.
Prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital, quindi non è solo un docufilm MUNCH.  AMORI, FANTASMI E DONNE VAMPIROdiretto da Michele Mally che firma la sceneggiatura con Arianna Marelli, ma “si impegna a gettare nuova luce su Edvard Munch, un uomo dal fascino profondo e misterioso, un precursore e un maestro per tutti coloro che vennero dopo di lui”, come recita la presentazione.
Ed è così. Fin dalle prime scene. Tutta la sua infelicità esplode già dalla ambientazione: la sua casa e si trasforma con l’analisi del colore nelle sue opere per tutto il film evidenziando come lui sperimentasse sulla tela tutto il suo mondo interiore: raschiasse, grattasse, aggiungesse e togliesse nervosamente colore e diluenti (motivo per cui le sue opere sono anche tanto fragili). Tra le pareti del lutto e della sofferenza dove l’artista a ricamato le scene più belle della sua poetica pittorica (basti pensare che le varie versioni del quadro de “La bambina malata” è spesso usato come manifesto per esprimere in tutto il mondo il dolore dei caregiver, ovvero dei parenti che si occupano delle persone malate gravemente).
Vita e morte che si inseguono. Sino a non toccarsi mai. Come recita il comuicato stampa: “non esiste al mondo pittore più celebre, eppure meno conosciuto di Edvard Munch. Se il suo Urlo è diventato un’icona dei nostri tempi, il resto della sua produzione non è altrettanto famoso. Ora invece Oslo, l’antica Kristiania, segna una svolta per la conoscenza dell’artista: il nuovo museo MUNCH – inaugurato nell’ottobre 2021 – è uno spettacolare grattacielo sul fiordo della capitale norvegese, pensato per ospitare l’immenso lascito del pittore alla sua città: 28.000 opere d’arte tra cui dipinti, stampe, disegni, quaderni di appunti, schizzi, fotografie ed esperimenti cinematografici. Tutto questo straordinario patrimonio ci offre una visione d’eccezione della mente, delle passioni e dell’arte di questo genio del Nord”. Eppure, come testimonia il film  MUNCH.  AMORI, FANTASMI E DONNE VAMPIRO che ripetiamo si apre nella casa di Edvard Munch ad Åsgårdstrand. In una notte d’inverno, non c’era artista piu’ solo.
Seppur l’attrice del documentario e voce narrante ci provi , non basta  Ingrid Bolsø Berdal  che molti ricordano per la serie Westworld   per esorcizzare nella narrazione del film appunto gli amori, i fantasmi e le donne “vampiro” di questo pittore.
Uomo fragile, cruciale, tormentato  da una presenza femminile che diventava sempre più moderna e indipendente nella società a lui contemporanea e dannata nella sua fantasia di artista.
Concludendo, è forse la narrazione della sua stria con Tulla Larsen, l’amante che sparò a Edvard Munch e nella concezione pittorica del colore rosso che ritroviamo tutto il suo spirito artistico fatto di arte, desiderio e tormento.
Senza estasi.
Senza approdo sicuro. Lui che era discendente di generazioni di sacerdoti. Lui che in quel “Grande Nord” conviveva con elfi del bosco e sirene e sfingi dal corpo femminile ma senza anima .
Lui che era tutto colore, movimento e dinamica.
E forse per questo è interessante l’uso della musica in questo docufilm: dall’uso dello strumento del piano di Leif Ove Andsnes , alla colonna sonora del film, che comprende brani di repertorio, vanta anche quelli del compositore e organista norvegese Iver Kleive . fino alle musiche del compositore Maximilien Zaganelli (autore anche di quelle di “Hermitage. Il potere dell’arteMaledetto Modigliani”) contenute nell album Munch. Love, ghosts and lady vampires – Music insipired from the film in uscita su etichetta Nexo Digital  (distribuzione Believe Digital).

Un viaggio nella vita e nelle opere non solo di Munch, ma di un movimento, quello dei Boehminen norvegesi ( pittori, scrittori, artisti, medicie letterati) che spesso non vengono collegati tra di loro ma che hanno fatto la storia europea in vari ambiti e che si comprende sicuramente appieno con la visione di questo film.

di Cristiona T. Chiochia per DailyMood.it

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Amsterdam: Proteggere la gentilezza… con Christian Bale, Robert De Niro e Margot Robbie

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L’amore non basta. Devi lottare per proteggere la gentilezza”. È uno dei messaggi che ci manda Amsterdam, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita al cinema dal 27 ottobre. È il nuovo film di David O. Russell, con un cast strepitoso in cui spiccano Christian Bale, Robert De Niro e Margot Robbie, diretti da un regista che teniamo d’occhio da quando abbiamo visto il suo irresistibile American Hustle. L’amore è qualcosa che ha a che fare con il rapporto tra i tre protagonisti, un medico (Christian Bale), un’infermiera (Margot Robbie) e un avvocato (John David Washington), che si trovano legati dal dolore della guerra e da affinità elettive alla fine della Prima Guerra Mondiale, e trovano ad Amsterdam una sorta di paradiso, in cui dare vita a un sodalizio tra Jules et Jim e The Dreamers. La gentilezza è quella che va protetta in un mondo in cui pochi vogliono soverchiare i molti, in cui la prepotenza di chi vuole instaurare una dittatura è sempre in agguato. Perché la Storia tende a ripetere se stessa. Ed è per questo che l’attenzione va tenuta molto alta. Ma vediamo come David O. Russell ci ha raccontato tutto questo.

Amsterdam, di David O. Russell, è ambientato tra la Prima Guerra Mondiale e gli anni Trenta, tra Europa, il fonte belga e la città che dà il titolo al film, e l’America, cioè New York. Un medico (Christian Bale), un’infermiera (Margot Robbie) e un avvocato (John David Washington) sono testimoni di una morte, che sembra accidentale ma non lo è, e ne diventano i sospettati. Ma la regia vorticosa di Russell ci porta indietro nel tempo, ai tempi della Prima Guerra Mondiale e della nascita della loro amicizia, per poi tornare in America, negli anni Trenta, e scovare i primi semi del nazismo. C’è un complotto, e va sventato. E, che ci crediate o no, tutto questo è tratto da una storia vera.

Avete già letto i nomi dei tre protagonisti. Ma sono solo la punta dell’iceberg di un cast stellare che ha annovera Michael Shannon e Robert De Niro, Zoe Saldana e Taylor Swift, Anya Taylor-Joy e Andrea Riseborough, Rami Malek e Matthias Schoenaerts, Mike Myers e Chris Rock, Timothy Olyphant e Alessandro Nivola. Ve li abbiamo nominati tutti per un motivo ben preciso. David O. Russell, un regista che, dopo i suoi successi, a Hollywood probabilmente può tutto, si è potuto permettere un cast all star e lo sa benissimo. E così, a ogni inquadratura, non smette di sottolinearlo. Pur senza forzare la cosa, è come se fossimo a teatro, e lanciasse l’entrata in scena di ognuno dei suoi attori con un movimento improvviso, con un loro sguardo, con un’inquadratura. Come se fossimo seduti in platea e, a ogni ingresso, dovessimo sobbalzare. Russell fa un gioco molto particolare: inquadra spesso di suoi personaggi dal basso verso l’alto, dando loro un senso di alterità, di imponenza, e li illumina di una luce dorata, come se fossero usciti da una rivista patinata d’altri tempi.

David O. Russell – chi ha visto i suoi American Hustle, Il lato positivo e The Fighter, lo sa – è un regista che, come pochi altri, sa spingere gli attori oltre i propri limiti e farli rendere al massimo. Riesce a tirare fuori dai suoi attori sempre un qualcosa in più, una recitazione sopra le righe ma non troppo, a farli toccare un registro che non è mai comico, ma dal drammatico e dal realistico riesce a “suonare un tono sopra”, rendendo il tutto straniante, potente, ad effetto.

Tra tutti gli attori, in particolare, spiccano due fuoriclasse. A David O. Russell, evidentemente, piace vincere facile. Parliamo di Christian Bale e Robert De Niro, che lavorano in modo opposto. Christian Bale fa il suo solito lavoro incredibile sul corpo. Per Russell era ingrassato di venti chili per American Hustle, e poi era deperito, perdendone evidentemente altrettanti, per The Fighter. Qui è ancora una volta smunto, emaciato, e gioca con il suo occhio vero come se avesse un occhio di vetro. È un personaggio schizzato, stordito e alienato dai farmaci, quegli antidolorifici che sono indispensabili per lenire i dolori fisici che le ferite di guerra ancora gli procurano. È ancora una volta una performance estrema, fisica, da trasformista. Tutto il contrario di quella di Robert De Niro che non ha bisogno di alcuna trasformazione. Semplicemente, “è” De Niro. Ma è forse il De Niro migliore degli ultimi anni. E va dato atto a David O. Russell (qui e ne Il lato positivo) di aver saputo valorizzare De Niro come pochi altri. Guardate i titoli di coda, quando appare il vero personaggio a cui l’attore si è ispirato. E capirete il grande lavoro che ha fatto.

Ma non è tutto oro quel che luccica, in Amsterdam, anche se di luci dorate è ammantata la scena. David O. Russell, che nei suoi American Hustle, The Fighter e Il lato positivo aveva raggiunto livelli molto alti, stavolta non fa però centro come negli altri film. È probabilmente colpa di un’ambizione sfrenata, di una bulimia che gli fa mettere nel suo film troppe cose. Troppi dialoghi, troppe canzoni, toppe divagazioni. C’è un continuo gioco a sorprendere lo spettatore (vedi il sottofinale, dove mette in scena un’azione immaginata, e poi torna indietro per mostrarci la realtà). Ma tutto è terribilmente lungo, estenuante, e fa in qualche modo uscire lo spettatore dal film. Tutto questo prima di arrivare al cuore della storia, all’ultima mezz’ora, in cui capiamo di cosa si parla, e che ci sono in ballo la libertà, la democrazia, i diritti fondamentali delle persone. Eppure, quando tutto questo arriva, siamo già fuori dalla storia. Ci godiamo De Niro, certo, ma emotivamente non siamo coinvolti, a differenza di altri film di Russell. Amsterdam è un film roboante, vorticoso, rumoroso, che abbaglia gli occhi, ma raramente arriva al nostro cuore.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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