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Thor: Love And Thunder: Il Thor di Chris Hemsworth è Hair Metal

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Lo chiamavano Hair Metal, ed era una corrente in voga nella seconda metà degli anni Ottanta in America. Era contraddistinta da una serie di band hard rock dal look molto appariscente e dai capelli ariosi e cotonati. Parliamo dei Poison, dei Motley Crue. E, secondo alcuni, dei Guns’n’Roses, anche se la band di Axl e Slash è stata in realtà qualcos’altro, molto di più. Proprio i Guns’n’Roses sono la colonna portante del nuovo Thor: Love And Thunder, il nuovo film dedicato al Dio del Tuono, al cinema dal 6 luglio, diretto ancora una volta da quel Taika Waititi che con il precedente Thor: Ragnarok aveva dato vita a un completo rebranding del supereroe, rendendolo una simpatica canaglia, e cominciando a prenderlo – lui e tutto il suo mondo – davvero poco sul serio. Se ci pensiamo, Thor in fondo è sempre stato Hair Metal. Per il suo look, quei lunghi capelli biondi svolazzanti. E per i suoi poteri: il tuono, quel martello che, in fondo, è metallo pesante. Così questa nuova rilettura di Waikiki, che guarda agli anni Ottanta ma in un modo nuovo, in fondo ci sta.

Lo capiamo subito, dopo una lunga serie di preamboli, quando Thor entra in scena, cioè in battaglia, in un pianeta lontano, accanto ai Guardiani della Galassia. Si toglie un’anonima tunica, e indossa un chiodo di pelle senza maniche, t-shirt, pantaloni attillati e stivali. Accanto a lui ci sono i tuoni, e soprattutto i fulmini al neon blu che sembrano gli effetti speciali di un concerto rock. “Tutto finirà qui, adesso” è il suo grido di battaglia, il suo “al mio via scatenate l’inferno”. E la sua discesa in battaglia avviene sulle note di Welcome To The Jungle dei Guns’n’Roses. Ma, oltre alla musica dei Guns’n’Roses, vera e propria anima oltre che colonna sonora del film, è il tono dell’Hair Metal che pervade tutto Thor: Love And Thunder. Quel tono dissacrante, beffardo che avevano quelle band è quello che troviamo nella nuova, ulteriore rilettura del supereroe. Com, e più di Thor. Ragnarok, il nuovo Thor di Taika Waititi è appunto dissacrante, farsesco, grottesco. È un Thor che, per primo, non si prende sul serio, mentre declama con tono pomposo e aulico frasi fatte, discorsi motivazionali. È interessante perché introduce nell’eroe la consapevolezza di essere un personaggio, di avere un ruolo, di avere un “pubblico” e di dare a loro quello che si aspetta. Il supereroe come messinscena, come show business, è un modo nuovo di affrontare questo mondo. Non a caso, la New Asgard, il villaggio degli asgardiani sulla Terra, è una sorta di parco a tema con gadget, rappresentazioni teatrali, cibo e drink coordinati al mito di Odino e compagnia.

La storia però porta Thor e gli altri personaggi in una continua doccia scozzese tra dramma e farsa, tra dolore e goliardia, tra il continuo senso di morte che aleggia per tutto il film, e un bisogno di esorcizzarla con battute e trovate sopra le righe. Dopo la sua prima missione con i Guardiani della Galassia, Thor viene chiamato da una sua amica. Un nuovo pericolo si aggira per l’universo: è Gorr (un Christian Bale, al solito, inquietante e ipnotico, che è a sua volta un film nel film), il Macellatore degli Dei. Deluso dal Dio del suo pianeta, è entrato in possesso di una spada che gli ha dato dei grandi poteri ma allo stesso tempo lo ha corrotto, e ha deciso di uccidere tutti gli Dei. Così Thor decide di recarsi nel pianeta dove vivono gli Dei e arrivare da Zeus in persona (un Russell Crowe esilarante che tratteggia un Dio del Fulmine vanaglorioso, ozioso e capriccioso, da antologia) per provare a cercare il suo aiuto e la sua arma principale. Insieme a lui ci sono Valchiria (una Tessa Thompson sempre più espressiva e ironica) e Jane Foster (Natalie Portman). Sì, proprio lei, l’amore della sua vita. Ora è malata e raggiunge Asgard sperando in una cura. Ma trova il martello di Thor e, in simbiosi con lui, diventa a sua volta un’eroina: chiamatela Lady Thor, o la Potente Thor. O, semplicemente, come vuole lei, Jane Foster.

Quel saper passare, con una grande prova di fascino e bravura, da creatura debole a potente, di Natalie Portman, ci spiega bene la continua altalena a cui ci sottopone il film, anche tra colori accesissimi e bianco e nero, nella riuscita sequenza in cui i nostri raggiungono Gorr nel regno dell’ombra. Il nuovo Thor è un continuo susseguirsi di alto e basso, di colore e ombra, di tragedia e commedia. È abbastanza chiaro come questi toni diversi, che durante il film si passano continuamente il testimone, stentino ad amalgamarsi, e che il pubblico venga continuamente spiazzato, tirato per la giacca da una parte o dall’altra, con il risultato di non entrare completamente in una storia che in sé è anche commovente e toccante. A volte un attore enorme come Christian Bale sembra quasi sprecato, mentre Russell Crowe riesce a inserirsi alla perfezione in questo nuovo filone del supereroe. Chi in questi panni si trova benissimo è Chris Hemsworth, attore che ha nelle sue corde l’ironia e la comicità, e che porta in scena un personaggio ispirato al Kurt Russell di Grosso guaio a Chinatown e all’Han Solo di Star Wars. Per capire da che parti siamo, a tratti sembra di trovarsi dentro Flash Gordon, la space opera sfarzosa e kitsch degli anni Ottanta prodotta da Dino De Laurentiis.

E poi ci sono loro, i Guns’n’Roses. Li sentiamo più volte. Se Welcome To The Jungle è il grido di battaglia, Paradise City è, giustamente, la canzone che porta Jane Foster ad Asgard. E Sweet Child O’Mine, con il suo glorioso giro di chitarra di Slash, è la colonna sonora di una delle scene più spettacolari del film, che non vogliamo raccontarvi, prima di tornare, come vero e proprio tema del film, anche sui titoli di coda. E c’è spazio anche per l’arrembante finale di November Rain, con la chitarra di Slash ancora protagonista. In questo film queste canzoni ci stanno benissimo. Perché quel rock di fine anni Ottanta era una musica epica, era una musica eroica.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Quello che c’è da sapere su Venezia 79.

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Questo è un anno celebrativo per il Festival di Venezia: La Biennale celebra i 90 anni del più antico festival del cinema al mondo, la cui prima edizione si svolse dal 6 al 21 agosto del 1932 sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido.

Le novità della 79° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, che si terrà dal 31 agosto al 10 settembre, sono state svelate dal Presidente della Biennale Roberto Cicutto e Alberto Barbera, Direttore Artistico della kermesse veneziana durante la conferenza stampa di presentazione in diretta streaming dalla sede della Biblioteca dell’Archivio Storico della Biennale.

I film
A contendersi il Leone d’Oro quest’anno una lista di film e di autori davvero entusiasmante. Sono ventitre i film in concorso per il Leone d’Oro, di cui cinque dal titolo tricolore.

Se ne parla da mesi e approderà al festival lagunare il film Blonde di Andrew Dominik con Ana De Armas ad interpretare Marilyn Monroe.

Love Life di Koji Fukada, uno dei più grandi registi del cinema giapponese contemporaneo e già premiato a Cannes per lo straordinario Harmonium e il nuovo film di Todd Field, Tar con una formidabile Cate Blanchett nei panni di una direttrice d’orchestra.

Grande curiosità anche riguardo alla pellicola del visionario Alejandro G. Iñárritu, “Bardo, False Chronicle of a Handful of Truths”, una commedia nostalgica, descritto come il film più personale del regista, che racconta la storia di un giornalista e documentarista messicano che attraversa una crisi esistenziale.

Tanto cinema francese incentrato sul dramma, tra cui Saint Omer di Alice Diop, una storia carica di emozioni quella tra una madre e una figlia in difficoltà; e Athena del francese Romain Gavras, un dramma sociale ambientato in una metropoli parigina, racconta di una rivolta popolare in seguito all’omicidio di un giovane immigrato.

Infine, ci saranno autori e autrici che giocheranno in casa: alla regia il famosissimo Luca Guadagnino con una produzione italo-americana, “Bones And All”, che vanta un cast eccezionale, da Timothèe Chalamet, passando per Taylor Russell fino ad arrivare a Michael Stuhlbarg.

Guadagnino racconta i margini della società attraverso gli occhi dei protagonisti Maren e il solitario Lee, giovani innamorati alle prese con un viaggio on the road dai toni horror.

 “Il signore delle formiche” di Gianni Amelio invece racconta la storia umana e giudiziaria del drammaturgo e poeta Aldo Braibanti, interpretato da Luigi Lo Cascio.

Altra pellicola ambientata nel passato, più precisamente in una Roma degli anni ’70, sospesa tra conquiste sociali e vecchi modelli di famiglia, ‘L’immensità‘ di Emanuele Crialese, con Penelope Cruz che dà vita al personaggio di Clara, protagonista di questo film dal genere drammatico.

Gli altri due film in gara sono ‘Chiara‘ di Susanna Nicchiarelli, film biografico, storia della santa d’Assisi interpretata da Margherita Mazzucco e ‘Monica’ di Andrea Pallaoro, una storia che esplora “la complessità della dignità umana, le conseguenze profonde del rifiuto e le difficoltà nel guarire le proprie ferite”, come dichiarato dal regista.

Per quanto riguarda, invece, le altre sezioni della kermesse, diciannove sono i film Fuori Concorso, tra cui “Siccità” di Paolo Virzì, una commedia corale dai toni tragici non molto distante dalla realtà, che ipotizza un futuro prossimo dove l’acqua scarseggia mostrandone le terribili conseguenze.

Fuori concorso compare anche il thriller “Don’t Worry Darling” di Olivia Wilde con protagonista la sua nuova fiamma, Harry Styles. Mentre nella sezione Orizzonti troviamo “Ti mangio il cuore” di Pippo Mezzapesa con Elodie in veste di attrice per la prima volta.

Non mancheranno i documentari, tra cui “Nuclear” di Oliver Stone e “Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom” diretto dal regista israeliano Afineevsky, il racconto di un popolo che ha lottato per la libertà, oggi purtroppo pericolosamente minacciata.

Annunciata inoltre la sezione Venezia Classici, dedicata ai documentari sulla storia del cinema, e il film e i cortometraggi della 37esima Settimana internazionale della Critica.

In concorso in questa sezione Sergio Leone – “L’italiano che inventò l’America”, docufilm prodotto diretto da Francesco Zippel.

Sarà White Noise di Noah Baumbach ad alzare il sipario di questa 79° edizione di Venezia.

Il film di apertura è un adattamento di un romanzo dello scrittore statunitense Don DeLillo.

Grandi aspettative sul film di Baumbach, definito da Barbera “un’opera originale, ambiziosa e avvincente, che gioca con equilibrio su più registri: drammatico, ironico, satirico. Il risultato è un film che esamina le nostre ossessioni, i nostri dubbi e le nostre paure riprese negli anni Ottanta ma con chiari riferimenti alla contemporaneità”.

La proiezione ufficiale della pellicola sarà il 31 agosto nella sala Grande del Palazzo del Cinema e sarà la prima volta in cui la Mostra viene aperta da un titolo prodotto Netflix.

Chiusura in thriller con il film presentato fuori concorso, “The Hanging Sun – Sole di mezzanotte”, tratto dall’omonimo bestseller di Jo Nesbø e diretto da Francesco Carrozzini con protagonista Alessandro Borghi.

Come ha spiegato in conferenza stampa il direttore artistico Alberto Barbera, “è girato tutto in inglese nel nord della Norvegia”.

Gli ospiti
Star e ospiti attesissimi calcheranno il red carpet: al lido approderanno star internazionali tra le quali Adam Driver (“White Noise”), Harry Styles, Chris Pine e Olivia Wilde (“Don’t worry darling”) Cate Blanchett (“Tàr”), Hugh Jackman, Ana de Armas, Penelope Cruz (“En los màrgenes” e “L’Immensità”), Catherine Deneuve, Timothée Chalamet (“Bones and All”), Anthony Hopkins (“The Son” di Florian Zeller) e Colin Farrell (“The banshees of Inisherin” di Martin McDonagh).

Presenti anche Elodie (“Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa) e Michele Bravi (per Amanda, di Carolina Cavalli), oltre alle stelle del cinema italiano, Alessandro Borghi, Padrino della 74esima edizione del Festival.

I Leoni d’Oro alla carriera del Festival di Venezia 2022 saranno assegnati all’attrice francese Catherine Deneuve e a Paul Schrader, regista e sceneggiatore americano.

La madrina della cerimonia di apertura e di chiusura della Mostra sarà l’attrice, conduttrice televisiva, e modella spagnola Rocío Muñoz Morales.

La giuria

Julianne Moore è stata nominata presidente della giuria del concorso della 79esima edizione del Festival di Venezia. Assieme a lei, in giuria vi saranno Mariano Cohn (regista, sceneggiatore e produttore), Leonardo Di Costanzo (regista e sceneggiatore), Audrey Diwan (regista), Leila Hatami (attrice), Kazuo Ishiguro (scrittore e sceneggiatore), Rodrigo Sorogoyen (regista, sceneggiatore e produttore).

La giuria del concorso assegnerà il Leone d’Oro per il miglior film e gli altri premi ufficiali del concorso: Gran Premio della Giuria, Leone d’Argento – Premio per la migliore regia, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, Premio Speciale della Giuria, Premio per la migliore sceneggiatura, Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente.

Venezia79: “una finestra aperta sul mondo”, sottolinea il direttore Alberto Barbera

«I festival sono finestre aperte sul mondo. La finestra di Venezia79 non può certamente ignorare ciò che accade sotto i nostri occhi. Sono cose che preferiremmo non vedere, come la guerra in Ucraina, gli arresti dei cineasti in Iran, o la condanna alla produttrice turca condannata per un documentario che non è mai stato realizzato. Il festival annuncerà delle iniziative in merito, perché i festival non sono delle bolle chiuse che non guardano la realtà».

È un cinema più cupo quello che popola questa edizione, e forse non potrebbe essere diversamente, dai grandi toni drammatici e storie esistenziali.

Le commedie sono limitate, come se la pesantezza del clima attuale si sia espressa in un incupimento tematico e di toni.

Un programma molto vario quello di quest’anno quindi, che accosta ad un cinema più commerciale, storie più intime, familiari e personali dando spazio a riflessioni sociali e politiche che è necessario portate all’attenzione del grande pubblico.

Credit Images: Asac – La Biennale di Venezia

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In arrivo il primo film dell’influencer Charlotte M. prodotto da Notorious Pictures

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Sono in corso le riprese del primo film della popolarissima YouTuber/TikToker Charlotte M., la giovane content creator che dal 2016 spopola sul web, con numeri da capogiro

Prodotto da Notorious Pictures e diretto da Emanuele Pisano, Charlotte M. – Il film Flamingo Party, che avrà due nuovi brani musicali interpretati dalla stessa influencer, racconta la storia della giovane Charlotte che, al primo anno di superiori, si trova a fare i conti con l’adolescenza e non solo.

Creatività e spontaneità sono i suoi segni distintivi. Tutto il suo mondo gira intorno a Sofia, la sua migliore amica, e all’amatissima oasi di fenicotteri vicino la casa in campagna di sua nonna. Purtroppo, però, Charlotte scopre che questo luogo così speciale per lei sta per chiudere a causa di mancanza di fondi.

Allora, insieme alla sua inseparabile compagna di avventure Sofia e ad altri amici, decide di organizzare un evento di raccolta fondi per salvare l’oasi: un ballo scolastico.

Ma non tutto sembra andare per il verso giusto e l’arrivo in città di un nuovo ragazzo rompe alcuni equilibri…

In linea con i valori e i contenuti portati avanti da sempre dalla giovane influencer, il film intende raccontare la vita reale degli adolescenti, affrontando tematiche come: l’amicizia, intensa ed imprescindibile, i primi amori, quelli che sembrano farti esplodere il cuore, ma soprattutto l’accettazione di sé stessi con l’enorme impegno che questo percorso comporta.

Tematiche che in modo semplice e in linea con il linguaggio dei giovani, vengono trattate costantemente dalla nota teenager, tanto nei contenuti social, quanto nei libri e nei fumetti che ha scritto e ideato, fino alle sue canzoni.

L’enorme successo di Charlotte M. risiede proprio nella sua capacità di restituire squarci di vita adolescenziale vera, ponendosi anche come punto di riferimento per quel mondo teen che è sempre alla ricerca di modelli a cui ispirarsi. Un’adolescente influencer che non basa il suo successo sull’apparenza ma su contenuti di valore che attraversano la musica, la poesia, il canto, la recitazione, la scrittura.

Le riprese del film termineranno il 2 agosto e l’uscita è prevista a inizio 2023.

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Venezia 79. si veste di grinta ed eleganza

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L’attesa per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, inizia dal momentoo in cui viene reso noto il manifesto dell’edizione, che rappresenta sempre un momento di grande stupore per la bellezza ed originalità dell’immagine realizzata.

Quest’anno  l’illustratore Lorenzo Mattotti, ha superato ogni aspettativa, almeno a parere della nostra redazione cinematografica.

Si tratta di una rappresentazione innovativa ed unica, poiché il classico e tradizionale leone è stato sostituito dall’eleganza di una leonessa dalle linee classiche, pensata proprio per celebrare i novant’anni della Mostra del Cinema di Venezia 2022.

L’immagine scelta quest’anno raffigura una leonessa che si libera in alto e ci porge questo anniversario, il 90°.  È stata pensata con queste linee classiche, così come classica è stata la scelta dello sfondo oro. Oggi il leone, simbolo di potere e forza, si è trasformato in una leonessa, che ha in sé eleganza e creatività, che vola attraverso la storia con energia e leggerezza, simbolo di speranza, lontana dall’aggressività e dalla ferocia” – così descrive la sua opera l’illustratore italiano Lorenzo Mattotti, che firma per il quinto anno l’immagine del manifesto e per il quarto anno la sigla della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che si terrà al Lido di Venezia dal 31 agosto al 10 settembre 2022.

E se il buongiorno si vede dal mattino, date le premesse, ci aspetta un’edizione davvero scoppiettante.

Credits Lorenzo Mattoti per La Biennale di Venezia – Foto ASAC

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