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Scene da un matrimonio: Jessica Chastain, Oscar Isaac e l’intimità di una coppia. Su Sky e NOW

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A volte ci è capitato di parlare, a proposito di un film, di un’esperienza immersiva. Lo abbiamo fatto proprio qui, la scorsa settimana, parlando di un film come Dune. Ma ci sono anche altri modi di immergersi e perdersi dentro una storia, dentro un mondo, che non siano grandi film di fantascienza dagli scenari sterminati. Può capitare, ad esempio, di immergersi totalmente dentro una storia che scorre sullo schermo di una tv, e si svolge dentro le quattro mura di una casa. Stiamo parlando di Scene da un matrimonio, la nuova serie tv in onda dal 20 settembre alle 21.15 tutti i lunedì con un episodio a settimana su Sky Atlantic e in streaming su NOW. Oscar Isaac e Jessica Chastain – anche produttori esecutivi – sono i protagonisti assoluti dell’omaggio al classico di Ingmar Bergman targato HBO e firmato da Hagai Levi (In Treatment).

Guardare Scene da un matrimonio è un’esperienza immersiva. Perché dentro a quelle quattro mura della casa dei protagonisti ti ci trovi davvero, avvolto, invischiato, turbato. Sei lì, accanto a loro, a vivere i loro tormenti. O forse sei uno di loro, visto che il racconto della vita quotidiana di una coppia sposata è qualcosa di universale, quello che accade loro può accadere a tutti, ognuno ha vissuto, a suo modo, le proprie scene da un matrimonio. La serie di Hagai Levi riprende una coppia in cinque momenti, quasi cinque “atti” teatrali, staccati fra loro ma simbolici del loro percorso. Mira (Jessica Chastain) è un’affermata professionista nell’ambito del tech insoddisfatta del suo matrimonio. Jonathan (Oscar Isaac) è un professore di filosofia che si sforza di salvare la sua relazione con lei. Li conosciamo nel corso di un’intervista, che una studentessa sta conducendo per la sua tesi. Loro ci sembrano affiatati, divertiti, pacificati nei loro ruoli, organizzati nella loro vita, certi del loro lavoro e di tutto quello che li definisce. Eppure lei sembra essere assente, guarda nervosamente il cellulare. Una domanda sulla monogamia ci trasporta in un’altra scena, in cui si confrontano con una coppia di amici che sembra molto meno solida di loro. La sera, a letto, prima di andare a dormire, Mira dirà a Jonathan qualcosa. È il primo colpo di scena. E negli ultimi dieci minuti ce ne sarà un altro.

Ed è solo l’inizio di cinque atti che ci porteranno su un ottovolante, un saliscendi, una continua doccia scozzese dove la tenerezza e la complicità si alterneranno prima ai dubbi, e poi alle frustrazioni, alle recriminazioni, al rancore. Eppure, a quella coppia che stiamo letteralmente spiando nella loro vita, vorresti dire di non mollare, di tenere duro, di provare ad aggiustare le cose. Vorresti dire loro che ce la possono fare, che alla fine andrà tutto bene. Vediamo che, seppur a tratti, tra loro c’è intimità, c’è intesa, c’è, o almeno c’è stato, quell’attimo di eterno di cui parlava quella canzone. Ma nella vita accadono cose che a volte ti fanno prendere una strada dalla quale, poi, è difficile tornare indietro. Certo, dovete avere voglia di assistere a questa storia, dovete avere voglia di fare questa esperienza, un’esperienza dolorosa. Vivere accanto a queste due persone e accompagnarle in un viaggio molto duro. Sapendo che, da quelle parti, potreste esserci anche voi. O forse ci siete già stati.

Ma vale la pena di vivere la loro storia. Scene da un matrimonio è un’esperienza totalizzante, unica. A trascinarvici dentro ci penseranno Jessica Chastain e Oscar Isaac, due attori in stato di grazia e affiatati come pochi altri ci è capitato di vedere su grande e piccolo schermo. Capaci di infinite sfumature e variazioni sul tema, capaci di mettersi (anche letteralmente) a nudo, di farci vivere la loro intimità, di farci credere a quello che vediamo. D’altra parte, all’inizio di ogni puntata Hagai Levi ce li mostra dietro le quinte, prima del ciak o subito dopo, preoccupandosi bene di mostrarci i set. È qualcosa che non vediamo mai nei film o nelle serie tv, ed è molto interessante. Levi sembra quasi volerci dire subito “guardate che comunque è tutta finzione, che siamo a teatro, che quelli che vedete sono solo dei personaggi”, quasi a stemperare la tensione di quelle scene che andremo a vedere, che a tratti è altissima. Ma è anche forse una testimonianza di quello che è stato girare una serie ai tempi del Covid, con le mascherine sul volto della troupe e la massima attenzione per ogni aspetto.

È anche forse un modo per dirci che siamo solo su un set e che quella casa, dove tutto è così intenso, non esiste, è solo un insieme di quinte costruite per la serie. Perché la casa di Mira e Jonathan è un vero e proprio protagonista della storia (attenzione alla, sorprendente, quinta puntata), un personaggio che accompagna marito e moglie nelle loro storie. Dalla camera da letto a quel divano in soggiorno, dalla cucina fino alla stanza sull’attico, ogni luogo si imprimerà nella vostra testa assieme a quello che accade in quei luoghi. La casa di Mira e Jonathan, fin dalle prime scene, è fotografata con dei toni caldi, tra il seppia e il dorato. È qualcosa che sembra volerci dire che siamo a casa, in un luogo familiare, rassicurante e luminoso, caldo e quotidiano. Ma anche nel posto dove ci sentiamo più sicuri, in fondo, non lo siamo. Anche a proposito della luce, fate attenzione all’ultima puntata.

In un prodotto di eccellenza come Scene da un matrimonio anche il montaggio ha il suo ruolo importante. Le scelte sono quelle di lasciare il più possibile le lunghe scene madri senza interromperle, per farci vivere tutta la loro intensità. Alcune idee ci hanno colpito in particolare. Nella prima puntata, quando, alla domanda sulla monogamia dell’intervista, una lunga risata irrompe nella scena, e ci trasporta così alla scena successiva, dove i protagonisti sono a cena con degli amici e stanno proprio parlando di quella domanda e di quell’argomento. E poi c’è lo stacco netto di montaggio alla fine del primo episodio, che ci trasporta di colpo verso una scelta che, nella scena precedente, ci sembrava andare in un’altra direzione. La vita di Mira e Jonathan prenderà più volte direzioni inaspettate. Ma così è la vita. Non perdete l’occasione di assistere alla loro storia.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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“La Storia” di Francesca Archibugi In anteprima alla Festa del Cinema di Roma la serie tratta dal capolavoro di Elsa Morante

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Roma, quartiere San Lorenzo. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Ida Ramundo, maestra elementare rimasta vedova con un figlio adolescente di nome Nino, decide di tenere nascoste le proprie origini ebraiche per paura della deportazione. Dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, un  giorno, rientrando a casa, viene violentata da un soldato dell’esercito tedesco, un ragazzino ubriaco. Si apre così “La Storia”, la serie tv firmata da Francesca Archibugi e tratta dall’omonimo romanzo di Elsa Morante, edito da Giulio Einaudi Editore, di cui sono ora disponibili le prime immagini. I primi due episodi della serie, interpretata da Jasmine Trinca, Elio Germano, Asia Argento, Lorenzo Zurzolo, Francesco Zenga e con Valerio Mastandrea, saranno presentati in anteprima mondiale venerdì 20 ottobre alla Festa del Cinema di Roma. “La Storia” – alla cui sceneggiatura hanno lavorato Giulia Calenda, Ilaria Macchia, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi – è una coproduzione tra Picomedia e la società francese Thalie Images in collaborazione con Rai Fiction.
Dopo lo sgomento, l’angoscia e la vergogna, Ida scopre di essere incinta. Mentre Nino trascorre l’estate al campeggio degli Avanguardisti, Ida partorisce in segreto un bambino prematuro, piccolo e quieto, con gli stessi occhioni azzurri del padre, quel soldato ragazzino tedesco già morto in Africa. Quando Nino torna a casa e scopre il fratellino, lo accetta di slancio e se ne innamora. Lo soprannominerà Useppe. La piccola famiglia viene stravolta dagli eventi della guerra: prima Nino, fascista convinto, decide di partire per il fronte contro il parere di Ida, lasciandola sola con Useppe; poi, nel bombardamento di San Lorenzo del luglio 1943, la loro casa viene distrutta, Ida perde tutto ed è costretta a sfollare a Pietralata. Da quel momento, ogni giorno diventerà una lotta per la propria sopravvivenza e per quella del suo bambino. Intanto, Useppe cresce aspettando il ritorno di suo fratello, al quale è legato da un amore inossidabile, mentre una vitalità a tratti disperata spinge Nino verso la lotta armata nella Resistenza, verso l’amore, verso i compagni. Nino è  pieno di desideri:vuole più soldi, più affari, più avventura. Dopo la guerra si darà al contrabbando, prima di sigarette e poi in quello delle armi. Vuole una vita migliore per sé, per Ida e per Useppe.

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Everybody Loves Diamonds: Kim Rossi Stuart in una serie… brillante!

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Diamonds Are a Girl’s Best Friend, cantava Marilyn Monroe ne Gli uomini preferiscono le bionde. I diamanti sono i migliori amici di tutti, anche degli uomini, evidentemente. Chiedetelo a Leonardo Notarbartolo, il protagonista della storia (vera) che ha ispirato Everybody Loves Diamonds, la nuova serie original Prime Video con Kim Rossi Stuart, disponibile in streaming dal 13 ottobre con tutti gli episodi. Sì, Leonardo è un uomo, e ama i diamanti perché sono un’aspirazione: alla ricchezza, al riscatto, a una vita migliore. È da questi sentimenti che nasce quello che si può definire il colpo del secolo, avvenuto ad Anversa nel 2003. Ed è questo lo spunto per una serie tv davvero brillante. Non a caso, parliamo di diamanti…

Siamo ad Anversa, nella notte di San Valentino, il 14 febbraio. È la festa degli innamorati. Ma stavolta è davvero una festa per Leonardo (Kim Rossi Stuart) e la sua banda: Ghigo (Gianmarco Tognazzi), l’allarmista, Sandra (Carlotta Antonelli), la scassinatrice, e Alberto (Leonardo Lidi), l’hacker. Quest’ultimo esce da un tombino e dice: “È il più bel San Valentino della mia vita!”. I quattro hanno appena svaligiato il World Diamond Center, il caveau dove sono concentrati gran parte dei diamanti del mondo. Sembra il colpo perfetto, ma…

È una serie molto particolare, Everybody Loves Diamonds, diretta da Gianluca Maria Tavarelli. Lo si capisce da subito: prende la Commedia all’Italiana, quelle dei tempi d’oro, e la mescola con elementi più spettacolari che vengono dall’heist movie americano, e anche da quello spagnolo (il confronto con La casa di carta è inevitabile), ma cercando di italianizzarli. Sì, perché i protagonisti sono tipici della Commedia all’Italiana: individui piccoli che si mettono sulle spalle qualcosa di più grande di loro. È una storia di sentimenti, sogni, riscatto, ma spruzzati di heist movie internazionale. A proposito di Commedia all’Italiana, la presenza di Gianmarco Tognazzi, figlio di uno dei più grandi esponenti del genere, è una garanzia.

Che Everybody Loves Diamonds sia qualcosa di particolare lo capiamo dai primissimi minuti. Da quanto il Leonardo Notarbartolo di Kim Rossi Stuart sfonda la “quarta parete” e si rivolge direttamente al pubblico, a noi che guardiamo, come faceva Kevin Spacey in House Of Cards. È un espediente, a dire il vero oggi molto usato, che rompe gli indugi e crea immediatamente complicità tra il protagonista e il pubblico: lui ci confida delle cose, ci svela i retroscena, e in questo modo è come se ammettesse di fidarsi di noi. Noi gli siamo grati, e stiamo dalla sua parte.

Si starebbe comunque dalla parte di Leonardo Notarbartolo, che Kim Rossi Stuart interpreta in modo divertito e divertente. È sopra le righe, ma appena appena, quanto basta per rendere personaggio e storia brillanti, accattivanti, per dare quel tocco di surreale a un’impresa improbabile, ma allo stesso tempo rendendo il personaggio credibile. Kim Rossi Stuart dà al suo Leonardo una parlata piemontese, che rende il suo personaggio terreno e comune, umano. È in scena con gli occhi spesso sgranati e una barba di qualche giorno. Francesco Bruni, che lo aveva diretto nel bellissimo film Cosa sarà, ci aveva detto che il lavoro di Kim Rossi Stuart in quel film partiva dai capelli, scomposti e arruffati. Inizia dai capelli anche qui. Liberi e con il ciuffo che ricade sulla fronte quando Leonardo è se stesso, pettinati di lato, lisci con la riga, quando entra nel personaggio del gioielliere, creato ad arte per entrare ne giro e avere il suo ufficio al World Diamond Center.

In fondo il suo Leonardo, e tutti gli altri della sua banda, sono degli attori. Una volta in scena, interpretano una parte, fingono di essere chi non sono, per portare a termine il loro colpo. Per questo, il lavoro di Kim Rossi Stuart e degli altri del cast è doppio: recitare un personaggio che a sua volta recita una parte. Tutti sono sopra le righe quel poco che basta, e tutti sono sintonizzati sulla stessa tonalità, come una band che deve suonare lo stesso spartito nello stesso tono.

Il tono della serie, insomma, è deciso, ed è un insieme di toni: mescola, come detto, Commedia all’Italiana, heist movie, commedia rosa, commedia brillante. Si ispira a quella gloriosa Commedia all’Italiana di un tempo, quella de I soliti ignoti, ma anche a brillanti giallo-rosa degli anni Sessanta, cose come Caccia al ladro e Sciarada. Ma non cade mai nella tentazione di imitarli né ricalcarli. Non vuole fare cinema, ma la serialità contemporanea internazionale di oggi. Così c’è un ritmo concitato, velocissimo, ci sono le scritte in sovraimpressione, i flashback e un montaggio che ci porta avanti e indietro nel tempo. Tutto lavora nella direzione di dare movimento a una storia che di movimento ne ha già molto. Il resto lo fa Anversa, in Belgio. Una località poco battuta dal cinema italiano, e da cinema e serialità in genere, e che assicura alla serie un carattere particolare. È fredda, elegante, riservata, esclusiva. Tutto il contrario dei nostri improbabili protagonisti. E tutto questo ci fa ridere ancora di più.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sex Education 4: il romanzo di formazione di Otis e i suoi amici arriva alla fine. Su Netflix

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Incipit vita nova. Inizia una vita nuova per i protagonisti di Sex Education, l’originale serie Netflix che ha lasciato il segno e che ora è arrivata alla quarta e ultima stagione, disponibile in streaming dal 21 settembre. E allora è la fine, ma anche un inizio. C’è una nuova scuola e una nuova vita per i nostri “eroi”, che hanno lasciato il liceo Moordale per andare in un altro istituto. Stanno crescendo, ma dentro portano tutte le loro insicurezze e le loro imperfezioni. E sono proprio queste che ce li fanno amare, che li rendono vicini a noi, a come eravamo da ragazzi. È proprio per questo che ci è piaciuto, fin qui, Sex Education.

Dopo la chiusura del liceo di Moordale, Otis e Eric devono affrontare un nuovo inizio al Cavendish Sixth Form College. Otis ha in mente di creare una nuova clinica per consulenze sessuali, Eric spera che non saranno di nuovo degli “sfigati”. Ma la Cavendish finisce per essere uno shock per tutti gli studenti di Moordale. La scuola è molto diversa: si fa yoga nel giardino comune, si vive all’insegna della sostenibilità. E il gruppo di ragazzi popolari lo è per la gentilezza, e per il loro essere così diversi e singolari. Viv è totalmente sconvolta dall’atteggiamento non competitivo degli studenti, mentre Jackson sta ancora cercando di superare la sua storia con Cal. Aimee decide di fare qualcosa di nuovo frequentando lezioni d’arte e Adam prova a capire se un’istruzione di tipo tradizionale sia adatta a lui. Tutto questo mentre Maeve è negli Stati Uniti, alla Wallace University, dove studia scrittura creativa con segue l’autore di culto Thomas Molloy. La scuola è molto moderna, molto tecnologica, molto queer. I bagni sono di genere neutro, in modo che ognuno possa sentirsi se stesso. Lo speaker’s corner è a disposizione di chi si vuole esprimere liberamente.

Gli sceneggiatori di Sex Education 4 hanno avuto una buona idea. Quella di spiazzare. Lo fanno con i protagonisti della storia. E, di conseguenza, lo fanno anche con il pubblico. Così fanno uscire i personaggi dalla loro comfort zone, e lo fanno mettendoli in una situazione che ribalta tutte le loro abitudini o convenzioni. La nuova scuola è agli antipodi della retrograda e bacchettona Moordale, dove i nostri ragazzi spiccavano per anticonformismo e bisogno di esprimersi. È avanti, molto più avanti di Otis e di Eric. Otis vuole riproporre anche qui la sua clinica di educazione sessuale. Ma serve qui, in un posto dove tuti sono così emancipati? E, soprattutto, serve se tra gli studenti c’è già un’altra terapista? Come si dice, i nostri protagonisti così sono “superati a sinistra” dagli altri studenti.

E poi c’è un’altra storia, quella personale di Otis. Che, capiti i sentimenti per Maeve, capito che sono ricambiati, si trova in una situazione nuova. Per la prima volta il nostro eroe si trova ad esplorare una relazione a distanza. A poter chiamare la propria amata solo a certe ore. A dover fare sesso, senza averlo mai fatto ancora davvero, a distanza, al telefono. La sequenza in cui i due innamorati lo fanno è sensuale e commovente, anche un po’ dolorosa. È uno dei punti più alti di quattro stagioni di Sex Education.

E così viviamo i dolori del giovane Otis dal suo punto di vista, pensando a quando anche noi eravamo come lui. Otis è il simbolo della serie. Come la madre, Jean, è bravissimo ad aiutare gli altri, ad ascoltarli e consigliari su sesso e sentimenti, mentre la loro vita sessuale e sentimentale è un disastro. Aver scritto personaggi così vulnerabili, così imperfetti, da film drammatico, in un contesto che è tutt’altro, grottesco e frizzante, è uno dei punti di forza della serie.

Ma la forza di questi personaggi è tutta negli attori. Sono tutti belli, a loro modo attraenti, ma allo stesso tempo buffi, impacciati, ridicoli. L’Otis di Asa Butterfield ne è l’esempio: quel bellissimo bambino che era il protagonista di Hugo Cabret di Scorsese è diventato un ragazzo carino, ma non bellissimo. E ha in sé tutta l’insicurezza, l’impaccio e la goffaggine di chi deve ancora sbocciare e trovare la sua strada. L’espressione con cui attraversa la storia, tra l’attonito e il dolente, è impareggiabile. Ma pensiamo anche alla dolcissima Aimee Lou Wood, nei panni di Aimee, corpo da pin up e volto da adorabile coniglietto. E poi ci sono la grinta e il dolore di Emma Mackey, ormai lanciata verso un futuro da star cinematografica (ha anche partecipato al blockbuster Barbie). Tutti sono irresistibilmente inadatti.

Come un personaggio dei fumetti, Otis è vestito sempre allo stesso modo, t-shirt a righe strette di mille colori e giaccone a righe larghe di altri colori. Il suo look è vintage, démodé, come quello di tutti i personaggi. Siamo al giorno d’oggi, ma tutto è volutamente è piacevolmente fuori dal tempo. Così come la musica, che oscilla tra gli anni Ottanta e i giorni nostri. E poi c’è il mondo intorno, che non è la solita città, ma la campagna inglese. Tutto questo è un modo per rendere la storia più universale, adatta a raggiungere tutti. Tutte le latitudini del mondo, ma anche tutte le epoche. È un modo per dire che Otis e i suoi amici potremmo essere anche noi da giovani. Un motivo in più per voler bene a questi ragazzi. Che stavolta portano a compimento il loro romanzo di formazione.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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