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Venezia 78 | Red Carpet – Best of Day 3

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Venezia 78 | Day 3

Photo Matteo Mignani per #DailyMoodit

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La Biennale di Venezia

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Photo Credits: ©matteomignani per DailyMood.it

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Black Panther: Wakanda Forever. L’universo Marvel è al femminile

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All’inizio di Black Panther: Wakanda Forever, la scritta che è solita introdurre i film del Marvel Cinematic Universe, stavolta è diversa dal solito. Non c’è musica, e le immagini scorrono in totale silenzio. E non ci sono le foto di tutti i personaggi, ma solo di uno. È Chadwick Boseman, l’attore che ha dato il volto e il corpo a Black Panther, e che è prematuramente scomparso per una malattia nel 2020. Andare a vedere il nuovo Black Panther: Wakanda Forever, al cinema dal 9 novembre, vuol dire prima di tutto fare i conti con la scomparsa di un attore molto amato, piangere per la scomparsa dell’eroe, tributare a lui il degno omaggio. Per questo, e non solo, il nuovo film Marvel è molto diverso dagli altri. È molto più emotivo, molto meno ironico, e porta con sé un senso di pietas e di morte come mai avevamo visto in un cinecomic. Ma è anche un colossale e spettacolare prodotto di intrattenimento, tonitruante e magniloquente. È la Marvel, bellezza.

Nella storia di Black Panther: Wakanda Forever, la Regina Ramonda (Angela Bassett), Shuri (Letitia Wright), M’Baku (Winston Duke), Okoye (Danai Gurira) e le Dora Milaje (tra cui Florence Kasumba) lottano per proteggere la loro nazione dalle invadenti potenze mondiali dopo la morte di Re T’Challa, alias Black Panther (Chadwick Boseman). Mentre gli abitanti del Wakanda cercano di comprendere il prossimo capitolo della loro storia, gli eroi devono riunirsi con l’aiuto di War Dog Nakia (Lupita Nyong’o) e di Everett Ross (Martin Freeman) e forgiare un nuovo percorso per il regno del Wakanda. Mentre tutto il mondo sembra bramare sempre di più il vibranio, la preziosa risorsa di Wakanda, la Regina Ramonda riceve la visita di Namor (Tenoch Huerta), re di Talokan. Sarà un alleato o un nemico?

Black Panther: Wakanda Forever ci immerge nuovamente nel mondo di Wakanda, il mondo di Black Panther che, in occasione del primo film e delle opere sugli Avengers, si è integrato alla perfezione nella saga del Marvel Cinematic Universe. È un mondo che funziona molto bene anche nei film stand alone di Black Panther. È un mondo credibile, che pare davvero reale, e allo stesso tempo è qualcosa che viaggia verso l’utopia. Sì, perché Wakanda è il sogno di un’Africa libera, evoluta, non corrotta. Un’Africa che ha le risorse e non ne viene derubata, che domina il progresso tecnologico. Wakanda è un’Africa orgogliosa e non sottomessa, e un popolo che non è costretto ad andarsene o a snaturare la propria identità. È qualcosa che, davvero, un giorno, vorremmo diventasse realtà. Sono in molti a vederla così, e una delle ragioni del successo di Black Panther potrebbe essere proprio questa.

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Come dicevamo, Black Panther: Wakanda Forever è un classico film Marvel: spettacolare, denso, articolato, ricco d’azione, lunghissimo. Ma, d’altro canto, è un film particolare e diverso dagli altri. La scomparsa di Chadwick Boseman ha ovviamente portato a una riscrittura del progetto iniziale. Era già capitato, nell’Universo Marvel, che grandi eroi fossero morti sul grande schermo, e sappiamo quanto è stato doloroso. Ma stavolta è diverso. Stavolta è l’attore e non il personaggio ad essere venuto a mancare. E la cosa ha un senso di ineluttabilità e di amarezza senza precedenti. E, al di là della commozione che arriva, soprattutto nelle prime battute e nella scena post credit, questo rende singolare un film in cui, per tutta la durata, l’eroe è assente. E, allo stesso tempo presente, come Rebecca – La prima moglie di Hitchcock. Black Panther in qualche modo tornerà, nel finale, e sarà una vera sorpresa. Che non vi vogliamo svelare.

E questa scelta se ne porta dietro altre. Perché, senza il protagonista principale, Black Panther: Wakanda Forever diventa un film corale, forse il più corale del Marvel Cinematic Universe, se escludiamo ovviamente i film degli Avengers. È un film corale per la natura dei personaggi di Wakanda, ma soprattutto perché i personaggi riflettono sul vuoto lasciato dall’eroe, e moltiplicano le forze per farlo. In particolare, è interessante che, a reggere le sorti di Wakanda siano soprattutto le donne. Donne lasciate da sole, per vari motivi, dagli uomini. Donne che sono in grado di prendere in mano il loro destino e difendersi da sole. E di essere quello che sono, di seguire le proprie inclinazioni, di scegliere il proprio look e il loro posto nel mondo. Ed è un elemento molto attuale e originale.

Certo, non tutto è riuscito in un film che è eccessivamente lungo (due ore e quaranta minuti) e che, da un lato porta alla luce troppe storie e troppi spunti, mentre dall’altro perde troppo tempo per arrivare al dunque. La parte centrale risulta troppo pesante, lunga, mentre l’inizio e il finale funzionano. È anche un film carico di riferimenti, che vanno da James Bond ad Iron Man, da Atlantide all’Odissea, e che vi lasciamo scoprire da soli. Così come vi lasciamo scoprire la bellezza e la bravura di alcune grandi attrici. Tra cui spiccano Angela Bassett, la Regina di Wakanda, di cui ci eravamo innamorati quasi 30 anni fa in Strange Days, e ancora oggi ha un carisma e una bellezza impareggiabili. Accanto a lei, in quello che è un grande cast, brilla Letitia Wright, nel ruolo di Shuri, sorella di Re T’Challa, una bellezza insolita, particolare, fragile in apparenza e forte nell’animo, una vera sorpresa. Sì, nel nuovo film di Black Panther il Marvel Cinematic Universe è al femminile.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Amsterdam: Proteggere la gentilezza… con Christian Bale, Robert De Niro e Margot Robbie

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L’amore non basta. Devi lottare per proteggere la gentilezza”. È uno dei messaggi che ci manda Amsterdam, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita al cinema dal 27 ottobre. È il nuovo film di David O. Russell, con un cast strepitoso in cui spiccano Christian Bale, Robert De Niro e Margot Robbie, diretti da un regista che teniamo d’occhio da quando abbiamo visto il suo irresistibile American Hustle. L’amore è qualcosa che ha a che fare con il rapporto tra i tre protagonisti, un medico (Christian Bale), un’infermiera (Margot Robbie) e un avvocato (John David Washington), che si trovano legati dal dolore della guerra e da affinità elettive alla fine della Prima Guerra Mondiale, e trovano ad Amsterdam una sorta di paradiso, in cui dare vita a un sodalizio tra Jules et Jim e The Dreamers. La gentilezza è quella che va protetta in un mondo in cui pochi vogliono soverchiare i molti, in cui la prepotenza di chi vuole instaurare una dittatura è sempre in agguato. Perché la Storia tende a ripetere se stessa. Ed è per questo che l’attenzione va tenuta molto alta. Ma vediamo come David O. Russell ci ha raccontato tutto questo.

Amsterdam, di David O. Russell, è ambientato tra la Prima Guerra Mondiale e gli anni Trenta, tra Europa, il fonte belga e la città che dà il titolo al film, e l’America, cioè New York. Un medico (Christian Bale), un’infermiera (Margot Robbie) e un avvocato (John David Washington) sono testimoni di una morte, che sembra accidentale ma non lo è, e ne diventano i sospettati. Ma la regia vorticosa di Russell ci porta indietro nel tempo, ai tempi della Prima Guerra Mondiale e della nascita della loro amicizia, per poi tornare in America, negli anni Trenta, e scovare i primi semi del nazismo. C’è un complotto, e va sventato. E, che ci crediate o no, tutto questo è tratto da una storia vera.

Avete già letto i nomi dei tre protagonisti. Ma sono solo la punta dell’iceberg di un cast stellare che ha annovera Michael Shannon e Robert De Niro, Zoe Saldana e Taylor Swift, Anya Taylor-Joy e Andrea Riseborough, Rami Malek e Matthias Schoenaerts, Mike Myers e Chris Rock, Timothy Olyphant e Alessandro Nivola. Ve li abbiamo nominati tutti per un motivo ben preciso. David O. Russell, un regista che, dopo i suoi successi, a Hollywood probabilmente può tutto, si è potuto permettere un cast all star e lo sa benissimo. E così, a ogni inquadratura, non smette di sottolinearlo. Pur senza forzare la cosa, è come se fossimo a teatro, e lanciasse l’entrata in scena di ognuno dei suoi attori con un movimento improvviso, con un loro sguardo, con un’inquadratura. Come se fossimo seduti in platea e, a ogni ingresso, dovessimo sobbalzare. Russell fa un gioco molto particolare: inquadra spesso di suoi personaggi dal basso verso l’alto, dando loro un senso di alterità, di imponenza, e li illumina di una luce dorata, come se fossero usciti da una rivista patinata d’altri tempi.

David O. Russell – chi ha visto i suoi American Hustle, Il lato positivo e The Fighter, lo sa – è un regista che, come pochi altri, sa spingere gli attori oltre i propri limiti e farli rendere al massimo. Riesce a tirare fuori dai suoi attori sempre un qualcosa in più, una recitazione sopra le righe ma non troppo, a farli toccare un registro che non è mai comico, ma dal drammatico e dal realistico riesce a “suonare un tono sopra”, rendendo il tutto straniante, potente, ad effetto.

Tra tutti gli attori, in particolare, spiccano due fuoriclasse. A David O. Russell, evidentemente, piace vincere facile. Parliamo di Christian Bale e Robert De Niro, che lavorano in modo opposto. Christian Bale fa il suo solito lavoro incredibile sul corpo. Per Russell era ingrassato di venti chili per American Hustle, e poi era deperito, perdendone evidentemente altrettanti, per The Fighter. Qui è ancora una volta smunto, emaciato, e gioca con il suo occhio vero come se avesse un occhio di vetro. È un personaggio schizzato, stordito e alienato dai farmaci, quegli antidolorifici che sono indispensabili per lenire i dolori fisici che le ferite di guerra ancora gli procurano. È ancora una volta una performance estrema, fisica, da trasformista. Tutto il contrario di quella di Robert De Niro che non ha bisogno di alcuna trasformazione. Semplicemente, “è” De Niro. Ma è forse il De Niro migliore degli ultimi anni. E va dato atto a David O. Russell (qui e ne Il lato positivo) di aver saputo valorizzare De Niro come pochi altri. Guardate i titoli di coda, quando appare il vero personaggio a cui l’attore si è ispirato. E capirete il grande lavoro che ha fatto.

Ma non è tutto oro quel che luccica, in Amsterdam, anche se di luci dorate è ammantata la scena. David O. Russell, che nei suoi American Hustle, The Fighter e Il lato positivo aveva raggiunto livelli molto alti, stavolta non fa però centro come negli altri film. È probabilmente colpa di un’ambizione sfrenata, di una bulimia che gli fa mettere nel suo film troppe cose. Troppi dialoghi, troppe canzoni, toppe divagazioni. C’è un continuo gioco a sorprendere lo spettatore (vedi il sottofinale, dove mette in scena un’azione immaginata, e poi torna indietro per mostrarci la realtà). Ma tutto è terribilmente lungo, estenuante, e fa in qualche modo uscire lo spettatore dal film. Tutto questo prima di arrivare al cuore della storia, all’ultima mezz’ora, in cui capiamo di cosa si parla, e che ci sono in ballo la libertà, la democrazia, i diritti fondamentali delle persone. Eppure, quando tutto questo arriva, siamo già fuori dalla storia. Ci godiamo De Niro, certo, ma emotivamente non siamo coinvolti, a differenza di altri film di Russell. Amsterdam è un film roboante, vorticoso, rumoroso, che abbaglia gli occhi, ma raramente arriva al nostro cuore.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Don’t Worry Darling: La fabbrica delle mogli secondo Olivia Wilde

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Ricordate La fabbrica delle mogli? Era un romanzo di Ira Levin portato sullo schermo un paio di volte, la prima volta negli anni Settanta, con il film omonimo, la seconda volta nei primi duemila, con il titolo La donna perfetta, e Nicole Kidman come protagonista. Quel libro raccontava un mondo “idilliaco”, America anni Cinquanta, dove i mariti andavano a lavorare, vestiti di tutto punto. e le mogli perfette, preparavano loro la colazione, e li aspettavano a casa, dopo aver preparato la cena, vestite in abito da cocktail e porgendo loro il drink di benvenuto dopo una giornata di lavoro. Don’t Worry Darling, il film di Olivia Wilde presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia e ora disponibile per l’acquisto e il noleggio (su Apple Tv app, Amazon Prime Video, Youtube, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, Microsoft Film & TV e a noleggio su Sky Primafila e Mediaset Infinity), parte dagli stessi presupposti per raccontare una storia in realtà molto diversa. Che però, probabilmente, vuole dirci la stessa cosa. Don’t Worry Darling è un film che vi abbaglierà con la sua forma e vi terrà incollati allo schermo. E, una volta finito, vi rimarrà incolato addosso per un bel po’.

Nel deserto di Palm Springs, in mezzo al nulla, esiste un centro residenziale. È quello dei dipendenti del Progetto Victory: un mondo verde e rigoglioso, fatto di casette bianche e pulite, ognuna con davanti il suo giardino, dove è parcheggiata una macchina dalla carrozzeria scintillante. Ogni mattina, su quelle macchine salgono i mariti, eleganti, e perfettamente pettinati: le mogli li salutano dal vialetto di casa, e, mentre loro vanno a lavorare, fanno le faccende domestiche. Non solo, un tram le pota in città per lo shopping, e tutte insieme, fanno lezione di danza. É tra queste persone che vivono Alice (Florence Pugh) e Jack (Harry Stiles, compagno della regista Olivia Wilde). Mentre tra le mogli del centro residenziale arriva una nuova moglie, Violet (Sydney Chandler), tutti sembrano prendere dalle labbra del leader Frank (Chris Pine), Amministratore, maestro di vita, deus ex machina.  Gli uomini sono totalmente dediti al Progetto Victory. Ma che cosa fanno? No, questo non possono dirlo alle loro mogli.

Alice ha quel viso furbo, quel piglio per nulla arrendevole, quella personalità che non le permette di non pensare. È normale che sia la prima a non stare al gioco, quando le arrivano le prime avvisaglie. In quel quartiere così lindo e patinato, tutto d’un tratto, si sentono fortissimi rumori, come esplosioni o terremoti. Le uova che ha in cucina sono vuote, finte. E una delle mogli comincia a comportarsi in modo strano. “Che cosa ci facciamo qui?” grida a una festa. Ed è proprio la domanda che si fa Alice, che continua ad avere delle visioni, e che ci facciamo noi per tutto il film.

Come avrete capito, Don’t Worry Darling segue, a livello narrativo, lo schema classico di Rosemary’s Baby e di tutti i film che sono seguiti: una donna comincia ad avvertire che nel mondo in cui vive c’è qualcosa di strano, ma nessuno intorno a lei le crede. È pazza? Ha un esaurimento nervoso? O ha ragione lei? Il film ci fa capire abbastanza presto da che parte stare, ma continua a tenerci incollati, per capire dove stia andando la storia. Se, a livello di percezione, lo schema è quello di Rosemary’s Baby, a livello concettuale e visivo siamo dalle parti di The Truman Show e WandaVision, un viaggio in mondi idilliaci che non lo sono affatto, che nascondono qualcosa. Il film, come detto, deve molto anche agli adattamenti cinematografici de La fabbrica delle mogli. E, se il plot twist è completamente diverso, in fondo il messaggio è lo stesso

Thriller dell’anima senza assassini e mostri, Don’t Worry Darling è un’acida e spietata metafora della nostra società, che, sembrano volerci dire gli autori, non pare in fondo ancora oggi molto lontana da quegli anni Cinquanta. Don’t Worry Darling è la metafora di un mondo che pensa ancora oggi troppo in modo maschile, che aspira a un ordine in cui il maschio sia ancora dominante, e la donna relegata a un ruolo subordinato, al servizio del compagno. Un mondo in cui c’è ancora che crede di sapere quale sia la felicità per una donna, senza chiederlo a lei. La realizzazione, le aspirazioni, la propria identità non sono permesse. Don’t Worry Darling porta tutto all’eccesso, certo. Ma siamo sicuri di essere tanto lontani dalla realtà?

Don’t Worry Darling, dopo un’ora e mezza di tensione sottile e atmosfera d’attesa, svela tutto con un plot twist duro, non scontato e coerente con il racconto. Olivia Wilde, attrice bellissima lanciata da Dr. House e musa della sottovalutata serie Vinyl, si è forse trovata spesso a rischiare di diventare una donna oggetto, una bella e basta, e la regia di questo film – pulita, visionaria, funzionale alla storia, per quanto il film sia inevitabilmente derivativo – è il modo migliore per dimostrarlo. Il suo film è una coltellata nello stomaco. Soprattutto in quello di tanti maschi. Ma non preoccupatevi, il mondo sta cambiando.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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