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The Handmaid’s Tale 4: Elisabeth Moss e le ancelle, da prede a predatrici?

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Let Us Prey è la frase di lancio di The Handmaid’s Tale 4, l’acclamata serie tv con Elisabeth Moss che torna in anteprima esclusiva su TIMVISION dal 29 aprile, a 24 ore dalla messa in onda in USA. È un sottile gioco di parole tra Let Us Pray, cioè lasciaci pregare, e Let Us Prey, lasciaci predare, che si prende gioco del regime a sfondo religioso che domina il mondo della serie. E che racchiude dentro di sé il senso di quella che potrebbe essere la stagione 4 della serie tratta dal romanzo di Margaret Atwood, di cui abbiamo visto in anteprima le prime tre puntate. June Osborne (Elisabeth Moss) e le altre ancelle passano dalla resilienza alla resistenza, da prede diventano predatrici, si preparano a reagire e ad opporsi al sistema. Ma sarà una strada durissima.

Ritroviamo June ferita e in fuga insieme alle altre ancelle. In una fattoria, June trova riparo e viene accudita da una ragazza che la cura. Ma le fa anche conoscere anche una pianta velenosa, e a June la cosa sembra interessare molto. In Canada Fred Waterford (Joseph Fiennes) e Serena Joy (Yvonne Strahovski), dopo aver oltrepassato il confine, sono in stato di fermo. E Luke Bankole continua le ricerche della moglie.

The Handmaid’s Tale, anche nella quarta stagione, continua a usare con le protagoniste, e con il pubblico, il gioco del bastone e della carota, il gioco del gatto con il topo. Sembra lasciarle andare, e lasciarci andare, e le ricattura, e ci ricattura. Sembra lasciarci un barlume di speranza, e ci fa ripiombare nel baratro. Il racconto dell’ancella continua a chiedere molto allo spettatore, ci chiede di sopportare ancora violenze, torture, soprusi. Lo fa, è chiaro, per denunciare, per farci indignare. E anche per farci riflettere su quante violenze, fisiche ma anche psicologiche, le donne debbano ancora sopportare nella realtà.

C’è un momento, nei primi episodi della quarta stagione di The Handmaid’s Tale, che ci fa riflettere. Una volta arrivata in Canada ed essersi consegnata alla giustizia insieme al marito, Serena Joy si trova davanti a una scelta. Dichiarare di essere stata vittima di abusi da parte del marito e della società, e quindi ottenere una posizione migliore, o non farlo, e restare tra i colpevoli insieme al marito. Serena è reticente: secondo lei non è stata una vittima. Ma il fatto di essere vissuta tutto sommato in una posizione privilegiata, di comando, non toglie che sia stata comunque in una situazione subordinata rispetto a quella del marito, si sia ritrovata a vivere una vita in cui molte, troppe opportunità le sono state negate. Il racconto dell’ancella ci dice anche questo. Spesso la violenza è anche quella che non è evidente, che non è immediatamente percepita. È vittima in qualche modo anche chi non sa ancora di esserlo.

La quarta stagione di The Handmaid’s Tale sembra essere un racconto più corale e meno centrato su June, che comunque rimane al centro della scena ed è il motore della storia. Sembra essere meno claustrofobica e più ariosa. Non siamo sempre a Gilead, non siamo costantemente chiusi negli interni borghesi delle abitazioni dei comandanti. Ci muoviamo spesso tra i boschi e le campagne. Ma, soprattutto, andiamo sempre più spesso in Canada, la terra che, quando il montaggio stacca dalle violenze e dai soprusi di Gilead, è una vera e propria boccata d’ossigeno. È qui che seguiamo la nuova vita di Serena Joy, che sembra venire raccontata non più come un’antagonista, ma come una coprotagonista della storia, ed è qui che seguiamo anche la vita di chi, come Emily (Alexis Bledel), è riuscita a sfuggire a Gilead. La vita in Canada è certamente più leggera, profuma di libertà. Ma non è certo la felicità. Vi ricordate quella battuta nella stagione precedente? “Non c’è sempre il vissero felici e contenti. A volte c’è semplicemente vissero”. In Canada ci muoviamo pur sempre tra profughi di Gilead e attivisti per la libertà, tutte persone che portano il peso di quel mondo, e il pensiero per chi è ancora rimasto là. Il Canada è – più o meno – la nostra vita così com’è. Gilead è quello che potrebbe diventare se dimentichiamo di tenere alta la guardia sui diritti civili.

Attraversiamo tutta questa storia accompagnati ancora da June, e da un’attrice come Elisabeth Moss, che ad ogni interpretazione sembra volerci raccontare un passo delle rivendicazioni femminili. In Mad Men era Peggy Olson, una segretaria che diventava copywriter, e poi direttore creativo, in un mondo come quello della pubblicità degli anni Sessanta che era completamente maschile. Tra frecciatine, discriminazioni, frustrazioni, Peggy andava avanti per la sua strada, e arrivava dove voleva. Un personaggio scritto ormai quindici anni fa, e forse ancora più attuale oggi di quando nacque la serie. Ma Elisabeth Moss è anche l’attrice che ha permesso di fare del remake de L’uomo invisibile non un semplice horror ma una metafora dello stalking. La June Osborne di The Handmaid’s Tale, il cui sguardo nel corso delle stagioni sta mutando, da ferito a consapevole e poi a fiero, è il suo ruolo più importante, una donna che non si conforma alle regole imposte dalla società, che lotta per i diritti, non solo suoi, ma di tutte quelle come lei. È anche grazie a lei – che è anche regista di alcuni episodi – che The Handmaid’s Tale, è una delle serie tv che segneranno i tempi che stiamo vivendo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Omicidio a Easttown: Kate Winslet, una donna in un mondo di uomini. Su Sky e NOW

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La grandiosità è sopravvalutata. La gente si aspetta questo da noi, ogni giorno. Non si rende conto che siamo dei disperati come loro”. Sono le parole di Mare Sheehan, una grande Kate Winslet, nella nuova miniserie HBO Omicidio A Easttown (Mare Of Easttown in originale), in arrivo su su Sky e NOW il 9 giugno. Nella serie, in sette episodi, di cui è anche produttrice, Kate Winslet interpreta Mare Sheehan, una detective di una cittadina della Pennsylvania che indaga su un caso di omicidio mentre la sua vita va a rotoli. La chiave della vita, e del lavoro, di Mare è tutta in quelle parole. C’è dentro quel continuo senso di ansia per un’aspettativa delle persone verso il suo ruolo, qualcosa per cui non crede di essere all’altezza. Ma in quella ossessione per i casi da risolvere, che va al di là del normale impegno per il suo lavoro, c’è molto altro: è un nascondersi dietro la sofferenza di altre persone per non vedere la propria.

Siamo a Easttown, nei sobborghi di Philadelphia. Mare Sheehan è una disincantata detective che si ritrova a indagare sull’omicidio di una giovanissima ragazza madre.  Ma c’è un altro caso, vecchio ormai di un anno e mai risolto, la sparizione della figlia di una sua ex compagna di scuola, che la tormenta. Ma la vita privata di Mare non è più semplice. È divorziata, vive con la madre e con la figlia, e si prende anche cura del nipote. È anche una vecchia gloria del basket locale, grazie a un tiro da record durante una partita del liceo 25 anni prima, che le è valso il soprannome di Lady Hawke (le aquile è il nome della squadra).

Mare è una donna in un mondo di uomini. Fa un lavoro da uomini, il poliziotto, che era quello del padre, un lavoro che, insieme alle disgrazie che hanno attraversato la sua vita, l’ha indurita, stancata. Mare a volta zoppica, o ha comunque un’andatura goffa. Veste con camicioni a quadri, maglioni e giacconi da uomo. Il mondo di Easttown è quello del maschilismo tossico, quello che solo oggi abbiamo capito quanto sia pericoloso. Un mondo in cui le donne o decidono di rimanere in silenzio e subire, oppure devono in qualche modo diventare rudi per tenere testa agli uomini. Dove le ragazzine sono costrette a crescere e diventare amanti o madri troppo in fretta, e dove i figli restano spesso senza madri e senza padri. È un mondo dove tutti bevono, dalla mattina alla sera, per annegare i dispiaceri o magari solo per noia o per abitudine. E dove, è l’America, ognuno in qualche modo riesce ad avere, o a procurarsi, una dannata pistola con estrema facilità.

Kate Winslet attraversa questo mondo con la sua Mare, di cui riesce a fare un ritratto eccezionale. Lo avevamo già capito, pochi anni dopo Titanic, con film come Holy Smoke e molti altri, che sarebbe stata un’attrice che non si sarebbe fermata a Rose e ai ruoli romantici, ai boccoli e agli abiti sfarzosi. Come ha fatto molte volte nella sua carriera, Kate Winslet qui è capace di essere bella in modo diverso. Senza paura di mostrare dei chili in più, se servono a rendere reale e umano il suo personaggio. La regia si ferma spesso sui suoi primi piani. Ed è un piacere scrutare il suo volto, a partire dalla bocca, capace di infinite espressioni. Le labbra sono spesso serrate, e gli angoli della bocca increspati. Si aprono appena, in un sorriso timido, quando vede qualcuno che le piace, o in un sorriso più tagliente, quando deve liquidare qualcuno con la sua sottile ironia. Ma i suoi sorrisi sono sempre accennati, mai aperti, segno di una persona che non può mai lasciarsi andare completamente. I suoi occhi a volte sembrano vuoti, ma non lo sono. Dentro c’è tutta la stanchezza di anni faticosi, sul piano del lavoro e ancor di più su quello personale. A volte gli occhi sono lucidi, per le delusioni, le frustrazioni. E sono incorniciati da sottili rughe. Mare è una donna stanca, provata, sfinita. Ma con dentro un’anima ancora viva. È uno dei personaggi femminili più belli che abbiamo visto recentemente sul piccolo schermo.

Omicidio a Easttown è una serie HBO, una sicurezza. È una storia intensa, scritta benissimo prima ancora che recitata alla grande. Il modo in cui le indagini si intersecano alla vita privata della protagonista è perfetto. La piccola comunità fa sì che ogni aspetto dell’indagine porti sempre a qualcuno che è vicino a Mare, un parente, un amico, un conoscente. E l’approfondimento attento dei personaggi non toglie nulla alla trama gialla, che si snoda comunque avvincente e sorprendente. Ognuno potrebbe essere un sospettato, e ovviamente dobbiamo diffidare dalle soluzioni troppo facili. A ogni puntata c’è un colpo di scena, a volte più di uno, e non è mai banale. E il racconto sembra arrivare più volte alla conclusione, ma, anche quando il mistero sembra svelato, c’è ancora molto da scoprire. Vedrete che, anche quando il caso sembra risolto, c’è ancora una puntata intera in cui può accadere qualcosa. E solo vedendo fino all’ultima scena il racconto capiremo completamente il percorso di Mare. Quella di Mare Of Easttown è una sceneggiatura a orologeria che non ci fa staccare per un attimo dalla storia fino a che non siamo arrivati alla fine. La piccola città, la comunità ristretta, poi, è un classico nel mondo del noir e del giallo. Pensiamo a Twin Peaks, o al recente Sharp Objects. È un mondo chiuso, ristretto, dove la vicinanza tra le persone rende tutto altamente infiammabile.

Accanto a Kate Winslet, Omicidio a Easttown ha un grande cast. Guy Pearce (Memento, L.A. Confidential, The Hurt Locker), è Richard Ryan, un professore di scrittura creativa, Julianne Nicholson (vista in Masters Of Sex, The Outsider e Tonya) presta il suo volto enigmatico e diafano a Lori Ross, la migliore amica di una vita della protagonista, e Jean Smart (Watchmen) interpreta la madre di Mare, Helen. Ma è una sorpresa anche la giovane Angourie Rice (Spiderman: Homecoming, L’inganno, The Nice Guys) che è il volto pulito e sagace della figlia di Mare, Siobahn, ed è un piacere ritrovare Evan Peters (WandaVision, Pose, X-Men), nei panni di Colin Zabel, giovane detective che aiuterà Mare nelle indagini. Lo showrunner e produttore esecutivo è Brad Ingelsby (Tornare a vincere, Il fuoco della vendetta – Out of the furnace), e la regia è di Craig Zobel (The Hunt, Manglehorn, The Leftovers). Non vi resta che immergervi nella cittadina di Easttown, e passare qualche ora insieme a Mare e agli altri abitanti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Panic: Sfidare le proprie paure, ma fino a che punto? È la nuova serie Prime Video

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La vittoria è tua se duri fino all’alba. Il giudizio sta per arrivare”. Un ragazzo lo dice a una ragazza mentre la chiude in una bara. È così che inizia Panic, la nuova serie in dieci episodi di un’ora di Amazon Prime Video, disponibile in streaming dal 28 maggio. È scritta e creata da Lauren Oliver, ed è basata sul suo omonimo romanzo best-seller. Siamo in una cittadina del Texas, Ogni estate i neodiplomati si gettano in una serie di sfide a eliminazione. Questi ragazzi, a prima vista, sembrano spensierati. Ma sono costantemente alla ricerca di qualcosa: sfide, adrenalina, emozioni. E anche una bella somma di denaro. Chi vince la sfida vince un premio. Ma quest’anno qualcosa sembra cambiato, il gioco sembra diventare ancora più pericoloso. I contendenti dovranno affrontare le loro paure più profonde e per vincere dovranno rischiare ancora di più. Dei misteriosi segnali appaiono ai ragazzi, su dei fogli di carta. o scritti con la bomboletta spray a terra, sul marciapiede. Il gioco Panic intanto va avanti. Per i ragazzi si tratta di tuffarsi in un lago da un dirupo piuttosto alto. O di attraversare, in bilico come un equilibrista, delle travi d’acciaio, a qualche metro da terra, di un sito industriale dismesso. La polizia locale, intanto, sta indagando sulla morte di due ragazzi che sono legate al gioco.

Lo spunto di Panic è interessante. Le sfide del gioco assicurano a ogni episodio dei momenti spettacolari, una certa tensione. Ma non è solo questo. Questa continua serie di sfide, da affrontare insieme ai propri coetanei, diventa un rito collettivo, un continuo rito di iniziazione. È un voler sfidare se stessi e i propri limiti, le proprie paure. È un elemento tipico dell’adolescenza, e del passaggio all’età adulta, che è al centro di tanta letteratura e di tanto cinema per ragazzi.

Panic è un esempio di come le storie young adult, o, se preferite, i teen drama, si stiano evolvendo. Una volta, infatti, al centro di questo tipo di prodotti per ragazzi c’erano sempre delle storie che ruotavano intorno ai sentimenti, come in Beverly Hills 90210 o in Dawson’s Creek. Ma in questi anni il genere si è evoluto. Se una serie come Euphoria ha fatto da spartiacque al teen drama classico, quello legato ai sentimenti, spingendolo al limite e portando alla luce storie di dipendenze, fluidità di genere, sessualità, è interessante vedere come, proprio da Prime Video, per i giovani stiano arrivando dei prodotti più particolari. Non si pensa più alla storia young adult come un genere a sé, la commedia sentimentale, ma si adattano ai teenager dei generi codificati e in teoria appannaggio degli adulti. Proprio su Prime Video, lo scorso dicembre, è arrivato The Wilds, che ha portato in un mondo di ragazze, e per un’audience di ragazze, il survival drama, cioè lo schema narrativo di Lost, la storia di naufraghi sull’isola deserta. El Internado, arrivata su Prime Video a febbraio, portava in un collegio, cioè un mondo popolato da giovanissimi, l’horror soprannaturale. Anche Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino, appena arrivato su Prime Video, remake dal famoso film del 1980, è un prodotto pensato precisamente per il target young adult, partendo da un film che parlava sì di adolescenti, ma era stato pensato per un target universale.

Panic rientra questa tendenza, riprendendo e legando a un mondo di ragazzi un certo tipo di thriller e di action. Tutte queste storie oggi si creano unendo uno schema di racconto classico e codificato a dei personaggi adolescenti, con i loro problemi, le loro paure, i loro sentimenti. Il gioco è interessante, a volte riesce, a volte no. Panic è un prodotto che si segue volentieri, che scorre veloce e piacevole, anche se, come si può immaginare, si muove nei limiti delle storie young adult che, ovviamente, possono spingersi fino a un certo punto a livello di situazioni e di tono. Ci sembra che scorra anche piuttosto in superficie, non approfondendo troppo le paure di questi giovani. Come abbiamo spesso detto, una volta assistito ad Euphoria, che riesce a scandagliare le anime degli adolescenti come mai fatto prima, è difficile trovare qualcosa di così intenso. Ma è chiaro che un prodotto come Panic punta soprattutto all’intrattenimento.

Se per le serie tv questo tipo di prodotti legati al target young adult è una tendenza recente, al cinema è qualcosa che ha già funzionato piuttosto bene. Negli anni Novanta, autori come Kevin Williamson, il creatore di Dawson’s Creek, avevano dato vita a un filone di film teen horror, partiti da Scream, diretto da Wes Craven, per poi proseguire con titoli come So cosa hai fatto, Urban Legend, Final Destination.

A proposito di anni Novanta, e a proposito del tempo che passa, accanto ai giovani protagonisti (Olivia Welch è Heather Nill, Mike Faist è Dodge Mason, Jessica Sula è Natalie Williams, Camron Jones è Bishop Mason, Ray Nicholson è Ray Hall), in Panic c’è anche il viso dolce di Moira Kelly. Ve la ricordate? È stata Donna Hayward, sostituendo Lara Flynn Boyle, in Fuoco cammina con me, il prequel di Twin Peaks di David Lynch. E l’avevamo vista anche in Charlot e Little Odessa. Ora ha il ruolo della madre di uno dei ragazzi. Sì, il tempo passa davvero.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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LE FOTOGRAFE – La prima docu-serie dedicata alle fotografe italiane e al loro originale punto di vista

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Guia Besana, Ilaria Magliocchetti Lombi, Sara Lorusso, Carolina Amoretti, Maria Clara Macrì, Roselena Ramistella, Zoe Natale Mannella, Simona Ghizzoni

LE FOTOGRAFE è la nuova serie Sky Original che parte lunedì 24 maggio alle 21.15 su Sky Arte (canali 120 e 400) e disponibile anche on demand e in streaming su NOW. È la docu-serie, creata e diretta da Francesco G. Raganato e prodotta da Terratrema Film in collaborazione con Seriously, interamente dedicata a otto fotografe italiane che trattano temi legati al femminile.

Ogni episodio è dedicato a una fotografa, al suo originale punto di vista e a un tema specifico – dall’amore alla sessualità, dal ruolo della donna nella società al body positivity – uniti dalla concezione della fotografia come strumento di indagine, di racconto e di espressione artistica.

Le protagoniste –  Guia Besana, Ilaria Magliocchetti Lombi, Sara Lorusso, Carolina Amoretti, Maria Clara Macrì, Roselena Ramistella, Zoe Natale Mannella e Simona Ghizzoni – non affrontano solo temi strettamente femminili, ma svelano mondi complessi in cui ognuna porta avanti la sua ricerca, cresce nel suo lavoro, afferma la sua presenza nel contesto della cultura visiva, contribuisce a cambiare e arricchire l’immaginario fotografico italiano.

LE FOTOGRAFE è una serie antologica, ma non retrospettiva: in ogni episodio le protagoniste sono ritratte nell’atto di creare qualcosa di originale, con uno sguardo rivolto sempre al presente e al futuro.

Alcune di loro scattano l’ultima foto di un progetto lungo anni, altre ne cominciano uno nuovo, tutte, nel corso delle riprese, hanno prodotto fotografie che arricchiranno il loro portfolio. All’inizio di una carriera, in fase di crescita o già affermate, queste otto professioniste portano sullo schermo le loro specificità, umane e professionali.

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Guia Besana mette in scena situazioni e problematiche delle donne contemporanee; Ilaria Magliocchetti Lombi, fotografa rock dei grandi della musica italiana e internazionale, racconta il ruolo delle donne nella società; la giovanissima ritrattista Sara Lorusso racconta la sua generazione, alla ricerca di un posto nel mondo; Carolina Amoretti ha creato Fantagirl, una community di donne che promuove la body positivity; Maria Clara Macrì con i ritratti a ragazze di mezzo mondo ambientati nella loro stanza, promuove l’importanza di indipendenza e autodeterminazione; Roselena Ramistella racconta la potenza delle donne della sua isola, la Sicilia; la giovane fotografa di moda Zoe Natale Mannella ritrae l’amicizia e l’intimità tra ragazze della sua generazione; Simona Ghizzoni usa l’autoritratto per raccontare con sguardo delicato, temi difficili come i disturbi alimentari o la violenza sulle donne.

***

24 maggio alle 21.15 | Episodio 1: GUIA BESANA – Una questione personale
Sinossi: Nella sua casa di Barcellona Guia prepara un piccolo set casalingo con oggetti femminili come borse, gioielli, trucchi, raccontando sua poetica basata sulla creazione di un’immagine costruita a partire dal vissuto, poetica che lei chiama Una questione personale. Una pratica che utilizza nella trilogia Baby Blues, Under Pressure e Poison dedicata al ruolo della donna nella società. Tra ricordi personali e progetti per il futuro, come Strangely Familiar nuova serie in cui una bellissima modella diventa donna barbuta, l’episodio ci racconta la vita e la visione di questa fotografa.

24 maggio alle 21.45 | Episodio 2: ILARIA MAGLIOCCHETTI LOMBI – Un ritratto in due
Sinossi: Nella sua casa romana Ilaria racconta i suoi inizi come fotografa di band rock e indie, della sua ascesa, delle copertine, e nel frattempo lavora, prima con Ariete stella dell’urban pop, poi con il duo Bus Spencer Blues Explosion, infine con Manuel Agnelli leader degli Afterhours. Ma il suo lavoro è anche quello dedicato alle donne nella società: la vediamo nell’appartamento di Emma Bonino, in studio con la campionessa di atletica Danielle Madam, con la giovanissima portavoce dei Fridays For Future Italia Lavinia Iovino. Tra i tanti ritratti realizzati quello che le sta più a cuore è il ritratto di Paola Turci che incontra sul lungomare di Fregene.

31 maggio alle 21.15 | Episodio 3: SARA LORUSSO – Sul mio corpo

Sinossi: Nella sua casa-studio a Bologna, Sara presenta About Sexuality la sua prima serie fotografica dedicata alla sessualità femminile e di come sia ancora considerata un tabù. La fotografia l’ha aiutata a superare il rapporto complicato con il suo corpo, grazie anche ai consigli dell’artista Valentina d’Accardi. Uno dei ritratti a cui è più legata è quello all’atleta paraolimpica Veronica Yoko Plebani che conversa con lei di femminilità oltre gli stereotipi estetici. Con tre amiche Sara ha dato vita a Mulieris Magazine rivista semestrale tutta al femminile, ma con New Masculinity racconta anche il femminile che può essere ritrovato nel maschile, in cui il soggetto dei suoi ritratti è La Persia, giovane designer ritratto in guepiere in una rappresentazione estetica del gender fluid.

7 giugno alle 21.15 | Episodio 4: CAROLINA AMORETTI – Fantagirl
Sinossi: Nella sua casa-studio di Milano, Carolina ci parla delle sue prime esperienze a Fabrica, la scuola di arti visive di Benetton, dove realizza i suoi primi autoritratti, giocosi, colorati, pop. Con un gruppo di amiche, giovani ragazze che lavorano nella fotografia, nella moda e nella comunicazione, emerge poi la necessità di raccontare il corpo femminile in maniera nuova: non più l’immagine di una donna androgina, ma quella di una donna reale, con tutte le sue imperfezioni che diventano tratti unici. Carolina ci mostra alcuni suoi scatti che hanno sdoganato, in tempi non sospetti, il tema della Body Positivity.

14 giugno alle 21.15 | Episodio 5: MARIA CLARA MACRÌ – Una stanza tutta per sé
Sinossi: impegnata su un set casalingo, Maria Clara racconta il progetto In Her Rooms una serie di foto di ragazze nelle loro stanze che l’artista ha intrapreso anni fa e che l’ha portata in tutto il mondo. La scelta delle ragazze avviene tramite un “emphaty shot” una sorta di innamoramento istantaneo. In Her Rooms rivendica l’indipendenza intellettuale sociale e economica della donna, che deve necessariamente passare per una stanza tutta per sé,  dove essere libere di creare e di esistere. Mentre ritrae due ragazze Maria Clara racconta cosa significhi vivere in un corpo che non rispecchia i canoni di bellezza e parla di un nuovo progetto con coppie mixed raised che vengono da culture, etnie, estrazioni sociali diverse. Una delle ragazze da lei ritratte è La Niña, stella nascente dell’urban pop napoletano.

21 giugno alle 21.15 | Episodio 6: ROSELENA RAMISTELLA – L’isola delle femmine
Sinossi: Roselena presenta Deepland con cui ha vinto il Sony Photo Award e il Vogue Italia Prize, dove racconta la sua Sicilia, in un viaggio a dorso di mulo. Deepland l’ha portata poi a un progetto sulla “mafia dei pascoli” sui Monti Sicani dove incontra le sorelle Napoli, due donne che hanno subito pesanti minacce mafiose. Con Be Twins il concetto di identità, con I giochi di Sofia, una bambina che affronta la separazione dai genitori, ma si torna presto alla Sicilia e alle sue donne, con il racconto di un progetto dedicato alle mogli dei pescatori di Mazara del Vallo, rapiti e incarcerati in Libia.

28 giugno alle 21.15 | Episodio 7: ZOE NATALE MANNELLA – Intimità
Sinossi: Zoe emerge dalle lenzuola di una camera da letto dopo aver scattato alcuni ritratti per il progetto Sotto le Lenzuola, dedicato alle ragazze nel loro letto, in un’intimità sognante. Parla di amicizia e di confidenza, di una fotografia istintiva, da cui nascono foto pop, colorate, ironiche e dei suoi esordi con il progetto Taxidì, dedicato a giovani ragazze in vacanze al mare. Poi in un appartamento anni ’70 Zoe scatta un ritratto alla madre, pittrice e art director che ha lavorato nella pubblicità milanese negli anni ’90: le due donne si confrontano tra diversi canoni estetici, classico e contemporaneo.

5 luglio alle 21.15 | Episodio 8: SIMONA GHIZZONI – Tutto parla di me
Sinossi: Nel suo casolare in provincia di Rieti, Simona racconta il suo percorso artistico che parte dall’autoritratto come ricerca di sé. I suoi autoritratti sono divisi in serie: Aftermath indaga l’aspetto più animale della donna, Rayuela intreccia ritratti e elementi vegetali; in Rêve Géologique rappresenta l’elemento della terra. Una trilogia che racconta la nostra permanenza nel mondo, mentre Isola, progetto scattato sull’Appennino Emiliano narra il rapporto dell’uomo con il mondo. Simona racconta i suoi disturbi alimentari interpretati con la serie Odd Days, che le è valsa il 3° posto al World Press Photo 2008 e un Award al Photo Espana 2009. La fotografa racconta anche del suo interesse per le arti performative e per il reportage, e del suo impegno nei diritti civili delle donne.

CREDITI
LE FOTOGRAFE è una produzione Sky Original, creata e diretta da Francesco G. Raganato e realizzata da Terratrema Film in collaborazione con Seriously, in onda su Sky Arte dal 24 maggio alle 21.15

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