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All That You Can’t Leave Behind: Quando gli U2 incisero il loro album “pop”…

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C’è stato un attimo, durante l’ultimo giorno delle registrazioni di Pop, il disco degli U2 del 1997, in cui Larry Mullen, il batterista della band, sussurrò qualcosa nelle orecchie a Bono. “Perché non facciamo davvero un disco pop, la prossima volta?”. Pop era tutto tranne che questo. E il loro vero disco Pop gli U2 lo avrebbero fatto qualche anno dopo. All That You Can’t Leave Behind, uscito nell’ottobre del 2000, vent’anni fa, è proprio questo. Amato da molti, da altri guardato con un po’ di sufficienza, spesso sottovalutato, ma con dentro una serie di grandi canzoni. All That You Can’t Leave Behind è stato ora ristampato per il 20° anniversario. Questa riedizione contiene le 12 canzoni della track-list originale rimasterizzate per l’occasione. E nel cofanetto Super Deluxe saranno incluse ben 51 tracce.

All That You Can’t Leave Behind nasce da una sorta di insoddisfazione, di scottatura degli U2 con l’album precedente, Pop, un disco contaminato, elettronico, scintillante e decadente che non aveva incontrato appieno il favore del pubblico americano: un “relativo” insuccesso del disco e alcune date che non erano andate sold out, sempre negli States li avevano fatti riflettere. “L’esperienza di Pop ci aveva lasciati pieni di lividi ed ematomi” raccontò Bono. “Anche se i biglietti e i dischi venduti erano nell’ordine di milioni, il disco non aveva entusiasmato come avevamo sperato. Ci lasciò la sensazione di non aver messo i puntini sulle i e i trattini sulle t”. Oggi quel disco è un vero e proprio “cult” tra i fans. Ma allora gli U2 sentivano il bisogno di un ritorno a casa, alle origini, perché a forza di reinventarsi si finisce per essere prevedibili, come disse Bono. Tornare a casa per i quattro di Dublino vuol dire tornare a lavorare con gli storici produttori Brian Eno e Daniel Lanois, gli artefici dei capolavori The Unforgettable Fire, The Joshua Tree e Achtung Baby. E tornare a registrare senza pressioni, in un’atmosfera rilassata. È così che nascono canzoni come Kite, uno di quei pezzi che, appena usciti, sono già un classico. È una canzone che prende vita da un momento da papà di Bono: di ritorno da un tour decide di portare le sue bambine, Jordan e Eve, sulle colline vicino a casa per far volare un aquilone. Ma a quel papà premuroso ma un po’ imbranato il filo scappa di mano e l’aquilone vola via, e si disintegra. Kite parla di questo. Del lasciar andare. Ma il Bono che canta è il papà che sa che lascerà andare le sue bambine un giorno, o è il figlio che sa che sarà suo padre a lasciarlo? Kite è una delle prime canzoni ad essere registrate, e la voce di Bono arriva a delle vette che non raggiungeva da anni. Quando canta i versi “I’m a man, I’m not a child” restano tutti a bocca aperta. Erano dieci anni che non c’era una nota così alta, a voce piena, in un disco degli U2.

Ma accanto a quella voce così libera di volare ce n’è un’altra, una voce rotta dalla notte e dall’alcool.  È proprio la traccia dopo Kite, la n.6, In A Little While, “un hangover che si trasforma in una canzone gospel”, grazie al consiglio di Joey Ramone, che l’aveva ascoltata prima di morire. Il leader degli U2 arrivò in studio dopo aver fatto le sei di mattina, dopo una nottata di baldoria, e aver dormito un paio d’ore. Con i postumi della sbornia, con una voce roca, ha intonato una canzone d’amore, per la sua Ali “quella piccola ragazza con gli occhi spagnoli”, quei Spanish Eyes a cui aveva già dedicato una canzone ai tempi di The Joshua Tree. In A Little While, cantata con quella voce, diventa comica, e allo stesso tempo accorata, struggente, vera.

All That You Can’t Live Behind sarà il disco degli affetti, della tenerezza, ma anche del dolore e della perdita. Il titolo viene dalle strofe iniziali di Walk On, un brano mid tempo epico, in classico stile U2 (dedicato a Aung San Suu Kyi, allora leader dell’opposizione in Birmania, poi macchiatasi di varie violazioni dei diritti umani, una volta al potere, per cui la dedica è stata rinnegata), che recitano “And love is not the easy thing, the only baggage you can bring is all that you can’t leave behind” (l’amore non è una cosa facile, il solo bagaglio che ti puoi portare è quello che non ti puoi lasciare dietro). E quello che non puoi lasciare dietro è l’amore, gli affetti più intimi.

È un disco con il quale gli U2, per la prima volta, guardano al loro passato. Beautiful Day, il primo singolo e la canzone che apre l’album, è sostenuta da un suono di chitarra, una Gibson Explorer, un classico suono U2 che la band non usava dai tempi di War, nel 1983. E così ha discusso molto se fosse il caso di riproporlo. Ma alla fine non ci sono stati dubbi. Perché per “rispondere all’inserzione per il lavoro di miglior band del mondo” (come avrebbe dichiarato Bono ai Grammy Awards, proprio dopo aver vinto con questo disco) si può anche riprendere un suono che è un marchio di fabbrica. La canzone, che parla di un uomo che ha perso tutto, ma sente che può vivere ancora una bella giornata, è un brano semplice ma complesso: c’è una parte di batteria elettronica, ci sono violini, un giro di tastiere che è diventato un giro di chitarra, e dei cori nati per caso e diventati quella pennellata di colore che serviva alla canzone.

All That You Can’t Leave Behind è anche un disco che parla tanto di morte. Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of è dedicata a Michael Hutchence, amico di Bono e leader della band degli INXS, morto suicida qualche anno prima. È una canzone particolarissima, nata al piano grazie a The Edge, con degli accordi gospel e un ritornello che profumava del soul della Motown. Bono voleva scrivere un testo che non fosse sdolcinato e sentimentale. Perché Michael non lo avrebbe voluto, gli sarebbe piaciuto ben altro. E quella canzone così pop andava bilanciata. Così se ne uscì con quei versi con cui attacca il pezzo, “I’m not afraid of anything in this world, There’s nothing you can throw at me that I haven’t already heard” (Non ho paura di niente a questo mondo, non c’è niente che tu possa gettarmi addosso che non abbia già sentito). È una sorta di dichiarazione di sfida, “come quando si sporge la mascella in fuori prima di una rissa”, disse Bono. Briano Eno trasformò il brano in qualcosa di unico: Edge aveva suonato il giro della canzone su un piano e lo aveva passato su un sequencer. Eno prese le note, eliminò le prime e le seconde e lasciò solo le terze note di ogni giro. In questo modo l’intro della canzone diventa qualcosa di sospeso e incantato, come se fosse il rintocco di alcune campane. Peace On Earth, dedicata alle vittime di un attentato a Omagh che, nell’agosto del 1998, rischiò di far fallire le trattative di pace in Irlanda, è invece una preghiera sommessa e accorata perché si fermi la violenza. Ma la morte tornerà ancora, nella storia di questo disco.

All That You Can’t Leave Behind è sempre stato raccontato come il ritorno alle origini “U2 back to their basics”, ma è qualcosa di molto altro. C’è la voglia di tornare suonare in quattro, chitarra, voce, basso e batteria, certo, ma è forse il disco meno rock della band. C’è dentro il gospel, il soul, alcune cose di Al Green e Dusty Springfield, i Beatles di Ob-La-Di, Ob-La-Da, che Edge avvicina a Wild Honey, il brano più leggero dell’album, non amatissimo dai fan. Ha dentro alcuni suoni che arrivano dal passato, ma All That You Can’t Leave Behind non suona come nessun altro disco degli U2, né precedente, né successivo. Ha un suono fuori dal tempo, sospeso tra le epoche e tra i generi. La produzione di Brian Eno e Daniel Lanois, in realtà, ha soffocato in molti punti la potenza del suono degli U2. Ma è un disco che ha una sua dolcezza. È un disco curativo, capace di sollevarti quando sei a terra, di carezzarti, di abbracciarti. E anche di darti un bel calcio per farti ripartire.

E così la band è ripartita, in un giro in torno al mondo, nell’Elevation Tour. Un concerto che, come il disco, doveva essere un ritorno all’essenziale dopo gli eccessi del PopMart Tour. Un concerto pensato per essere suonato al chiuso, nelle arene (solo i concerti a casa nostra, a Torino, e a casa loro, allo Slane Castle vicino Dublino, sono stati outdoor), con una passerella a forma di cuore ad avvolgere il pubblico e quattro schermi in bianco e nero a riprendere i quattro musicisti, che arrivano in scena con le luci ancora accese. Il concerto sarà, anche qui, molto più articolato, di quello che sembra. Ce lo ricordiamo per Bono ed Edge che si guardano negli occhi, mentre la musica si ferma, per cantare l’ultima strofa di In A Little While, “slow down your beating heart”, per la versione più bella di The Fly mai sentita, per Bullet The Blue Sky che Bono dedica a John Lennon e, parlando del suo assassino, Mark Chapman, diventa un’invettiva contro la lobby delle armi americana, che fa sì che sia così facile per tutti possedere una pistola.

Sarà, in qualche modo, ancora la morte a rendere memorabili alcuni concerti del tour. Quello di Torino, andato in scena nel luglio del 2001, il giorno dopo i fatti del G8 di Genova e la morte di Carlo Giuliani, vedranno un Bono infuocato gridare “violence is never right”, durante Sunday Bloody Sunday. Sarà in concerto lunghissimo, con due fuori programma, dovuti alla comunione che si era creata tra il pubblico e la band, che non ne voleva proprio sapere di lasciare il palco. Gli occhi lucidi, emozionati di Bono che guarda il pubblico prima di lasciare la scena sono difficili da dimenticare. La morte di Bob Hewson, il padre di Bono, arriverà durante le date inglesi e irlandesi del tour, e la band suonerà, nell’attesissimo concerto di Slane Castle, a fine agosto, proprio il giorno dopo il funerale di Bob, rendendo anche quel concerto unico. Ma gli U2 si troveranno anche a suonare a New York, al Madison Square Garden, pochi giorni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ancora una volta la loro musica è lenitiva- Durante Where The Streets Have No Name, le luci si accendono per inquadrare il pubblico. Ci sono 10mila persona con il volto in lacrime. “Siete bellissimi stanotte” grida loro Bono. È un verso che diventerà City Of Blinding Lights. Ma è un altro disco. E un’altra storia.

Uno dei concerti del tour, quello di Boston, è uno dei contenuti speciali dell’edizione Super Deluxe della ristampa, in cd o in vinile:19 canzoni dallo Staples Center per capire che atmosfera si respirasse in quei concerti. Ma non c’è solo quello. C’è The Ground Benath Her Feet, una canzone d’amore insinuante e dolente, una delle più belle mai scritte, ispirata a un libro di Salman Rusdhie e finora inclusa solo nell’edizione inglese dell’album, e nella colonna sonora di The Million Dollar Hotel, il film di Wim Wenders scritto da Bono. È da quel disco che arriva anche Stateless, un brano liquido, soffuso, che vede gli U2 in piena libertà creativa. Un intero disco dell’edizione speciale è dedicato alle canzoni di quel periodo che non sono mai entrate nell’album. Una di queste è Levitate, che ha un suono un po’ più “sporco” rispetto ai suoni un po’ patinati, edulcorati di ATYCLB. In certe parti di chitarra, in quelle batterie pesanti, con una sorta di riverbero, si sente qualche eco di Achtung Baby. Ascoltata 20 anni dopo, suona ancora piuttosto fresca. E colpisce con quel verso, “I want a love that’s hard, hard as hate” (voglio un amore che sia duro, duro come l’odio). Sta bene in un cofanetto che racconta il periodo di All That You Can’t Leave Behind, un disco di suoni lievi, ma di sensazioni forti.

Un disco di cui, passati vent’anni, è rimasto molto. Beautiful Day e Elevation sono entrate nei classici degli U2, e sono suonate in ogni concerto. Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of è rimasta un piccolo gioiello, ed è stata riproposta in una versione acustica, che trovate nel cofanetto. E Walk On, dopo quello che è successo, non è più legata alla leader birmana, ma è tornata a nuova vita, in una toccante versione acustica, proprio la scorsa settimana, durante l’esibizione di Bono e The Edge a una trasmissione televisiva irlandese. Vent’anni fa, in Kite, Bono raccontava già un mondo che sembrava quello di oggi, dove il rock è in secondo piano, le star dell’hip-hop sembrano raggiungere di più i gusti del grande pubblico, e la musica vive soprattutto sui social media.. “The last of the rock stars, when hip hop drove the big cars, in the time when new media was the big idea”. “L’ultima delle rockstar, quando l’hip hop guida i macchinoni, al tempo in cui in nuovi media erano la grande idea”. Bono voleva raccontare quell’epoca. Ha finito per raccontare i giorni di oggi. Dove è ancora, con i suoi U2, l’ultima delle rockstar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Il mood dell’originale dello sperimentare a teatro: intervista a Marco Oliva

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In questi giorni, la compagnia teatrale di Oltreunpo’Teatro apre la nuova stagione milanese e lo fa con uno spettacolo sull’acqua del Naviglio ,nel mood dell’originale possibile o impossibile, chissà, nella bella cornice medioevale del Teatro San Cristoforo Mario Chiesa vicino ad uno degli angoli più romantici di Milano sul naviglio.
Ma non solo. Per l’intera giornata del sabato 13 settembre , si è potuto entrare nel teatro e farne esperienza attiva sul palcoscenico, nel mood dell’originale dello sperimentare a teatro.
Al mattino ecco le prove gratuite: ore 10 per i bambini da 6-10 anni sul gioco e immaginazione, ore 11 ecco i ragazzi dai 11-17 anni su relazione e creatività, ed alle ore 12 ecco gli adulti su espressività e scoperta. Unico requisito richiesto la prenotazione con QR code.
Ma è nel pomeriggio che il mood dell’originale in teatro si apre veramente alla città: ore 15 si è svolto lo svelamento dell’opera di Marco Lodola con la presentazione della Stagione 2026/27 ed alle ore 16 ecco uno spettacolo inedito e particolare “La Maria Brasca sui Navigli” di Testori che grazie a agili imbarcazioni ha fatto accomodare il pubblico , sull’acqua.
Ed alle ore 19 ecco anche l’aperitivo e l’inaugurazione del nuovo bar. Ma perché le lezioni gratuite? Perchè proprio Lodola e la Maria Brasca di Testori? Perchè un bar?
Lo chiediamo al Direttore artistico del teatro, Marco Oliva, noto come attore, formatore e direttore artistico di Oltreunpo’ che si è formato con il gruppo di “Quelli di Grock” ed New York  in America alla John Strasberg Studios con John Strasberg e Anne Pasquale dell’Actors Studio. Ha studiato con Danio Manfredini, Michael Margotta, drammaturgia con Gherzi e Guccini, canto lirico e teatro-danza, proponendo una propria idea di teatro da Voghera a Milano. Laureato in Scienze della Comunicazione. Ha recitato in “La Donna Seduta” di Copi, in Ubu Re, Bisbetica Domata, Promessi Sposi, Sogno di una notte di mezza estate per Grock, ed è regista di produzioni con Oltreunpo’ Teatro, come “La Sagra di Brugaglia”. Dal 2004 insegna a Milano, dirige il Laboratorio Permanente dell’Attore ed è Direttore artistico del Teatro San Cristoforo Chiesa. Nel 2012 fonda il Centro Studio Oltreunpo’ Teatro, ad oggi con oltre 250 allievi l’anno tra la zona dell’oltrepò pavese e Milano, un vero ponte che collega non solo idealmente anche Milano a New York con John Strasberg.
Un unicum con un teatro di processo nel mood dell’originale interessante: prima la persona, poi il personaggio.
Domanda 1. Buongiorno e grazie del tempo che ci sta concedendo. Ci parli del vostro progetto teatrale e si potrebbe inserire in un mood dell’originale dello sperimentare in teatro? 
Risposta: La nuova stagione si intitola “a fior d’acqua” e noi siamo sul Naviglio Grande, in un luogo dove la città incontra l’acqua, la memoria e il territorio, in modo molto speciale. il Teatro San Cristoforo Alfredo Chiesa si propone come uno spazio aperto alla città e alla comunità, in modo si originale. Noi abbiamo da poco la gestione di questo teatro milanese, meno di due anni ma anche nella passata stagione per esempio la rassegna aveva una forte identificazione con il quartiere in cui sono inserite tematiche sociali su cui si andava poi ad interagire. Bellissima è stata infatti l’esperienza con i City Angels dove cura ed attenzione è stata non solo dei luoghi ma anche delle persone. Il nostro teatro ha si una identità molto forte.
Domanda 2. E la nuova programmazione?
Risposta La programmazione di Oltreunpo’ Teatro attraversa linguaggi e generi diversi, tra ciò che affiora e ciò che è sommerso e si intitola “ha fior d’acqua”: dalla commedia al teatro di narrazione, dalla poesia alla musica, dal teatro per le famiglie alla drammaturgia contemporanea. Una stagione che mette al centro gli artisti, le storie e il rapporto diretto con il pubblico. Il nostro è un arcipelago di scelte con un forte richiamo storico che parla al territorio che a Milano ci ospita. Ha una forte connotazione di tradizione. Come lo spettacolo di oggi su Testori ha dimostrato. Casa Testori , che detiene i diritti, è stata sentita e non si è stravolto il testo. Già nella prima messa in scena mesi fa, lo spettacolo sull’acqua del naviglio ha ottenuto grande interesse sia da parte della critica che del pubblico. E’ per noi una scommessa che vanta molte collaborazioni e tanto lavoro.
Domanda 3. Ci parli di queste collaborazioni e come si inseriscono in questo mood?
Risposta. Accanto alle produzioni della Compagnia, il Teatro ospita appuntamenti e collaborazioni che ampliano lo sguardo sulla scena contemporanea milanese, costruendo un calendario capace di intrecciare memoria, contemporaneità, impegno civile e leggerezza (tra cui il Finge Off ad ottobre  e la manifestazione Cortissina a novembre n.d.r.).

Concludendo il mood dell’originale dello sperimentare a teatro nel caso dell’esperienza di questo teatro milanese diretto da Marco Oliva, dimostra una volta di più e qualora ce ne fosse bisogno, che  per abbassare la soglia d’accesso del mettersi in gioco come persone prima che come attori, il teatro si prova prima di sceglierlo e perché sia un teatro veramente radicato, lo si dimostra attraverso una economia della esperienza, tanto che un addirittura un artista come Lodola illuminerà con la sua arte, la periferia con la sua creazione luminosa ed infine, l’esperienza di un testo come quello di Testori, raccontare i Navigli. Tra arte e identità su delle barche, messe a disposizione dalla Canottieri, altro punto di riferimento del quartiere. Lo spettacolo della “Maria Brasca” attraversa in questo modo l’acqua e la memoria della città come un filo invisibile. Il teatro incontra l’acqua dei Navigli  ma in una forma scenica nel solco del mood dell’originale dove il vero spettacolo, forse è proprio questa comunione di pubblico che assiste dalle acque del naviglio stesso e la scena che si svolge sulle sponde, per strada, su un balcone sulle sponde tra naviglio milanese e la darsena. Il mood dell’originale in teatro come spazio teatrale diffuso? Forse. Sicuramente di grande impatto evocativo dove al centro rimane la storia e quel diritto di scegliere la propria vita ed interpretare fino in fondo il proprio ruolo nel mondo. Infatti il pubblico assiste allo spettacolo navigando lungo il Naviglio Grande fino alla Darsena. La rappresentazione si sviluppa attraverso diverse stazioni sceniche sulle sponde del Naviglio, trasformando il paesaggio urbano in uno spazio teatrale diffuso, non è solo scenografia. Perchè come ha detto Marco Oliva portare La Maria Brasca di Testori sull’acqua significa così mettere in dialogo il desiderio individuale della protagonista con la memoria collettiva di Milano fino a New York. E forse perché il teatro oggi deve essere casa, non solo palcoscenico, ovunque.

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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I’ll be back – Arnold Schwarzenegger

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Arnold Schwarzenegger è stato un bodybuilder, un attore, un politico e ora è anche un modello fotografico alla portata di tutti

Questa nuova edizione illustra la vita di Arnold Schwarzenegger: dalla povertà al titolo di Mr. Olympia, la carriera cinematografica e quella politica. È arricchita da una selezione di ritratti scattati da Annie Leibovitz, Robert Mapplethorpe, Herb Ritts, Sante D’Orazio e Andy Warhol, foto personali, di bodybuilding, sul set e interviste esclusive.

Questa nuova pubblicazione, inizialmente ideata come Edizione da Collezione autografata, è ora disponibile in edizione illimitata

È stato quattro volte Mr. Universe e sette volte Mr. Olympia. I suoi film hanno incassato più di quattro miliardi di dollari in tutto il mondo. Si è aggiudicato le elezioni per la carica di governatore della California con una vittoria schiacciante. Ha uno dei volti più riconoscibili al mondo, un accento spesso imitato e un fisico a tutt’oggi considerato il più perfetto mai esistito. Arnold è unico e inimitabile e il suo nome è conosciuto a livello internazionale. Da oggi, la “muscolosa” biografia di Arnold è finalmente accessibile a tutti.

Ci sono voluti dieci anni per realizzare l’Edizione da Collezione originale. Un tributo fotografico che mostra oltre settant’anni della vita di Schwarzenegger: dall’infanzia povera del futuro Terminator a Thal in Austria, alla sua ascesa come giovane atleta, dal suo viaggio in America per diventare il bodybuilder più famoso di tutti i tempi, alla brillante carriera cinematografica in film d’azione, fino alla carica di governatore della California e oltre.

Il corpo muscoloso, i lineamenti scolpiti e la personalità carismatica di Arnold lo hanno reso uno dei soggetti preferiti di fotografi del calibro di Annie Leibovitz, Robert Mapplethorpe, Herb Ritts, Sante D’Orazio, Francesco Scavullo e Andy Warhol. In questo volume sono presenti tutti i ritratti fotografici dell’edizione originale accostati a immagini più intime di bodybuilding o scattate dietro le quinte, decine di foto provenienti dall’archivio personale di Arnold. Il tutto è corredato da interviste esclusive ad Arnold e coloro che lo hanno aiutato a raggiungere la fama, tra cui i registi Ivan Reitman e Bob Rafelson e le leggende del bodybuilding Franco Columbu, Dave Draper e Frank Zane.

XL

Arnold
Dian Hanson
Hardcover with fold-out, 528 pagine
€ 125

ISBN 978-3-8365-9958-0 (English)
ISBN 978-3-8365-9986-3 (German)

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Le Storie della Mosca di Marina Neri

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Marina Neri è un’autrice, regista, attivista e avvocata nata e operante a Reggio Calabria. È nota per il suo impegno sociale a difesa delle donne e dei minori, per la sua carriera forense e per aver fondato l’associazione culturale Rizes dedicata alla promozione del territorio calabrese.
Il Giorno della Mosca… di Marina Neri
FINALMENTE IL 17 GIUGNO ALLE ORE 17:00 ATTERRERÀ !!!!!
“Cosa accadrebbe se una donna si risvegliasse trasformata in una mosca?
Non quella di Kafka, ma una creatura ironica, consapevole, capace di spiare la vita da prospettive proibite e illuminanti.
“Le storie della mosca” è una raccolta di racconti pungenti e poetici in cui un insetto diventa voce narrante dell’umanità: osserva amori e addii, guerre e tribunali, sogni infranti e piccole rinascite.
Con una scrittura raffinata, accattivante e visionaria, Marina Neri mescola umorismo, introspezione e critica sociale, trasformando la leggerezza del volo in un atto di ribellione contro la mediocrità e la rassegnazione.
Un viaggio tragicomico dentro la condizione umana, dove anche una mosca può insegnarci a guardare la realtà con occhi nuovi.
Dietro ogni finestra, in ogni stanza o tribunale, tra le pieghe della vita e della morte, ronzano storie che solo una mosca può vedere davvero.
Marina Neri ci invita a seguire il suo insetto consapevole in trentacinque racconti intensi, ironici, erotici, attuali e profondi, capaci di farci sorridere e riflettere su ciò che siamo diventati.
Un libro che scava con delicatezza nelle contraddizioni del nostro tempo e ce le restituisce con la forza della poesia e la leggerezza del volo.
Un’opera originale, delicata come una piuma, che sa scuotere con una carezza, e far sorridere come un soffio quando sfiora le tattili zone erogene.
Per chi cerca: un libro che fa pensare, ma anche ridere — un ronzio che resta nella mente, come un pensiero che non si può scacciare.”
Brinderemo insieme alla Moschicella presso il meraviglioso terrazzo de l’A GOURMET L’ACCADEMIA dello chef Filippo Cogliandro

Filippo Cogliandro
Ci sono persone che scrivono libri.
E poi ci sono persone che sanno trasformare la vita in parole.
Mercoledì 17 giugno alle ore 17:00 avrò il piacere di ospitare presso L’A Gourmet L’Accademia la presentazione di “Le Storie della Mosca” di Marina Neri, una donna capace di osservare il mondo con l’attenzione che si riserva alle cose più vere.
La Mosca di Marina non è un eroe, non è un leone che ruggisce.
È una presenza discreta che vola tra le persone, ascolta, osserva e racconta. Racconta chi spesso resta ai margini, chi non fa rumore ma custodisce storie straordinarie nella semplicità del quotidiano.
Un viaggio tra sorrisi, emozioni, ironia, fragilità e umanità, dove ogni pagina diventa uno specchio nel quale riconoscersi.
Sarà un pomeriggio dedicato alla cultura, alla condivisione e al piacere di stare insieme, brindando al nuovo volo della Mosca e alla sensibilità di una scrittrice che sa dare voce a ciò che troppo spesso rimane in silenzio.

Vi aspettiamo.
Presentazione del libro “Le Storie della Mosca”
Marina Neri
17 giugno 2025 – ore 17:00
L’A Gourmet Accademia – Via Largo Colombo, 6
Reggio Calabria

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