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All That You Can’t Leave Behind: Quando gli U2 incisero il loro album “pop”…

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C’è stato un attimo, durante l’ultimo giorno delle registrazioni di Pop, il disco degli U2 del 1997, in cui Larry Mullen, il batterista della band, sussurrò qualcosa nelle orecchie a Bono. “Perché non facciamo davvero un disco pop, la prossima volta?”. Pop era tutto tranne che questo. E il loro vero disco Pop gli U2 lo avrebbero fatto qualche anno dopo. All That You Can’t Leave Behind, uscito nell’ottobre del 2000, vent’anni fa, è proprio questo. Amato da molti, da altri guardato con un po’ di sufficienza, spesso sottovalutato, ma con dentro una serie di grandi canzoni. All That You Can’t Leave Behind è stato ora ristampato per il 20° anniversario. Questa riedizione contiene le 12 canzoni della track-list originale rimasterizzate per l’occasione. E nel cofanetto Super Deluxe saranno incluse ben 51 tracce.

All That You Can’t Leave Behind nasce da una sorta di insoddisfazione, di scottatura degli U2 con l’album precedente, Pop, un disco contaminato, elettronico, scintillante e decadente che non aveva incontrato appieno il favore del pubblico americano: un “relativo” insuccesso del disco e alcune date che non erano andate sold out, sempre negli States li avevano fatti riflettere. “L’esperienza di Pop ci aveva lasciati pieni di lividi ed ematomi” raccontò Bono. “Anche se i biglietti e i dischi venduti erano nell’ordine di milioni, il disco non aveva entusiasmato come avevamo sperato. Ci lasciò la sensazione di non aver messo i puntini sulle i e i trattini sulle t”. Oggi quel disco è un vero e proprio “cult” tra i fans. Ma allora gli U2 sentivano il bisogno di un ritorno a casa, alle origini, perché a forza di reinventarsi si finisce per essere prevedibili, come disse Bono. Tornare a casa per i quattro di Dublino vuol dire tornare a lavorare con gli storici produttori Brian Eno e Daniel Lanois, gli artefici dei capolavori The Unforgettable Fire, The Joshua Tree e Achtung Baby. E tornare a registrare senza pressioni, in un’atmosfera rilassata. È così che nascono canzoni come Kite, uno di quei pezzi che, appena usciti, sono già un classico. È una canzone che prende vita da un momento da papà di Bono: di ritorno da un tour decide di portare le sue bambine, Jordan e Eve, sulle colline vicino a casa per far volare un aquilone. Ma a quel papà premuroso ma un po’ imbranato il filo scappa di mano e l’aquilone vola via, e si disintegra. Kite parla di questo. Del lasciar andare. Ma il Bono che canta è il papà che sa che lascerà andare le sue bambine un giorno, o è il figlio che sa che sarà suo padre a lasciarlo? Kite è una delle prime canzoni ad essere registrate, e la voce di Bono arriva a delle vette che non raggiungeva da anni. Quando canta i versi “I’m a man, I’m not a child” restano tutti a bocca aperta. Erano dieci anni che non c’era una nota così alta, a voce piena, in un disco degli U2.

Ma accanto a quella voce così libera di volare ce n’è un’altra, una voce rotta dalla notte e dall’alcool.  È proprio la traccia dopo Kite, la n.6, In A Little While, “un hangover che si trasforma in una canzone gospel”, grazie al consiglio di Joey Ramone, che l’aveva ascoltata prima di morire. Il leader degli U2 arrivò in studio dopo aver fatto le sei di mattina, dopo una nottata di baldoria, e aver dormito un paio d’ore. Con i postumi della sbornia, con una voce roca, ha intonato una canzone d’amore, per la sua Ali “quella piccola ragazza con gli occhi spagnoli”, quei Spanish Eyes a cui aveva già dedicato una canzone ai tempi di The Joshua Tree. In A Little While, cantata con quella voce, diventa comica, e allo stesso tempo accorata, struggente, vera.

All That You Can’t Live Behind sarà il disco degli affetti, della tenerezza, ma anche del dolore e della perdita. Il titolo viene dalle strofe iniziali di Walk On, un brano mid tempo epico, in classico stile U2 (dedicato a Aung San Suu Kyi, allora leader dell’opposizione in Birmania, poi macchiatasi di varie violazioni dei diritti umani, una volta al potere, per cui la dedica è stata rinnegata), che recitano “And love is not the easy thing, the only baggage you can bring is all that you can’t leave behind” (l’amore non è una cosa facile, il solo bagaglio che ti puoi portare è quello che non ti puoi lasciare dietro). E quello che non puoi lasciare dietro è l’amore, gli affetti più intimi.

È un disco con il quale gli U2, per la prima volta, guardano al loro passato. Beautiful Day, il primo singolo e la canzone che apre l’album, è sostenuta da un suono di chitarra, una Gibson Explorer, un classico suono U2 che la band non usava dai tempi di War, nel 1983. E così ha discusso molto se fosse il caso di riproporlo. Ma alla fine non ci sono stati dubbi. Perché per “rispondere all’inserzione per il lavoro di miglior band del mondo” (come avrebbe dichiarato Bono ai Grammy Awards, proprio dopo aver vinto con questo disco) si può anche riprendere un suono che è un marchio di fabbrica. La canzone, che parla di un uomo che ha perso tutto, ma sente che può vivere ancora una bella giornata, è un brano semplice ma complesso: c’è una parte di batteria elettronica, ci sono violini, un giro di tastiere che è diventato un giro di chitarra, e dei cori nati per caso e diventati quella pennellata di colore che serviva alla canzone.

All That You Can’t Leave Behind è anche un disco che parla tanto di morte. Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of è dedicata a Michael Hutchence, amico di Bono e leader della band degli INXS, morto suicida qualche anno prima. È una canzone particolarissima, nata al piano grazie a The Edge, con degli accordi gospel e un ritornello che profumava del soul della Motown. Bono voleva scrivere un testo che non fosse sdolcinato e sentimentale. Perché Michael non lo avrebbe voluto, gli sarebbe piaciuto ben altro. E quella canzone così pop andava bilanciata. Così se ne uscì con quei versi con cui attacca il pezzo, “I’m not afraid of anything in this world, There’s nothing you can throw at me that I haven’t already heard” (Non ho paura di niente a questo mondo, non c’è niente che tu possa gettarmi addosso che non abbia già sentito). È una sorta di dichiarazione di sfida, “come quando si sporge la mascella in fuori prima di una rissa”, disse Bono. Briano Eno trasformò il brano in qualcosa di unico: Edge aveva suonato il giro della canzone su un piano e lo aveva passato su un sequencer. Eno prese le note, eliminò le prime e le seconde e lasciò solo le terze note di ogni giro. In questo modo l’intro della canzone diventa qualcosa di sospeso e incantato, come se fosse il rintocco di alcune campane. Peace On Earth, dedicata alle vittime di un attentato a Omagh che, nell’agosto del 1998, rischiò di far fallire le trattative di pace in Irlanda, è invece una preghiera sommessa e accorata perché si fermi la violenza. Ma la morte tornerà ancora, nella storia di questo disco.

All That You Can’t Leave Behind è sempre stato raccontato come il ritorno alle origini “U2 back to their basics”, ma è qualcosa di molto altro. C’è la voglia di tornare suonare in quattro, chitarra, voce, basso e batteria, certo, ma è forse il disco meno rock della band. C’è dentro il gospel, il soul, alcune cose di Al Green e Dusty Springfield, i Beatles di Ob-La-Di, Ob-La-Da, che Edge avvicina a Wild Honey, il brano più leggero dell’album, non amatissimo dai fan. Ha dentro alcuni suoni che arrivano dal passato, ma All That You Can’t Leave Behind non suona come nessun altro disco degli U2, né precedente, né successivo. Ha un suono fuori dal tempo, sospeso tra le epoche e tra i generi. La produzione di Brian Eno e Daniel Lanois, in realtà, ha soffocato in molti punti la potenza del suono degli U2. Ma è un disco che ha una sua dolcezza. È un disco curativo, capace di sollevarti quando sei a terra, di carezzarti, di abbracciarti. E anche di darti un bel calcio per farti ripartire.

E così la band è ripartita, in un giro in torno al mondo, nell’Elevation Tour. Un concerto che, come il disco, doveva essere un ritorno all’essenziale dopo gli eccessi del PopMart Tour. Un concerto pensato per essere suonato al chiuso, nelle arene (solo i concerti a casa nostra, a Torino, e a casa loro, allo Slane Castle vicino Dublino, sono stati outdoor), con una passerella a forma di cuore ad avvolgere il pubblico e quattro schermi in bianco e nero a riprendere i quattro musicisti, che arrivano in scena con le luci ancora accese. Il concerto sarà, anche qui, molto più articolato, di quello che sembra. Ce lo ricordiamo per Bono ed Edge che si guardano negli occhi, mentre la musica si ferma, per cantare l’ultima strofa di In A Little While, “slow down your beating heart”, per la versione più bella di The Fly mai sentita, per Bullet The Blue Sky che Bono dedica a John Lennon e, parlando del suo assassino, Mark Chapman, diventa un’invettiva contro la lobby delle armi americana, che fa sì che sia così facile per tutti possedere una pistola.

Sarà, in qualche modo, ancora la morte a rendere memorabili alcuni concerti del tour. Quello di Torino, andato in scena nel luglio del 2001, il giorno dopo i fatti del G8 di Genova e la morte di Carlo Giuliani, vedranno un Bono infuocato gridare “violence is never right”, durante Sunday Bloody Sunday. Sarà in concerto lunghissimo, con due fuori programma, dovuti alla comunione che si era creata tra il pubblico e la band, che non ne voleva proprio sapere di lasciare il palco. Gli occhi lucidi, emozionati di Bono che guarda il pubblico prima di lasciare la scena sono difficili da dimenticare. La morte di Bob Hewson, il padre di Bono, arriverà durante le date inglesi e irlandesi del tour, e la band suonerà, nell’attesissimo concerto di Slane Castle, a fine agosto, proprio il giorno dopo il funerale di Bob, rendendo anche quel concerto unico. Ma gli U2 si troveranno anche a suonare a New York, al Madison Square Garden, pochi giorni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ancora una volta la loro musica è lenitiva- Durante Where The Streets Have No Name, le luci si accendono per inquadrare il pubblico. Ci sono 10mila persona con il volto in lacrime. “Siete bellissimi stanotte” grida loro Bono. È un verso che diventerà City Of Blinding Lights. Ma è un altro disco. E un’altra storia.

Uno dei concerti del tour, quello di Boston, è uno dei contenuti speciali dell’edizione Super Deluxe della ristampa, in cd o in vinile:19 canzoni dallo Staples Center per capire che atmosfera si respirasse in quei concerti. Ma non c’è solo quello. C’è The Ground Benath Her Feet, una canzone d’amore insinuante e dolente, una delle più belle mai scritte, ispirata a un libro di Salman Rusdhie e finora inclusa solo nell’edizione inglese dell’album, e nella colonna sonora di The Million Dollar Hotel, il film di Wim Wenders scritto da Bono. È da quel disco che arriva anche Stateless, un brano liquido, soffuso, che vede gli U2 in piena libertà creativa. Un intero disco dell’edizione speciale è dedicato alle canzoni di quel periodo che non sono mai entrate nell’album. Una di queste è Levitate, che ha un suono un po’ più “sporco” rispetto ai suoni un po’ patinati, edulcorati di ATYCLB. In certe parti di chitarra, in quelle batterie pesanti, con una sorta di riverbero, si sente qualche eco di Achtung Baby. Ascoltata 20 anni dopo, suona ancora piuttosto fresca. E colpisce con quel verso, “I want a love that’s hard, hard as hate” (voglio un amore che sia duro, duro come l’odio). Sta bene in un cofanetto che racconta il periodo di All That You Can’t Leave Behind, un disco di suoni lievi, ma di sensazioni forti.

Un disco di cui, passati vent’anni, è rimasto molto. Beautiful Day e Elevation sono entrate nei classici degli U2, e sono suonate in ogni concerto. Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of è rimasta un piccolo gioiello, ed è stata riproposta in una versione acustica, che trovate nel cofanetto. E Walk On, dopo quello che è successo, non è più legata alla leader birmana, ma è tornata a nuova vita, in una toccante versione acustica, proprio la scorsa settimana, durante l’esibizione di Bono e The Edge a una trasmissione televisiva irlandese. Vent’anni fa, in Kite, Bono raccontava già un mondo che sembrava quello di oggi, dove il rock è in secondo piano, le star dell’hip-hop sembrano raggiungere di più i gusti del grande pubblico, e la musica vive soprattutto sui social media.. “The last of the rock stars, when hip hop drove the big cars, in the time when new media was the big idea”. “L’ultima delle rockstar, quando l’hip hop guida i macchinoni, al tempo in cui in nuovi media erano la grande idea”. Bono voleva raccontare quell’epoca. Ha finito per raccontare i giorni di oggi. Dove è ancora, con i suoi U2, l’ultima delle rockstar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Miriam Leone: Il rosso diventa biondo platino per Diabolik

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I capelli rossi, e dei bellissimi occhi verdi. I tratti distintivi di Miriam Leone sono quelli, ce ne siamo innamorati a prima vista. E li ha portati in tutti i personaggi che abbiamo visto finora, sul grande e sul piccolo schermo. Ma questo inverno arriverà, al cinema, in un look completamente diverso. In Diabolik, uno dei film evento italiani della prossima stagione, in uscita il 31 dicembre, sarà Eva Kant. E, come da copione, sarà una Miriam Leone biondo platino, con gli occhi azzurri. Colori diversi, look diverso, ma senza intaccare quell’aura unica, che oggi è quella della diva più importante del nostro cinema. Le prime foto arrivate dal set qualche tempo fa ce l’hanno presentata elegantissima, i capelli biondi raccolti in uno chignon, un vestito bianco e nero con una profonda scollatura a v sul davanti. In Diabolik, dei Manetti Bros., sarà in scena accanto a Luca Marinelli, antidivo per natura, ma uno dei migliori attori della sua generazione.

C’è da scommettere che la Eva Kant di Miriam Leone possa diventare uno di quei personaggi capaci di stamparsi nell’immaginario collettivo. Nella galleria di Miriam Leone uno di questi c’è già. È la Veronica Castello della trilogia seriale 1992, 1993 e 1994, andata in onda su Sky, la soubrette in cerca spasmodica di apparenza e successo. Quando Miriam diventa Veronica quegli occhi verdi si velano di dolore, disillusione, cinismo. Dark lady allo stesso tempo sensuale e dolente, Veronica Castello è un personaggio attualissimo, paradigmatico di un certo modo di intendere la politica e lo spettacolo, che finiranno per rivelarsi la stessa cosa. “La bellezza è potere” le dice il Leo Notte di Stefano Accorsi, in un episodio di 1994, la terza stagione, e sono parole che anticipano la politica che sarebbe venuta, gli scandali di Ruby e delle Olgettine, le politiche veline come Mara Carfagna e Nicole Minetti. 1994 è il momento in cui Veronica arriva al successo, alla consacrazione. Ma dietro quei luminosi occhi verdi c’è sempre quel costante velo di tristezza, la consapevolezza dell’impossibilità di fuggire dal suo passato e dal suo destino di donna oggetto. Veronica Castello è un personaggio indimenticabile.

Ma Miriam Leone riesce a sorprenderci sempre. Al cinema, quasi per una sorta di compensazione, è sempre apparsa in ruoli più leggeri. Pensiamo all’apparizione in Per guerra o per amore, di Pif, o a Metti la nonna in freezer, di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, in cui è davvero una bellezza acqua e sapone, una ragazza della porta accanto (per quanto Miriam Leone possa essere una ragazza della porta accanto), in un film in cui il rosso dei capelli e il verde dei suoi occhi si compongono alla perfezione con gli altri colori vividi della messa in scena di Fontana e Stasi. E ancora, Miriam Leone è sorprendente e inedita nel ruolo di Anna, la protagonista del film Amore a domicilio, di Emiliano Corapi, uscito quest’estate direttamente su Prime Video, dove riesce a mettere da parte la sua innata eleganza per entrare nel personaggio di una ragazza qualunque, agli arresti domiciliari, senza rinunciare a un briciolo della sua sensualità. Il suo è anche un grande lavoro sul personaggio. È sua l’idea di farla parlare con l’accento siciliano: per raccontare un personaggio immaturo sentimentalmente l’attrice ha pensato di tornare al suo passato, alla sua incompiutezza, ispirandosi a dei personaggi incontrati ai tempi dell’università.

Miriam Leone è nata a Catania il 14 aprile 1985, e ha vissuto ad Acireale. È entrata nello show business da una di quelle porte principali che, però, spesso, rischiano di portare a un’eterna anticamera: è stata Miss Italia (ma anche Miss Cinema, e mai titolo fu così profetico…) nel 2008, ma, come pochissime altre, è riuscita da subito a togliersi di doso quella corona e quella fascia che spesso rischiano di caratterizzare un personaggio per sempre. Quante ragazze sono rimaste alla definizione “Miss Italia dell’anno…”? Di Miriam Leone come reginetta di bellezza non ci ricordiamo quasi più. Ci ricordiamo di averla vista come co-conduttrice qualche anno fa di una serata di presentazione dei palinsesti della Rai, e sembrava avviata a una carriera come tante, qualche servizio, qualche programma in tv. E invece ha saputo stupirci. Come tutti i suoi personaggi, ha saputo prendere in mano il suo destino, costruire una carriera impeccabile, che oggi l’hanno portata ad essere una star del nostro cinema e della nostra serialità. Bellezza unica, è stata anche testimonial di Gucci. E chissà dove potrà arrivare in futuro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Claudio Santamaria: quello di Freaks Out diventerà il nostro nuovo eroe?

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È stato Batman almeno sei volte (la voce dei tre film di Nolan e dei tre film Lego), ma il supereroe che ha fatto innamorare tutti non viene da Gotham City, ma da Tor Bella Monaca. Parliamo di Claudio Santamaria e di Enzo Ceccotti, il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot. Un cinecomic potente, che segue tutte le regole del genere, ma anche carico di empatia. Il merito è della regia di Gabriele Mainetti e della penna di Nicola Guaglianone. Con la premiata ditta Claudio Santamaria è tornato sul set di quello che è uno dei film italiani più attesi dell’anno, Freaks Out, finalmente pronto e nelle nostre sale dal 16 dicembre. La storia è quella di un gruppo di ragazzi che vivono e lavorano in un circo, ma che, nella Roma del 1943, sono costretti ad abbandonarlo e a perdersi nella città a ferro e fuoco tra i nazisti e i partigiani. Ma quei ragazzi hanno dei poteri. Freaks Out promette di essere una sorta di X-Men all’italiana, con molti rimandi a Freaks di Tod Browning, La ballata dell’odio e dell’amore di Álex de la Iglesia, Big Fish di Tim Burton. Claudio Santamaria sarà, a suo modo, ancora un eroe, con superpoteri e superproblemi, come ci insegna il mondo Marvel. “Sono un personaggio ipertricotico, una specie di uomo lupo” ci aveva svelato qualche tempo fa.

Un mostro, o un supereroe, dipende da dove lo si guarda. Come l’Enzo Ceccotti di Lo chiamavano Jeeg Robot, una forza sovraumana fuori, grazie all’incontro con una misteriosa sostanza trovata in dei barili nel Tevere, una fragilità incredibile dentro, fatta di solitudine e di un passato non facile. Eroe per caso, anzi eroe per niente, visto che il primo modo di usare i poteri è per il proprio tornaconto. Eroe per scelta, ma non sua, poi, visto che è una ragazza, Alessia, che in lui vede un eroe, e che lo convince ad essere quello che è.

I capelli ricci e neri, il fisico prestante, i tratti del viso decisi e quegli occhi blu, che sanno, a seconda delle esigenze di copione, diventare freddi e magnetici, o profondi e pieni di sentimento. Claudio Santamaria, sul grande schermo, sa essere affascinante e ambiguo, ma anche spaesato, tenero e depresso. Non a caso, in uno dei film che l’ha consacrato star del nostro cinema a metà degli anni “zero”, Romanzo criminale, è stato il Dandi, criminale che, come dice il nome, oltre che spietato è anche un rubacuori. È sempre in quegli anni che, in una sorprendente sortita nel cinema internazionale, ha interpretato Carlos, un killer spietato nel film di 007 che inaugurava l’era di Daniel Craig: un ruolo senza parole, ma riuscitissimo.

Il rovescio della medaglia è il percorso con Gabriele Muccino, che in lui ha saputo trovare un altro lato: la fragilità, la sensibilità, l’estrema insicurezza. La avevamo saggiata nel suo memorabile ruolo ne Il primo bacio, dov’era un ragazzo geloso e iracondo da un lato, e schiacciato dalla famiglia dall’altro. Quella insicurezza, lo avremmo scoperto nel seguito, Baciami ancora, sarebbe sfociata nella depressione e in un tragico finale. Con toni meno tragici, il Santamaria fragile è tornato anche nell’ultimo film di Gabriele Muccino, Gli anni più belli. Claudio Santamaria è Riccardo, chiamato da tutti il “sopravvissuto” (ma, in fondo, anche Enzo Ceccotti lo è), per essersi ripreso dopo essere stato colpito da una pallottola della polizia a una manifestazione. “Il mio personaggio cerca una sua identità, è un personaggio smarrito” ci aveva raccontato l’attore in occasione del lancio del film. “Rappresenta una generazione smarrita, cerca la sua strada in politica, in un movimento di pancia. Ma la sua onestà non è sufficiente per fare politica: serve una competenza che lui non ha. Quando parla della libertà di opinione che ha dato internet si sente che non ha mai avuto modo di esprimersi”.

Claudio Santamaria ancora una volta non ha paura di mettersi in discussione. Con la sua avvenenza, con il suo volto, potrebbe fare sempre il bello, l’eroe. E invece è bravissimo a fare il fragile, l’incompreso, l’incompiuto. Se torniamo a Batman, in particolare a quello fatto di mattoncini di plastica dei due Lego Movie e di Lego Batman, a cui Santamaria presta la voce, troviamo un altro personaggio incompiuto. “Viene fuori quel Bruce Wayne rimasto bambino, a cui hanno ucciso i genitori: che è rimasto solo, viziato, miliardario pieno di sé, conscio del fatto che lui, avendo conquistato il suo essere eroe con la fatica e la dedizione, si prende tutti i meriti. Superman è un alieno e non fa nessuno sforzo, lui invece sì”.

Nato a Roma il 22 luglio 1974, cresciuto nel quartiere Prati, Claudio Santamaria non è solo un attore e un doppiatore, ma sa anche cantare benissimo. Non dimentichiamo il suo ruolo nella fiction dedicata a Rino Gaetano, Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu, dove ha cantato tutte le canzoni. E non dimentichiamo anche la canzone dei titoli di coda di Lo chiamavano Jeeg Robot, che è la sigla dei cartoni animati che guardavamo da bambini, cantata in un’intensa versione intima, chitarra acustica e voce. Una canzone che Santamaria ha provato una sera, un po’ per gioco, e che è diventata un momento importante del film, la canzone che chiude la storia. Lo chiamavano Jeeg Robot è il film che gli ha regalato, alla terza candidatura, il David di Donatello come miglior attore protagonista. Dal 2017 Santamaria è legato alla giornalista Francesca Barra, con cui si è sposato nello stesso anno.

Qui sopra vi abbiamo parlato di quegli occhi. In un film come Freaks Out, in cui recita con il volto coperto da un vistoso trucco per creare il volto peloso del suo personaggio, gli occhi saranno ancora più importanti, fondamentali, per raccontarlo. E per creare con noi che guardiamo quell’empatia con i personaggi che, lo sappiamo da Lo chiamavano Jeeg Robot, è una delle caratteristiche vincenti della premiata ditta Mainetti, Guaglianone, Santamaria. L’appuntamento è per il 16 dicembre.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Bowie Years: il boxset con 7 cd ci racconta l’incredibile storia di Iggy Pop a Berlino

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È lunedì sera, siamo lungo le strade di Berlino, e David Bowie sfreccia su una Mercedes Ponton Coupé. Accanto a lui c’è Iggy Pop, l’ex leader degli Stooges: siamo a metà degli anni Settanta ed entrambi sono in fuga da Los Angeles, dalla dipendenza da cocaina di Bowie e dal ricovero psichiatrico di Iggy. I due sono alla ricerca di qualcosa da fare, girano in tondo, arrivano sul Kurfürstendamm, un grande viale di Berlino, dove incontrano uno spacciatore che doveva averli fregati. Che fare? Con il radiatore della loro Mercedes vanno a sbattere sul retro dell’auto del pusher. Poi tornano indietro, e lo fanno di nuovo. E vanno avanti così per 5-10 minuti. Da questa esperienza nascerà Alway Crashing In The Same Car, che finirà su Low, il primo album “berlinese” di Bowie. Quella sera, i due finiranno a girare in tondo nel parcheggio sotterraneo del loro hotel, con l’idea di andarsi a schiantare contro un muro. Per fortuna la benzina finirà in tempo. È un episodio che racconta bene che cos’erano, all’inizio, gli anni di Bowie a Berlino. Che sono famosi per la sua “Trilogia Berlinese”, ma hanno dato vita anche a due grandi dischi di Iggy Pop. Il cofanetto di 7 CD The Bowie Years esplora gli album dell’era berlinese di Iggy Pop: ci sono le versioni rimasterizzate di The Idiot e Lust For Life e del live TV Eye, con registrazioni del tour del 1977 a Cleveland, Chicago e Kansas City, con ospite David Bowie alle tastiere. Ci sono inoltre altri tre dischi di registrazioni live del marzo 1977 che vengono pubblicate ufficialmente per la prima volta: al Rainbow Theatre di Londra, all’Agora di Cleveland e al Mantra Studio di Chicago. E poi una serie di rari outtake, mix alternativi ed un libro di 40 pagine. Dal 29 maggio Lust For Life e The Idiot sono stati pubblicati anche separatamente in edizione doppio CD Deluxe con un CD live bonus.

 DAVID E IGGY NEL CASTELLO.
Alla fine dello Station To Station Tour, Bowie e Iggy si trasferirono allo Château d’Hérouville, un antico castello in Francia diventato uno studio di registrazione, dove Bowie aveva registrato il suo disco Pin Ups nel 1973. Bowie, innamorato del posto, decise che il primo album di Iggy dopo tre anni sarebbe stato registrato lì. Laurent Thibault, ex bassista del gruppo prog rock dei Magma, e proprietario dello studio, sarebbe stato l’ingegnere del suono e avrebbe suonato il basso. Alla batteria ci sarebbe stato Michel Santangeli. Bowie e Iggy arrivarono nel castello alla fine di giugno del 1976. Bowie entrava in studio con delle tracce di canzoni, degli arrangiamenti molto scarni. Si sedeva al piano elettrico e dava delle indicazioni piuttosto vaghe a Santangeli. Una volta che la parte ritmica lo aveva soddisfatto, passava a un altro pezzo. Fu un lavoro piuttosto veloce, giusto un paio di giorni. The Idiot, quello che sarebbe diventato il nuovo disco di Iggy Pop, nacque così. E questo sarebbe stato il metodo di lavoro di tutti gli altri dischi del periodo berlinese (che iniziò proprio qui, in Francia) di David Bowie, Low, “Heroes” e Lodger, vennero registrati con questo metodo. Una volta registrata la sessione ritmica, Bowie suonò la chitarra (anche se poi chiamò Phil Palmer per risuonare alcune parti). The Idiot è uno dei dischi dove è più presente il Bowie musicista: oltre alla chitarra suonò i sintetizzatori, il piano elettrico, il sassofono e realizzò anche i cori. Poi fu la volta di Thibault al basso, le cui parti furono registrate, ancora una volta, con poche indicazioni da parte di Bowie. Il sound che avrebbe avuto The Idiot era quasi pronto. Arrivarono poi due fidati collaboratori di Bowie, George Murray e Dennis Davis, per registrare la sezione ritmica di Sister Midnight, che avevano già suonato con Bowie nello Station To Station Tour, e che per questo suona diversa rispetto alle altre del disco: più funky e rilassata, è stata definita “una Golden Years più scura e inquieta”. L’altro brano a cui suonarono i due è Mass Production, che chiude l’album.

CHINA GIRL.
In tutto questo, Iggy Pop stava ancora partecipando poco a quello che, a tutti gli effetti, sarebbe stato il suo nuovo album, anche se tutta la musica era di Bowie. Iggy girava per lo studio, si sedeva in regia ad ascoltare e prendere appunti per i testi. Ma spesso li improvvisava al momento, davanti al microfono. È una modalità che affascinava Bowie, tanto che avrebbe lavorato così in uno dei dischi seguenti, il famoso “Heroes”. Spesso i testi nascevano su suggerimento di Bowie: Dum Dum Boys, ad esempio, era il racconto delle giornate di Iggy con gli Stooges. Ma il testo più famoso nacque proprio in quel castello, che era anche un rifugio per le celebrità. E dove Iggy incontrò la ragazza dell’attore Francese Jacques Higelin, Kuelan Nguyen, vietnamita, con cui scattò un’immediata intesa e nacque una relazione. La loro storia finì presto, ma diede a Iggy l’idea per una canzone d’amore romantica e apocalittica. È così che prese vita China Girl. Finita l’esperienza al castello, Bowie e Iggy si spostarono al Musicland di Monaco, lo studio di proprietà di Giorgio Moroder, dove vennero registrate le voci e dove vennero messi a punto alcuni brani. Per Mass Production, ad esempio, Thibault creò un nastro gigantesco, grazie al quale mandava in loop ondate di suono, in modo da ricreare l’effetto della sirena di una fabbrica: un’anticipazione di quella che, anni dopo, sarebbe diventata la musica industrial.

AVVOLTO DA UNA NEBBIA E UNO STORDIMENTO ALCOLICO.
The Idiot, che uscirà nel marzo del 1977, è da molti considerato una sorta di prototipo per Low, il primo disco della nuova vita di Bowie. In un certo senso lo stesso Bowie lo ammise, dicendo di aver usato Iggy “come cavia per il suono che volevo ottenere”. È comunque un grande disco, spesso sottovalutato, che segna un momento di passaggio per entrambi gli artisti. Se Low sarà il disco con cui Bowie riemergerà dalle sue dipendenze, The Idiot è ancora “avvolto da una nebbia e uno stordimento alcolico e di droghe, ma proprio per questo è più ostico e sicuro di sé” come scrive Thomas Jerome Seabrook nel libro Bowie – La Trilogia Berlinese. Per Iggy è il primo disco in quattro anni, ed è un nuovo inizio a tutti gli effetti, lontanissimo dal suono grezzo e furibondo, dalla “raw power” degli Stooges. The Idiot è gelido, controllato, notturno, è un suono fatto di bassi rimbombanti, batteria motorik e di sintetizzatori. È, in tutta la carriera di Iggy, il disco più distante dai suoni a cui viene associato. E in cui Iggy, su richiesta di Bowie, rinuncia alle sue urla, e canta su un registro baritonale, quasi da crooner. The Idiot sarebbe uscito qualche mese dopo il prossimo disco di Bowie, Low. Con una mossa astuta, Bowie scelse di far uscire prima la sua opera, in modo che non si pensasse che, in qualche modo, fosse lui a seguire la scia di Iggy.

PARLANDO CON DRACULA E LA SUA CIURMA.
Se Sister Midnight, la canzone che apre il disco, è ancora debitrice del suono precedente di Bowie, ed è nata durante il tour di Station To Station, con il suo stile kraut funk, ma con un nuovo testo di Iggy che le fa assumere un nuovo significato edipico, Nightclubbing è il primo brano nella storia di Bowie, e anche in quella di Iggy, in cui viene usata la batteria elettronica, probabile influenza del lavoro negli studi di Moroder. Il testo è autobiografico, e sarà un’influenza importante nelle future composizioni di Bowie, che si sposteranno verso uno stile di racconto più crudo e diretto. Funtime è forse il pezzo del disco più vicino al suono degli Stooges, ma è carico di effetti spaziali e ricorda alcuni suoni che ritroveremo su Fashion, la canzone di Bowie che uscirà su Scary Monsters. Anche questo è un brano autobiografico: cantato in prima persona plurale, come Nightclubbing, è evidentemente il racconto di due persone: e rievoca gli ultimi, inquietanti, giorni di Bowie e Iggy a Los Angeles (“parlando con Dracula e la sua ciurma”). E poi c’è China Girl. È il brano più famoso del disco: la conosciamo tutti per la rilettura pop che ne fece Bowie negli anni Ottanta (per far guadagnare all’amico qualche diritto d’autore) con quelle chitarre funky finto-orientali create da Nile Rodgers, i cori dolciastri e quel famoso “shhh”. Senza tutto questo, la canzone che appare su The Idiot, con quella “chitarra raddoppiata ed esuberante, quei sintetizzatori che sbucano fuori dal nulla”, di cui parla Seabrook nel suo libro, riesce a catturare e a ipnotizzare a ogni ascolto. È una canzone disperata e struggente. Iggy canta, declamando (Bowie gli chiese di cantare “come se fosse Mae West”), una storia d’amore e rinuncia, conscio che, la sua ragazza orientale, in fondo, dovesse stargli lontano perché i suoi costumi occidentali avrebbero finito per corromperla. Bowie disse che China Girl è una canzone che parla di “invasione e sfruttamento”.

QUEL RIFF SCRITTO ALL’UKULELE, SUL SUONO DI UN TELEGRAFO.
Dopo un tour di successo di Iggy Pop in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove Bowie rimase in disparte a suonare le tastiere (ma in cui almeno metà del pubblico accorreva per vedere lui), Iggy Pop e David Bowie si misero a lavorare al nuovo disco di Iggy. The Idiot non era andato oltre il 30esimo posto delle classifiche inglesi, ma era esploso il punk, e Iggy, che con gli Stooges suonava quella musica molti anni prima, era diventato per tutti il capostipite del punk, uno dei re del rock’n’roll. Ma era anche vero che, ovunque andasse, il nome di Bowie alleggiava sempre intorno a lui. Lust For Life, il disco che avrebbe seguito The Idiot, sarebbe stato un disco molto diverso. Ai due, nell’appartamento berlinese di Iggy, si unì Ricky Gardiner, un chitarrista che tirò fuori il riff di The Passenger, che diventerà uno dei più famosi degli anni Settanta, e di tutta la storia del rock. Un altro celebre riff, quello tambureggiante di Lust For Life, lo scrisse Bowie all’ukulele, seguendo il ritmo del messaggio su un telegrafo morse ascoltato nel tema del network televisivo dell’esercito.

IGGY SI LIBERA DALLE CATENE.
Lust For Life è stato registrato agli Hansa Studios di Berlino, dove ai tre musicisti si unirono Carlos Alomar, alla chitarra, e Hunt e Tony Sales: la batteria e il basso dei due fratelli sono trascinanti, danno una marcia in più, un tocco inconfondibile al suono di Lust For Life. Che è a tutti gli effetti un disco rock, in cui ogni strumento suona come se fosse stato appena collegato all’amplificatore, diretto e senza effetti. In The Idiot Bowie aveva lavorato a lungo ad atmosfere e sovraincisioni, ma stavolta tutto questo non serviva. Lust For Life è il disco rock che tutti si sarebbero aspettati da Iggy Pop nel 1977, quello più vicino a Funhouse e Raw Power degli Stooges. È il disco che lui voleva fare, quello con cui prendersi quel successo che sentiva di meritare. È Iggy che si libera delle catene. È un disco diretto, registrato in due settimane, lontano dai lavori di Bowie dell’epoca. Iggy non fa più il crooner ma tira fuori il suo “urlo”. Per vari motivi, ma soprattutto per il bisogno di Iggy di camminare con le sue gambe, non ci sarà un terzo disco dei due insieme, anche se era previsto. Iggy e Bowie non lavoreranno più insieme fino a metà degli anni Ottanta. Lust For Life sarebbe uscito il 9 settembre del 1977 per la RCA, in un periodo molto delicato: Elvis Presley, il Re del Rock, era morto da tre settimane e la casa discografica era presa da altri pensieri per dedicarsi alla promozione del disco. Anche la stampa, che aveva acclamato Iggy in occasione di The Idiot, era stata piuttosto tiepida con Lust For Life.

CHI È IL PASSEGGERO?
Ma il responso definitivo sul disco lo avrebbe detto la Storia. Lust For Life è il disco che contiene le canzoni più famose del repertorio di Iggy, quelle che dureranno per sempre. La title-track, nata da quell’intuizione di Bowie all’ukulele, seguendo il messaggio in codice morse di un bollettino dell’esercito americano, sarebbe tornata in auge vent’anni dopo la sua uscita, grazie a Danny Boyle e al suo Trainspotting, e al famoso monologo “choose life” di Ewan McGregor. Quel giro di ukulele, con l’apporto di Hunt Sales e Tony Sales, sarebbe diventato un magnifico pezzo di stomp rock’n’roll, una versione punk e devastata di You Can’t Hurry Love delle Supremes, che ricorda molto per il suo incedere ritmico. Iggy, improvvisando al microfono come nel suo stile dei tempi, canta della sua nuova vita, dell’addio alle vecchie abitudini sue e di Bowie (“basta spaccarsi con liquori e droghe”) e si lancia in riflessioni su striptease e film di tortura. I cori di Bowie e dei fratelli Sales arrivano ad arricchire il ritornello. Ma Lust For Life è anche il disco di The Passenger, una canzone che non uscì come singolo – avrebbe fatto venire giù il mondo – ma solo come lato b di Success: sarebbe entrata nella leggenda con il tempo, grazie alle cover di Siouxsie And The Banshees e di Michael Hutchence, allo spot di una nota casa automobilistica e, da noi, alla sigla di Tempi moderni, storica trasmissione di Daria Bignardi. Ricky Gardiner, autore di uno dei riff di chitarra più famosi della storia del rock, ricorda di averlo composto in un momento di ispirazione “wordsworthiana” (il riferimento è al poeta romantico inglese William Wordsworth, secondo cui la poesia nasce dai ricordi rielaborati in momenti di tranquillità) mente era in giardino, circondato da un muro. Appena sentì il riff, Iggy Pop ne intuì subito il potenziale. E allora cominciò immediatamente a cantare la prima strofa, presa dalla poesia di Jim Morrison, Notes On A Vision, in cui la vita moderna viene descritta nel contesto di un viaggio in macchina. C’è che dice che “il passeggero” sia lo stesso Iggy, intento a percorrere su e giù Berlino in metropolitana, lungo la S-Bahn, altri che sia proprio David Bowie, passeggero intento a scovare nuove influenze musicali ovunque andasse. Il fascino della canzone, oltre all’irresistibile riff di Gardiner e al monologo di Iggy Pop, è in quel coro del ritornello, quel “la la la”, che Seabrook definisce “nihilista e incredibilmente accattivante allo stesso tempo”.

ANDRÀ TUTTO BENE.
Tra i brani di Lust For Life c’è anche Tonight, che arriva dopo 4 brani uptempo, un brano cupo in cui, tra lamenti di chitarra, Iggy racconta la storia di un’amante eroinomane che aveva trovato nel suo letto mentre stava diventando blu. Quando entra in scena la melodia, tra chitarre funky alla Sound And Vision, e quel ritornello “Andrà tutto bene stanotte”, il tutto suona beffardo, una presa in giro, un po’ come le parole del testo di “Heroes” di Bowie. Sette anni più tardi, come accadde con China Girl, diventata una hit pop, Bowie trasformò anche questa canzone in un pezzo reggae dolciastro e plastificato, che diede il titolo al suo album del 1984. Bowie chiamò, secondo la moda del periodo, anche Tina Turner a duettare con lui, togliendo però la parte iniziale del monologo di Iggy, che rendeva così cupa la canzone, e di fatto, togliendole tutto il significato. I “Bowie Years” di Iggy Pop si sarebbero fermati qui, ma solo per il momento. Bowie avrebbe suonato con quasi tutti i componenti della band di Lust For Life: Carlos Alomar sarebbe diventato uno dei chitarristi principali della sua band, Hunt e Tony Sales sarebbero diventati la sezione ritmica dei Tin Machine alla fine degli anni Ottanta. Bowie avrebbe scritto una canzone per il successivo album di Iggy, Soldier, del 1980, Play It Safe. Ma, soprattutto, sarebbe venuto in soccorso dell’amico incidendo le sue versioni pop di China Girl, Neighbourhood Threat e Tonight, e producendo e co-scrivendo il suo album del 1986, Blah Blah Blah. Si è trattato ogni volta di una mano tesa da Bowie verso il suo amico, per salvarlo dal baratro, dargli un po’ d’ossigeno con i diritti d’autore e rimetterlo in pista. E contribuendo così a farlo diventare una leggenda. Una delle ultime grandi leggende viventi del rock’n’roll.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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