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All That You Can’t Leave Behind: Quando gli U2 incisero il loro album “pop”…

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C’è stato un attimo, durante l’ultimo giorno delle registrazioni di Pop, il disco degli U2 del 1997, in cui Larry Mullen, il batterista della band, sussurrò qualcosa nelle orecchie a Bono. “Perché non facciamo davvero un disco pop, la prossima volta?”. Pop era tutto tranne che questo. E il loro vero disco Pop gli U2 lo avrebbero fatto qualche anno dopo. All That You Can’t Leave Behind, uscito nell’ottobre del 2000, vent’anni fa, è proprio questo. Amato da molti, da altri guardato con un po’ di sufficienza, spesso sottovalutato, ma con dentro una serie di grandi canzoni. All That You Can’t Leave Behind è stato ora ristampato per il 20° anniversario. Questa riedizione contiene le 12 canzoni della track-list originale rimasterizzate per l’occasione. E nel cofanetto Super Deluxe saranno incluse ben 51 tracce.

All That You Can’t Leave Behind nasce da una sorta di insoddisfazione, di scottatura degli U2 con l’album precedente, Pop, un disco contaminato, elettronico, scintillante e decadente che non aveva incontrato appieno il favore del pubblico americano: un “relativo” insuccesso del disco e alcune date che non erano andate sold out, sempre negli States li avevano fatti riflettere. “L’esperienza di Pop ci aveva lasciati pieni di lividi ed ematomi” raccontò Bono. “Anche se i biglietti e i dischi venduti erano nell’ordine di milioni, il disco non aveva entusiasmato come avevamo sperato. Ci lasciò la sensazione di non aver messo i puntini sulle i e i trattini sulle t”. Oggi quel disco è un vero e proprio “cult” tra i fans. Ma allora gli U2 sentivano il bisogno di un ritorno a casa, alle origini, perché a forza di reinventarsi si finisce per essere prevedibili, come disse Bono. Tornare a casa per i quattro di Dublino vuol dire tornare a lavorare con gli storici produttori Brian Eno e Daniel Lanois, gli artefici dei capolavori The Unforgettable Fire, The Joshua Tree e Achtung Baby. E tornare a registrare senza pressioni, in un’atmosfera rilassata. È così che nascono canzoni come Kite, uno di quei pezzi che, appena usciti, sono già un classico. È una canzone che prende vita da un momento da papà di Bono: di ritorno da un tour decide di portare le sue bambine, Jordan e Eve, sulle colline vicino a casa per far volare un aquilone. Ma a quel papà premuroso ma un po’ imbranato il filo scappa di mano e l’aquilone vola via, e si disintegra. Kite parla di questo. Del lasciar andare. Ma il Bono che canta è il papà che sa che lascerà andare le sue bambine un giorno, o è il figlio che sa che sarà suo padre a lasciarlo? Kite è una delle prime canzoni ad essere registrate, e la voce di Bono arriva a delle vette che non raggiungeva da anni. Quando canta i versi “I’m a man, I’m not a child” restano tutti a bocca aperta. Erano dieci anni che non c’era una nota così alta, a voce piena, in un disco degli U2.

Ma accanto a quella voce così libera di volare ce n’è un’altra, una voce rotta dalla notte e dall’alcool.  È proprio la traccia dopo Kite, la n.6, In A Little While, “un hangover che si trasforma in una canzone gospel”, grazie al consiglio di Joey Ramone, che l’aveva ascoltata prima di morire. Il leader degli U2 arrivò in studio dopo aver fatto le sei di mattina, dopo una nottata di baldoria, e aver dormito un paio d’ore. Con i postumi della sbornia, con una voce roca, ha intonato una canzone d’amore, per la sua Ali “quella piccola ragazza con gli occhi spagnoli”, quei Spanish Eyes a cui aveva già dedicato una canzone ai tempi di The Joshua Tree. In A Little While, cantata con quella voce, diventa comica, e allo stesso tempo accorata, struggente, vera.

All That You Can’t Live Behind sarà il disco degli affetti, della tenerezza, ma anche del dolore e della perdita. Il titolo viene dalle strofe iniziali di Walk On, un brano mid tempo epico, in classico stile U2 (dedicato a Aung San Suu Kyi, allora leader dell’opposizione in Birmania, poi macchiatasi di varie violazioni dei diritti umani, una volta al potere, per cui la dedica è stata rinnegata), che recitano “And love is not the easy thing, the only baggage you can bring is all that you can’t leave behind” (l’amore non è una cosa facile, il solo bagaglio che ti puoi portare è quello che non ti puoi lasciare dietro). E quello che non puoi lasciare dietro è l’amore, gli affetti più intimi.

È un disco con il quale gli U2, per la prima volta, guardano al loro passato. Beautiful Day, il primo singolo e la canzone che apre l’album, è sostenuta da un suono di chitarra, una Gibson Explorer, un classico suono U2 che la band non usava dai tempi di War, nel 1983. E così ha discusso molto se fosse il caso di riproporlo. Ma alla fine non ci sono stati dubbi. Perché per “rispondere all’inserzione per il lavoro di miglior band del mondo” (come avrebbe dichiarato Bono ai Grammy Awards, proprio dopo aver vinto con questo disco) si può anche riprendere un suono che è un marchio di fabbrica. La canzone, che parla di un uomo che ha perso tutto, ma sente che può vivere ancora una bella giornata, è un brano semplice ma complesso: c’è una parte di batteria elettronica, ci sono violini, un giro di tastiere che è diventato un giro di chitarra, e dei cori nati per caso e diventati quella pennellata di colore che serviva alla canzone.

All That You Can’t Leave Behind è anche un disco che parla tanto di morte. Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of è dedicata a Michael Hutchence, amico di Bono e leader della band degli INXS, morto suicida qualche anno prima. È una canzone particolarissima, nata al piano grazie a The Edge, con degli accordi gospel e un ritornello che profumava del soul della Motown. Bono voleva scrivere un testo che non fosse sdolcinato e sentimentale. Perché Michael non lo avrebbe voluto, gli sarebbe piaciuto ben altro. E quella canzone così pop andava bilanciata. Così se ne uscì con quei versi con cui attacca il pezzo, “I’m not afraid of anything in this world, There’s nothing you can throw at me that I haven’t already heard” (Non ho paura di niente a questo mondo, non c’è niente che tu possa gettarmi addosso che non abbia già sentito). È una sorta di dichiarazione di sfida, “come quando si sporge la mascella in fuori prima di una rissa”, disse Bono. Briano Eno trasformò il brano in qualcosa di unico: Edge aveva suonato il giro della canzone su un piano e lo aveva passato su un sequencer. Eno prese le note, eliminò le prime e le seconde e lasciò solo le terze note di ogni giro. In questo modo l’intro della canzone diventa qualcosa di sospeso e incantato, come se fosse il rintocco di alcune campane. Peace On Earth, dedicata alle vittime di un attentato a Omagh che, nell’agosto del 1998, rischiò di far fallire le trattative di pace in Irlanda, è invece una preghiera sommessa e accorata perché si fermi la violenza. Ma la morte tornerà ancora, nella storia di questo disco.

All That You Can’t Leave Behind è sempre stato raccontato come il ritorno alle origini “U2 back to their basics”, ma è qualcosa di molto altro. C’è la voglia di tornare suonare in quattro, chitarra, voce, basso e batteria, certo, ma è forse il disco meno rock della band. C’è dentro il gospel, il soul, alcune cose di Al Green e Dusty Springfield, i Beatles di Ob-La-Di, Ob-La-Da, che Edge avvicina a Wild Honey, il brano più leggero dell’album, non amatissimo dai fan. Ha dentro alcuni suoni che arrivano dal passato, ma All That You Can’t Leave Behind non suona come nessun altro disco degli U2, né precedente, né successivo. Ha un suono fuori dal tempo, sospeso tra le epoche e tra i generi. La produzione di Brian Eno e Daniel Lanois, in realtà, ha soffocato in molti punti la potenza del suono degli U2. Ma è un disco che ha una sua dolcezza. È un disco curativo, capace di sollevarti quando sei a terra, di carezzarti, di abbracciarti. E anche di darti un bel calcio per farti ripartire.

E così la band è ripartita, in un giro in torno al mondo, nell’Elevation Tour. Un concerto che, come il disco, doveva essere un ritorno all’essenziale dopo gli eccessi del PopMart Tour. Un concerto pensato per essere suonato al chiuso, nelle arene (solo i concerti a casa nostra, a Torino, e a casa loro, allo Slane Castle vicino Dublino, sono stati outdoor), con una passerella a forma di cuore ad avvolgere il pubblico e quattro schermi in bianco e nero a riprendere i quattro musicisti, che arrivano in scena con le luci ancora accese. Il concerto sarà, anche qui, molto più articolato, di quello che sembra. Ce lo ricordiamo per Bono ed Edge che si guardano negli occhi, mentre la musica si ferma, per cantare l’ultima strofa di In A Little While, “slow down your beating heart”, per la versione più bella di The Fly mai sentita, per Bullet The Blue Sky che Bono dedica a John Lennon e, parlando del suo assassino, Mark Chapman, diventa un’invettiva contro la lobby delle armi americana, che fa sì che sia così facile per tutti possedere una pistola.

Sarà, in qualche modo, ancora la morte a rendere memorabili alcuni concerti del tour. Quello di Torino, andato in scena nel luglio del 2001, il giorno dopo i fatti del G8 di Genova e la morte di Carlo Giuliani, vedranno un Bono infuocato gridare “violence is never right”, durante Sunday Bloody Sunday. Sarà in concerto lunghissimo, con due fuori programma, dovuti alla comunione che si era creata tra il pubblico e la band, che non ne voleva proprio sapere di lasciare il palco. Gli occhi lucidi, emozionati di Bono che guarda il pubblico prima di lasciare la scena sono difficili da dimenticare. La morte di Bob Hewson, il padre di Bono, arriverà durante le date inglesi e irlandesi del tour, e la band suonerà, nell’attesissimo concerto di Slane Castle, a fine agosto, proprio il giorno dopo il funerale di Bob, rendendo anche quel concerto unico. Ma gli U2 si troveranno anche a suonare a New York, al Madison Square Garden, pochi giorni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ancora una volta la loro musica è lenitiva- Durante Where The Streets Have No Name, le luci si accendono per inquadrare il pubblico. Ci sono 10mila persona con il volto in lacrime. “Siete bellissimi stanotte” grida loro Bono. È un verso che diventerà City Of Blinding Lights. Ma è un altro disco. E un’altra storia.

Uno dei concerti del tour, quello di Boston, è uno dei contenuti speciali dell’edizione Super Deluxe della ristampa, in cd o in vinile:19 canzoni dallo Staples Center per capire che atmosfera si respirasse in quei concerti. Ma non c’è solo quello. C’è The Ground Benath Her Feet, una canzone d’amore insinuante e dolente, una delle più belle mai scritte, ispirata a un libro di Salman Rusdhie e finora inclusa solo nell’edizione inglese dell’album, e nella colonna sonora di The Million Dollar Hotel, il film di Wim Wenders scritto da Bono. È da quel disco che arriva anche Stateless, un brano liquido, soffuso, che vede gli U2 in piena libertà creativa. Un intero disco dell’edizione speciale è dedicato alle canzoni di quel periodo che non sono mai entrate nell’album. Una di queste è Levitate, che ha un suono un po’ più “sporco” rispetto ai suoni un po’ patinati, edulcorati di ATYCLB. In certe parti di chitarra, in quelle batterie pesanti, con una sorta di riverbero, si sente qualche eco di Achtung Baby. Ascoltata 20 anni dopo, suona ancora piuttosto fresca. E colpisce con quel verso, “I want a love that’s hard, hard as hate” (voglio un amore che sia duro, duro come l’odio). Sta bene in un cofanetto che racconta il periodo di All That You Can’t Leave Behind, un disco di suoni lievi, ma di sensazioni forti.

Un disco di cui, passati vent’anni, è rimasto molto. Beautiful Day e Elevation sono entrate nei classici degli U2, e sono suonate in ogni concerto. Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of è rimasta un piccolo gioiello, ed è stata riproposta in una versione acustica, che trovate nel cofanetto. E Walk On, dopo quello che è successo, non è più legata alla leader birmana, ma è tornata a nuova vita, in una toccante versione acustica, proprio la scorsa settimana, durante l’esibizione di Bono e The Edge a una trasmissione televisiva irlandese. Vent’anni fa, in Kite, Bono raccontava già un mondo che sembrava quello di oggi, dove il rock è in secondo piano, le star dell’hip-hop sembrano raggiungere di più i gusti del grande pubblico, e la musica vive soprattutto sui social media.. “The last of the rock stars, when hip hop drove the big cars, in the time when new media was the big idea”. “L’ultima delle rockstar, quando l’hip hop guida i macchinoni, al tempo in cui in nuovi media erano la grande idea”. Bono voleva raccontare quell’epoca. Ha finito per raccontare i giorni di oggi. Dove è ancora, con i suoi U2, l’ultima delle rockstar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Pronto, Raffaella?… ci mancherai!

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Raffaella Carrà ci ha lasciato. Senza alcun segno di preavviso, in silenzio. La notizia è arrivata come un colpo a ciel sereno, totalmente inattesa. Aveva tenuto nascosta la sua malattia, probabilmente per non intaccherà quel senso di gioia, freschezza, libertà ed eterna giovinezza che la sua figura pubblica portava con sé, agli occhi di tutti, nell’immaginario collettivo, italiano ed internazionale.

E’ soltanto di qualche mese fa, del novembre 2020, l’articolo del Guardian che la incoronava “icona culturale che ha rivoluzionato l’intrattenimento italiano e ha insegnato all’Europa la gioia del sesso”. Parole che descrivono perfettamente ciò che Raffaella ha rappresentato per la società italiana e non solo, il ruolo fondamentale del suo personaggio, che ha saputo rompere tabù, creare e anticipare tendenze, sdoganare pregiudizi, giocare divertita su sessualità e sensualità.

La sua forza era la naturalezza. Quella naturalezza che l’ha spinta ad affrontare con caparbietà e disincanto dei tempi che stentavano a cambiare. Negli anni Sessanta-Settanta appariva, soprattutto agli occhi conservatori e benpensati, come una provocatrice scandalosa. Ma era “semplicemente” una donna che riusciva a spingere il suo sguardo oltre gli schemi sociali dell’epoca, senza paura dei giudizi, senza timore della censura.

Soubrette per eccellenza, nel senso più nobile del termine – non come lo si intende oggi… –, Raffaella Carrà è stata un’artista poliedrica, capace di cantare, ballare, recitare, condurre, stando alla pari con tutti, se non un passo, anzi dieci, avanti. Amata da tutti e da tutte le generazioni che ha toccato con la sua irrefrenabile simpatia e la sua dolce sensualità, negli anni non ha mai smesso di reinventarsi, di sperimentare, di mettersi in gioco.

Pochi lo ricordano, ma ha iniziato come attrice, diplomandosi al Centro Sperimentale di Cinematografia e recitando per tanti registi, da Carlo Lizzani a Mario Mattoli, da Mario Monicelli a Steno, e poi è esplosa in televisione rendendo il suo caschetto biondo, insieme ai suoi vestiti attillati e coloratissimi, un vero simbolo di libertà e sfrontatezza.

Ha lavorato e duettato con i più grandi dello spettacolo italiano, da Corrado ad Alberto Sordi, da Alighiero Noschese a Renato Zero, soltanto per citarne alcuni, e poi ha travalicato i nostri confini, conquistando le vette delle classifiche internazionali con le sue canzoni, diventate ormai immortali. E’ stato il “primo ombelico” del piccolo schermo, scandalizzando l’opinione pubblica, ha fatto innervosire il Vaticano con il suo “Tuca Tuca”, la sua discografia è ancora oggi l’inno per eccellenza dell’amore libero, del divertimento senza freni. “Tanti auguri”, “Ballo ballo”, “Fiesta”, “Rumore” sono soltanto alcuni dei titoli che negli anni sono diventati la colonna sonora dell’appagamento, della felicità, facendo ballare e conquistando il mondo intero.

Una colonna sonora che sicuramente continuerà a cadenzare anche le prossime generazioni, con i suoi ritmi coinvolgenti e i suoi testi semplici ma unici. Esattamente come lei, come la stessa Raffaella, inimitabile icona pop, che con una “carrambata”, una risata, un balletto, è riuscita con tenerezza ed esplosività ad appassionare, divertire, coccolare il suo pubblico, ad entrare nelle nostre case, a farsi considerare una di famiglia. Da tutti. “Pronto, Raffaella?”, ci mancherai…

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Duran Duran: Quei new romantic in cerca del suono della tv

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Some new romantics looking for a tv sound” recita, a un certo punto, il testo di Planet Earth, il primo successo dei Duran Duran, la band che ha caratterizzato gli anni Ottanta, e, questo non lo immaginava nessuno, è ancora viva, vegeta e in ottima salute. E, a quarant’anni dall’uscita del primo album, Duran Duran (arrivò nei negozi proprio il 15 giugno del 1981) continua a fare tendenza. Se negli anni Ottanta Simon Le Bon, Nick Rhodes, John Taylor, Andy Taylor e Roger Taylor, da Birmingham, UK, idoli delle ragazzine per la loro bellezza, erano considerati alla stregua di una boyband, oggi tutti li considerano una grande band, gli artefici di un suono che ancora oggi è attualissimo, e che ha ispirato decine di gruppi che sarebbero venuti dopo di loro. I Duran Duran sono forse tra i più famosi esponenti del genere new romantic, una variante della new wave, il movimento che, in varie sfaccettature, seguì il punk.

I Duran Duran nascono già nel 1978. Sono tre studenti d’arte, John Taylor alla chitarra, Nick Rhodes ai sintetizzatori e Stephen Duffy alla voce e al basso. I tre sono compagni di scuola e amano gli artisti glam e synth pop. È proprio John Taylor a suggerire il nome per la band: si chiamerà Duran Duran ispirandosi a Durand Durand, il cattivo del film Barbarella, famoso film di fantascienza con Jane Fonda. E, se ascoltate certe linee di tastiera del primo album dei Duran, sentirete che una certa atmosfera fantascientifica c’è tutta. Nella band entrerà poi Simon Colley, al clarinetto e al basso. Ma, già dopo il terzo concerto, Duffy e Colley se ne andranno. John Taylor lascerà la chitarra per imbracciare il basso, lo strumento con cui darà un groove inconfondibile al suono dei Duran Duran. Alla batteria ci sarà il secondo Taylor, Roger. Il terzo, Andy Taylor (i tre non sono parenti) entrerà nella band come chitarrista. Alla voce ci proverà Andy Wickett, che registrerà con la band alcune demo. Ma non saranno i Duran Duran che conosciamo fino a che, con la sua voce inconfondibile, non prenderà in mano il microfono Simon Le Bon.

Il biglietto da visita con cui i Duran Duran si sono presentati al mondo è il singolo Planet Earth, quello in cui si parla di new romantic in cerca del suono della televisione. È una canzone trascinante che, ancora oggi, sembra arrivare da un altro pianeta. Ci sono i synth spaziali di Nick Rhodes, il basso incalzante di John Taylor, il ritmo sincopato della batteria di Roger Taylor che si sposa alla perfezione con i salti del basso, la chitarra ritmica rockeggiante di Andy Taylor. E poi quegli effetti sonori che sembrano evocare l’atterraggio di un elicottero, o qualsiasi altro veicolo vogliate immaginare. Magari un’astronave. È qui che sentiamo già tutte le influenze che hanno reso quello dei Duran Duran un suono unico. In quella ritmica c’è, ad esempio, il groove di Giorgio Moroder, quello, per capirci, di I Feel Love di Donna Summer. L’influenza dei Roxy Music, una band che aveva dato una propria interpretazione del glam rock, la sentiamo tutta in Girls On Film, il brano che apre l’album. Ascoltate Love Is The Drug dei Roxy Music e poi questa canzone, e capirete quanto siano importanti. E poi, ancora, ci sono gli Chic, ci sono i Japan di David Sylvian, idolo di Nick Rhodes, tanto che i due sembrano due gemelli separati alla nascita. E ovviamente David Bowie, che in qualche modo aveva lanciato il movimento new romantic nel suo video Ashes To Ashes, in cu apparivano alcune comparse prese da quella scena, tra cui Steve Strange dei Visage. Nelle linee melodiche orientaleggianti di Tel Aviv, lo strumentale che chiude il disco, ci sono degli echi di alcune canzoni del Bowie della trilogia berlinese. E nella versione Deluxe di Duran Duran, del 2010, c’è una cover di Fame (che i Duran incisero come lato B di Careless Memories), il brano, tratto da Young Americans, che Bowie registrò a metà anni Settanta insieme a John Lennon. A proposito, Duran Duran fu registrato, agli AIR Studios di Londra, proprio nel dicembre del 1980, quando da New York arrivava la notizia dell’assassinio di Lennon. Più tardi i Duran confessarono quanto fu difficile portare a termine le registrazioni dopo aver sentito quella notizia. Ma in quei giorni in quello studio c’erano proprio i Japan, i loro idoli, che stavano registrando Gentlemen Take Polaroids in fondo alla sala dello studio.

Girls On Film, il terzo singolo estratto dall’album, è stato il salto definitivo dei Duran Duran verso la fama. Merito anche di un video ad effetto, arrivato proprio nel momento in cui, grazie a MTV, il videoclip diventava allo stesso tempo una forma ad arte a sé, e il miglior veicolo promozionale per lanciare un singolo e un artista in vetta alle classifiche. Girls On Film era uno di questi video: fatto per bucare lo schermo, scandalizzare, far discutere. Era stato girato dal duo Godley & Creme, musicisti e videomaker tra i più in voga al tempo, e due settimane dopo venne lanciato negli Stati Uniti da MTV. Nel video, i Duran Duran suonano di fronte a un ring, sul quale si avvicendano una serie di numeri da nightclub: una ragazza mima un combattimento con un lottatore di sumo, un’altra simula un salvataggio da parte di un bagnino, una un massaggio e una cowgirl cavalca un uomo con una testa di cavallo. La parte più spinta è quella in cui due donne, di cui una in topless, lottano nel fango. Il video fece scandalo e molte reti televisive finirono per mandare in onda la versione alleggerita, senza la scena incriminata. Ma il video integrale venne trasmesso nei nightclub dotati di schermi video, e sulle nostre tivù musicali spesso veniva tramesso. Ma è un video che ha una sua ironia e, nonostante sia spinto, non è mai volgare. A maggior ragione se visto oggi. La potenza del suono di Girls On Film e quel video così particolare portarono l’album la terza posizione nella Top 20 inglese.

La Duranmania doveva ancora iniziare, e le ragazze che avrebbero voluto sposare Simon Le Bon anche. Da lì a poco sarebbe arrivato Rio, il secondo album, e i video esotici girati da Russell Mulcahy. Sarebbero arrivate le loro canzoni più belle e più famose, quelle che avrebbero fissato per sempre nell’immaginario il suono e l’immagine dei Duran Duran. Ma il primo album aveva forse un suono ancora più sperimentale, coraggioso, innovativo. I Duran Duran, insieme a un’altra manciata di artisti, avevano lanciato il movimento dei new romantic. Un movimento fatto di musica, come detto, ma anche di look sgargianti e sfrontati. I Duran Duran, grazie alla collaborazione con stilisti come Perry Haines, Kahn & Bell e Anthony Price, a ogni video e ogni apparizione si distinguevano per il loro abiti. Se i pantaloni sono spesso quelli di pelle tipici del rock, a volte stretti, a volte più larghi e a vita alta, i nostri vestono spesso con camicioni dalle maniche larghe e dal collo a sbuffo che sembrano usciti da un film su Casanova. Hanno vistose sciarpe attorno al collo, o strette in vita a mò di cinture, e a volte portano delle fasce annodate sulla fronte. Nel loro guardaroba ci sono quelle giubbe militari che oggi vediamo molto spesso, e il tipico giubbetto del rock, il chiodo, magari è di colore bianco, come quello che indossa Simon Le Bon nel video di Girls On Film, o blu. Gli abiti sono speso di tinte pastello, ad esempio carta da zucchero. Un classico del periodo, poi, sono le t-shirt, colorate o bianche e nere, a righe orizzontali. Il trucco sul volto è spesso deciso, pesante. E i capelli sono colorati con meches, bionde o di altri colori, e spesso dalle forme molto voluminose.

Quelle parole di Planet Earth possono suonare come “qualche nuovo romantico in cerca del segnale della tv”, o “in cerca di una sigla per la tv”. Ma ci piace leggere, in quei versi, che quei new romantic stessero cercando il suono della tv, cioè il prodotto perfetto per le nuove tivù musicali che stavano nascendo, una forma d’arte che unisse musica e immagini, canzoni e videoclip perfetti e inscindibili da essere una cosa sole nell’immaginario collettivo, suoni all’avanguardia e un look all’altezza di essi. A quarant’anni da Duran Duran, se oggi vi guardate e attorno e tenete le orecchie aperte, vedrete ancora in giro tracce del look new romantic. E, se le hit dei Duran risuonano ancora, hanno lasciato anche molte tracce sonore in canzoni di oggi e in band che, da almeno vent’anni o forse di più, in qualche modo provano a recuperare il loro suono.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Io volevo essere eterna – La biografia di Krizia

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«Chi sceglie Krizia, ha scelto un modo di pensare, di presentarsi agli altri, di essere» Umberto Eco.

Krizia è un nome preso in prestito da un dialogo di Platone sulla vanità femminile, lo scelse Mariuccia Mandelli (Bergamo 1925 – Milano 2015) per la sua casa di moda. E per se stessa. Icona di stile nel mondo intero, in America era soprannominata «Crazy Krizia» e in Asia veniva trattata come una regina. Ha contribuito alla nascita del prêt-à-porter italiano e a plasmare la donna moderna a suon di plissé, hot pants, animali e materiali inediti. Dismessi i panni di maestra elementare, dopo un’infanzia trascorsa a cucire vestiti per le sue bambole, Mariuccia parte con una valigia piena di abiti da vendere alle boutique in giro per l’Italia: ha con sé idee innovative, un sorriso genuino e la tempra di una pantera. Nel giro di pochi anni costruisce un impero, alla sua corte tra i primi collaboratori ci sono Walter Albini e Karl Lagerfeld, e di fatto scrive la storia della moda con sessant’anni di collezioni.

Questa biografia si costruisce attraverso le sue stesse dichiarazioni – estratte da centinaia di interviste rilasciate dalla stilista e conservate negli archivi di «Corriere della Sera», «la Repubblica», «Vogue», «Amica», «Elle» – e la compenetrazione dell’autrice nelle sue pieghe di donna, nelle sue contraddizioni, nelle idee che l’hanno ispirata fino ai novant’anni. E nel temperamento, schietto e feroce proprio come i suoi abiti, che l’ha portata a difendere dai pregiudizi la morte di persone a lei care, come Gianni Versace e Lady Diana, a guerreggiare con la storica direttrice di «Vogue America», Anna Wintour, e a difendere con determinazione la sua innocenza nella celebre inchiesta del pool Mani Pulite sugli stilisti italiani.

Anna Marchitelli (1982) è nata, vive e lavora a Napoli. Scrive dal 2016 per il «Corriere del Mezzogiorno», dorso del «Corriere della Sera», e collabora con gli inserti speciali. Dal 2010 al 2016 ha scritto per «la Repubblica Napoli». Suoi articoli sono apparsi su «Grazia», «Vanity Fair», «D di Repubblica», «I’M Magazine», «Casa Mia Decor». Nel 2017 ha pubblicato la raccolta di poesie Certe stanze (Manni Editori), aggiudicandosi il premio «L’Iguana» dedicato ad Anna Maria Ortese. Nel 2018 ha pubblicato Tredici canti (12+1) (Neri Pozza), riscrittura delle cartelle cliniche custodite nell’archivio dell’ex manicomio di Napoli Leonardo Bianchi. Nel 2020 ha scritto per il teatro i monologhi su Emilio Caporali e Maria Amalia di Sassonia per la rassegna «Racconti per ricominciare». Sempre per il teatro ha lavorato al monologo su Krizia. Nel 2021 ha firmato i componimenti poetici per il libro d’artista del pittore Ciro Palumbo ispirato a L’Infinito di Leopardi.

Info tecniche:
Collana Beaubourg – Varia
Data di uscita: 15 giugno 2021
Pagine: 180
€ 17,00
Isbn 978-88-6799-803-6

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