Connect with us

Cine Mood

Venezia 77, il Red Carpet dell’ottava serata: l’omaggio glamour agli Oscar del 2019

Published

on

Prima di iniziare a parlare di un altro altalenante red carpet di questa Venezia 77, iniziamo subito a parlare della passerella più chiacchierata della serata. Ovviamente, ci riferiamo a Osvaldo Supino che ha voluto rendere omaggio al look, ormai divenuto un vero e proprio cult, di Billy Porter (indossato durante la cerimonia degli Oscar dello scorso anno e a dir poco indimenticabile).

Indipendentemente da qualunque sia il vostro giudizio al riguardo, la scelta l’abbiamo apprezzata. Un bel modo per ricordare il mitico “glamour che fu”. Che in una serata come quella di ieri, certo non guasta.

E ora passiamo subito alle nostre pagelle. Se la sera prima aveva lasciato tutti un po’ di stucco con un look che non poteva convincere nemmeno il fan più sfegatato, ieri sera Cate Blanchett ha ritrovato tutta la sua magnificenza in uno splendido abito nero di Armani Privé. Sobri e ben abbinati anche i gioielli di Pomellato. Meravigliosa.

Dal total black al total white per Alba Parietti con un elegante abito con spacco di Betta Guerreri. La semplicità della mise è spezzata da gioielli xl che farebbero invidia anche alla nostra icona preferita Iris Apfel. Ci è piaciuto. Brava!

In lungo anche Giulia Rupi con un look molto molto (troppo) minimal di Compagnia Italiana. Perfetta per compensare il look, tutt’altro che sobrio, di Carolina Stramare in Stefano De Lellis

Molto originale, invece, l’abito firmato Sportmax di Anita Pomario. Stona solo l’acconciatura, forse per questo look era meglio qualcosa di più raccolto. Però la promuoviamo a pieni voti.

Particolarmente trendy, anche se poco adatto ad un red carpet, l’abito asimmetrico di Miu Miu indossato da Ludivine Sagnier.

Insomma, diciamo che in quanto a look è andata molto meglio la serata Campari Boat – In Cinema. A breve le nostre pagelle…

di Francesca Polici per DailyMood.it
Photo: ©MatteoMignani per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

8 − sette =

Cine Mood

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley: Guillermo Del Toro, il noir e i mostri dentro di noi

Published

on

“Che ti è successo?” “La vita. Mi è successa la vita”. È uno di quei dialoghi secchi, tranchant, battute che ti colpiscono come una pallottola al cuore e ti restano dentro. Le parole fanno male, lo sapete, e queste sono parole tipiche di uno di quei film che non si fanno più, di quei noir anni Quaranta avvolti nel fumo e nell’alcol. È quel mondo che ritroviamo nell’ultimo film di Guillermo del Toro, La Fiera Delle Illusioni – Nightmare Alley, tratto dal romanzo di William Lindsay Gresham pubblicato nel 1946, in uscita al cinema il 27 gennaio.

Stanton Carlisle (Bradley Cooper), avventuriero affascinante ma senza arte né parte, finisce in una fiera, un mondo fatto di giostrai, maghi, forzuti e fenomeni da baraccone. Qui incontra la chiaroveggente Zeena (Toni Collette) e a suo marito Pete (David Strathairn), ex mentalista, Inizia una relazione con lei, e ruba i segreti del mestiere a lui: i modi da imbonitore, quelle frasi giuste da dire, generiche al punto giusto da funzionare con tutti. Capisce ben presto che la sua strada sarà quella, ma lontano dal luna park. Ha in mente di sfruttare le abilità che ha imparato per truffare l’alta società newyorkese degli anni Quaranta. Si innamora di Molly (Rooney Mara), che al luna park era la ragazza elettrica, e la porta con sè. Ma in città incontra una misteriosa psichiatra (Cate Blanchett), che può essere la sua più grande alleata. Ma anche una donna terribilmente pericolosa.

Guardi Cate Blanchett e ti sembra di vedere Veronica Lake, Lauren Bacall o Barbara Stanwyck. Parliamo di quelle dark lady tipiche del noir anni Quaranta. Quelle donne dai capelli pettinati di lato, dall’aplomb inscalfibile e dagli sguardi che tagliavano come lame di coltello. Ma anche Rooney Mara, eterna donna bambina in grado di cambiare look da un momento all’altro, ha un volto d’altri tempi. E Bradley Cooper ha una faccia che, stropicciata ad arte, diventa quella del perfetto loser. Volti senza tempo, iconici, sagome che si stagliano contro la luce e gli elegantissimi sfondi, che sembrano davvero arrivare a noi da un’altra epoca.

Ma è La fiera delle illusioni – Nightmare Alley ad essere così, ad omaggiare un’altra epoca. È come sei i registi che in tanti anni di carriera hanno creato un immaginario visivo forte nel pubblico sentano il bisogno di confrontarsi con quegli immaginari che sono stati creati prima di loro. In fondo prima che regista ognuno di loro è un grande appassionato di cinema. Lo ha fatto Robert Zemeckis con Allied, che riprendeva Casablanca e il cinema di Hitchcock, lo ha fatto Steven Soderbergh con Intrigo a Berlino, omaggio a film come Il terzo uomo. Lo ha fatto anche Spielberg, ma questa è un’altra storia. Si capisce allora l’amore che c’è nel fare un film di questo tipo.

E come il film contenga suggestioni di un cinema che non si fa più, iconico, potente, ambizioso. Ci vengono in mente Casablanca, Gilda, La fiamma del peccato. La fiera delle illusioni – Nightmare Alley è un film è un film a colori – caldi, a volte desaturati – ma è come se fosse in bianco e nero (e, non a caso, in alcune sale in America è stata distribuita una versione di questo tipo). Perché i giochi di luci e ombre, quella luce che arriva obliqua e divide la scena, o taglia in due i volti è proprio quella di quei film. Non si può non rimanere incantati di fronte alla forza visiva di Nightmare Alley.

Ma quello di Guillermo Del Toro è anche, e soprattutto, un film sull’illusione. Stanton Carlisle si presenta come un mentalista, ma in fondo è un grande illusionista. Inganna gli spettatori, li illude, li ammalia, fa credere loro qualcosa che non esiste, fa credere loro di essere qualcuno che non è. La fiera delle illusioni – Nightmare Alley è in fondo un film sullo spettacolo, sull’arte della messinscena, l’arte di incantare il pubblico, è un sul cinema e la recitazione. “Io sono sempre in scena” risponde Stanton al personaggio di Cate Blanchett. La fiera delle illusioni – Nightmare Alley è come The Prestige di Christopher Nolan. Con la differenza che lì – pensando al cinema – Nolan ci suggeriva che c’era un patto tra artista e pubblico, che non vuole vedere il trucco contento di non farlo. Qui c’è un uomo che punta sulle debolezze delle persone, sui vuoti delle loro vite, per mostrare loro quello che vogliono vedere.

La vita stessa di Stanton è un’illusione, quella diventare qualcosa di diverso di quello che è stato, di non essere solo “un contadino con i denti dritti”, di illudere se stesso, prima ancora degli altri, di avere una nuova vita. E in fondo è anche Guillermo Del Toro ad illudersi e a illuderci. In tutta la prima parte del film, ambientata al luna park, crediamo che sia ancora una volta il suo cinema fantastico, quello dei mostri e dei freak. Ma è solo un’illusione, appunto. Il vero film inizia quando Stanton lascia la fiera. E i mostri allora non sono i fenomeni da baraccone ma sono quelli che abbiamo dentro di noi. E sono molto, molto più pericolosi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Approda a Milano “Decumano Maximo” il nuovo film di Alessio Consorte. L’Italia è nata in Abruzzo.

Published

on

Arriva al cinema Anteo CityLife di Milano “Decumano Maximo”, il nuovo film-dossier diretto da Alessio Consorte, coprodotto da CF Studio, dalla Fondazione Pescarabruzzo e dallo stesso regista, dal 15 al 17 Febbraio. Un docufilm nevralgico e innovativo, girato soprattutto in Abruzzo, con spettacolari riprese aeree e una minuziosa ricostruzione storica, e sul campo, lunga cinque anni. Consorte ha raccolto e verificato centinaia di testimonianze, intervistando, tra l’altro, eccellenze dell’archeologia nazionale, docenti universitari e grandi esperti della storia e della lingua pre-romane. Nell’antica Roma, il Decumano costituiva la via principale di attraversamento della penisola da est a ovest. Prendendo idealmente le mosse dal tracciato della mitica via Valeria, il mediometraggio (la durata è di 67 minuti) è un viaggio nel tempo e nello spazio sulle tracce della misconosciuta Guerra sociale, il conflitto epocale che vide opporsi, dal 91 all’88 a.C., le città italiche dei Marsi, dei Sanniti e di altri popoli “periferici” allo strapotere di Roma. Contro il suo dominio indiscriminato, il suo giogo, il suo centralismo di rado illuminato. Gli italici venivano trattati alla stregua di cittadini di seconda classe, e rivendicavano gli stessi diritti dei parigrado romani; o perlomeno, una loro integrazione sostanziale, non di facciata. Non a caso, sulle monete italiche dell’epoca è raffigurato un toro (simbolo italico) intento ad azzannare una lupa, l’effigie romana per antonomasia. Furono proprio i nostri fieri e coraggiosi antenati abruzzesi, i Marsi, a decidere di marciare sulla via Valeria, giungendo alle porte di Roma. Oltre a loro, si fecero valere gli altri intrepidi popoli italici radicati nella nostra regione: gli Equi, i Peligni, i Vestini, i Marrucini, i Pretuzi, i Frentani, i Carricini, federati coi vicini Sanniti, Piceni, Irpini, Sabini, Lucani. La guerra, molto sanguinosa, si concluse con la vittoria (ottenuta con machiavellica diplomazia) dei romani. Ciò non toglie che era stato proprio l’Abruzzo l’epicentro, il set di questa pluriennale ed epica battaglia, che avrebbe potuto cambiare per sempre la storia d’Italia.
Asciutto ma vibrante, ricco di emozioni e trovate stilistiche, Decumano Maximo ci riporta a quei giorni e in quei remoti luoghi bellici abruzzesi rupestri, arcaici e magici, oggi completamente dimenticati. Da Alba Fucens al tempio italico di Pescosansonesco, dal Monte Ocre al Monte Pallano: siti, fortezze, acropoli, necropoli floride di reperti dal valore inestimabile, ma lasciate nell’oblio. Un ruolo di primo piano nel docufilm è esercitato da Corfinio, in provincia dell’Aquila, dove venne forgiata per la prima volta una moneta autonoma con la scritta Italia. Corfinio fu persino indicata, durante la Guerra sociale contro Roma, capitale della Lega italica e di una porzione territoriale chiamata Italia. Tant’è che in quel periodo venne ribattezzata, temporaneamente, Italica. Corfinio è stata quindi la prima capitale italiana. «L’origine del nome Italia fa ovviamente gola a tutti, ma le sue origini assolute dimorano nella Majella, nel Gran Sasso, in Abruzzo, a Corfinio – spiega il regista Alessio Consorte -. Oggi la vulgata vuole che le sue radici siano in Calabria: ma il cuore italico batteva nell’Appennino, e nella nostra regione, solo successivamente quelle genti e quei guerrieri sono scesi a sud». Su alcune favolose cinture montane dell’Aquilano, simili ora a paesaggi lunari e dove al tempo sorgevano diverse cittadelle fortificate (e questo è uno dei risvolti più sorprendenti del suo film), sono stati rinvenuti tesoretti italici, comprensivi di monete con sopra stampigliata la parola Italia Molti residui e scoperte le ha fatte il regista medesimo, in collaborazione con appassionati e cercatori amatoriali, inerpicandosi di persona su quelle sommità. Come i proiettili delle frombole, in piombo, “ghiandole letali” sopravvissute più di 2 mila anni. Saette di metallo capaci di sfondare una corazza nemica. Non mancano, sul finire dell’opera cinematografica, rivelazioni inedite sul guerriero di Capestrano, emerso in epoca fascista, nonché interessanti scoperte di matrice astrologica. Decumano Maximo è una pietra miliare nel suo genere, destinata a far parlare di sé e a lanciare una nuova potenziale narrazione del territorio abruzzese.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

America Latina: Elio Germano è il nostro lato oscuro

Published

on

Massimo (Elio Germano) è un dentista di successo, con uno studio affermato e una grande villa con piscina fuori città, nel nulla. È una di quelle ville che denotano ricchezza, ma anche impersonalità e poco gusto. È una villa forse fuori moda e fuori tempo. Lì dentro vive con la sua famiglia, la moglie e due figlie, tutte bellissime, in stanze con la moquette, il pianoforte e i divani di velluto azzurro. È qui che passa gran parte del tempo, quando non è allo studio, o quando non esce – una volta alla settimana – insieme a un amico, il suo unico amico, per alzare il gomito. A volte fin troppo. Ma quella casa, due piani più uno scantinato, ha due volti. Sopra c’è il paradiso, sotto c’è l’inferno. Ed è nello scantinato che il protagonista fa una scoperta che cambia il corso degli eventi.

Quel colpo di scena i Fratelli D’Innocenzo se lo giocano subito, dopo dieci minuti, e in questo modo muovono subito il film nella direzione del thriller, della storia del mistero. E così America Latina tiene incollati allo schermo con la sua atmosfera sospesa, ansiogena, disturbante. C’è un che di ipnotico in un film che, come detto, vive di dicotomie: esterno e interno, sopra e sotto, pulito e sporco, ideale e sordido, controllo e incontrollabile. America Latina è uno di quei film in cui la casa è un vero e proprio personaggio della storia, nasconde qualcosa, vive di vita propria. Quando, per un momento, vediamo la villa che viene inquadrata da lontano, sfocata, come se fosse ripresa da qualcuno, ci vengono in mente Caché e Strade perdute. È solo una suggestione: il film andrà da un’altra parte. Ma del cinema di Haneke e di David Lynch i Fratelli D’Innocenzo hanno in comune il senso del perturbante, quello che i tedeschi chiamano “unheimlich”, la negazione di ciò che è familiare in un contesto familiare, un elemento di inquietudine che si inserisce in un contesto rassicurante finisce per diventare ancora più disturbante, spiazzante, doloroso.

Quella di America Latina è una casa impersonale, nel nulla. E conferma la passione dei D’Innocenzo per i non luoghi, per le periferie, per quegli ampi spazi vuoti e desolati, che possiamo intendere come una sorta di paesaggi stato d’animo, in grado di rispecchiare enormi, incolmabili vuoti interiori. America Latina è una storia di desolazione, di solitudine, di insicurezze.

Elio Germano è il centro del film, in tutti i sensi. È il protagonista, è l’elemento che catalizza su di sé l’attenzione dall’inizio alla fine. Il cranio rasato e lucido, una barba disegnata e curata a incorniciare il volto, pulito, impassibile, apparentemente inespressivo. Solo quegli occhi diventano all’improvviso liquidi, inquieti, sono acqua e sono fuoco. Il suo Massimo è un uomo che ci appare controllato, inscalfibile, insondabile. Eppure è in affanno, in debito d’ossigeno, in ansia. Ma quando diciamo che Germano è il centro del film è anche a livello visivo. Quel suo cranio rasato è una sfera perfetta, riluce come un sole e come un sole è l’elemento attorno al quale tutto ruota. È come una luna, che ha un lato chiaro e un lato oscuro. E per i D’Innocenzo è un elemento chiave, è il centro attorno al quale costruiscono l’inquadratura, ciò che divide e definisce gli spazi attorno. È un oggetto che spicca, come un monolite nero sugli sfondi rossi della cucina, creando contrasti geometrici e cromatici.

Accanto a Elio Germano, i Fratelli D’Innocenzo sono bravissimi a scegliere gli attori, ma soprattutto a dirigerli. Detto di un grande Massimo Wertmuller che appare in un breve cameo, pochi minuti ma di quelli che non si scordano, spiccano le “tre grazie”, la moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia, interpretate da Astrid Casali, Carlotta Gamba e Federica Pala. che compongono la famiglia di Massimo. Bionde, candide, angelicate, sono una vera e propria rivelazione del film, e un elemento fondamentale per la sua riuscita. Ma la bravura dei D’Innocenzo non è solo la scelta di questi volti perfetti, ma anche la direzione di attori e attrici. Guardate la scena del compleanno di Massimo, con quella torta di ciliegie che ricorda tanto quella de I segreti di Twin Peaks e guardate come il contegno, il tono della recitazione delle tre donne, cambia, in modo lieve, graduale, ma deciso.

America Latina (il titolo gioca sul fatto che ci troviamo nei dintorni di Latina, ma luoghi e vicende potrebbero essere quelli di una storia americana, drammi di periferie che sono uguali ovunque) è proprio il controcampo di Favolacce. Mentre quel film mostrava una famiglia puntando i riflettori sulla moglie e i figli, qui la luce è tutta sul padre; se lì c’era una comunità ampia e variopinta qui ci sono pochi personaggi soli e isolati. E anche il dipanarsi del finale va in un senso opposto di quello di Favolacce.

Non piacerà a tutti, America Latina, come non piace a tutti il cinema dei D’Innocenzo. Ma è quel cinema non conciliante, non rassicurante di cui c’è bisogno, oggi sempre di più, per capire i mostri che sono in noi, quello che c’è dietro i fatti di cronaca. È un cinema che prova a sondare l’insondabile, che non dà risposte ma cerca di evocare sensazioni, di dare un volto e un’immagine al disagio. È un cinema che ci mette in difficoltà e ci disturba, perché ci sbatte in faccia the dark side of the moon, il lato buio della luna, la metà oscura che c’è in ognuno di noi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending