Connect with us

Cine Mood

Festival del Cinema di Venezia77 – Red Carpet – Day 7

Published

on

Photo: @MatteoMignani per DailyMood

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

10 + cinque =

Cine Mood

Elvis: Il Re secondo Baz Luhrmann, lustrini e lacrime

Published

on

Gli uomini saggi dicono: solo gli sciocchi sono precipitosi. Ma io non posso fare a meno di innamorarmi di te. Dovrei rimanere. O sarebbe un peccato? Se non potessi fare a meno di innamorarmi di te”. Sono le parole di Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley, una canzone che ricorre nel film Elvis di Baz Luhrmann, presentato all’ultimo Festival di Cannes e finalmente in arrivo nelle sale italiane il 22 giugno. E il tema dell’amore ritorna spesso durante il film, raccontato dalla voce narrante del colonnello Tom Parker, che di Elvis era il manager. “Vi diranno che sono il cattivo della storia” dice all’inizio, “che ho ucciso io Elvis Presley. Ma lo ha ucciso l’amore, il suo amore per voi”. Elvis era uno che sul palco si donava fino in fondo, con tutte le sue forze, con tutto il corpo. Guardatelo, impersonato da un eccezionale Austin Butler, dal suo primo al suo ultimo concerto. Dopo il quale, alla fine del film, vedrete quello vero. E non potrete fare a meno di innamorarvi di lui. Di Elvis Presley. E del film di Baz Luhrmann. E di capire come Elvis sia stato ovunque, in tutti gli artisti che l’hanno seguito. E quanto sia ancora ovunque oggi, in tutta la musica che ascoltiamo e vediamo.

In Elvis la storia del Re del Rock è vista attraverso la complicata relazione con il manager, il colonnello Tom Parker, interpretato da un Tom Hanks laido e lascivo, quasi irriconoscibile, ricoperto dal trucco prostetico. È proprio Parker il nostro anfitrione: è lui a raccontarci una storia di musica, passione e business, anche facendoci conoscere il suo punto di vista. Una storia che, tra salti temporali, dura 20 anni, dagli esordi alla fama di Presley, da Memphis a Hollywood a Las Vegas, una storia che è la perdita dell’innocenza dell’America. C’è anche il suo amore, Priscilla Presley, interpretata da Olivia DeJonge.

Baz Luhrmann è straordinario nel raffigurare Elvis. Prende un attore molto somigliante come Austin Butler, certo. Ma, a modo suo, lo forgia, lo modella come se fosse creta, e lo dipinge con i colori di Elvis Presley. Quel nero dei capelli impomatati, il ciuffo lucido e ribelle, che vive quasi di vita propria. Gli abiti, che brillano alla luce dei riflettori, come la pelle del Re, fotografata in modo da illuminare la scena, come se Elvis fosse un sole. Il ralenti, per enfatizzare, qualora non fossero evidenti, i peccaminosi movimenti del bacino. In quell’ondeggiare della stoffa dei pantaloni a quelle oscillazioni pelviche che lo hanno reso famoso, in quelle vibrazioni che arrivano fino al pubblico in estasi sotto il palco c’è il tentativo di catturare in immagini il fremito del sesso, quel senso di rivoluzione dei costumi che stava avvenendo in America in quegli anni.

È come se Luhrmann avesse preso le immagini di Elvis, e dal bianco e nero dei programmi tv, con cui tutti lo vedevano, lo avesse dipinto dei colori più carichi possibili per raccontare la rivoluzione che stava vivendo l’America. È come se avesse preso la bidimensionalità della tv, che aveva portato Elvis al pubblico di tutto il mondo, e le avesse dato profondità e tridimensionalità. E così ha preso le immagini statiche dei giornali, quotidiani e riviste, che erano i “social media” dell’epoca, e le ha rese immagini in movimento, per far capire come Elvis entrasse nella cultura e nelle vite, nel costume e nella Storia dell’America di quegli anni. E di sempre. È come se avesse fatto di Elvis una statua vivente, un monumento in movimento. Intorno a lui ci sono tutti i colori di un’America che stava letteralmente esplodendo, nel bene e nel male, in un movimento di rivoluzione sessuale e sociale, ma anche nel senso delle tensioni politiche e razziali. Le polemiche sul suo look, sui suoi movimenti, sul suo portare a tutti la musica dei neri, gli attentati a Kennedy e Martin Luther King entrano nella storia di Elvis. Che, lo avrete capito, è la storia dell’America.

Ma Elvis è un’allegoria di un conflitto che esiste da quando esiste l’arte. È quello tra il talento e la voglia di ingabbiarlo, tra l’ispirazione sfrenata e la volontà di incanalarla in qualcosa di rassicurante e conformista, tra la diversità, l’unicità e il bisogno di conformarle a qualcosa di già esistente. È il conflitto tra l’arte e il mercato, tra chi crea opere d’arte e chi tenta continuamente di tradurle a tutti i costi in guadagno, senza alcun ritegno per il fattore umano. A un certo punto della sua carriera Elvis poteva davvero avere il mondo – letteralmente, perché i suoi concerti erano richiesti ovunque, dall’Europa al Giappone – e rimase invece in America, rimase soprattutto a Las Vegas. È stata la sua gabbia dorata dove, con sotterfugi di ogni tipo, lo ha rinchiuso il colonnello Parker.

Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann, è tutto questo e, ovviamente, di più. Perché tutto, in Baz Luhrmann, diventa un melodramma e allo stesso tempo un musical sfrenato e sfarzoso, è ogni volta Broadway e La Scala. Nel cinema di Baz Luhrmann i lustrini e i fuochi d’artificio nascondono sempre le lacrime. Tutto, nel suo cinema, avviene in un enorme palcoscenico teatrale, ricco e ridondante. Come la Parigi di Moulin Rouge! e la New York di The Get Down qui il teatro è una Las Vegas scintillante e subdola, dove le luci e le insegne al neon nascondono inganni, dolore e solitudine. Uscirete dal film combattuti, pieni di gioia e di dolore. Ma con la convinzione che, come Elvis, non c’è stato nessuno.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Nostalgia: Perdetevi, e ritrovatevi, con Pierfrancesco Favino in una Napoli ipnotica

Published

on

La conoscenza è nella nostalgia. Chi non si è perso non possiede”. È questa frase di Pier Paolo Pasolini a introdurci nel mondo avvolgente di Nostalgia, il nuovo film di Mario Martone con Pierfrancesco Favino, tratto dal romanzo omonimo di Ermanno Rea e presentato in concorso al Festival di Cannes. Il film è al cinema dal 25 maggio, ed è un’occasione da non perdere. È davvero il caso di perdersi, di sprofondare nei vicoli del Rione Sanità di Napoli, per un’esperienza immersiva. Non serve alcuna tecnologia per farlo: basta lasciarsi andare e affidarsi alle immagini di Mario Martone.

Felice Lasco torna a Napoli dopo aver vissuto molti anni in Egitto per rivedere l’anziana madre che aveva lasciato all’improvviso quando era ancora un ragazzo. Nella sua città si perde tra le pietre delle case e delle chiese del rione Sanità, nelle parole di una lingua che sente estranea, ma che in realtà̀ è la sua. Ritornano i ricordi di una vita lontana trascorsa con Oreste, il migliore amico d’infanzia con il quale condivide un segreto. Quando è evidente che Napoli rappresenta per lui una vita ormai perduta e che dovrebbe tornare al più̀ presto da dove è venuto, viene inchiodato dalla forza invincibile della nostalgia.

Nostalgia è una storia che ne contiene tante altre. È la storia di un ritorno a casa, e di un ritorno nel ventre materno. È la storia di un rapporto che si ribalta di una madre che ritorna bambina e un figlio che diventa genitore, e, in una delle scene più commoventi del film, la lava come se stesse facendo il bagno a un infante. È la storia di un uomo che prova a ritrovare le coordinate di un mondo, sulle mappe della città, ma soprattutto dentro se stesso, per capire chi è stato, e chi è oggi.

Non voleva tornare a Napoli, Felice. E oggi non se ne vuole più andare. È la nostalgia. La Napoli di oggi non sembra essere cambiata affatto da quella che Felice (Pierfrancesco Favino) ha lasciato a quindici anni. Le strade strette del Rione Sanità sono le stesse, quel mare in cui arrivare in moto è lo stesso. Felice compra anche la moto, come quella che aveva da ragazzo, e compra casa nei luoghi dove aveva vissuto. E sì, nonostante oggi sia cambiato, nonostante il parroco del rione (Francesco Di Leva) lo sconsigli, Felice prova anche a ritrovare quel vecchio amico, Oreste (Tommaso Ragno).

Il film di Mario Martone è pervaso da un senso di nostalgia che si respira fino in platea. Ma è anche pervaso da un senso di mistero, e avanza sospeso, minaccioso. Ci avvolge e ci fa sprofondare in una Napoli inedita – sembra impossibile per tutte le volte che è stata rappresentata al cinema, eppure così non l’avevamo mai vista – che ci avvinghia e ci cattura. È una Napoli che è una vera e propria protagonista del film, bella, ferita e ipnotica. Il Rione Sanità è un paesaggio stato d’animo. È un dedalo, un labirinto interiore dove cercare, a fatica, se stessi. Perdendosi per poi ritrovarsi.

Nostalgia è anche la storia di un incontro con il nostro passato e, allo stesso tempo, il nostro lato oscuro. Oreste è il “doppio” di Felice, è la sua metà oscura, è quello che sarebbe potuto essere, forse, se non fosse scappato da Napoli. È la sua sliding door. È, forse, la sua nemesi. È in sua presenza che, in fondo, ritrova il suo essere napoletano. Perché Felice, che ha passato quarant’anni all’estero – Beirut, il Sudafrica, poi Il Cairo – quasi non sa parlare più l’italiano, lo parla come uno straniero che arriva da noi, ha perso i termini e le cadenze. Ma è di fronte a Oreste che tira fuori di nuovo la cadenza napoletana, come se tirasse fuori qualcosa che è stato rimosso. Da questi aspetti si può immaginare – immaginare, certo, perché non si può spiegare, va visto – il grande lavoro che Pierfrancesco Favino ha fatto sulla parlata, sulla voce, sugli accenti. Quella di “Picchio”, ancora una volta è una prova enorme, e una delle più commoventi della sua carriera.

Mario Martone porta sullo schermo questa storia con un cinema che è allo stesso tempo rigoroso e passionale, costruito alla perfezione eppure sfrenato, emozionale. Viaggia tra il presente, fotografato in maniera nitida, e in quel passato filmato come se fosse girato con un vecchio Super 8 e con quella patina seppiata degli anni Settanta. Filma quel Rione Sanità che fu di Eduardo De Filippo dandogli una luce nuova, non celandone affatto i problemi ma donandogli dignità e poesia. Sono immagini, e sensazioni, che porterete a lungo con voi una volta usciti dal cinema.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Top Gun: Maverick: Tom Cruise vi toglierà il respiro

Published

on

It’s time to let go”. “È ora di lasciar andare il passato”. È un dialogo che arriva in un momento chiave di Top Gun: Maverick, il film di Joseph Kosinski con Tom Cruise che riprende la storia del classico degli anni Ottanta, e che arriva finalmente nelle nostre sale il 25 maggio, dopo un passaggio, fuori concorso, al Festival di Cannes. È un momento molto commovente, che non vogliamo svelarvi, tra due personaggi fondamentali in quella che è stata la costruzione del mito di Top Gun. Quel lasciar andare il passato ha senso per la storia del film, lo capirete. Ma Top Gun: Maverick, che è dedicato alla memoria di Tony Scott, il regista del film del 1986, scomparso nel 2012, il passato non ha voglia di lasciarlo andare affatto. Sin dalle prime scene capiamo che ogni cosa in Top Gun: Maverick ci riporterà indietro nel tempo, a quel primo film. Anche questo ha un senso, nell’ottica delle scelte di Hollywood degli ultimi anni. Ma, quando a farlo è Tom Cruise, tutto è incredibilmente emozionante. “Takes our breath away”, ci toglie il fiato, hanno scritto i giornali americani, riferendosi alla famosa canzone del primo film.

Il Tenente Pete “Maverick” Mitchell (Tom Cruise) è ancora quel cane sciolto che passava in volo radente alla torre di controllo, anche se ora non lo fa più. È tra i migliori aviatori della Marina, dopo più di trent’anni di servizio è ancora nell’unico posto in cui vorrebbe essere. Evita la promozione che non gli permetterebbe più di volare, e si spinge ancora una volta oltre i limiti, collaudando coraggiosamente nuovi aerei. Anche se c’è chi gli dice che il futuro è alle porte, e che lui non ne fa più parte: i nuovi aerei volano senza piloti. Maverick viene chiamato ad addestrare una squadra speciale di allievi dell’accademia Top Gun per una missione segreta, e così incontra il Tenente Bradley Bradshaw (Miles Teller), nome di battaglia “Rooster”, figlio del suo vecchio compagno di volo Nick Bradshaw, che tutti conosciamo come “Goose”.

Top Gun: Maverick ce lo fa capire subito, dai titoli di testa. La scritta che precede il film, i rintocchi che aprono il famoso tema di Harold Faltermeyer, la musica solenne che sfuma nel rock di Danger Zone di Kenny Loggins. E quelle immagini di aerei che decollano su una portaerei, in controluce. Top Gun: Maverick inizia esattamente come il film del 1986, ed è perfetto così. Vuole farci una promessa, vuole dirci che siamo in quel mondo. Il nuovo film con Tom Cruise mantiene le attese, e ci fa vedere esattamente tutto quello che vogliamo vedere. L’accesa competizione tra i piloti, le evoluzioni degli aerei, guidati da uomini che li stanno spingendo, e si stanno spingendo, oltre i propri limiti, le riprese mozzafiato in cui sembra davvero di essere dentro un caccia e di lanciarsi a perdifiato in picchiata. Cieli sterminati, mari infiniti, orizzonti al tramonto. Tutto in Top: Gun Maverick è spettacolare. Ed è da vedere al cinema.

Tutto è spettacolare e tutto è studiato per riprendere i canoni del film originale. Come quei sorrisi killer di Tom Cruise. E anche quelli di Jennifer Connelly, una delle new entry del cast: è Penny, una ragazza che ha ereditato il pub che frequentano i piloti e che lo gestisce. Nella storia capiamo che tra loro c’è stato qualcosa in passato e che potrebbe tornare. Guardatela attentamente: dai capelli illuminati di biondo, ai suoi sorrisi, a un certo contegno ammiccante e sicuro di sé, a quel modo sfidare Maverick, ma in maniera suadente, tutto riprende il personaggio di Kelly McGillis del film originale. Da quel film arriva, atteso a lungo, anche Val Kilmer, nel ruolo di Tom Kazansky, noto a tutti come Iceman. Il suo ruolo nel film è molto particolare. E il suo rapporto con Maverick è di quelli intensi, densi, commoventi.

In Top Gun: Maverick c’è tutto quello che vogliamo trovare perché il film è a tutti gli effetti un requel, o un legacy sequel, un tipo di prodotto molto in voga nella Hollywood degli ultimi anni. Gli ultimi Star Wars, Ghostbusters: Legacy, Matrix Resurrections, il quinto Scream sono tutti film di questo tipo. Il legacy sequel vede in scena una storia nota, accaduta molti anni prima, che in qualche modo si ripete. Ci sono dei nuovi protagonisti, più giovani, a cui viene passata l’eredità, e accanto a loro ci sono ovviamente i vecchi protagonisti, o almeno alcuni. Il legacy sequel, in una storia nuova, legata all’originale, deve portare in scena, dosandoli sapientemente, tutti gli elementi iconici e i marchi di fabbrica del film originale. Top Gun: Maverick fa tutto questo in maniera perfetta. Dopo la sequenza iniziale, Tom Cruise entra in scena, svelando uno ad uno gli elementi iconici di Top Gun, il giubbotto di pelle da aviatore, gli occhiali Ray-Ban, in una sorta di vestizione del guerriero. Che poi sale a cavallo. E allora ecco quella moto con cui, arrivato all’accademia, sfrecciava accanto alla pista mentre gli aerei decollavano. C’è ancora Great Balls Of Fire, la canzone che Maverick e Goose cantavano al piano. E c’è anche quella partita tra i piloti: non è pallavolo, ma football americano. Ma il senso di raccontare il cameratismo, e di mostrare corpi fotogenici, in stile anni Ottanta, è quello.

Ma Top Gun: Maverick è anche più intenso del suo predecessore. La sceneggiatura di Ehren Kruger, Eric Warren Singer e Christopher McQuarrie riesce a creare tensione e a valorizzare i rapporti tra i personaggi molto più di quello che faceva il film originale, dando vita a una storia credibile proprio per quello che riguarda le relazioni. Il fulcro di tutto è l’incontro/scontro tra Maverick e Rooster, il figlio del suo grande amico scomparso a cui vorrebbe fare da padre, ma a cui rischia di tarpare le ali. Mandarlo in missione, e fargli rischiare la vita? Non mandarlo, e provare a proteggerlo? Il rischio è che Rooster finisca per odiarlo comunque.

Ma che cos’è che rende il mondo di Top Gun così affascinante? È qualcosa di molto particolare. Pur essendo ambientato in un mondo militare non sembra, e probabilmente non è, un film di guerra: non ci sono le scene di combattimenti a terra, i morti, la devastazione. In alto, su nel cielo, sembra tutto staccato dal mondo, un gioco. Una simulazione o un videogame. Per questo vedere Top Gun; Maverick mentre è in atto una guerra non è qualcosa che turba. I film di Top Gun hanno piuttosto qualcosa di catartico, un senso di libertà e di fuga dal mondo. In fondo questa storia parla di un sogno dell’uomo dalla notte dei tempi, dal mito di Icaro: quello di volare. E, in questo senso, il film riesce a creare delle sequenze d’azione spettacolari. L’ultima mezzora vi farà aggrappare letteralmente alle poltrone del cinema per la tensione. Due sequenze, una di fila all’altra, che sono le migliori battaglie aeree mai viste al cinema. Sì, Top Gun: Maverick vi toglierà il respiro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending