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Festival del Cinema di Venezia77 – Red Carpet – Day 4

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Photo: @MatteoMignani per DailyMood

 

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Zack Snyder’s Justice League: Ritorna l’età dell’oro degli eroi. Su Sky

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Un’immagine di morte, quella di Superman, scenari di distruzione, un’eco che rimbomba nei vari mondi, quello degli Atlantidei, quello delle Amazzoni e quello degli umani. Negli occhi delle persone ci sono terrore e stupore. Giovedì 18 marzo, alle 8 del mattino, in prima assoluta su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW TV e disponibile on demand, arriva finalmente l’attesissimo , in contemporanea assoluta con l’uscita negli Stati Uniti. Il film sarà trasmesso in prime time anche sabato 20 marzo alle 21.15 su Sky Cinema Uno. È l’atteso Snyder’s Cut, il film come Zack Snyder lo aveva pensato prima di dover abbandonare il progetto e lasciare il testimone a Joss Whedon, che aveva confezionato un film che non aveva convinto nessuno. Nello Snyder’s Cut tutto suona più epico, più tragico, più ineluttabile. È davvero un altro film. Anche il colore è diverso. Il film è a colori ma è così desaturato che a tratti sembra un film in bianco e nero. È ricco di controluce, e ci mostra un mondo a luci e ombre che è sempre stato quello in cui ci ha portato Zack Snyder. È un mondo plumbeo, oppressivo, opprimente.

Determinato ad assicurarsi che il sacrificio finale di Superman (Henry Cavill) non sia stato vano, Bruce Wayne (Ben Affleck) unisce le forze con Diana Prince (Gal Gadot) con lo scopo di reclutare una squadra di supereroi per proteggere il mondo da una minaccia imminente di proporzioni catastrofiche. Ma è molto difficile. Ognuno di loro deve affrontare i demoni del proprio passato, superarli, e solo allora potrà nascere una lega di eroi senza precedenti. Finalmente insieme, Batman (Affleck), Wonder Woman (Gadot), Aquaman (Jason Momoa), Cyborg (Ray Fisher) e Flash (Ezra Miller) potrebbero essere in ritardo per salvare il pianeta da Steppenwolf, DeSaad e Darkseid e dalle loro terribili intenzioni.

La versione di Snyder ha un altro respiro rispetto a quella di Whedon. Dura quattro ore, ma è una lunghezza che non si sente. È divisa in capitoli, come un romanzo, ma oggi che la vedrete in streaming potreste anche vederla a puntate, come se fosse una serie. Nella prima parte (Don’t Count On It, Batman) Bruce Wayne incontra Aquaman per dirgli che sta mettendo in piedi un’alleanza, contro un nemico che da molto lontano. Gli ambienti sono freddi, raggelati e raggelanti, come i “no” che vengono dati in risposta a Batman, che sembrano togliere ogni speranza al nostro eroe e al mondo. Fa freddo nell’artico, dove Batman ha incontrato Aquaman. Fa freddo, e piove, a New York, dove Lois Lane piange il suo Clark Kent. Fa freddo a Londra, dove una bandiera nera, a lutto, è issata sul Tower Bridge, e Wonder Woman sventa un attentato. “Posso essere come te un giorno?” chiede una bambina a Wonder Woman. “Puoi essere tutto quello che vuoi”, risponde Diana Prince. È il senso dell’essere un eroe: essere un modello, un simbolo. Nella seconda parte, The Age Of Heroes, è proprio Diana Prince a Raccontare a Bruce Wayne dei tempi andati, quando tutti gli eroi si unirono per combattere Darkseid, un alieno venuto per conquistare il mondo. È stata l’età dell’oro degli eroi, e dicevano che non sarebbe più tornata. Ora ci sono Wonder Woman e Batman. Ma gli altri dove sono?

La terza parte, Beloved Mother, Beloved Son, risponde alla domanda. Entra in scena Barry Allen, Flash. E il modo in cui lo fa è simbolico di tutto il taglio che Snyder ha dato alla storia. Nella Justice League di Joss Whedon Flash era l’elemento comico, leggero della storia, logorroico e ironico. Qui lo è ancora, ma nella scena chiave che ce lo presenta (e, come si è soliti fare, è raccontata rallentando tutto il resto intorno a lui) salva una ragazza in maniera epica, con un ralenti estremo e una musica che rende tutto lirico e poetico. C’è il ralenti, con la neve che cade, anche nella scena che ci presenta Cyborg, durante una partita di football, prima dell’incidente che lo poterà poi a vivere in un corpo robotico. La parte 4, Change Machine, è il momento dove la squadra entra in azione, dove incontra il suo nemico. Le “change machine” sono le scatole madri, gli oggetti che il nemico sta cercando, e di cui capiremo la vera natura. Del quinto e del sesto capitolo, All The King’s Horses e Something Darker, non possiamo raccontarvi troppo, così come dell’epilogo, A Father Twice Over. Quando vi sembra che il film sia finito non distraetevi, perché le sorprese non sono affatto finite.

Non tutto funziona comunque, anche nella versione di Zack.  Il cattivo Steppenwolf ci sembra ancora poco minaccioso, e poco approfondito, E anche i suoi aiutanti, che sembrano moscerini, rimangono piuttosto anonimi. Ma la versione di Snyder, rispetto al film che abbiamo visto quattro anni fa, acquista davvero tutto un altro senso. É il perfetto compimento dello Snyderverse, cioè l’interpretazione che Zack Snyder ha fatto del mondo DC, il suo DC Extended Universe. Chiamato a creare un’operazione simile a quella del Marvel Cinematic Universe, quello degli Avengers, Snyder era arrivato dopo che un primo reboot di Superman, firmato Bryan Singer, era andato malissimo. E dopo che Christopher Nolan aveva dato la sua impronta a Batman, dark ma allo stesso tempo realistica. Snyder aveva iniziato il suo viaggio da Man Of Steel, riprendendo in mano un eroe come Superman, alla luce di quello che aveva fatto Nolan con Batman, approfondire l’uomo – in questo caso un alieno – e le sue contraddizioni. Snyder lo aveva fatto alla sua maniera, con un notevole senso pittorico, con un senso tragico, con i suoi chiaroscuri, visivi ma anche interiori. Dopo Batman vs Superman, Snyder aveva portato la sua idea nel film corale, Justice League.

Ora finalmente vediamo la sua idea, che chiude lo Snyderverse, ritroviamo il Batman stanco e provato di Ben Affleck, il Superman di Henry Cavill, due figure entrate comunque nell’immaginario, e che non vedremo più. Quello che è venuto dopo e che abbiamo già visto, i film stand alone di Wonder Woman e di Aquaman, sono un’altra storia. Sono più pop. La marcia indietro della Warner e della DC su Justice League di quattro anni fa aveva finito per portare il film verso un altro stile, quello degli Avengers (Joss Whedon arrivava proprio dal mondo Marvel), ma senza averne le premesse. Insomma, ne era diventato una brutta copia. La Justice League di Zack Snyder riporta tutto a dove era iniziato, è un film che, piaccia o no il regista, ha uno stile ben preciso, una visione d’autore. È la vita secondo Zack, è il mondo di Snyder. È opprimente e senza speranza. Dopo che avevamo visto Justice League, versione Whedon, nella nostra vita precedente, oggi vediamo questo film con tutt’altro stato d’animo, mentre il nostro mondo sta davvero vivendo un incubo, dove davvero l’umanità deve unire le forze per uscirne, e dove, come mai da tanto tempo, abbiamo bisogno di eroi. Zack Snyder’s Justice League, allora, è il film giusto per rappresentare il nostro mondo di oggi, la nostra richiesta di aiuto.

Di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Oscar 2021: Mank guida le nomination, Pausini e Pinocchio soddisfazioni italiane

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Nell’anno della pandemia era prevedibile. E infatti così è stato: ancor più che nelle passate edizioni, è Netflix a dominare la corsa agli Oscar 2021. Ben 35 le candidature ottenute dal colosso dello streaming, con due titoli entrati in nomination per il miglior film della stagione. e Il processo ai Chicago 7, le due pellicole di punta di Netflix, rispettivamente con dieci e sei candidature totali, nella sfida per la statuetta più importante, se la dovranno vedere con Nomadland, fresco trionfatore ai Golden Globe, The Father, Sound of Metal, Minari, Judas and the Black Messiah, tutti con sei nomination, e Una donna promettente, che segue con cinque. Fuori dalla categoria maggiore ma sempre con cinque candidature, Ma Rainey’s Black Bottom (altro film Netflix), quattro invece per News of The World, tre per One Night in Miami e Soul della Pixar.

Di sorprese, rispetto alle previsioni della vigilia, ce ne sono state poche, e come facilmente pronosticabile, l’Academy quest’anno ha deciso di accontentare un po’ tutti i pretendenti in campo, arrivando alla fine anche a comporre un quadro di nomination che appare più che mai inclusivo. Come non era mai successo nella storia degli Oscar, compaiono infatti due nomi femminili nella cinquina della regia, Chloe Zhao (Nomadland) e Emerald Fennell (Una donna promettente), mentre tra gli attori protagonisti, troviamo Steven Yeun, che grazie alla sua interpretazione in Minari diventa il primo “Asian american” di sempre a gareggiare in questa categoria. A vedersela con lui, oltre ai “veterani” Gary Oldman e Anthony Hopkins, il favoritissimo (e compianto) Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom) e l’inglese di origini pakistane Riz Ahmed (Sound of Metal), andando così a formare una cinquina che è l’immagine perfetta della tendenza inclusiva di questa edizione.

Questioni socio-culturali a parte, gli Oscar 2021 ci regaleranno come sempre una sfida avvincente dai verdetti alquanto scontati. Perché se, oltre a Boseman tra gli interpreti maschili, le uniche statuette assicurate sembrano quelle di Soul come miglior film d’animazione e di Another Round come miglior film internazionale (soprattutto dopo che Thomas Vinterberg è stato candidato come miglior regista), nelle altre categorie i giochi sono apertissimi. Tra Vanessa Kirby (Pieces of a Woman) e Frances McDormand (Nomadland) sarà una lotta all’ultimo voto per aggiudicarsi il premio come miglior attrice protagonista; nella cinquina degli attori non protagonisti  deve vedersela con due interpreti di Judas and The Black Messiah (Daniel Kaluuyah e Lakeith Stanfield) e Leslie Odom Jr (One Night in Miami); tra le non protagoniste è difficile fare una previsione, con cinque agguerritissime contendenti (Olivia Colman, Glenn Close, Amanda Seyfreid, Maria Bakalova, Yuh-Jung Youn).

Per quanto riguarda il cinema italiano, nonostante Notturno di Gianfranco Rosi, già escluso, come sapevamo, dalla cinquina Miglior Film Internazionale sia rimasto fuori anche da quella dedicata ai documentari, possiamo solo essere contenti, considerando le tre candidature ottenute. Laura Pausini, infatti, dopo la vittoria del Golden Globe, è stata candidata per la sua canzone Io sì, del film di Carlo Ponti con Sophia Loren La vita davanti a sé, mentre il Pinocchio di Matteo Garrone è in nomination per i migliori costumi e per il miglior trucco. Una bella notizia per il nostro cinema, che è riuscito a far sentire la sua presenza anche in un’annata come questa, del tutto particolare e – speriamo – unica. Appuntamento al 25 aprile.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

 

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Oscar 2021: i pronostici tra Netflix e girl power

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E’ stata un’annata cinematografica particolare, per usare un eufemismo. Sale chiuse praticamente in tutto il mondo, festival annullati o rimandati, produzioni fermate in fieri, uscite continuamente posticipate a date ancora ignote, piattaforme (Netflix, Amazon & Co) a farla da padrone con i loro prodotti originali e non solo. D’altronde, non poteva essere altrimenti, e anche gli Oscar non avevano altra possibilità che modificare il proprio regolamento per adeguarsi alla situazione straordinaria venutasi a creare negli ultimi dodici mesi. Quindi cerimonia slittata al 25 aprile, accettata inevitabilmente la partecipazione delle opere distribuite direttamente in streaming ed estensione della finestra temporale di eleggibilità dei film a febbraio 2021. Sarà dunque un’edizione – speriamo – unica e irripetibile la 93a degli Academy Awards, ma ci sarà, perché alla fine the show must go on, sempre e comunque.

Sono tanti i titoli di richiamo che avremmo potuto vedere in gara quest’anno e che invece, presumibilmente, saranno protagonisti della prossima Award season. Ma nonostante queste assenze forzate, i film di qualità non sono mancati in questo nefasto 2020, quasi tutti fruibili esclusivamente in streaming, solo pochi arrivati nelle sale o passati per i festival. E dopo che l’Hollywood Foreign Press Association ha annunciato le cinquine dei Golden Globes, è giusto iniziare a fare qualche previsione sui possibili candidati ai prossimi Oscar.

Netflix aveva già fatto il pieno di nomination nelle scorse edizioni, ma nonostante le tante statuette ottenute e i pronostici della vigilia (due anni fa con Roma di Alfonso Cuaròn e lo scorso anno con Marriage Story e soprattutto The Irishman di Martin Scorsese) non è mai arrivata a vincere nella categoria del miglior film. Chissà se ci riuscirà ai prossimi Academy Awards o se si andrà disegnando uno sviluppo analogo al passato. Di certo il leader dello streaming si presenterà agli Oscar con dei titoli molto forti, apprezzati dal pubblico e dalla critica, ma dovrà vedersela con avversari agguerriti e già strapremiati.

Su tutti, il vincitore del Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia, e cioè Nomadland, il dramma di Chloé Zhao che per ora è dato dai bookmakers come superfavorito. Un pronostico che, oltre ad essere dettato dall’indubbia qualità dell’opera e dall’ottima accoglienza da parte della critica, tiene in considerazione anche il rapporto d’amore ancora non definito completamente tra l’Academy e il cinema in streaming. Chiaramente con questa stagione cinematografica sui generis, certe argomentazioni potrebbero anche essere messe da parte, e i film Netflix Mank di David Fincher e Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin hanno tutte le carte in regola per “arrivare a dama”. Forse più il secondo del primo, in realtà. Il film sullo sceneggiatore di Quarto potere ha diviso molto la critica, e nonostante guidi le nomination dei Golden Globes, in molti lo danno addirittura fuori dai possibili candidati come miglior film. Il dramma giudiziario di Sorkin, invece, sembra il classico titolo che può mettere tutti d’accordo, per il tema trattato, la solida scrittura e il suo supercast. Sempre targati Netflix, tra i film papabili per la massima categoria degli Oscar ci sono anche Da 5 Bloods di Spike Lee, su quattro veterani del Vietnam di ritorno dopo anni sul territorio di guerra, e Ma Rainey’s Black Bottom, sulla musica blues degli anni Venti. Sul versante Amazon, invece, a dire la sua potrebbero essere One Night in Miami, primo film da regista per Regina King, che immagina l’incontro in una stanza di hotel tra Malcolm X, Muhammad Ali, Sam Cooke e Jim Brown, e Sound of Metal, il toccante racconto di un batterista che perde l’udito. Outsider quasi sicuro di ottenere la nomination come miglior film è Minari, l’ultimo vincitore del Sundance Film Festival, l’emozionante storia di una famiglia coreana che si trasferisce in Arkansas. Infine, tra i titoli in ballo, anche l’acclamato Una donna promettente di Emerald Fenning, News of the World di Paul Greengrass, Judas and the Black Messiah e The Father di Florian Zeller, con uno straordinario Anthony Hopkins.

Ed è proprio quest’ultimo a guidare la lunga lista di possibili nominati come miglior attore protagonista. In questa categoria, infatti, i giochi sono ancora aperti, anzi apertissimi, con tanti nomi pronti a contendersi la candidatura. Il già vincitore di due premi Oscar dovrà vedersela con il compianto Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom), Riz Ahmed (Sound of Metal), Steven Yeun (Minari), la sorpresa Tahar Rahim (The Mauritanian), Gary Oldman (Mank), Tom Hanks (News of the World), Delroy Lindo (Da 5 Bloods) e anche con il danese Mads Mikkelsen, che alcuni danno come possibile outsider, soprattutto se il suo film Another Round, diretto da Thomas Vinterberg, dovesse entrare nella cinquina del miglior film internazionale (per cui per ora è dato favorito).

Anche tra le attrici protagonisti sarà una bella lotta, nonostante sembri che quattro delle cinque candidature siano già assegnate: Viola Davis (Ma Rainey’s Black Bottom), Vanessa Kirby (già vincitrice della coppa Volpi a Venezia per Pieces of a Woman), Frances McDormand (Nomadland) e Carey Mulligan (Una donna promettente) sono infatti quasi certe di ottenere la nomination. L’ultimo posto disponibile se lo contenderanno invece Nicole Beharie (Miss Juneteenth), Yeri Han (Minari), Andra Day (The United States vs Billie Holiday), Amy Adams (Elegia americana) ed infine la nostra “eterna” Sophia Loren che per La vita davanti a sé ha mancato la nomination ai Golden Globes ma potrebbe invece farcela per gli Oscar. La sola candidatura sarebbe un secondo Oscar alla carriera per lei. E noi, ovviamente, ce lo auguriamo.

Per le categorie dedicate ad attori e attrici non protagoniste. Da una parte vediamo in pole position Sacha Baron Cohen (Il processo ai Chicago 7), tallonato da Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah), Leslie Odom Jr (One Night in Miami), Bo Burnham (Una donne promettente) e David Strathairn (Nomadland) – e chissà magari anche con la possibilità Chadwick Boseman per Da 5 Bloods (doppia nomination postuma per lui?); sul versante femminile invece la sfida potrebbe essere tra Maria Bakalova (Borat 2), Olivia Colman (The Father), Helena Zengel (News of the World) e Glenn Close, che per la sua interpretazione in Elegia americana ha la possibilità di ottenere la nomination numero otto della sua carriera (per ora senza mai una vittoria).

E se per i film d’animazione la strada appare in discesa per Soul della Pixar, la categoria che probabilmente presenterà la cinquina più suggestiva è quella della miglior regia. Non soltanto perché è ancora difficile intravedere un favorito tra i vari contendenti, ma soprattutto perché quest’anno la presenza femminile, per la prima volta nella storia, potrebbe essere predominante. Se infatti l’Academy dovesse seguire le scelte dei Golden Globes, si potrebbe avere una cinquina con ben tre donne registe: Emerald Fennell, Regina King e Chloè Zhao. Uno scenario unico ed emozionante, specialmente se pensiamo che fino ad oggi sono state soltanto cinque le registe a riuscire nell’impresa di ottenere la nomination (la prima Lina Wertmuller nel 1977, l’ultima Greta Gerwig nel 2018) e solo una ad aver vinto (Kathryn Bigelow nel 2010 per The Hurt Locker). La concorrenza maschile è comunque forte con Aaron Sorkin (quasi certa la sua candidatura), David Fincher, Paul Greengrass, Spike Lee e Lee Isaac Chung (Minari) che scalpitano e sgomitano per entrare in cinquina. I giochi però sono appena iniziati e la strada che porterà all’annuncio delle candidature è ancora lunga.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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