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Festival del Cinema di Venezia77 – Red Carpet – Day 4

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Photo: @MatteoMignani per DailyMood

 

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Dune – Parte Due: Dennis Villeneuve, cinema che arriva da un’altra epoca

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Tuo padre governava in un modo che seguiva le regole del cuore. Ma il cuore non è fatto per governare”. È una frase che sentiamo dire alla fine di Dune – Parte Due di Denis Villeneuve, il secondo capitolo della saga ispirata al romanzo Dune di Frank Herbert e seguito del film Dune, vincitore nel 2021 di sei Premi Oscar, in uscita al cinema il 29 febbraio. Come si può capire da queste parole, Dune – Parte Due assume toni ancora più intensi, tragici, shakespeariani nel raccontare la lotta per il potere delle casate degli Atreides e degli Harkonnen, tra trame di palazzo ed epiche battaglie, tra la ragion di stato e le ragioni del cuore.  Dune – Parte Due riesce ad andare ancora oltre il primo film, a stupire visivamente e a ipnotizzare con il suo racconto, creando una nuova epica cinematografica che deve molto ad altre storie ma che trova una sua via, uno suo stile unico. È il primo grande film di questo 2024, quello con cui tutti dovranno fare i conti, al box office e alla prossima stagione dei premi, quello di cui si parlerà per i prossimi anni, fino a quando si chiuderà la trilogia con il terzo film.

La scelta tra l’amore e il destino dell’universo

Paul Atreides (Timothée Chalamet) si unisce a Chani (Zendaya) e ai Fremen, gli abitanti del pianeta Arrakis sul sentiero della vendetta contro gli Harkonnen, i cospiratori che hanno distrutto la sua famiglia. Di fronte alla scelta tra l’amore della sua vita e il destino dell’universo conosciuto, Paul intraprende una missione per impedire un terribile futuro che solo lui è in grado di prevedere.

Austin Butler, un essere proteiforme e belluino

A prima vista, Dune – Parte 2 è uno di quei film che colpisce già solo a leggere il cast clamoroso. Come scrivevamo in occasione del primo Dune, tutte le star del film brillano di luce propria e, allo stesso tempo, scompaiono nei loro personaggi, fondendo i loro volti e i loro corpi in un unico corpo attoriale e narrativo. Nel cast, accanto Timothée Chalamet e Zendaya, ci sono Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Florence Pugh, Dave Bautista, Christopher Walken, Léa Seydoux e Souheila Yacoub. E ancora Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling e Javier Bardem. Tutti volti indelebili. Ma a sconvolgere è soprattutto Austin Butler, che avevamo conosciuto sotto il ciuffo impomatato di Elvis, che qui è Feyd-Rautha Harkonnen, il ruolo che nel film di David Lynch era stato di Sting, un essere proteiforme e belluino, folle e assetato di morte, il corpo completamente glabro e il cranio calvo e rilucente.

Dune è il racconto dei racconti

Dune è il racconto dei racconti, racchiude decine di altre storie ma riscrive una storia nuova. C’è molto di Star Wars in Dune perché, come saprete, proprio il romanzo di Herbert è stata una grande ispirazione per George Lucas nel momento di creare quella famosa galassia lontana lontana. Paul Atreides, l’Eletto, il Profeta, è in qualche modo simile allo Jedi, a Luke Skywalker, un giovane che, attraverso un percorso di crescita, acquisisce una consapevolezza di sé e dei propri poteri. Ma se Star Wars deve molto a Dune, il romanzo di Herbert a sua volte deve molto alle Sacre Scritture. Paul Atreides, il protagonista, in fondo fa il percorso di Gesù. Come lui non viene riconosciuto subito come Messia, e la sua umiltà non lo fa subito imporre come tale. Come lui, che nel deserto era tentato dal Diavolo, tra le dune sabbiose del sud del pianeta Arrakis viene tentato dagli spiriti del Deserto. Figura cristologica per eccellenza (come lo sono tutti gli eletti del cinema, da Luke Skywalker al Neo di Matrix) Paul Atreides poi prende una sua via. La svolta che avviene verso la fine del film ne fa qualcosa di molto diverso, un leader carismatico ma anche violento, legato a un ruolo che gli impone scelte anche dure. Proprio come una figura shakespeariana.

Paul e Chani come Romeo e Giulietta

Ma c’è anche altro. Ci sono anche molti aspetti di altre religioni, come quella musulmana, in molte scene legate ai Fremen, e al loro modo di pregare e di vivere. In questo senso, i Fremen vengono rappresentati – sia per gli attori che li interpretano, sia per i loro modi di vivere – come i nostri abitanti di continenti come l’Africa o l’Asia, in particolare il Medio Oriente. E in quella loro voglia di ribellione e rivalsa contro i potenti della galassia, bianchi, si sente quasi il senso di un ribaltamento dell’attuale ordine mondiale, un voler compensare il colonialismo e i danni che l’occidente ha fatto al resto del mondo. Ma è una chiave di lettura ulteriore a una storia ben precisa. Che è anche una storia d’amore. Come non vedere, infatti, in quella scena di Chani chinata su Paul, che sembra in uno stato di morte, una celebre scena di Romeo e Giulietta? O ancora, nella storia di un uomo che arriva da fuori, e per amore sposa un intero popolo e cambia nome, non leggere quella che è la trama i Avatar?

Quell’arena enorme, infinita, interminabile

Una storia che già di per sé è articolata e intensa, carica di personaggi carismatici, è resa ancora più epica dalla costruzione incredibile dell’universo di Dune che ne fa Denis Villeneuve. Le scene indelebili sono tante, ma prendiamo su tutte quella dell’ingresso in scena di Feyd-Rautha Harkonnen, psicotico erede della famiglia rivale degli Atreides. In una sequenza virata in un bianco e nero carico di luce, ci troviamo in un’arena da gladiatori enorme, infinita, interminabile.

Spazi sterminati e volti indelebili

Ed è proprio questa la cifra di Dune, e di quella che è oggi la carriera di Denis Villeneuve. Da un lato punta al senso della meraviglia, dello spazio sterminato, della magniloquenza degli ambienti. Quell’immaginazione che in tante trasposizioni da libro a film va perduta con Villeneuve non è più un problema: con lui non ci sono limiti. Dall’altro lato, il regista canadese riesce a illuminare in modo speciale il viso dei protagonisti, a far uscire prepotentemente la luce degli occhi, che brillano come perle incastonate in quelli che sembrano dei volti scolpiti nella pietra, o dipinti su tela.

Cinema che viene dal passato, o probabilmente dal futuro

Come avevamo scritto in occasione della prima parte di Dune, si tratta di un blockbuster d’autore, una definizione che sembra un ossimoro ma che con Denis Villeneuve non lo è. Quella di Dune è una saga cinematografica diversa da tutte le altre, che si tiene lontana dal pop, che rifugge il fantasy e i colori troppo accesi per dei toni caldi e uniformi, ma carichi di sfumature. Dune ha un suo ritmo, un suo stile di racconto che non è parossistico come il cinema d’azione di oggi. Ma è solenne, epico, ipnotico. Guarda in qualche modo alla prima trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, che ricorda soprattutto per la grandiosità delle battaglie e delle scene d’insieme. Ma sembra guardare anche a certi kolossal del passato, a Cecil B. De Mille. Dune non è cinema che appartiene al nostro oggi. È cinema che viene dal passato, o probabilmente dal futuro. È fuori da ogni tempo. È cinema di un’altra epoca.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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I tre moschettieri: Milady: Eva Green è la dark lady in una storia d’amore e morte

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Siamo assassini D’Artagnan, che vi piaccia o no, laddove c’è la morte ci siamo noi”. È una sensuale e perduta Eva Green a parlare, rivolgendosi all’eroe creato da Alexandre Dumas, nel film I tre moschettieri: Milady, sequel de I tre moschettieri: D’Artagnan, in uscita al cinema il 14 febbraio. Eva Green è Milady, personaggio misterioso che ci ha sempre affascinato quando, da ragazzi, leggevamo il romanzo di Alexandre Dumas. In questa frase c’è una rilettura del mito di D’Artagnan: visto da sempre come eroe senza macchia e senza paura, qui viene visto anche come un assassino: in fondo il suo mestiere è uccidere. È quello che è capitato, di recente, anche nella saga di James Bond, quella dei film con Daniel Craig, in cui l’agente segreto veniva definito proprio questo: un “assassino”, un portatore di morte. Nel primo film della saga di Bond con Daniel Craig la dark lady era proprio Eva Green. E allora tutto torna.

I tre moschettieri: Milady, girato insieme a I tre moschettieri: D’Artagnan, è di fatto il secondo tempo di quel film. E completa, a suo modo, la storia del primo romanzo di Dumas, I tre moschettieri. In questa seconda parte, dopo che Constance viene rapita sotto gli occhi di D’Artagnan, in una frenetica ricerca per salvarla, il giovane moschettiere è costretto a unire le sue forze con quelle della misteriosa Milady de Winter. Mentre il Re è in balia del cardinale Richelieu, D’Artagnan e i Moschettieri sono l’ultimo baluardo prima del caos. Ma, con la Francia che rischia di essere messa a ferro e fuoco, il destino li porterà davanti a una scelta: sacrificheranno coloro che amano per portare a termine la loro missione?

Eva Green è l’attrice perfetta per dare un corpo e un volto, e insieme ad essi un’anima nera, alla misteriosa Milady. Che sia l’ambigua e fragile Vesper Lind, l’unica donna in grado di ferire Bond, di Casino Royale, o la velenosa e manipolatrice Ava Lord di Sin City 2, Eva Green in questi anni sul grande schermo ha sempre camminato elegantemente su quella linea sottile che separa – o unisce – eros e thanatos, amore e morte. Bellissima, sensuale, seducente, inquietante, pericolosa, Eva Green aveva evidentemente questo ruolo scritto nel suo destino. E ne I tre moschettieri: Milady, la seduzione non si fa attendere. Dopo un quarto d’ora, sola in una grotta con D’Artagnan, rimane con indosso un corsetto e si avvicina in modo inequivocabile a lui. “Abbandonatevi al demonio” sono le sue parole. Il gioco di attrazione e repulsione continua ancora, e non solo con D’Artagnan. E, come l’Artemisia di 300 – L’alba di un impero, anche qui passa dal combattimento al sesso come se fossero due lati della stessa medaglia.

Ma Eva Green è solo la punta di diamante di un dream team del cinema francese. Vincent Cassel è Athos, Romain Duris è Aramis e Pio Marmaï è Porthos. D’Artagnan è interpretato dal giovane François Civil.  Sono tutti perfettamente in parte, tutti credibili. A stupirci, ogni volta che lo vediamo sullo schermo, è Romain Duris, che avevamo conosciuto come timido e ingenuo protagonista del film francese L’appartamento spagnolo, quando ci sembrava un giovane Carlo D’Apporto. Cresciuto, invecchiato, sporcato il suo volto con la barba e le rughe, ha aggiunto diversi colori alla sua tavolozza d’attore. Così, proprio come il vino, invecchiando sembra migliorare anche Vincent Cassel, attore carismatico e poliedrico, che qui tocca altri tasti rispetto ai quali siamo abituati, con un’interpretazione contenuta, matura, che lavora di sottrazione. Ma non è finita qui: Louis Garrel è il Re Luigi XIII, Vicky Krieps è Anne d’Autriche, e Ivan Franek è Ardenza.

I tre moschettieri: Milady è questo, un cast stellare al servizio di uno di quei vecchi film di cappa e spada che un tempo erano diffusi e oggi sembra che non si facciano più. Sembra, appunto. Se il genere è meno diffuso di un tempo, in realtà la storia de I tre moschettieri di Alexandre Dumas è tornata più volte alla ribalta. Se i personaggi di Dumas sono vissuti in decine e decine di film, dal 1909, negli ultimi 25 anni abbiamo visto i moschettieri parecchie volte. Ricordiamo, tra gli altri, La maschera di ferro, liberamente ispirato al romanzo Il visconte di Bragelonne, il terzo libro di Alexandre Dumas sui moschettieri, che vedeva un giovane Leonardo DiCaprio nel ruolo del Re Luigi XIV. E poi I tre moschettieri, la versione ipercinetica, girata da Paul W. S. Anderson con la sua musa Milla Jovovic nei panni di Milady. E anche la versione decadente e picaresca del nostro Giovanni Veronesi, in ben due film, Moschettieri del re – La penultima missione eTutti per 1 – 1 per tutti, con i moschettieri interpretati dai nostri migliori attori. Ora l’eredità di Dumas torna dov’era partita, dalla Francia. È una visione fedele ai vecchi film, almeno a come ce li ricordiamo: solo un po’ più viscerale, violenta, realistica. Una storia dove l’amore è protagonista. Ed è sicuramente un film spettacolare.

Il regista, Martin Bourboulon, ha spiegato di aver semplificato la trama per non confondere il pubblico. Se azione ed emozioni funzionano, oltre ad aver semplificato la trama, però, Bourboulon ha anche cambiato il finale, o almeno parecchi snodi di esso. Così, se in qualche modo questo secondo film dovrebbe aver portato a compimento la storia del romanzo di Dumas, il finale aperto apre le porte a un ulteriore sequel. Che, a questo punto, prenderebbe un’ulteriore nuova direzione spostandosi ulteriormente dal romanzo di Dumas. E allora dipende se si vuole stare al gioco e godersi lo spettacolo, o storcere il naso di fronte alle infedeltà rispetto al romanzo. La scelta sta a voi.

“Abbandonatevi al demonio” dice la Milady di Eva Green. Demonio sì, eppure, per stessa ammissione dell’attrice, Milady non è mai stata così umana come in questo film. Lo è ancora di più rispetto al romanzo, dove di fatto è un personaggio monodimensionale. E in qualche modo potremmo dire che questa Milady rientra in un nuovo modo di intendere i personaggi femminili. La sua storia sta tutta in quella scena in cui è agli arresti e si confida con Constance. “Gli uomini. Da che sono una donna le loro mani mi hanno presa, sporcata, tradita. Ma non mi daranno la morte. La mia vita è stata loro. La mia morte spetta a me”. Ancora una volta sono gli uomini. Pensateci quando vedrete questo film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Warrior – The Iron Claw: Il wrestling è finto, il dolore è vero… e Zac Efron è irriconoscibile

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Sembra quasi di essere in Toro scatenato, non appena appaiono sul grande schermo le prime immagini di The Warrior – The Iron Claw, il nuovo film Sean Durkin con Zac Efron in uscita al cinema il 1 febbraio. Al centro della scena c’è un ring e le immagini sono in bianco e nero, sgranate. Inizia il combattimento e la macchina da presa è al centro dell’azione, nell’occhio del ciclone, come nel film di Martin Scorsese. Ma è un altro film. Ed è, soprattutto un altro sport: non parliamo della boxe ma del wrestling, strana commistione tra sport e spettacolo, dove tutto è preparato e tutto è coreografato. Ma dove, in ogni caso, si soffre davvero. Quel bianco e nero è solo per l’antefatto della storia, quando sul ring c’è il padre, il capostipite della famiglia Von Erich: cinque vite dedicate al wrestling, cinque vite perdute e una storia che sembra scritta da una penna esperta e invece è vera. Ne nasce un film molto particolare, imperfetto ma con grandi interpretazioni. E un tono particolarissimo, che oscilla continuamente tra tragico e comico.

The Warrior – The Iron Claw (The Iron Claw, in originale) racconta la vera storia degli inseparabili fratelli Von Erich, che nei primi anni Ottanta hanno fatto la storia nel competitivo e violento mondo del wrestling professionistico. Chi per decisione e chi per caso, chi da subito chi come piano b, tra tragedie e trionfi, all’ombra di un padre/padrone/allenatore predominante, i fratelli hanno cercato, e trovato, l’immortalità sul palcoscenico di uno sport così particolare.

Ma non ci sono solo quelle riprese in bianco e nero a rimandarci a Toro Scatenato. C’è anche la presenza di uno Zac Efron inedito e irriconoscibile. Variety, infatti, ha parlato di una trasformazione fisica degna del Robert De Niro di Toro Scatenato. Detto che parliamo di trasformazione, e non dell’interpretazione di De Niro, Zac Efron in The Warrior è impressionante. Lo vediamo nella prima scena in cui appare, quando si alza dal letto. Il suo fisico è enorme, ha una massa muscolare che sembra quella di Hulk. Ma è tutto ad essere cambiato: anche il viso sembra più roccioso, con la mascella quadrata. Un viso che il curioso taglio di capelli, una sorta di caschetto con la frangia, come si usava in quegli anni (la storia vera e propria comincia nel 1979) rende ancora più quadrato.

Ma, come dicevamo, questa non è la boxe. È il wrestling, sport – o spettacolo – tipicamente americano, che noi non riusciamo davvero a capire fino in fondo. È proprio il personaggio di Zac Efron a spiegarci che cos’è davvero il wrestling. “Non è finto, è prestabilito. Vai su se vali. Se il pubblico ti ama”. Detto così, è anche una metafora dello star system. Eppure in uno sport dove tutto è preparato c’è in qualche modo un campione mondiale, stabilito in base al gradimento di pubblico dei giusti manager. E c’è chi agogna a questo titolo: è un desiderio che non svanisce, che passa di padre in figlio, e da fratello a fratello. E allora ecco che devi essere preparato al massimo, forte fisicamente, enorme, indistruttibile. Sì, nel wrestling tutto è finto. Ma le botte, e il dolore, sono veri.

Tutto questo viene raccontato in un film che, come il cinema americano sa fare bene, viaggia alla perfezione dentro un’epoca e ci immerge in essa grazie a un uso particolare del colore, delle inquadrature e dei codici di comunicazione di quegli anni, come i linguaggi televisivi e le scritte in sovraimpressione degli incontri. Sembra davvero che il film sia girato a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, così come Tonya, un film che ha qualcosa in comune con questo, ci immergeva nell’America degli anni Novanta.

In comune con Tonya, seppur con toni diversi, The Warrior – The Iron Claw ha anche una storia in cui lo sport diventa ossessione e poi tragedia, e nel racconto in qualche modo diventa commedia. Entrambi i film per raccontare una storia che in fondo è terribilmente dura ne mettono in evidenza i caratteri ridicoli e grotteschi. E tutto questo riuscendo a non nascondere mai la profonda drammaticità. Tonya andava oltre, puntava sul mockumentary, il falso documentario, e su personaggi che diventavano quasi delle caricature; The Warrior rimane più ancorato a una recitazione realistica, tiene a freno la comicità, usandola solo per accentuare un elemento di questa storia: l’assurdità di certe scelte, certe credenze, certi comportamenti.

Il tutto è tenuto insieme da una regia non banale, che gioca spesso con il fuoricampo. Molte delle tragedie e degli snodi chiave della storia, infatti, non accadono in scena ma fuori, e vengono in qualche modo annunciati o evocati (vedi l’ansiogena soggettiva della corsa in moto che anticipa l’incidente) oppure introdotti da eleganti ellissi narrative (come il momento topico in cui conosciamo chi dei fratelli sarà lo sfidante per il titolo di campione mondiale dopo il lancio della monetina). Insieme all’ironia e al tono tragicomico di cui parlavamo prima, anche queste scelte di regia vanno nella direzione di “asciugare” una storia che sarebbe fortemente drammatica.

Ma The Warrior – The Iron Claw è anche un altro modo di raccontare il patriarcato. Che non è solo quello per cui le donne vengono messe in secondo piano, maltrattate, sottovalutate (anche qui vediamo una madre ridotta ad essere una presenza/assenza). È anche quello in cui, in una casa, un padre può avere un’autorità assoluta, fare il bello e il cattivo tempo, influire su qualsiasi scelta riguardi i propri figli. Un vero, letterale, diritto di vita e di morte su di loro. A interpretare il padre/padrone è Holt McCallany, il Bill Tench di Mindhunter, ed è eccezionale. Come lo sono gli altri attori: accanto al sorprendente Zac Efron ci sono Harris Dickinson, rivelazione della serie A Murder At The End Of The World, e Jeremy Allen White, visto in Shameless e ora sulla cresta dell’onda come protagonista della serie The Bear. Il risultato è un film dove il combattimento è raccontato così bene che, a momenti, vi sembrerà di sentire arrivare il dolore fisico.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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