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Psycho ha 60 anni. Alfred Hitchcock, un grande direttore con la sua orchestra

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Interno, giorno. Phoenix: sono le tre meno diciassette, e Marion (Janet Leigh) ha incontrato il suo amante. Inizia così Psycho (Psyco nella versione italiana), uno dei film più famosi di Alfred Hitchcock e della storia del cinema, che proprio 60 anni fa, 16 giugno 1960, veniva presentato a New York. Come ci racconta lo stesso regista nel famoso libro di Francois Truffaut Il cinema secondo Hitchcock, in quel modo, vedendo lei in reggiseno, entriamo direttamente nella storia. Capiamo che quello è un rapporto clandestino, e, cosa molto importante nel cinema dell’autore inglese, diventiamo tutti voyeur.

È da particolari come questo che si vede un grande autore, e un grande film. La storia di Psycho è nota, e, nel caso non abbiate mai visto il film, vi avvisiamo che incorrerete in qualche spoiler. Il fatto che il film inizi così, da un lato, pone subito sotto i riflettori Marion, che identifichiamo come la nostra protagonista. Dall’altro lato, l’attenzione è rivolta al lato sessuale. E in questo modo siamo portati a pensare che, nel momento in cui entra in scena Norman Bates (Anthony Perkins), lui sia solo un voyeur. Le cose, invece, come sappiamo, saranno molto diverse.

Psycho è ancora oggi uno dei thriller maggiormente studiati, oltre che amati. Alfred Hitchcock lo costruì in un modo perfetto. È girato in bianco e nero, e c’è un’atmosfera molto misteriosa, a partire da quella vecchia casa, così “gotica”, che si trova vicino al Bates Motel. Hitchcock raccontò che la cosa fu piuttosto accidentale: nel nord della California, dove è ambientata la storia, ci sono molte case che ricordano quella di Norman Bates, è uno stile che viene chiamato il “gotico californiano”. A quei tempi, Hitch non voleva per forza l’atmosfera di un vecchio horror Universal, ma quella di un film realistico. Come la casa, è realistico anche il motel. Tra l’altro, tra le due costruzioni si crea un equilibrio e un’antitesi: una è verticale e l’altro è orizzontale.

E poi, dentro le case, si muovono i personaggi. La particolarità di Psycho è che non ci sono personaggi simpatici, positivi, in cui il pubblico potrebbe identificarsi. Il pubblico potrebbe provare una certa empatia per quella che è, o dovrebbe essere, la protagonista, Janet Leigh. Ma, altra grande particolarità del film, la protagonista esce di scena molto presto. È un espediente narrativo che ha fatto storia, insolito, rischioso, a cui pochissimi sono ricorsi (tra questi ricordiamo M. Night Shyamalan con The Village). È in quel momento che capiamo che tutta la prima parte, come ci spiega Hitchcock, non è altro che un red harring, un espediente per sviare l’attenzione dalla vera storia. L’effetto è quello di rendere più forte la scena dell’assassinio: arriva improvvisa, inaspettata, violenta. È una sorpresa assoluta. Tutto, in Psycho, è costruito per arrivare a questo effetto.

È a questo che serve, in tutta la lunga prima parte, l’insistenza su quei 40mila dollari, sul furto del denaro. Ci chiediamo se la fuga di Marion andrà a buon fine, se si farà prendere. E invece il centro del film sarà un altro. Alfred Hitchcock, da grande conoscitore della macchina cinema, sapeva benissimo che al pubblico piace anticipare le scene, provare a indovinare cosa succede nelle scene successive. E allora gli piaceva manovrare il pubblico, dirigere completamente i pensieri dello spettatore. È per questo che ci dà tanti particolari sul viaggio di Marion: l’agente in moto, gli occhiali neri, il cambio di macchina. Anche quanto Marion e Norman, al Motel, cominciano a parlare, tutto è incentrato sui problemi di Marion, sulla sua storia. Il pubblico potrebbe pensare che lui possa farle cambiare idea.

Anche l’espediente di eliminare la star a un terzo del film fa parte di questa strategia: così l’assassinio è ancora più inatteso. Hitchcock, all’epoca, chiese di non far entrare gli spettatori a spettacolo iniziato (ai tempi si usava…), perché, in quel modo, Janet Leigh, in scena, l’avrebbero vista poco o niente. Una produzione “normale”, ricordò Hitchcock, le avrebbe dato il ruolo della sorella, che poi entra in scena per condurre le indagini. Ma, nel mondo di Alfred Hitchcock, lo sappiamo, niente è normale. È per questo che Psycho è un film dalla costruzione particolarissima e affascinante, il film in cui Hitchcock si è appassionato di più a giocare con il pubblico. Alfred Hitchcock, in Psycho, è stato come un grande direttore con la sua orchestra.

E in quella sinfonia che è Psycho c’è un movimento che, più degli altri, resta impresso. È la famosa scena della doccia, quella in cui Janet Leigh viene pugnalata. Fu girata in sette giorni, con settanta posizioni di macchina, per 45 secondi di film, che sono tra i secondi più famosi della storia del cinema. Era stato costruito un busto finto, con il sangue pronto a schizzare sotto le coltellate, ma Hitchcock non lo usò. Preferì usare una ragazza, una modella, che fece da controfigura a Janet Leigh: della star si vedevano solo il volto, le mani e le spalle. Tutto il resto è della modella. Il coltello, ovviamente, non tocca mai il corpo, ma le inquadrature e il montaggio fanno sembrare che lo colpisca. Non si vede alcuna parte tabù del corpo della donna: le riprese furono fatte al rallentatore in modo da evitare di riprendere i seni nell’immagine. Una volta montate, poi, non furono accelerate, perché davano comunque l’impressione di una velocità normale. La musica di Bernard Herrmann, acida e ansiogena, creata usando dei violini, farà il resto. È una scena molto violenta, il climax del film. Poi non saranno necessarie altre scene di questo tipo, perché lo spettatore avrà in mente queste immagini a lungo.

Psycho, all’epoca, fu un film sperimentale, un film a basso budget rispetto ad altre pellicole del maestro inglese. Ma quello che rendeva orgoglioso Hitchcock è che il film abbia avuto un effetto sul pubblico. Il regista ha sempre detto di non essere stato interessato tanto al soggetto, né ai personaggi. Quello che gli interessava era il montaggio dei vari pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora, tutto quello che potesse far urlare il pubblico. Quello che ha colpito il pubblico, secondo il regista, non è stata una grande interpretazione, né la storia del romanzo. È stato il film puro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Marvel Studios celebra i film

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“Il mondo può cambiare ed evolversi, ma c’è una cosa che non cambierà mai: siamo tutti parte di una grande famiglia”

Marvel Studios celebra i film con uno sguardo speciale ai prossimi lungometraggi nella Fase Quattro dell’Universo Cinematografico Marvel.

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Oscar 2021: trionfa Nomadland, Italia a mani vuote

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Nella prima – e speriamo ultima – edizione dell’era pandemica, gli Oscar vedono il trionfo di Nomadland, non tradendo i pronostici della vigilia e incoronando la sua regista Chloé Zhao. Dopo essersi aggiudicato il Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia, il film della regista di origini pechinesi si porta così a casa anche la statuetta più ambita del mondo del cinema, conduce al terzo Oscar la sua protagonista Frances McDormand (già vincitrice con Fargo e Tre manifesti a Ebbing, Missouri) ed entra di diritto nella storia. Sì, perché Zhao è la seconda donna in 93 edizioni degli Academy Awards a ricevere l’Oscar per la miglior regia (la prima è stata Kathryn Bigelow per The Hurt Locker nel 2010) e conquista anche il titolo di prima donna asiatica a trionfare in questa categoria.

In quella che è stata una cerimonia assolutamente sui generis, insolita, molto intima, con i candidati seduti a dei tavoli in “stile Golden Globes”, non sono comunque mancate le sorprese. Su tutte, la mancata vittoria del compianto Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom) come miglior attore protagonista. Il premio è andato infatti al grande Anthony Hopkins, che per la sua sontuosa interpretazione in The Father ha ricevuto il suo secondo Oscar a trent’anni di distanza da quello ottenuto per Il silenzio degli innocenti. Una sorpresa per tutti, anche per l’Academy stessa che, non rispettando il consueto cerimoniale, aveva posto la categoria ultima in scaletta, forse proprio per chiudere la serata con la statuetta postuma all’attore morto lo scorso agosto.

Venendo agli altri premi, Daniel Kaluuya si è aggiudicato la statuetta come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione dell’attivista del Black Panther Party in Judas and the Black Messiah, e Youn Yuh-jung è stata invece eletta migliore attrice non protagonista per la sua perfomance in Minari, diventando la prima attrice coreana a vincere un Oscar. “Come posso vincere contro Glenn Close?”, ha affermato l’attrice, sottolineando la stima per la sua collega giunta alla sua ottava nomination e ancora una volta uscita sconfitta.

Soddisfazione anche per Emerald Fennell, che ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura originale per Una donna promettente, e per Christopher Hampton e Florian Zeller che per The Father hanno vinto il premio per la migliore sceneggiatura non originale. Nessuna sorpresa nella categoria “miglior film d’animazione”. A trionfare è stato infatti Soul, il film della Pixar che causa Covid è uscito direttamente su Disney+ non passando neanche un giorno per le sale cinematografiche.

Come da previsioni, anche l’Oscar come miglior film internazionale al danese Another Round di Thomas Vinterberg, che ha dedicato il premio a sua figlia, morta a 19 anni per un incidente stradale proprio quando il padre era impegnato sul set del film.

Osservando i premi, è importante notare come Netflix, pur dominando le nomination e pur uscendo dalla cerimonia con il maggior numero di statuette (ben sette), non sia riuscito a vincere nelle categorie più importanti. L’appuntamento con l’Oscar per miglior film al colosso dello streaming è dunque ancora rimandato.

Infine, delusione per l’Italia, che non riesce ad accaparrarsi nessuno dei tre premi per i quali era candidato (miglior canzone con Laura Pausini per La vita davanti a sé, miglior trucco e migliori costumi con Pinocchio). Usciamo quindi sconfitti da questa 93esima edizione degli Academy Awards, ma dobbiamo comunque gioire per la vittoria più grande, e cioè la riapertura delle sale cinematografiche, che proprio da oggi potranno riaccogliere il pubblico. Andiamo al cinema, quindi. Torniamo a goderci l’esperienza del grande schermo!
Credit Image: @oscars.org

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Nomadland: L’altro lato del Sogno Americano è da Oscar

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Dovrei paragonarti a un giorno d’estate? Tu sei più amabile e più tranquillo. Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio. E il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine”. Frances McDormand, alla fine di Nomadland, il film di Chloé Zhao vincitore dell’Oscar 2021, declama il sonetto n. 18 di Shakespeare, noto anche come “Shall I compare thee to a summer’s day”. Nomadland ha trionfato agli Academy Awards vincendo come miglior film, miglior regia a Chloé Zhao e miglior attrice protagonista a Frances McDormand, dopo aver vinto il Leone d’Oro a Venezia e molti altri premi. Chloé Zhao ha fatto la storia, diventando la seconda donna, e la prima di origini asiatiche, a trionfare agli Oscar. E l’ha fatta anche Frances McDormand,  che ha vinto la sua terza statuetta diventando la seconda artista, dopo Katharine Hepburn, a ottenere tre volte l’Oscar come migliore attrice protagonista. Il film lo potrete vedere prestissimo: è in uscita il 29 aprile nei cinema aperti e il 30 aprile  sarà in streaming su Star su Disney+.

Dovrei paragonarti a un giorno d’estate? Tu sei più amabile e più tranquillo. Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio. E il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine. Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo, E spesso la sua pelle dorata s’oscura; Ed ogni cosa bella la bellezza talora declina, spogliata per caso o per il mutevole corso della natura. Ma la tua eterna estate non dovrà svanire, né perder la bellezza che possiedi, né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra, quando in eterni versi nel tempo tu crescerai. Finché uomini respireranno o occhi potran vedere, queste parole vivranno, e daranno vita a te.” I versi di Shakespeare rendono bene quel senso di contatto, di comunione con la natura che è Nomadland. Shakespeare è uno dei riferimenti letterari – un altro è il libro Nomadland: Un racconto d’inchiesta di Jessica Bruder, da cui è nata l’idea del film –  di una storia che è poetica, ma allo stesso tempo trasuda verità.

Frances McDormand è Fern, una donna matura che, dopo il collasso economico di una città aziendale nel Nevada rurale, e la scomparsa del marito, resta senza niente: non ha più la casa, il compagno di una vita, il lavoro. La sua vita com’era prima non esiste più. Così carica i bagagli sul proprio furgone e si mette in strada alla ricerca di una vita fuori dalla società convenzionale, come una nomade moderna. “I’m not homeless, I’m houselless. It’s not the same” dice Fern a dei conoscenti quando li incontra. Che suona un po’ come dire “non sono senza una casa, sono solo senza un’abitazione”. La casa di Fern è il suo furgone, ma è soprattutto dentro di lei, è tutto quello che si porta nell’anima.

Sarà banale dirlo, ma Nomadland è un affresco dell’altro lato del Sogno Americano, l’istantanea di una modalità di vita alternativa. Di un rifiuto, sereno e pacificato, del sistema precostituito. È un film da vedere accanto ad altre storie che hanno un’anima affine, come Into The Wild di Sean Penn e Below Sea Level di Francesco Rosi, solo per citarne alcuni.

Nomadland è un film che vive negli ampi spazi dei territori americani, è un viaggio verso Ovest che è simile a quello che fecero i pionieri secoli fa. Chloé Zhao, regista di origine cinese voluta da Frances McDormand dopo che aveva visto il suo film precedente The Rider – Il sogno di un cowboy, è cresciuta in città della Cina e dell’Inghilterra, e come tale è stata affascinata dalla strada, dagli spazi aperti, da questo viaggio senza fine alla scoperta di quello che c’è oltre l’orizzonte. Come spesso accade, chi non ha origini americane ha un modo di vedere l’America diverso, esterno, e riesce spesso a coglierne la natura intima, a fissarne i suoi aspetti iconici.

Tra inquadrature ampie e spazi smisurati, Chloé Zhao si sofferma anche sui dettagli. Alcuni sono più significativi di altri. Come quel primo piano su un cactus. È un’immagine della resilienza, di un essere vivente che si adatta a vivere con quello che ha, con la poca acqua che gli mette a disposizione il deserto. Vivere con poco si può, sembra dirci quell’immagine. ed è quello che sembra volerci dire anche Fern.

Sei da sola, lontano da tutti, potresti morire” dicono a Fern. Sì, ma da sola, lontano da tutti, può anche nuotare nuda nelle fresche acque correnti di un fiume. Può passeggiare sotto tramonti da brivido. Può pulire un parco insieme ad altre persone, e poi andare una festa di compleanno all’aperto. Può perdersi, come in un labirinto, tra le pareti alte delle montagne rocciose.

Gli uomini vanno e vengono, le città nascono e muoiono, intere civiltà scompaiono; la terra resta, solo leggermente modificata. Restano la terra e la bellezza che strazia il cuore, dove non ci sono cuori da straziare. A volte penso, senz’altro in modo perverso, che l’uomo è un sogno, il pensiero un’illusione, e solo la roccia è reale. La roccia e il sole”. Sono le parole tratte da Desert Solitaire, di Edward Abbey, un altro libro che è stato dato a Chloe Zhao mente stava girando. E così, lungo la strada, lungo quel set in movimento, i nomadi andavano e venivano mentre si stava girando il film. Alcuni conservavano rocce trovate durante le loro peregrinazioni, con le loro case su ruote alimentate dal sole. Dispensavano storie e saggezza davanti e dietro l’obiettivo della telecamera. Molti di quelli che vediamo nel film sono loro, persone che fanno veramente questa vita, e che danno al film un tocco di verità che ne fa qualcosa di unico. Accanto a loro, ci sono grandi attori. Come Frances McDormand e David Strathairn. “Dedicated to the ones who had to depart. See you down the road” recita la dedica finale del film. “Dedicato a tutti quelli che sono dovuti partire. Ci vediamo lungo la strada”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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