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Tv Mood

Come sopravvivere alla quarantena con i figli grazie a due indimenticabili manga giapponesi

Polici Francesca

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In tempi di quarantena, con le scuole chiuse, stare a casa con i figli diventa un’impresa a dir poco ardua. E, a meno che non abbiate figli adolescenti (e anche lì, vi serve un grande, grandissimo, in bocca a lupo), difficilmente un bambino riuscirà a seguire la cosiddetta “didattica a distanza”.

Così, in questi mesi, molti genitori, tra un esaurimento e l’altro, si sono dovuti improvvisare anche insegnanti. E a nulla valgono le ramanzine “politically correct”, con tanto di riferimenti ai più importanti manuali di pedagogia e/o psicologia infantile. Prima o poi, per tutti i genitori arriva il fatidico momento di “piazzare” il bambino davanti alla televisione. Ebbene sì, scopriamo gli altarini una volta per tutte. Per genitori e zii, a un certo punto, questa diventa una questione di sopravvivenza.

Ma, per evitare che Piaget si rivolti nella tomba e che i bambini da adulti utilizzino qualche precetto freudiano per incolparvi di qualcosa, è bene scegliere i cartoni giusti. Per chi è cresciuto negli anni Novanta sarà un vero e proprio gioco da ragazzi, grazie ai tanti cartoni (tutti provenienti da manga giapponesi) che ci hanno risparmiato anni e anni di analisi.

Partiamo così dal più iconico, quello che se non hai mai visto vuol dire che non hai avuto un’infanzia degna di essere chiamata tale. Il più bello, quello che ancora oggi vi fa piangere al solo pensiero, che vi ha coccolate, cresciute e rassicurate e chi vi ha insegnato ad amare le vostre amiche al di sopra di ogni altra cosa. Ovviamente parliamo di Sailor Moon. E per chi prova a spiegare il fenomeno (perché di questo si è trattato) banalizzandolo con un semplice “girl power”, oltre a macchiarsi di un imperdonabile insulto – sarebbe quasi il caso di fare una petizione online per trasformarlo in reato -, commette un enorme errore di valutazione.

Sailor Moon, infatti, è stato molto, molto ma molto di più di questo.

Nonostante le censure e i cambi che sono stati fatti nella versione italiana (sorte che purtroppo è toccata a molti manga giapponesi), questo meraviglioso cartone ci ha insegnato, prima di tutto, la bellezza dell’imperfezione in una società che ambisce alla sola perfezione (specie per le donne). Bunny non è la classica e banale eroina a cui siamo ormai abituati. È la ragazza più goffa del mondo, che commette un errore dietro l’altro. È terribilmente pigra, fifona e a scuola è un disastro. La nostra adorata Principessa della Luna ama mangiare e non gliene importa nulla della linea, vive di entusiasmo e di innamoramenti – come dimenticare i suoi occhi che si trasformano in due enormi cuori appena ha un colpo di fulmine per qualcuno?

Bunny ci ha insegnato ad accettarci per quello che siamo, a combattere per quello in cui crediamo con la determinazione che solo una Sailor ha, semplicemente perché è giusto farlo. E sì, ovviamente, ci ha insegnato anche il valore dell’amicizia sopra ogni altra cosa, il valore e l’importanza del fare squadra, sempre e comunque. La solennità di quel vero e grande amore che solo un’amica del cuore può darti.

Per non parlare della storia d’amore tra Sailor Uranus e Sailor Neptune (sapevamo tutti che non erano migliori amiche come ha voluto far passare la tv italiana, e nemmeno cugine come ha provato a far credere la tv americana) che ci ha fatto capire fin da piccole che l’amore è amore, e non ce ne importava proprio nulla se ad amarsi fossero due persone dello stesso sesso oppure no. In fondo, ci è battuto forte il cuore tanto per l’amore tra le due Sailor, quanto per quello tra Sailor Moon e Milord. Abbiamo fatto il tifo per loro allo stesso modo.

E a distanza di ben venticinque anni, l’iconico manga di Naoko Takeuchi ha ancora moltissimo da insegnare anche alle bimbe di oggi che, proprio come abbiamo fatto noi allora, non potranno fare a meno di amarlo.

A seguire, negli stessi anni di Sailor Moon, c’è stato un altro grande manga giapponese (sì, è innegabile, i giapponesi erano avanti anni luce) dall’inestimabile valore pedagogico: Ranma ½. Già il nome ci dice tutto. “Ranma”, infatti, in giapponese vuol dire letteralmente “confusione”. E Ranma è un ragazzo che, a causa di una maledizione, ogni volta che si bagna con l’acqua fredda diventa una ragazza. Adesso, obiettivamente, pensate a tutti i cartoni che vedono i vostri figli e/o nipoti, ma tra questi c’è qualcosa di anche solo lontanamente simile alla genialità e all’originalità di questo? Ovviamente no.

Proprio come Sailor Moon, anche Ranma ½ ci ha insegnato ad accettarci per ciò che siamo, ad abbracciare anche il nostro lato femminile e/o maschile.

Attraverso le vicende di strambi e buffissimi personaggi che hanno popolato i nostri pomeriggi d’infanzia, abbiamo capito fin da piccole che per fortuna la virilità maschile è cosa ben diversa dai modelli deleteri e superficiali che ci vengono spesso propinati. Ma la parte migliore di questo cartone è che riesce con enorme maestria a veicolare importanti messaggi educativi all’interno di una trama avvincente, ricca di azioni e combattimenti.

Quindi, se non volete rischiare di impazzire durante la quarantena e non volete nemmeno farvi dilaniare dai sensi di colpa verso figli e nipoti, ricorrete a questi meravigliosi manga. Vi salveranno dall’esaurimento nervoso e si riveleranno anche un ottimo strumento di formazione.

di Francesca Polici per DailyMood.it

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Serie TV

Little Fires Everywhere. Reese Whiterspoon, Kerry Washington e quei piccoli fuochi… su Prime Video

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Una casa prende fuoco, nella notte. Elena Richardson e il marito Bill guardano la loro lussuosa villa andare in fumo. La polizia dice che ci sono stati “little fires everywhere”, tanti piccoli fuochi lungo tutta l’abitazione che hanno causato l’incendio. Little Fires Everywhere è la nuova serie Abc, cioè Disney Television Studios, andata in onda in America su Hulu, e disponibile ora anche in Italia su Amazon Prime Video dal 22 maggio (in inglese con sottotitoli in italiano, la versione doppiata arriverà più avanti). La serie è tratta dal romanzo Little Fires Everywhere del 2017 di Celeste Ng. (Tanti piccoli fuochi in italiano) e vede come protagoniste due grandi star: Reese Witherspoon e Kerry Washington.

Ma riavvolgiamo il nastro, ed eccoci a quattro mesi prima dell’incendio. Siamo nell’agosto del 1997, a Shaker Heights, un sobborgo di Cleveland, Ohio, una di quelle tante periferie residenziali che siamo ormai abituati a vedere nei film e nelle serie americane. Elena (Reese Witherspoon) è una giornalista ed è la madre di quattro figli, adolescenti o preadolescenti. Insieme al marito Bill (Joshua Jackson, l’indimenticabile Pacey di Dawson’s Creek) vive una vita perfettamente organizzata e schematizzata, dove ogni cosa ha un posto e ha un tempo. Anche fare l’amore ha il suo momento, il mercoledì o il sabato sera. Nel quartiere arriva Mia (Kerry Washington), madre single, con la figlia Pearl (Lexi Underwood). Mia è un’artista, vive alla giornata, e nella vita ha cambiato più volte casa e città. Elena le affitta una sua casa. Mia trova lavoro come cameriera in un ristorante cinese, e poi anche come domestica in casa di Elena, che ha capito la sua situazione e cerca di aiutarla. Mentre Pearl sembra legare particolarmente con Moody (Gavin Lewis), il figlio di Elena. Izzy (Megan Stott), la figlia minore di Elena e Bill, è una ribelle, tenta di bruciarsi i capelli e, a un concerto di musica classica, si presenta con la scritta sulla fronte “Not Your Puppet”, non sono il tuo burattino.

Quei piccoli fuochi del titolo allora sono tutte quelle piccole scintille che, nelle nostre vite, avvengono all’improvviso e, se trascurate, rischiano di divampare in incendi molto pericolosi. Possono accendersi con un niente, e crescere fino a diventare devastanti. Come quelle piccole grandi bugie che potrebbero sembrare innocenti, ma possono portare a delle tragedie. Non abbiamo usato queste parole a caso, perché Little Fires Everywhere sembra seguire la strada di Big Little Lies, che aveva proprio Reese Witherspoon come protagonista. Il viaggio nelle famiglie della borghesia americana, la dinamica di inclusione/esclusione dei nuovi arrivati e dei diversi, le ombre che si nascondono dietro case ed esistenze perfette sono le stesse. Little Fires Everywhere però ha una sua personalità e suo tono ben distinto. Le storie che si muovono tra le ville dell’Ohio sono meno tragiche, meno estreme e più sfumate (non a caso lì si parte con un omicidio, qui con un incendio…). C’è meno violenza, non c’è una vera e propria guerra, ma un confronto continuo, fatto di solidarietà e diffidenza, complicità e dubbi, tra due mondi completamente diversi. E, a differenza di Big Little Lies, dove i figli sono più piccoli e non sono una vera e propria parte integrante del racconto, quanto un mezzo per scatenare i contrasti tra le varie famiglie, qui ci sono dei figli adolescenti, con personalità definite, che sono i veri motori della storia.

Little Fires Everywhere è una storia fondata, da subito, sul contrasto. Elena entra in scena con un quadro da Mulino Bianco, la famiglia che fa colazione prima di uscire. Mia e la figlia si svegliano dopo aver dormito in macchina. Elena è wasp, bionda, chic e impeccabile, e ha tutto sotto controllo. Mia è afroamericana, scarmigliata, hippie, e la sua vita sembra un caos. La grande magione padronale e la piccola casa in affitto, una serie di vite pianificate contro una vita alla giornata. Elena pare aver buon cuore e aiutare Mia. Ma continua a sospettare di lei. E i loro due mondi cominciano a lavorare come due vasi comunicanti (di cui, evidentemente, uno è troppo pieno e l’altro troppo vuoto, per cui tendono a compensarsi). Così Pearl, la figlia di Mia, entra nelle simpatie di Elena, oltre che del figlio Moody, e rimane affascinata dalla loro grande casa e dalla loro vita. Izzy, ribelle e insicura, vittima di bullismo, sembra entrare in sintonia con Mia.

Se la storia è già molto forte, a farla vivere sono due grandi attrici che in tv stanno vivendo da tempo una nuova vita di successo. Reese Witherspoon, dopo essere stata una reginetta della commedia al cinema, in tv sta dando prova di una grande maturità, fino a diventare il simbolo delle contraddizioni delle donne borghesi americane. Il ruolo di Elena arriva dopo Big Little Lies (senza dimenticare The Morning Show). Kerry Washington, esplosa con il cinema di Spike Lee, arriva dal successo di Scandal, in cui aveva un personaggio molto diverso da Mia. Sensuale, empatica, dolente, Kerry Washington porta con sé un intero mondo in questa serie.

Little Fires Everywhere fa parte di un genere ormai molto ricco. Potremmo chiamarlo Suburbs Drama, e, tra cinema e tv, vive lungo quelle strade perfette dai prati verdi e dalle casette eleganti, tutte uguali, che si trovano nelle zone residenziali americane. Da American Beauty a Revolutionary Road, passando per le Desperate Housewifes di Wisteria Lane per arrivare a Big Little Lies e Littles Fires Everywhere, c’è tutto un mondo da scoprire dentro a queste ville così ben curate. Ed è un mondo che prende fuoco.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Serie TV

The Eddy. Damien Chazelle e il jazz, atto terzo. Su Netflix

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Dove c’era la città delle stelle, oggi c’è la città delle luci. Dalla City Of Stars alla Ville Lumiere, Damien Chazelle ci regala l’atto terzo della sua storia d’amore con il jazz. The Eddy è la nuova serie tv, la prima nella sua carriera, che ha girato per Netflix, ed è disponibile dall’8 maggio. Dopo il jazz come sudore, sangue e lacrime di Whiplash, e il musical per cuori infranti di La La Land, in The Eddy vediamo la musica come duro lavoro, come quotidianità. The Eddy è un locale a Parigi dove suonare e far suonare jazz. A fondarlo sono stati Eliot (Andrè Holland) e Farid (Tahar Rahim). Ma nella vita di un locale come questo non c’è solo la musica che risuona quando le luci si spengono e rimangono accese solo quelle del palco. C’è una band da tenere unita a fatica, le prove certosine per far suonare al meglio una canzone, gli alcolici da pagare ai fornitori. Quando Farid viene assassinato, tutto diventa più difficile. E, quando a Parigi arriva Julie (Amandla Stenberg), la problematica figlia adolescente di Eliot, tutto diventa ancora più complicato.

The Eddy è il Damien Chazelle che non ti aspetti. La continuità con la sua opera è tematica (un cinema che racconta la musica e si fa musica), ma non stilistica. A differenza di altri autori cinematografici che usano la nuova tivù, quella delle piattaforme dello streaming, come prosecuzione su un altro mezzo del loro cinema, magari dilatando i tempi del racconto, ma non cambiando il proprio stile, Chazelle cambia decisamente passo. Il regista di La La Land interpreta il suo passaggio su una tv come se si dedicasse a un documentario, come se fosse un filmmaker che si immergesse nella vita reale di un locale e di una band per raccontarla dall’interno. The Eddy è girato spesso con una macchina da presa a mano, che si muove agile e veloce tra i tasti di un piano, lungo le superfici degli strumenti a fiato, accanto ai microfoni, e viaggia lungo tutti gli angoli del palco e i meandri del locale. La mdp di Chazelle si muove tra i corridoi di The Eddy, pedina i suoi personaggi, si muove alla loro altezza, sta in mezzo a loro senza mai guardarli dall’alto.

Spostandosi in Europa, Chazelle sceglie di abbracciare lo stile di un certo cinema europeo contemporaneo, soprattutto francese. Scordatevi i dolly della prima, famosissima scena di La La Land, la fotografia satura e brillante, o le figure tragiche e cariche di Whiplash. Anche gli attori, qui, sono alcune icone del cinema europeo. Tahar Rahim (Farid) è l’indimenticabile protagonista de Il profeta di Jacques Audiard, ma qui lo vediamo quasi sottotono, come una figura reale e non tragica: i capelli lunghi e raccolti, una barba accennata, un sorriso che ce lo fa vedere sotto una luce diversa. Così come Joanna Kulig (è Maja, cantante e compagna di Eliot), che ha fatto innamorare tutti in Cold War di Pawel Pawlikowski, senza essere ammantata dallo scintillante e stiloso bianco e nero di quel film, ci appare come una donna normale, anche lei, come tutti i protagonisti del film. La stessa Amandla Stenberg, che abbiamo visto in alcuni film americani, qui è calata nella quotidianità e lavora sui mezzi toni. Come tutti gli attori, del resto. Ogni puntata, pur portando avanti la storia, è dedicata a un personaggio, come se fosse la variazione su un tema di una sessione di jazz. Tra i produttori della serie c’è anche Glen Ballard, storico autore e produttore musicale.

In The Eddy c’è comunque molto del Damien Chazelle che abbiamo amato. Di Whiplash c’è l’idea del jazz come fatica, come sforzo continuo di provare e riprovare. Di La La Land ritroviamo il tema di un sogno da inseguire (aprire un proprio locale era quello del Sebastain di Ryan Gosling), la difficoltà nel raggiungere il successo, il fallimento che incombe come una spada di Damocle su chiunque provi questa strada. Ma The Eddy non ha la costruzione drammaturgica di Whiplash, né la coreografia e la perfezione scenica di La La Land. È la messa in scena della vita reale, anche con i suoi tempi morti. A Hitchcock, che diceva che il cinema non era questo, forse non piacerebbe. A chi ama un certo cinema europeo forse sì.

Insomma, dalla City Of Stars di La La Land alla Ville Lumiere di The Eddy il passo è breve, e allo stesso tempo anche molto lungo. Qui è tutto molto più prosaico, reale. Non si rischia di farsi lanciare addosso il piatto di una batteria, come capitò a Charlie Parker secondo la leggenda narrata in Whiplash, ma può capitare di essere picchiati dai fornitori degli alcolici per un mancato pagamento. In ogni caso, la morale della favola sembra essere la stessa. La vita è dura, per chi ama il jazz.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Serie TV

Hollywood. Netflix ci racconta la mecca del cinema, com’era e come sarebbe potuta essere…

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Chiedi chi era Peg Entwistle. Hollywood, la nuova miniserie originale Netflix ideata e prodotta da Ryan Murphy e Ian Brennan, disponibile dal 1° maggio, ruota intorno a questa figura. Peg Entwistle era un’attrice inglese che nel 1932, a 24 anni, si tolse la vita gettandosi dalla prima lettera della scritta gigante che campeggia sopra le colline di Hollywood, che allora era Hollywoodland. È un fatto tragico, e incredibilmente simbolico per come è avvenuto. È come dire che il mondo di Hollywood, scintillante e magniloquente visto dall’esterno, visto da vicino, sotto l’apparenza, vive anche di drammi. Uno su mille ce la fa, canterebbe Gianni Morandi. Peg Entwistle è il simbolo di chi non ce l’ha fatta. E al centro di Hollywood c’è Peg, un immaginario film ispirato proprio alla sua storia.

Hollywood racconta la storia di un gruppo di aspiranti attori e registi che cerca a qualsiasi costo di sfondare nella Hollywood del secondo dopoguerra. Jack (David Corenswet) è un ex soldato che arriva a Hollwood con la moglie incinta, convinto che basti un bel volto per sfondare, ma si trova a lavorare in una pompa di benzina, che non è altro che una copertura per un’attività di gigolo. La stessa dove capita Archie (Jeremy Pope), sceneggiatore afroamericano e gay che sta scrivendo il film Peg. Il regista del film potrebbe essere Raymond (Darren Criss), e la sua ragazza Camille (Laura Harrier) potrebbe aspirare al ruolo di protagonista.

Ma non è così facile. Perché Camille è afroamericana e, nella Hollywood di quegli anni, non è previsto che faccia la protagonista, ma solo parti di cameriera e domestica. Perché anche Archie è nero, e uno sceneggiatore come lui può solo scrivere i film per i neri. E se fa un film “per tutti”, il suo nome deve scomparire dalle locandine. Perché se dovesse uscire un film con protagonista un’afroamericana tutti i cinema degli stati del sud lo boicotterebbero. E perché un attore gay non può nemmeno essere preso in considerazione: non solo dovrà nascondere la sua natura, ma anche cambiare nome, e scegliere un nome più da macho, come Rock Hudson. Proprio Rock Hudson (Jake Picking) è un personaggio reale, la cui storia è incastonata tra quella di personaggi immaginari. Ogni personaggio, in Hollywood, è simbolico: mette in evidenza gli ingiusti favoritismi che hanno caratterizzato quel periodo, le discriminazioni basate sul colore della pelle, sul genere e sulle preferenze sessuali. Ma Ryan Murphy immagina che, in quel momento, prenda vita una Hollywood diversa, guidata dalle donne, da persone di buon senso e coraggiose. E che abbia la forza di abbattere gli steccati, di rompere gli schemi. La Hollywood che avrebbe dovuto essere, che forse è, o potrebbe essere, quella di oggi.

Ma Rock Hudson non è il solo appiglio alla vera Hollywood di quel tempo. La serie di Ryan Murphy prende a piene mani da quell’immaginario, mettendo in scena Vivien Leigh, Cole Porter, George Cukor, o evocando Alfred Hitchcock e David O. Selznick, a volte anche un po’ forzatamente, quasi a voler dire: siamo proprio in quel mondo. Hollywood si appoggia su una grande ricostruzione storica, con una superficie laccata e quella luce inconfondibile della California, con i colori pastello e i toni caldi degli anni Quaranta, come ce li immaginiamo (perché le immagini dei film, quando li vediamo realizzati, sono in bianco e nero). La serie di Ryan Murphy vive della fascinazione che, da sempre, il mondo di Hollywood, automaticamente evoca: siano gli anni Quaranta di Viale del tramonto, gli anni Sessanta di C’era una volta a… Hollywood, i giorni nostri di La La Land, Hollywood è sempre un luogo mitico, aureo, fuori dallo spazio e dal tempo. E il luogo dove si creano i sogni. E dove altri sogni naufragano.

Vedere Hollywood sotto questa nuova luce che le getta addosso Ryan Murphy, è allo stesso tempo stimolante e straniante.

Lascia un po’ spiazzati, attoniti, quel tono costantemente sopra le righe, esagitato, che si trova costantemente sul limite di sfociare nella farsa, a volte fermandosi prima, a volte cadendoci dentro. Hollywood ha un andamento jazzato, vola leggero al ritmo del jazz e dello swing anni Quaranta (che a volte danno vita a una colonna sonora fin troppo invasiva). Ma non è un tono che serve a far ridere, con battute o situazioni, quanto piuttosto a provare a dare leggerezza a dei temi che sarebbero piuttosto duri, come razzismo, omofobia, emarginazione.  Per capirci, non siamo dalle parti di The Marvellous Mrs. Meisel, una serie che, parlando di comicità, punta dichiaratamente sul sorriso, per sottintendere poi una serie di altri temi. Qui, per dare un registro brillante alla storia, sarebbe servita una scrittura più arguta, un po’ alla Woody Allen, per condire il racconto con battute più sagaci. Perché il racconto, nel suo sviluppo e nei dialoghi, ha una struttura piuttosto didascalica: spiega fin troppo chiaramente quali siano i problemi, quali le istanze in ballo, e altrettanto semplicemente trova gli escamotage per risolverli.

Hollywood è un racconto particolare già dal suo episodio pilota che, a differenza di quello che accade normalmente, indugia per una buona mezz’ora su un solo personaggio, il protagonista Jack, per poi tirare dentro gli altri personaggi con una sorta di struttura a catena, in cui ognuno è legato a un altro e lo introduce nella storia. In questo modo, la serie stenta un po’ a decollare, indugiando sul gossip, e sulle relazioni sentimentali e sessuali, esagerando nei toni. Per poi riprendersi quando entra nel vivo, quando si parla della materia cinema, si entra dietro le quinte del film in lavorazione. Il cinema nel cinema, da Effetto notte di Truffaut a C’era una volta a… Hollywood di Tarantino, è sempre entusiasmante, perché ci mostra la materia di cui sono fatti i nostri sogni. E perché Hollywood, al di là della messinscena, ha cose importanti da dire. Cioè che chi fa cinema, come e forse più di chi si dedica alle altre arti, ha il compito di provare a cambiare le cose, ad anticipare la società, a spronarla. Ryan Murphy (Nip/Tuck, Glee, American Horror Story) da sempre attento ai giovani e ai diritti degli omosessuali, ci parla di una Hollywood e di quei tempi per dirci che produttori e artisti devono avere quel coraggio anche oggi. È curioso che a raccontare questa storia sia Netflix: il maggior produttore di tv in streaming celebra il cinema. Il che vuol dire almeno tre cose. Primo, che il cinema è arte, è storia, e senza il cinema non ci sarebbero nemmeno Netflix e i colossi dello streaming. Secondo, che a loro volta anche realtà come queste possono raccontare grandi storie, e il dualismo tra cinema e tv on line non ha più senso di esistere. Terzo, che forse oggi il mondo delle serie tv diffuse in streaming è più coraggioso e più avanti delle major del cinema. E che il cambiamento possa partire da qui.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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