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Gli anni più belli, Gabriele Muccino e il bilancio di una generazione

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Una storia d’amore e d’amicizia quella che Gabriele Muccino racconta ne Gli anni più belli. Quarant’anni di speranze, sogni, rimpianti e delusioni che scorrono sullo schermo seguendo le vicende di quattro amici dagli anni Ottanta ad oggi. Il regista romano, allontanandosi dal dramma familiare in chiave melò del suo ultimo fortunatissimo A casa tutti bene, torna dietro la macchina da presa per fare un bilancio della sua generazione. Un bilancio sotto forma di epico romanzo popolare che vive di umanità e di sentimenti, che si sviluppa cadenzato dalle più importanti tappe della storia recente e che riesce tanto a guardare al passato quanto ad interrogarsi sul futuro.

Protagonisti sono Giulio (Pierfrancesco Favino), Gemma (Micaela Ramazzotti), Paolo (Kim Rossi Stuart) e Riccardo, anche chiamato Sopravvissuto (Claudio Santamaria). Il film segue la loro crescita dall’adolescenza liceale fino all’età adulta e oltre, quando superati i cinquant’anni non possono far altro che cercare di trovare un senso per la vita dei propri figli.

Alla base del film di Muccino c’è C’eravamo tanto amati, il capolavoro di Ettore Scola del 1974, film caro al regista, del quale ha acquistato i diritti. Ma non si tratta di un remake o di un reboot. Gli anni più belli è soltanto un grande omaggio a quella pellicola e a quel modo di fare cinema. Un cinema di cui – che piaccia o meno – Muccino rappresenta uno dei pochi eredi. Per spirito, vitalità, sguardo. Uno sguardo sincero, che ha il coraggio di non soffocare la semplice e naturale voglia di raccontare dietro una costruita autorialità, il coraggio di piegarsi alla narrazione e ai sentimenti, di concedersi al pubblico senza la paura di essere considerato “popolare”. E’ chiaro, si tratta di uno sguardo contemporaneo, più sentimentale che intellettuale, in quanto onestamente figlio dei nostri tempi, ma è comunque uno sguardo che indaga con acume la realtà sociale del nostro Paese.

E, dunque, anche se l’Italia sembra che faccia soltanto da sfondo al racconto, con gli eventi degli ultimi decenni (la caduta del Muro, Mani Pulite, la “scesa in campo” di Berlusconi, l’ascesa dei 5stelle) semplicemente a contestualizzare temporalmente le vicende dei quattro protagonisti, in verità è proprio in quest’ultimi che l’Italia stessa si riflette. Giulio, Paolo, Claudio e Gemma rappresentano le diverse anime della società italiana degli ultimi quarant’anni, contraddittoria, confusa e confusionaria, stanca di fare battaglie, lontana dall’ideologia, un po’ vigliacca e rinunciataria, all’apparenza superficiale ma in fondo passionale e capace in ogni momento di tirar fuori il desiderio di riscatto.

Gli anni più belli è dunque il ritratto di una generazione rabbiosa e indecisa, appesa nel vuoto politico e culturale dell’Italia. Una generazione che con difficoltà riesce a tracciare la strada per il futuro e a comprendere il solco lasciato nel passato. Muccino, per questo film, sicuramente ha attinto dal suo vissuto, e questa riflessione generazionale appare anche come una riflessione su se stesso – e non è un caso, infatti, che per quest’operazione abbia scelto di omaggiare un capolavoro del nostro cinema che lui ama molto. Il regista romano ci ripropone così, tutte insieme, tante tematiche e tante dinamiche a lui care: ci immerge nei sogni e nelle aspirazioni giovanili (qui da “tempo delle mele”), si tuffa senza freni nell’amore, indaga nuovamente lo scontro-genitori figli e lo sfaldamento del nucleo familiare, ci parla di amicizia, di tradimenti, di finti idealismi e di tradimenti. Ma non ritroviamo l’ “isteria” tipica del suo cinema, i sentimenti urlati, la “violenta” verbosità dei personaggi, la sua regia frenetica e vorticosa. Già con A casa tutti bene avevamo trovato un regista più riflessivo e delicato, ma Gli anni più belli ci restituisce un Muccino ancora diverso, intriso di malinconia, desideroso di dolcezza, pieno di speranza. Sentimenti, quest’ultimi, che dominano il racconto, e che gli interpreti, Rossi Stuart, Favino, Santamaria e Micaela Ramazzotti, veicolano perfettamente nel delineare sullo schermo l’evoluzione dei loro personaggi.

E’ anche grazie a loro se il film possiede una potentissima forza evocativa. Tutti perfettamente in parte, infondono ogni incontro, ogni sguardo, ogni abbraccio, ogni litigata di vera umanità, di passione sincera. Una passione, la stessa del loro regista, che avvolge completamente lo spettatore e che lo rende, ci rende tutti, i veri protagonisti del film.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Fences: Siamo il cambiamento che stiamo cercando. Parola di Simone D’Angelo

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Fences. Ovvero recinti, recinzioni. Come quelle, fatte di filo di ferro a reticoli, che siamo soliti vedere intorno a un campetto di basket. Ma i recinti spesso sono soprattutto mentali, sono dentro di noi, sono quelli che ci vengono inculcati. Sono quelle barriere che ci sembra impossibile poter superare. Fences, il nuovo cortometraggio di Simone D’Angelo, ci racconta tutto questo. È la storia di un ragazzo che si sente solo, sperduto nel mondo in cui si muove. C’è qualcosa che lo frena nell’avvicinarsi agli altri, un recinto di quelli che molto spesso abbiamo dentro di noi. È un recinto che si chiama pregiudizio. “Ho sentito il bisogno di dire cosa pensavo dei pregiudizi e ho provato a farlo con un video” ci racconta Simone D’Angelo, modello e attore. “Quando vieni valutato solo per l’aspetto e non per quello che realmente sei, ti cade il mondo addosso ma allo stesso tempo, se si è forti caratterialmente, si trova sempre una strada per emergere”. “A quel punto ho contattato degli amici che hanno reso possibile il tutto” continua. “Andrea Riva mi ha aiutato a sviluppare le idee con riprese e luci, Leo Mel è la voce narrante, mentre la traccia del video è di Lee Hook. Insieme hanno ricreato l’atmosfera triste ma carica di adrenalina che volevo, come se avessero ricreato attraverso il suono il mio stato d’animo”.

Fences è un mini film teso e vibrante. Si muove su un’insinuante traccia di sintetizzatore su cui parte un ritmo hip-hop, in modo che il recitato diventa una sorta di rap. Ed è quella la cifra di Fences, che si muove in un contesto urbano, quello dei campetti di basket di periferia: tutti uguali, tutti immediatamente distinguibili. E spesso il principale spazio di socializzazione per tanti ragazzi, il cuore della vita sociale di un quartiere. Guardando Fences ci sembra di essere a New York, in un posto del Bronx, di Brooklyn o del Queens. Ma potremmo essere alla periferia delle nostre grandi città, o in una banlieue parigina. Un posto comune, ordinario. Eppure iconico, importante.

Simone D’Angelo riesce a cogliere tutto questo, a capire l’importanza dell’ambientazione per la sua storia, e restituirci tutto con le immagini migliori per raccontare questa storia. Fences vive di un bianco e nero nitido e brillante, ricco di contrasti. Come quelli che, apparentemente, vediamo all’inizio della storia. Guardando Fences ci viene in mente subito American History X, il film di Tony Kaye che metteva una regia ispirata, potente, dal taglio pubblicitario, al completo servizio di una storia. Ma anche un altro glorioso film in bianco e nero come L’Odio di Mathieu Kassovitz, per come il bianco e nero dipingeva le periferie di Parigi. E American History X è proprio la principale ispirazione di D’Angelo. “I film da cui ho preso spunto sono American History X e Shot Caller (in italiano è La fratellanza, ndr), quest’ultimo soprattutto per gli outfit” ci conferma D’Angelo.

Ho sempre amato il bianco e nero” ci racconta Simone D’Angelo. “Ironia della sorte, ci sono molti aspetti della vita che vedo o bianco o nero, diciamo che non ho mai amato i ma e i se, come non amo perdere tempo. Ho pensato al bianco e nero perché è un filtro che mi trasmette tanti stati d’animo tra cui solitudine, tristezza, freddezza ma soprattutto carattere”. Ed è vero. Quando guardiamo le cose in bianco e nero tutto ci appare più netto, più spietato, e anche più fissato indelebilmente su immagine. Quando guardiamo qualcosa in bianco e nero non possiamo sottrarci.

Fences è un fashion film, ma anche un corto d’autore. Dietro c’è un grande messaggio, ma anche un accurato lavoro di styling, con una perfetta scelta dei brand e dei capi di abbigliamento, che ci sono ma in qualche modo scompaiono nella storia, non le rubano la scena. “Nel corso degli anni la moda mi ha insegnato che la diversità è un bene prezioso utile per emergere e essere unici” ci spiega Simone D’Angelo. “L’ho fatto con un video, potevo farlo con delle foto, ma sicuramente il settore del fashion è uno dei settori che può far capire meglio questo messaggio. Prima per la scelta degli abiti, mi sono ispirato ad un film ma comunque ho scelto ragazzi che avessero uno stile che più si avvicinava ad esso. La scelta dei brand è stata fatta in base alle azioni e alle location del film. Quando mandi un messaggio forte penso che molte cose passino in secondo piano”. Simone D’Angelo ha già recitato altre volte in spot, video musicali e fashion film. “Ma questa è stata un’esperienza diversa” ci tiene a dire. “Quando il progetto è tuo, devi fare attenzione ad alcuni dettagli a cui in atre situazioni non fai neanche caso e soprattutto affronti la situazione con una mentalità diversa”.

Il messaggio di fratellanza, tolleranza, amicizia al di là dei colori, delle differenze e degli steccati è forte, e arriva tutto. Ma non sarebbe stato possibile senza gli altri tre amici di Simone, gli altri attori del film: Luca Maurino, Thiago Perri e Demba. Demba è nato in Senegal, classe 99. Ha 21 anni ma nonostante la giovane età ha già sfilato per brand importanti come Versace e Armani. Ha iniziato a lavorare come modello, dopo aver tentato la carriera calcistica, abbandonata in favore della moda. “Di questo progetto mi ha colpito subito l’idea e come volevano esprimerla” ci racconta. “Per il resto, con un team così, non si poteva che esprimerlo al meglio!”. Thiago è nato a Rio de Janeiro ed è un modello di 31 anni. Ha iniziato la sua carriera a 24 anni, dopo essere stato nell’esercito brasiliano, e vanta importanti collaborazioni con Dolce&Gabbana e Johnnie Walker. Cosa lo ha conquistato di questo progetto? “Il senso: avere una vita sociale e degli amici è molto importante”. Come è entrato nel ruolo? “Su invito del mio amico Simone, nel momento in cui mi ha raccontato l’idea che già mi piaceva” ci risponde Thiago. Luca Maurino è nato a Saluzzo, in provincia di Cuneo ed ha 27 anni. Ha iniziato a lavorare come modello a 23 anni dopo essersi trasferito a Milano. È il volto della Campagna SS 20 di The Bridge e il protagonista del video Isola di Città di Space One e Chiara Galiazzo. “Si tratta di una tematica attuale ma ancora sottovalutata” riflette Luca. “L’idea di rappresentarla in questo modo mi ha subito conquistato”. “I protagonisti del video sono tutti amici, persone che queste barriere non le hanno mai avute” aggiunge. “Vedendo spesso in giro situazioni simili e avendole vissute, fingere di escludere qualcuno dal gruppo non è stato difficile”. Ci siamo passati tutti, in fondo. A volte siamo stati esclusi, a volte abbiamo escluso. È per questo che Fences è un film universale.

Simone e i suoi amici lo ricorderanno a lungo, anche per quel particolare non da poco di quelle ore passate sul set. “Quel giorno faceva molto freddo e dovevamo registrare praticamente senza vestiti” racconta Thiago.È stato difficile ma ogni lavoro ha la sua ricompensa”. Anche Luca ricorda “il freddo incredibile che abbiamo patito per recitare in quel campetto da basket, in canotta a dicembre. Indimenticabile. Simone voleva la perfezione in ogni scena, siamo rimasti lì un bel po’ di tempo. Ne è valsa la pena”. La missione è compiuta: il messaggio è arrivato forte e chiaro. “We Are The Change We Are Looking For”. “Siamo noi il cambiamento che stiamo cercando”.

Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Location: Milano
Team
Art director : Simone D’Angelo
Video :
Andrea Riva ig @andrearivavideo
Models:

Simone D’Angelo ( agency: brave models) ig @simondangel
Luca Maurino(agency: boom models) ig @luca_maurino
Thiago Perri (agency: major models) ig @thiagoperri
Demba (agency: indipendent mgmt) ig @kingdeemboyz

Voice :
Leo Mel @eyestodream (agency: fashion model)

Music mix and master :
Luca Orbelli ig @madleehook

Production :
mad light creative ig @madlightcreativestudio

Models wear:

Simone :
necklace clocks and colours
plaid shirt Timberland
belt Diesel
jeans Siviglia
shoes Zara

Luca:
necklace Clocks and colours
hat Adidas
plaid shirt Diesel
suit Champion
shoes Champion

Demba:
hat Nike
trousers Versace
shoes Nike

Thiago:
necklace Clocks and colours
shirt Zara
trousers Armani
shoes Adidas

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American Psycho (il film) ha 20 anni. Ma Brett Easton Ellis aveva anticipato Trump

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Era l’America della seconda metà degli anni Ottanta, la New York di Wall Street e degli yuppie, quella dove Brett Easton Ellis aveva ambientato il suo American Psycho. Il romanzo uscì nel 1991, creando subito uno scandalo per le sue scene forti. American Psycho, il film, diretto da Mary Harron, usciva negli Stati Uniti (dopo un passaggio ai Festival di Sundance e Berlino) proprio 20 anni fa, il 14 aprile del 2000, suscitando molto meno scandalo. Da noi sarebbe arrivato il mese dopo, a fine maggio. La storia è nota. Patrick Bateman, consulente finanziario a Wall Street, vive nel suo appartamento di lusso all’undicesimo piano di un grattacielo del centro di New York. Ricco, elegante e molto preso da se stesso, vive tra il suo lavoro, i suoi abiti costosissimi e i suoi prodotti di bellezza di giorno. È un efferato serial killer, che uccide decine di uomini e donne, la notte. Il film American Psycho, che stempera la violenza del libro e finisce per essere un prodotto meno incisivo del romanzo, è ricordato anche per il suo attore protagonista, lui sì perfetto nel ruolo, quel Christian Bale che già aveva fatto vedere di che pasta era fatto, ma che avrebbe caratterizzato il cinema degli anni a venire.

Qualche mese fa è uscito Bianco, il primo libro non narrativo di Brett Easton Ellis, una sorta di memoir, un’autobiografia non lineare e non esaustiva, piuttosto una serie di flash sulla sua infanzia, le sue ispirazioni, le sue idee. È un libro nel quale Ellis torna spesso su American Psycho, sulla nascita del libro e sulla realizzazione del film. Ellis iniziò a pensare al suo romanzo alla fine del dicembre del 1986 e a buttare giù una scaletta a inizio primavera del 1987. Si era trasferito a New York, in un appartamento sulla 13a strada, nell’East Village, noto perché ci aveva abitato Tom Cruise. Il primo capitolo del libro, Pesci d’aprile, potrebbe suggerire che quello che leggiamo non sia proprio quello che accade al personaggio, ma che sia tutto un sogno, o il frutto della mente di un mitomane, “la sensibilità collettiva della cultura consumistica yuppie vista attraverso gli occhi di un sociopatico disturbato con tenui contatti con il mondo reale”, come scrive Ellis in Bianco. Forse diventò proprio questo, perché Brett Easton Ellis, in qualche mod,o viveva in una sorta di mondo fantastico a quei tempi. Più tardi, lo avrebbe ammesso: Patrick Bateman era lui, allo stesso tempo attratto e inorridito dal mondo che frequentava, e del quale comunque voleva far parte. Inizialmente era un libro su un ragazzo che si perdeva a Wall Street, un racconto lineare e realistico, la storia di una crisi d’identità e di valori, sulla scia di Meno di zero e Le regole dell’attrazione, con i quali doveva andare a formare un’ideale trilogia sugli eccessi giovanili nell’America reaganiana degli anni Ottanta. Ma in quegli anni Ellis andava spesso a cena con dei giovani che lavoravano a Wall Street. Erano molto evasivi sul lavoro che facevano, ed erano invece molto interessati a sfoggiare il loro stile di vita materialista, gli abiti Armani, i ristoranti dove prenotare un tavolo era un’impresa, le case estive negli Hamptons, le loro abbronzature, i loro tagli di capelli. La loro competizione, la loro boria erano a volte minacciose. E così, durante una cena con loro, Ellis decise che Patrick Bateman sarebbe diventato un serial killer. Il libro doveva uscire nel novembre del 1990, ma la sua uscita fu cancellata: il romanzo, secondo qualcuno, era offensivo. Non fu capito il suo carattere di satira.

Verrà capito in seguito, molti anni dopo (sarebbe comunque uscito nella primavera del 1991 con un altro editore) da molte persone, anche alcune donne. Tra cui la regista Mary Harron che sarà quella che porterà American Psycho sul grande schermo, facendone un film, e trasformando il romanzo in una “stilosa commedia horror con Christian Bale”, come la definisce lo stesso Brett Easton Ellis nel suo libro. A differenza di un altro film tratto da un famoso libro di Ellis, Meno di zero (in Italia uscito con il titolo Al di là di tutti i limiti), in American Psycho tutte le battute di dialogo e tutte le scene vennero tratte dal libro. L’immagine iconica del film è quella di Christian Bale, il fisico scolpito, nel momento di abbronzarsi (artificialmente). Quel fisico lo avremmo visto mutare più volte, negli anni seguenti: dimagrire a dismisura per L’uomo senza sonno e The Fighter, diventare quello di un supereroe in Batman Begins e gli altri film della trilogia di Christopher Nolan, ingrassare in American Hustle. Accanto a Bale, nel film di Mary Harron, troviamo Willem Dafoe, Jared Leto, Justin Theroux, Chloe Sevigny, Reese Witherspoon e Samantha Mathis. Il film, poi, ha un’interessante colonna sonora, che in parte segue i capitoli del libro di Ellis (vedi i Genesis), in parte punta a contestualizzare la storia negli anni Ottanta, con le canzoni dei New Order, dei Cure, dei M/A/R/R/S e di Eric B. & Rakim.

Ma c’è qualcosa che rende molto interessante American Psycho oggi. In quel libro (da rileggere prima di rivedere il film) Brett Easton Ellis aveva fatto di Donald Trump l’eroe di Patrick Bateman. Per farlo si era documentato, aveva fatto delle ricerche sui suoi modi spregiudicati di fare business, sul suo modo di mentire, sul suo probabile razzismo. Donald Trump è uno spirito che aleggia in tutto il romanzo, è il modello di Bateman, che lo cita di continuo e si identifica con lui. Perché quei ragazzi di Wall Street con cui Brett Easton Ellis usciva a cena, ovviamente, ne erano affascinati. Nel romanzo, Trump è citato più di 40 volte. È per questo che lo scrittore americano ha detto di essere stato preparato quando Trump era stato eletto presidente degli Stati Uniti. Perché aveva conosciuto tante persone a cui piaceva. E tante persone che lo apprezzavano ancora.

Anche dopo molti anni dalla pubblicazione di American Psycho, Brett Easton Ellis si è visto chiedere più volte dai suoi lettori che fine avesse fatto Patrick Bateman, come se si parlasse di una persona reale, di un conoscente dello scrittore. Se lo sentì chiedere dopo l’uscita del film, dopo l’11 settembre 2001, dopo la crisi dei mutui del 2008. E ovviamente dopo l’elezione di Trump a presidente USA. E la domanda saltava fuori a ogni Halloween, perché spesso c’era chi si vestiva da Bateman, con l’impermeabile trasparente macchiato di sangue indossato da Christian Bale nella scena in cui uccide il collega Paul Allen, cioè Jared Leto, con un colpo d’ascia in faccia. Un Patrick Bateman che si fosse mosso una decina di anni più tardi, alla fine degli anni Novanta, immagina Ellis, avrebbe fondato diverse aziende nel settore delle nuove tecnologie, sfruttando la famosa bolla della new economy. O anche trasferirsi nella Silicon Valley e andare a vivere a Cupertino. Se esistesse davvero, forse oggi sarebbe un consigliere di Donald Trump… Insomma, Patrick Bateman è tornato più volte a far riflettere il suo autore su cosa avrebbe fatto se si fosse mosso in un’altra era. Così scrive Brett Easton Ellis nel suo libro Bianco. “Com’era strano che l’incarnazione del mio dolore e della mia angoscia giovanili si fosse trasformata nella metafora dell’avidità distruttiva di un intero decennio, oltre che in una perdurante metafora delle persone che lavorano a Wall Street – un simbolo duraturo della corruzione – o di chiunque mascherasse dietro una facciata perfetta un lavoro più sporco e selvaggio”. Rileggete American Psycho, rivedete il film. Perché Patrick Bateman è ancora tra noi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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BEACH BUM – Una vita in fumo

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“BEACH BUM – Una vita in fumo”, l’originale e sovversiva commedia diretta dal regista Harmony Korine (Spring Brakers), è disponibile dal 13 marzo in esclusiva sulla piattaforma digitale CHILI, distribuita da Cloud 9 Film.

Il film è interpretato dal Premio Oscar Matthew McConaughey (Dallas Buyer’s Club), Isla Fisher (Animali notturni), Zac Efron (Ted Bundy Fascino criminale), Snoop Dogg (Training day), Stefania LaVie Owen (Amabili resti), Jimmy Buffett e Martin Lawrence (Bad Boys).

SINOSSI

Il poeta Moondog vive come un naufrago urbano a Key West.  Alcol, sesso, droga sono le sue uniche priorità assieme alla lettura di vecchie poesie. Da Miami arriva però una telefonata con cui la ricca moglie Minnie lo richiama all’ovile per presenziare al matrimonio della figlia Heather. Moondog torna quindi alla civiltà, pur senza cambiare abitudini. Stavolta però l’enorme ricchezza che finanzia la sua vita da spiantato viene messa davvero in pericolo da eventi imprevisti e Moondog si trova costretto ad affrontare il nemico più insormontabile: un centro di riabilitazione e l’obbligo di dover pubblicare una nuova opera.

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