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Gli uomini e la moda femminile

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Molti artisti decidono di vestirsi con abiti stereotipicamente femminili per combattere il maschilismo e il sessismo tossico, che vedono la donna e l’uomo doversi vestire ed essere in un determinato modo, come se avessero dei ruoli da riempire nella società. Ognuno che osa sfidare queste regole o uscire dagli schemi viene ridicolizzato e preso in giro dalla maggior parte delle persone. Per altre invece, queste persone diventano come dei modelli da seguire, perché hanno fatto pubblicamente quello che loro magari vorrebbero fare nel privato, per esempio David Bowie che si truccava o Steven Tyler che si vestiva da donna, ma che non hanno il coraggio di fare. Prima che qualche uomo famoso portasse i capelli lunghi e lo facesse diventare normale agli occhi del pubblico, molti ragazzi sono stati presi in giro per questa scelta. Non a caso, questi personaggi pubblici sono diventati dei veri e propri eroi per una porzione del pubblico maschile.L’esempio forse più celebre per aver sovvertito le regole di ciò che gli uomini potessero o non potessero indossare dagli anni ’70 ad oggi è il già citato David Bowie. Il cantante inglese è diventato un’ispirazione per generazioni di giovani ragazzi che si vergognavano dell’essere un po’ effeminati. Infatti, il Duca Bianco indossava vestiti androgini e un trucco pesante, giocando con stereotipi di genere quando ancora era una cosa inedita. Se si guardano i suoi video musicali si possono vedere le sue iconiche tute di colore fluorescente, le sue scarpe con i tacchi, i capelli rosso fuoco che hanno aiutato a cambiare il punto di vista del pubblico sugli stereotipi di genere.

Facendo un salto temporale alla contemporaneità, uno degli esempi nostrani che esemplificano questo concetto è Achille Lauro, che al Festival di Sanremo 2020 ha scioccato il pubblico togliendosi un cappotto rivelando una tuta aderente color carne glitterata sul palco più famoso della musica italiana. Il cantante indossa trucco e abiti tradizionalmente ritenuti femminili perché rifiuta le convenzioni di genere che portano a tante discriminazioni e violenze. Il rapper romano ha intitolato il suo singolo “Me ne frego” come se stesse già rispondendo alle critiche seguite alla sua esibizione.

Parlando di cinema, l’anno scorso l’attore Billy Porter si è presentato agli Oscar con un outfit fatto dalla metà superiore da un tuxedo e nella parte inferiore da una gonna ampia. La scelta ha stupito tutti perché ha dimostrato come fosse importante mettere in questione gli stereotipi di genere in una circostanza elegante tradizionale ed elegante come quella degli Oscar, dove le convenzioni femminili e maschili tendono a polarizzarsi ancora di più del solito. Su Instagram ha commentato che è sempre stato appassionato di moda, ma che da uomo le sue scelte erano limitate e la sua mascolinità messa ancora più facilmente in questione perché gay e di colore. Ha concluso il messaggio dicendo che non si è mai sentito così tanto mascolino che quel giorno indossando i tacchi sul red carpet.

Photo by Delia Giandeini

Come abbiamo visto è abbastanza comune trovare uomini con look più tradizionalmente femminili nel mondo del cinema e della musica, ma non lo è per niente in quello dello sport. Il cinque volte campione di NBA Dennis Rodman nel culmine della sua carriera negli anni ’90 era famoso per il suo stile androgino. Era molto criticato nel mondo dello sport perché utilizzava abiti e trucchi femminili e si tingeva i capelli dei colori più eccentrici, ma per molti era un modello da ammirare e seguire proprio per il suo coraggio di uscire dagli schemi.

Gli esempi positivi di uomini che vogliono mettere in discussione gli stereotipi di genere e permettere a tutte le persone di indossare quello che vogliono indossare e comportarsi come vogliono comportarsi si sono moltiplicati negli ultimi 40 anni. Mai come in questo momento è stato possibile alle persone essere libere di esprimere la propria personalità attraverso forme non convenzionali. È una cosa che attira ancora molte critiche da parte della maggioranza della popolazione, ma che negli anni sta diventando sempre più normale.

Copertina: Photo by David Preston

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Jimmy Choo | Pearls of Wisdom, a Capsule Celebrating 30 Years of Jimmy Choo

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Per trent’anni, la perla è stata intessuta nel tessuto di Jimmy Choo: dalle pareti in travertino alabastrino delle prime boutique alla tonalità iridescente del packaging color ostrica distintivo della maison. Le perle hanno fatto la loro comparsa su scarpe e accessori in ogni forma, dalla più delicata alla più audace. La perla non è un semplice motivo decorativo, è un codice della maison.
Per celebrare i tre decenni di Jimmy Choo, la Direttrice Creativa Sandra Choi riflette su questo simbolo intramontabile con Pearls of Wisdom: una capsule collection e una campagna che rendono omaggio alla perla in tutte le sue forme. Preziosa ma resistente, formatasi lentamente e affinata nel tempo, è emblematica di un trentesimo anniversario e una metafora appropriata di tutto ciò che la maison ha costruito.
«“Pearls of Wisdom” mi è sembrato il punto di partenza perfetto per celebrare i tre decenni di Jimmy Choo. Il traguardo dei 30 anni si allinea in modo naturale a questo motivo che amiamo da tempo. Per me, la perla racchiude una forza discreta e duratura: aggraziata, mai ostentata e sempre caratterizzata da un tocco di giocosa purezza. Per questa collezione, volevo che la perla apparisse naturale e istintiva, un’espressione sottile del nostro passato che continua a plasmare il nostro futuro». Sandra Choi
La campagna è immortalata attraverso uno sguardo di silenziosa reverenza. Dalle immagini still life agli scatti con le modelle e alle vignette, queste immagini dialogano tra loro; ogni inquadratura è studiata, lenta e precisa, con ritagli che guidano lo sguardo verso i dettagli finemente realizzati che definiscono questa collezione. Lo styling riflette la versatilità intrinseca della perla stessa: sicura di sé, senza età e libera da vincoli legati alle occasioni; può essere indossata nei momenti più festosi della vita oppure come elemento capace di elevare la quotidianità, sempre con un senso di freschezza e modernità. Realizzate sia a colori sia in bianco e nero, le immagini richiamano l’eterna attualità e il fascino della perla, insieme alla forza del femminile.
Nelle immagini in movimento della campagna, una grafica con il numero ’96, l’anno di fondazione di Jimmy Choo, viene reinterpretata come simbolo di un’eredità: le forme curve diventano una coppia di apostrofi, uno diritto e uno rovesciato. Sovrapposti in primo piano, incorniciano e scandiscono le immagini. Un’eco visiva delle citazioni, delle storie e dei momenti iconici accumulati nel corso di trent’anni fondamentali. Come la perla stessa, rappresentano un richiamo all’anno di fondazione della maison, il 1996.
Tra scarpe, borse e gioielli, ogni pezzo della capsule offre una propria interpretazione della perla.
La zeppa scultorea dorata ITHACA, che prende il nome da un’isola greca il cui paesaggio romantico è impreziosito dalla madreperla, presenta sul lato inferiore un trio di perle in resina. Il sandalo IRINA avvolge il piede con perle in resina e cristalli, come collane sovrapposte, mentre la INGRID FLAT reinventa una robusta scarpa Oxford con una fibbia in perla di resina trompe-l’œil. Corsage barocchi sbocciano sulle tre silhouette della famiglia INES, proposta nelle versioni décolleté, mule e ballerina.
La BON BON, che richiama i corsage di perle barocche della famiglia INES, si affianca alla TUBE MINI BAG e alla minaudière RAINDROPS, entrambe rifinite con una frangia di perle in resina ricadenti. La clutch CLOUD evoca conchiglie di ostrica e onde dorate, mentre la OYSTER è una clutch scultorea in plexiglas, un oggetto d’arte ispirato alla forma naturale di una perla barocca. Ogni pezzo è concepito come un futuro cimelio, pensando ai prossimi trent’anni.

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Alexander McQueen sostiene Tate Britain The 90s: Art and Fashion

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Alexander McQueen è onorato di sostenere The 90s: Art and Fashion, una mostra di rilievo alla Tate Britain, curata da Edward Enninful OBE, la cui prospettiva unica esamina un’epoca che ha trasformato l’arte, la moda e la cultura contemporanea.

Alexander McQueen, fondato da Lee Alexander McQueen a Londra nel 1992, emerse durante questo decennio determinante per la moda e la cultura britanniche. Dopo essersi formato nella londinese Savile Row e alla Central Saint Martins, McQueen unì la precisione della sartoria e dell’artigianato britannici a una visione creativa sovversiva e senza compromessi. Il suo lavoro sfidò le convenzioni e ebbe una risonanza ben oltre la moda, riflettendo il ricco dialogo tra arte, cultura ed espressione creativa che caratterizzò gli anni Novanta.

Nell’ambito del suo sostegno alla mostra, Alexander McQueen ha concesso in prestito una selezione di look d’archivio provenienti dalle sue fondamentali sfilate degli anni Novanta. Presentati in dialogo con opere d’arte e voci culturali influenti, questi pezzi offrono una rara opportunità di vivere il lavoro degli esordi della maison all’interno del più ampio panorama creativo di un decennio che ha plasmato la storia della moda.

The 90s: Art and Fashion
8 ottobre 2026 – 14 febbraio 2027
Tate Britain, Londra

LOOK IN MOSTRA

Alexander McQueen Autunno Inverno 1998 ‘Joan’
Abito con cappuccio con base in tulle e perline tubolari in vetro rosso distribuite su tutta la superficie.

Alexander McQueen Autunno Inverno 1998 ‘Joan’
Armatura in metallo di alluminio, realizzata da Sarah Harmarnee per Alexander McQueen.

Alexander McQueen Autunno Inverno 1997 ‘It’s a Jungle Out There’
Giacca sartoriale in pelle di vitello con corna di impala.

Alexander McQueen Autunno Inverno 1999 ‘The Overlook’
Corsetto a spirale in metallo di alluminio, realizzato da Shaun Leane per Alexander McQueen.

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Genny, Too Chic to S-pook: il dark glamour dell’autunno-inverno 2026/27

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C’è un modo molto sofisticato di essere dark. Non ha bisogno di Halloween, di eccessi gotici o di atmosfere dichiaratamente cupe: basta un abito nero, una silhouette costruita alla perfezione e quel tocco di mistero che trasforma la seduzione in qualcosa di irresistibilmente contemporaneo.

È questa la direzione di Genny per l’Autunno-Inverno 2026/27, racchiusa già nel titolo della collezione, “Too Chic to Spook”. Un gioco di parole che racconta perfettamente l’attitudine della maison: prendere l’immaginario dark e renderlo glamour, sofisticato, femminile.

Il nero domina la collezione e diventa una materia da scolpire. Abiti aderenti, corpetti, gonne a sirena, volumi drappeggiati e dettagli costruiti sul corpo disegnano una femminilità intensa, mai urlata. La sensualità passa attraverso la silhouette: spalle importanti, vita segnata, scolli profondi e lunghezze che sfiorano il pavimento.

Ma il nero di Genny non è mai semplicemente nero. Cambia consistenza, riflette la luce, si arricchisce di trasparenze, piume, ricami e lavorazioni tridimensionali. È velluto, pizzo, tessuto tecnico, superficie lucida e materia quasi scultorea.

Accanto agli abiti più spettacolari compaiono capi dalla vocazione più quotidiana, ma sempre con una precisa impronta couture: giacche strutturate, top preziosi, pantaloni morbidi e silhouette minimali vengono attraversati da dettagli teatrali che impediscono al look di diventare prevedibile.

E poi ci sono gli accessori, fondamentali per completare questo universo: décolleté dal gusto rétro, pochette compatte, stampe animalier e gioielli che seguono il corpo come una seconda pelle. Anche qui il lusso non ha bisogno di esagerare. Un dettaglio basta.
La palette si apre occasionalmente a tonalità profonde e sofisticate, con incursioni di verde e superfici preziose, ma è il nero a rimanere il vero protagonista. Un nero sensuale, aristocratico, contemporaneo.

“Too Chic to Spook” gioca dunque con l’estetica gotica senza lasciarsene ingabbiare. Genny prende l’idea della donna misteriosa, della femme fatale, della notte e la porta in una dimensione più elegante e sofisticata.

Perché essere dark, questa stagione, non significa necessariamente fare paura.

Significa farsi ricordare.

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