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Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer hanno presentato a Roma Maleficent

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Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer hanno presentato in anteprima europea con Alice nella Città il nuovo film Disney Maleficent – Signora del male

Ieri sera, con uno speciale evento di preapertura, Alice nella Città ha accolto l’attrice premiata con l’Oscar® e tre Golden Globe® Angelina Jolie e l’attrice premiata con il Golden Globe® Michelle Pfeiffer per presentare a Roma l’anteprima europea del nuovo film Disney Maleficent – Signora del Male, nelle sale italiane dal 17 ottobre.

Maleficent – Signora del Male | Anteprima Europea

Per l’occasione, le due attrici hanno sfilato lungo via della Conciliazione su un carpet di 90 metri in black&white, tra Castel Sant’Angelo e la Cupola di San Pietro. Ad accoglierle numerosissimi fan per foto e autografi sulle note della canzone “You Can’t Stop The Girl” (Warner Records) di Bebe Rexha, la giovane cantante e compositrice americana con già all’attivo varie nomination ai Grammy.

Tra il pubblico anche numerosi volti dello spettacolo e del web tra cui Eleonora Abbagnato, Caterina Balivo, Aldo Montano, Rossella Brescia, Paola Minaccioni, Frank Matano, Nina Palmieri, Casa Surace, Madalina Ghenea, Roberta Giarrusso, Giorgio Pasotti, Adriana Volpe, Michela Cescon, Silvia D’Amico, Andrea Bosca, Giulia Valentina, Nicole Mazzocato, Greta Menardo, e molti altri ancora.

L’evento è stato anticipato da una masterclass dove Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer hanno incontrato oltre 100 bambini e ragazzi, studenti di cinema tra i 10 e i 25 anni, selezionati da Alice nella Città. L’incontro, moderato da Piera Detassis, Presidente e Direttore Artistico dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello, si è concentrato sulla carriera delle due attrici, la loro formazione, la loro esperienza sul set di Maleficent – Signora del Male e di altri successi che hanno costellato la loro carriera.

È importante non stancarsi mai di cercare ciò che ci differenzia dagli altri e ci rende unici – ha affermato Angelina Jolie ai ragazzi che hanno partecipato alla masterclass. “Il mondo è caratterizzato dalla diversità e diventiamo più forti quando ce ne rendiamo conto. “Il mondo dovrebbe essere un posto più tollerante verso la diversità – ha aggiunto Michelle Pfeiffer, – questo è il sortilegio che vorrei lanciare sul mondo“.

È stato un grande onore ospitare in Italia, nella città eterna, due attrici del calibro di Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer per la premiere europea di Maleficent – Signora del Male – ha commentato Daniel Frigo, Country Manager & Head of Studio Distribution, The Walt Disney Company Italy, Turkey, Israel & Greece. – “Ringrazio Alice nella Città, TIM e tutti i partner coinvolti che, con il loro impegno e sostegno, hanno reso possibile questo grandioso evento. Un ringraziamento speciale anche al team di The Walt Disney Company Italia”.

Diretto da Joachim Rønning, Maleficent – Signora del Male vede protagonisti Angelina Jolie, Elle Fanning, Chiwetel Ejiofor, Sam Riley, Harris Dickinson, Ed Skrein, Imelda Staunton, Juno Temple, Lesley Manville e Michelle Pfeiffer nel ruolo della Regina Ingrid. Scritto da Linda Woolverton e Noah Harpster & Micah Fitzerman-Blue e basato su una storia di Linda Woolverton, il film è prodotto da Joe Roth, Angelina Jolie e Duncan Henderson, mentre Matt Smith, Jeff Kirschenbaum e Mike Vieira sono i produttori esecutivi.

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Rambo: last blood. Il crepuscolo di Sylvester Stallone è infinito

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Il crepuscolo di Sylvester Stallone è lungo e dorato. Mentre il suo personaggio più amato, Rocky Balboa, è ormai arrivato all’ottavo film (6 della celebre saga più i 2 di quella di Creed), è ora il momento di riportare sul grande schermo John Rambo, l’altro grande personaggio che ha caratterizzato gli anni Ottanta e il successo di massa di Sly. Rambo: Last Blood è il quinto episodio della saga e, fin dal titolo, vuole al tempo stesso richiamare il titolo originale del primo film (First Blood) che mettere la parola fine, in modo glorioso, alla storia del tormentato reduce dal Vietnam, un uomo che, ovunque sia, non riesce a trovare pace. Sembra averla trovata nel ranch di famiglia, ai confini con il Messico, dove si era rifugiato alla fine del film precedente, John Rambo. Lì ha trovato in Gabrielle, una bambina di cui si è occupato dopo la morte della madre, una sorta di figlia, e quello di più vicino a una famiglia che abbia mai avuto. Ma quando la ragazza decide di andare in Messico a incontrare il padre, le cose prendono una piega sbagliata: viene catturata da un cartello di criminali che si occupa di prostituzione e rinchiusa in un bordello. Sapete di cosa è capace John Rambo: provate a toccargli una figlia e capirete.

Il punto è proprio questo. Rambo non è Rocky. Non è il pugile dal cuore d’oro, l’uomo bonario che picchia sul ring ma fuori non farebbe del male a una mosca. No, John Rambo ne ha viste troppe, è vissuto in un mondo di odio, di violenza, di guerre, e tutto questo gli è rimasto dentro. Rambo è una bomba a orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro, un vulcano dormiente, ma solo fino a che qualche evento scatenante non arriva a far uscire il magma incandescente che si porta dentro.

E l’evento scatenante è di quelli che non possono lasciare indifferenti, e sta qui la forza del film. A Sylvester Stallone va dato atto di essere riuscito a trovare, per il suo personaggio, una storia tanto semplice quanto forte. Ha scelto di ambientarla al confine tra Stati Uniti e Messico, una delle zone più calde della geopolitica attuale, e di aver scritto una storia che parla di abusi sulle donne, un vero e proprio nervo scoperto della società di oggi. L’aver preso una ragazza dolcissima, averci fatto capire che è come una figlia, e averla fatta cadere nelle mani sbagliate, è qualcosa che suscita abbastanza indignazione da far desiderare a chi guarda, come nel protagonista, una tremenda vendetta. Cioè a far scattare l’empatia tra il pubblico e John Rambo, a portarci tutti, qualora ce ne fosse bisogno, a parteggiare per lui.

E questa è una cosa da non dare per scontata. Forse solo il primo Rambo (questo il titolo con cui lo conosciamo, First Blood, come detto, è il titolo originale) era riuscito a farci entrare così in empatia con il nostro eroe. La saga di Rambo, va detto, non è come quella di Rocky, che quasi in ogni film è riuscita a conquistarci. Dopo Rambo, i film seguenti (Rambo 2 – La vendetta, Rambo III e John Rambo) sono stati un’altra cosa rispetto all’idea originale, due grandi spettacoli hollywoodiani, due kolossal d’azione, e un film forse più sincero ma inutile. Il pregio di questo Rambo: Last Blood è quello di aver voluto fare un passo indietro, di voler essere un piccolo film, una sorta di b movie indipendente, un film crepuscolare, cupissimo, grezzo e violento. Per gran parte della sua durata, Rambo: Last Blood è quasi un flm drammatico, fino al gran finale che mette in risalto la quintessenza di Rambo, diverte, ma forse con il suo grand guignol da slasher stride un po’ con la prima parte del film. Ma questo ultimo Rambo di Stallone ci pare un film sincero, non solo un’operazione fatta per soldi.

E permette a Stallone di toccare corde che finora forse non aveva toccato. Il suo look non è più quello dei lunghi capelli raccolti nella famosa fascia sulla fronte, i muscoli in bella vista e il caricatore a tracolla che ne hanno fatto un’icona. I capelli grigi, impomatati e pettinati all’indietro sono quelli che abbiamo visto nell’ultimo Creed. Il look è quello di un cowboy, con il classico cappellaccio da mandriano sulla testa. Il Rambo che conosciamo non dobbiamo ricercarlo più nell’aspetto fisico ma nell’indole, in un volto scavato dalla vita che ne ha passate tante, in certi sguardi feroci, infuocati, nella sua voce bassa, roca, sussurrata. C’è in un lui una stanchezza per una vita di violenza, un senso di dolore da non dare per scontato in un film del genere. Sì, Sylvester Stallone ci ha convinto ancora.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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YESTERDAY. Che mondo sarebbe senza i beatles?

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YESTERDAY. Che mondo sarebbe senza i beatles?

Che mondo sarebbe senza i Beatles? Rubiamo il motto a una famosa pubblicità per parlarvi di Yesterday, il nuovo film di Danny Boyle, scritto da Richard Curtis, nelle sale al 26 settembre. Che mondo sarebbe senza i Beatles è una di quelle domande retoriche che hanno una sola risposta: sarebbe inimmaginabile. Eppure le mente di Curtis, insieme a Jake Barth, autore del soggetto, ha immaginato che ci possa essere. È quello che accade a Jack Malik (Himesh Patel), un ragazzo inglese di origini indiane che di giorno lavora come magazziniere e la sera si esibisce nei pub cantando le sue canzoni. Che non sono affatto male, ma che nessuno si fila. Jack suona per gli amici o per pochi, distratti, avventori, e anche quando suona in un festival lo fa in una tenda secondaria, davanti a quattro bambini. Una notte, però ha un incidente mentre un blackout toglie la luce per 12 secondi in tutto il mondo. Al risveglio, quando la sua amica, manager e roadie Ellie va a trovarlo all’ospedale, lui le chiede: “Avrai bisogno di me, mi darai ancora da mangiare anche quando avrò 64 anni?” Ma lei non coglie il riferimento a When I’m 64… L’incredulità aumenta quando, davanti ai soliti amici, intona Yesterday: sono attoniti, commossi, come se l’avessero ascoltata per la prima volta. Ed è davvero così. Un po’ come capitava ad Amanda Sandrelli davanti Massimo Troisi nel 1400 in Non ci resta che piangere… Anche Google dà a Jack la conferma: ci sono gli Stones, Bowie, ma non c’è traccia dei Beatles. E nemmeno degli Oasis, il che ha una sua logica….

Non sappiamo come si comporterebbe Google in caso di ricerca per “commedia romantica inglese”, ma sarebbe d’obbligo che, tra i primi risultati, uscisse il nome di Richard Curtis. Lo sceneggiatore inglese è un vero maestro del genere, basti pensare a Quattro matrimoni e un funerale, Love Actually e il gioiello Questione di tempo, da lui anche diretto. È proprio con questo film che Yesterday ha molto in comune. Anche qui, per parlarci d’amore, Curtis crea un paradosso: lì era la possibilità di tornare indietro nel tempo, qui si tratta di passare a un mondo parallelo, dove i Beatles non sono mai esistiti, se non per il protagonista. È un elemento surreale che scatena una serie di incredibili eventi, ma che nel cinema di Curtis è comunque uno stratagemma per parlarci di relazioni, di sentimenti, di rimpianti. In fondo, anche il nostro Jack Malik si troverà, in un certo senso, di fronte alla possibilità di tornare indietro. Anche qui Curtis inserisce questo elemento in maniera naturale, senza bisogno di spiegazioni: in Questione di tempo il viaggio all’indietro era un dono di famiglia, e bastava entrare in un armadio, qui c’è un blackout, un incidente e il gioco è fatto. Si tratta, ovviamente, di stare al gioco. E, con i Beatles di mezzo, è un piacere. Ma di Curtis qui c’è anche altro, come quell’amore che bussa alle porte e non le trova sempre aperte ma, con i suoi tempi, ha anche la possibilità di tornare, come accade in Quattro matrimoni e un funerale.

Yesterday, come è stato detto, è più un film di Richard Curtis che di Danny Boyle. Il regista inglese, rispetto ad altri film che ha diretto, qui fa un passo indietro e si mette al servizio della storia. Anche se è un film meno personale, è forse il suo film più positivo e ottimista dopo The Millionaire, un’altra favola. A suo agio con la musica rock (ricordate Iggy Pop e Lou Reed in Trainspotting?), ovviamente Boyle si diverte, condendo anche il film con un paio di corse a perdifiato, proprio come quella di Ewan McGregor che apriva Trainspotting. Boyle si leva qualche sfizio, come qualche inquadratura sghemba nelle sequenze del Latitude Festival, o come nascondere Ed Sheeran dietro a un gioco di vetrate. Dopo aver solo sfiorato la direzione di 007 (ha diretto Daniel Craig solo nel corto per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra, mentre ha rinunciato a dirigere l’ultimo Bond) gli capita ora di custodire un altro simbolo della Cool Britannia nel mondo, come i Beatles. Lo fa con cura, anche con qualche sequenza non proprio bella (la stanza virtuale dove Jack assiste alla sua esplosione mediatica o la scritta Hello Goodbye che appare mentre i protagonisti ballano in un tunnel), ma il suo sguardo è evidentemente divertito e divertente. E anche affettuoso: il Jack di Himesh Patel potrebbe essere il fratello maggiore del Dev Patel del suo The Millionaire.

Ma se la storia di Curtis e Boyle ci arriva è anche merito del volto di Lily James, una di quelle bellezze discrete e cariche di dolcezza che ci fanno amare i personaggi che interpretano. È lei che rende credibile il rimpianto di Jack, che la conosce da vent’anni e non si è mai dichiarato, è lei che porta sullo schermo una delle idee di scrittura più belle del film, quella “colonna di…” a cui capita di venire incasellati: chiamatela la colonna di amici buffi, o quella di amica manager rodie, fatto sta che non è quella del grande amore. Non è capitato forse a tutti noi, in qualche momento della nostra vita, di trovarsi nella casella sbagliata? Richard Curtis è anche questo, ed è da questi particolari che si vede un grande scrittore.

Tra questi particolari c’è la scelta di inserire Help nel momento clou del film, quello del lancio del disco di Jack, quello in cui, come i Beatles, si trova su un tetto per presentare le sue canzoni, e sceglie proprio quella che John Lennon scrisse come grido di aiuto, all’apice della Beatlemania e dello stress da successo. Yesterday, in fondo, è anche una riflessione sul music business di oggi. Sul fatto che, anche se bellissime, le canzoni di un artista, per arrivare, abbiano anche bisogno di un’attenzione, di riflettori e amplificatori (qui è Ed Sheeran a fare da trampolino di lancio per Jack). E che ci siano strategie di marketing che possano anche non capire le canzoni, non adattarsi a certi strani nomi, a banalizzare tutto. Se oggi titoli come Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band o Abbey Road non sarebbero ritenuti adatti a un disco, viene da chiedersi: sarebbero possibili oggi i Beatles, e tutto quello che hanno significato? La risposta è sempre quella, che un mondo senza Beatles non potrebbe esistere. Ma qualche dubbio su quello che sarebbe il loro posto nel mondo oggi ce l’avremmo. In ogni caso, vedere un film come questo giocare su di loro e sulla loro assenza, ci fa capire ancora di più quanto siano grandi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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C’era una volta a… Hollywood. Credete nel cinema. Come Quentin Tarantino

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Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari, diceva Anton Cechov. Se in un film compare un lanciafiamme, bisogna che prima o poi dia fuoco a qualcosa, diciamo noi, iniziando a parlarvi di C’era una volta a… Hollywood, il nono, attesissimo film di Quentin Tarantino, il suo film più riflessivo, maturo, nostalgico: un nuovo modo di fare cinema, e allo stesso tempo il Tarantino di sempre. Non appena si inizia a seguire il film, ci si sente subito a casa: atmosfere, parole e immagini sono inconfondibili. C’era una volta a… Hollywood racconta la storia di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore famoso per i suoi ruoli d’azione negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta, che, nel 1969 in cui si svolge il film, sta vivendo una fase di declino: nessuno gli fa fare più il protagonista, ed è cercato solo per fare ruoli da cattivo. Il suo agente (Al Pacino) gli propone di andare in Italia e fare gli Spaghetti Western, ma lui non è convinto. Accanto a Rick c’è il fidato Cliff Booth (Brad Pitt), che gli fa da controfigura, in tutte le sue sequenze d’azione, da anni: ma è molto più che uno stuntman, è un tuttofare, un’ombra che lo segue, un grande amico. I due sono alle prese con l’inizio di un nuovo film, mentre nella villa accanto a quella di Rick arriva una giovane coppia: sono Roman Polanski, regista europeo reduce dal successo di Rosemary’s Baby, e la sua bellissima moglie Sharon Tate, in costante ascesa nel firmamento di Hollywood.

Tutti i film di Quentin Tarantino non sono ambientati nella realtà, ma in un mondo a se stante, creato dal geniale cineasta americano, un mondo che è quello del cinema. L’universo nel quale si svolgono storie come Le iene, Pulp Fiction, Jackie Brown e tutte le altre è costruito con mattoncini presi da tutta una serie di altri film e, come se fossero dei Lego, sono smontati e rimontati per creare qualcosa di nuovo. Ma C’era una volta a… Hollywood è ancora più di questo. È una dichiarazione d’amore verso il cinema. È l’Effetto notte di Tarantino, metacinema come il classico di Truffaut, ma ovviamente alla maniera del nostro. È un intricato gioco di scatole cinesi, un film che al suo interno ne contiene molti altri, probabilmente tutti i precedenti film di Tarantino, e ovviamente tutto il cinema di cui si nutrono. Sin dalle prime scene, C’era una volta a… Hollywood è un continuo entrare e uscire dai film, dai set, dalle sale cinematografiche, un continuo passaggio dalla realtà al cinema: solo che anche la realtà, come dicevamo, è fatta di cinema, e questo rende il film come una di quelle case degli specchi in cui ogni immagine si specchia in un’altra creando un riflesso infinito.

C’era una volta a… Hollywood, dicevamo, racchiude tutto il cinema di Quentin Tarantino. Il regista americano non ha paura di metterci dentro tutto quello che ama e che ha contribuito a creare il suo cinema. Oppure siamo noi che amiamo così tanto i suoi film da rivederli ovunque, e all’infinito. Così nel suo nono film vediamo il Cliff Booth di Brad Pitt sfrecciare in auto nella notte e pensiamo subito alle corse di Vincent Vega in Pulp Fiction. Arriviamo sul set e, come direttore degli stunt, troviamo proprio Kurt Russell, cioè lo Stuntman Mike di Grindhouse: A prova di morte, e accanto a lui ecco Zoe Bell, anche lei protagonista di quel film, e anche controfigura di Uma Thurman in Kill Bill. A proposito, ricordate la tuta gialla e nera che riprendeva quella di Bruce Lee? In quella scena con Russell e la Bell c’è anche il personaggio di Lee, in uno dei momenti più esilaranti del film, in cui Brad Pitt – come per tutto il film del resto – è ai livelli di Bastardi senza gloria.

Sì, C’era una volta a… Hollywood è un film di attori, e un film sugli attori, quei tipi “falsi, che dicono battute scritte da altre persone”. Riunisce Brad Pitt e Leonardo Di Caprio, già con Tarantino rispettivamente in Bastardi senza gloria e Django Unchained: il primo irresistibile, ammiccante, sexy, il secondo drammatico, dolente, tormentato. Il verso per richiamare il cane del primo, e le lacrime del secondo, dopo aver girato una scena che gli fa capire di essere ancora un grande attore, sono tra le cose che resteranno. Ma, ovviamente, c’è di più. Quando sentiamo dire al Rick Dalton di Di Caprio che quando un attore comincia a fare il cattivo è a fine carriera, Tarantino sembra parlare proprio del suo cinema e dei suoi attori, di quelle star come John Travolta, o Kurt Russell, che il regista ha preso, ridipinto come villain e rilanciato verso una nuova carriera. L’ironia sta anche nel fatto che, un tempo, fare il cattivo era visto come un passo indietro, mentre oggi gli attori fanno a gara per i ruoli da villain diretti dai grandi registi (pensiamo a Tom Cruise in Collateral o a Heath Ledger ne Il ritorno del Cavaliere Oscuro). E proprio Di Caprio, l’attore protagonista per eccellenza, l’eroe di Titanic, in carriera si è evoluto spesso in personaggi tormentati, creando un villain da antologia proprio per Tarantino.

A un certo punto di C’era una volta a… Hollywood, un set si apre, una quinta scivola di lato e svela ciò che c’è dietro, rivela la finzione e il gioco che tutti noi, dal regista allo spettatore, accettiamo ogni volta che parliamo di cinema. Il cinema, con film reali o inventati per l’occasione, entra spesso, in tutti i modi (il suono di una mitragliatrice, il dietro le quinte di un set, una scena che, mentre viene girata, ha già i movimenti di macchina e le luci del film finito) nel racconto principale, spezzando un film che, a parte questi inserti, ha un andamento piuttosto lineare, un respiro ampio, un ritmo più assorto rispetto agli altri prodotti di Tarantino, che partono in quarta e sparano subito alcune delle migliori cartucce. Sono film che prendono subito una direzione precisa, per poi cambiarla. Qui siamo a lungo in attesa di capire che direzione prenderà Tarantino, ma quando lo capiamo vediamo che tutto aveva un senso. A Quentin Tarantino, che era un commesso in una videoteca, il cinema ha probabilmente salvato la vita. E, in C’era una volta a… Hollywood, capiamo che il cinema le vite le può salvare davvero. Basta scrivere le storie con un altro finale. Basta crederci. E Quentin Tarantino crede talmente nel cinema da immaginare che possa fare qualsiasi cosa. Credeteci anche voi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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