Connect with us

Cine Mood

Pillole Glamour – Venezia 76, E poi arrivò il giorno della Ferragni

DailyMood.it

Published

on

Ed eccoci arrivati al tanto atteso giorno di Chiara Ferragni, sbarcata a Venezia per il documentario su di lei Chiara Ferragni – Unposted.

Ieri sera, infatti, a sfilare sul tappeto rosso della Sala Giardino è stata proprio lei, la diva-influencer più famosa del mondo. Al suo fianco, naturalmente, l’immancabile Fedez e la sua famiglia.

Chiara Ferragni in Dior Couture

Inutile dire che tutti i flash sono stati per lei. E non solo perché è Chiara Ferragni ma soprattutto perché, piaccia o no, in quanto a stile non le si può dire davvero niente. Batte tutti 3 a 0 – anche se, c’è da dire, la madrina di questa Venezia 76 le tiene testa con grande classe.

E ieri sera la nativa digital ha letteralmente incantato con il suo abito principesco blu notte di Dior Couture – quando si dice ‘sognare ad occhi aperti’!

Ad accompagnarla con discrezione ed eleganza sul red carpet le sorelle Valentina in Philosophy di Lorenzi Serafini e Francesca in Atelier Emé, e la mamma Marina Di Guardo in Atelier Emé.

Molto sobria, invece, la regista del documentario Elisa Amoruso in un jumpsuit estremamente semplice – qualcuno ci spieghi perché quest’anno al Lido si fa a gara a chi mantiene il profilo più basso!

di Francesca Polici per DailyMood.it
Photo: @MatteoMignani

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

sedici − 1 =

Cine Mood

Richard Jewell. Clint Eastwood, l’eroe e il sogno americano

Published

on

Vedere Richard Jewell, il nuovo film di Clint Eastwood in uscita in Italia il 16 gennaio, proprio poche ore dopo l’annuncio delle nomination agli Oscar, ha un effetto un po’ straniante. Perché è vero che parliamo di un’annata straordinaria, così ricca di grandi film e grandi attori, che trovare posto nelle nomination dell’Academy non è affatto facile. Ma vedere l’intenso film di Clint Eastwood, che a 89 anni continua a regalarci cinema di qualità altissima, nominato solo per la candidatura di Kathy Bates a miglior attrice non protagonista, ci pare davvero poco. Tra i nove o dieci candidati come miglior film Richard Jewell poteva starci benissimo. Così come avremmo voluto vedere più nominati tra gli attori: tra mostri sacri come Leonardo Di Caprio, Joaquin Phoenix, Adam Driver, Antonio Banderas e Jonathan Pryce non avrebbe mai potuto farcela, ma l’incredibile Paul Walter Hauser che interpreta Richard Jewell qualche riconoscimento lo avrebbe meritato. Poi vi racconteremo chi è.

Ma prima di tutto vi raccontiamo chi è Richard Jewell. Il 27 luglio, ad Atlanta, nel pieno delle Olimpiadi, Richard, addetto alla security, a Centennial Park, dove ogni sera si svolgono feste e concerti, trova uno zaino sospetto sotto una panchina. Dà subito l’allarme, prima sottovalutato, poi finalmente seguito da tutti. Ha ragione lui: dentro c’è un dispositivo pronto ad esplodere. Il tempo per evacuare l’area è pochissimo. Eppure Richard ce la mette tutta per allontanare le persone. Il bilancio è di 100 feriti e 2 morti. Ma senza il suo intervento sarebbe stato molto, molto più pesante. Richard diventa immediatamente un eroe. Ma rimane tale solo per tre giorni. L’FBI inizia a sospettare su di lui: in altri casi era capitato che a dare l’allarme fosse stato lo stesso attentatore. E il profilo di Richard – solo, bianco, frustrato – corrisponde a quello di altri attentatori. La cosa finisce sui giornali. E la sua vita nella bufera. Avrà accanto la madre (Kathy Bates) e un avvocato (Sam Rockwell) che aveva conosciuto molto tempo prima.

Quello di Richard Jewell è stato un caso eclatante di cronaca: un attentato fa sempre sensazione. Ma di Richard Jewell ce ne sono tanti nel mondo, anche se non finiscono sotto i riflettori. Richard è un uomo solo, sovrappeso, goffo. È uno che vuole fare del bene alla gente, vuole portare sicurezza, e a volte eccede. C’è una breve sequenza, nel mezzo del film, che è molto significativa. Dopo l’attentato, tre o quattro corpi di polizia, tra locali e federali, si contendono il caso. Quando la macchina da presa scorre oltre i poliziotti e questi si spostano, dietro vediamo apparire Richard. Lui è quello che viene sempre dopo, che è sempre in secondo piano. Quando l’avvocato gli chiede perché abbia pensato a lui, Richard risponde che, quando lavoravano insieme, era l’unico a non chiamarlo con nomi tipo “palla di lardo” o simili. Richard è quello che vuole far parte di qualcosa e viene lasciato fuori. Che vuole trovare il proprio posto nel mondo e non lo trova.

Guardate il film di Clint Eastwood e notate quante volte Richard dice ai tizi dell’FBI di essere stato nella polizia, di essere un collega, di essere uno di loro. E venire regolarmente snobbato. Per un po’ lo è stato, per un po’ è stato un vigilante, a volte si è finto poliziotto. Per Richard, e per quelli come lui, non è mai facile. Clint Eastwood, raccontandoci la sua storia, non mette in scena solo un curioso fatto di cronaca, ma ne fa un’intelligente parabola sul Sogno Americano, sul quale getta, semmai ce ne fosse ancora bisogno, numerose ombre. Quella ricerca della felicità che deve essere garantita a tutti, quella seconda possibilità che deve essere data a ogni cittadino è qualcosa che è lontana dalla realtà. A quelli come Richard tutto viene negato. E, anche se questa seconda possibilità arriva, deve sudarsela più degli altri.

Perché? Perché Richard Jewell è goffo, è solo, è un po’ mitomane. È buffo. E, probabilmente per questa sua caratteristica, Clint Eastwood per una volta cambia leggermente il tono del suo cinema, che resta sempre caldo, intimo, malinconico, ma qui assume spesso i toni dell’ironia e della commedia. Soprattutto nella prima parte, prima che il film diventi oppressivo come la morsa dell’FBI su Jewell, si sorride, si segue il film sul ritmo di battute sagaci. Se questo è possibile è anche grazie all’interpretazione di quel grande attore che è Paul Walter Hauser. Vi chiederete dove l’avete visto: era uno dei complici dell’agguato a Nancy Kerrigan in Tonya, la storia semiseria di Tonya Harding. Hauser, in quel film, faceva un personaggio che si muoveva sullo stesso spettro di Jewell, ma in modo molto più estremo: un vero mitomane senza alcuna speranza. Richard invece mitomane lo è appena appena, giusto quel poco che lo può far sentire importante, parte di qualcosa. Paul Walter Hauser, in un cinema fatto di divi, di corpi perfetti, è quell’uomo comune che dentro cela il dolore e la frustrazione, è un corpo e un volto che di storie ne può raccontare tante. Accanto a lui ci sono Kathy Bates, nel ruolo della madre di Richard, l’unico personaggio con i piedi ben piantati per terra e una grande empatia, Sam Rockwell, notevole in un ruolo misurato, e Olivia Wilde (è la reporter che lancia la notizia), sexy, volitiva e nervosa. È un grande cast per un grande film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Nomination Oscar 2020: comanda Joker, Tarantino e Scorsese lo tallonano

Published

on

Comanda Joker con 11 nomination, e a tallonarlo un terzetto niente male con 10 candidature: C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino, The Irishman di Martin Scorsese e il bellico (già vincitore ai Golden Globes) 1917 di Sam Mendes. Sarà una sfida entusiasmante, quindi, quella che si concluderà il prossimo 9 febbraio al Kodak Theatre di Los Angeles, dove come ogni anno si terrà la cerimonia degli Academy Awards. Una sfida ancora più avvincente se consideriamo gli altri protagonisti di queste candidature e cioè Storia di un matrimonio di Noah Baumbach, Piccole donne di Greta Gerwig, Jojo Rabbit, satira sulla ferocia nazista firmato da Taika Waititi, il biopic sportivo Le Mans 66 – La Grande sfida di James Mangold e il coreano Parasite di Bong Joon Ho, tutti candidati come miglior film e pronti a darsi battaglia. D’altronde, come dimostrato nelle ultime edizioni, ogni pronostico lascia ormai il tempo che trova con gli Oscar e a volte a trionfare sono proprio gli outsider.

Una cosa però è certa: dalle nomination, annunciate ieri dagli attori Issa Rae e John Cho, ad uscirne vincitore prima ancora delle assegnazioni dei premi è senza alcun dubbio Netflix, che piazza ben due titoli tra i candidati come miglior film (The Irishman e Storia di un matrimonio) e in totale si porta a casa ben 24 nomination, più di qualunque altro studio hollywoodiano. Un risultato impressionante che premia le scelte produttive del colosso dello streaming e che, a dispetto degli oppositori Steven Spielberg & co, segna una nuova tappa nell’evoluzione della distribuzione cinematografica. Netflix domina anche nella categoria del Miglior documentario, con due titoli (American Factory e The Edge of Democracy), e anche in quella per il miglior film di animazione, dove è protagonista con il film natalizio Klaus e con I Lost My Body.

Dietro a Netflix, troviamo la Disney, che però, nonostante le 23 nomination tra cui quella come miglior film per Le Mans ’66 e Jojo Rabbit (grazie all’acquisizione di Fox), e la presenza nella categoria dei film animati con il prodotto Pixar Toy Story 4, non riesce a fare entrare in quest’ultima i fortissimi Frozen 2 e Il re leone, e soprattutto fallisce la “missione” The Avengers. Solo una candidatura, infatti, per il kolossal del Marvel Cinematic Universe, tanto caldeggiato in questa campagna promozionale per gli Oscar. Sembra aver vinto, dunque, la “linea Scorsese”, che negli scorsi mesi ha lanciato animatamente la discussione sui Cinecomics.  Ottimo il risultato anche per Sony (20 nomination) e per Warner Bros, che con il suo Joker guida la battaglia alle statuette.

Vicino alle statistiche, bisogna lasciare il giusto spazio alle polemiche – senza, che Oscar sarebbero? Infatti, c’è già chi critica aspramente l’assenza di donne registe candidate (la più papabile era Greta Gerwig per Piccole donne, ma non ce l’ha fatta) e per una sola presenza di attori di colore tra i venti in nomination (Cynthia Erivo per Harriet). Ma gli Oscar fanno sempre discutere e dal punto di vista della “diversità” e dell’inclusione ci sarà sempre chi farà sentire la sua voce. E sui social già è tornato l’hashtag #oscarsowhite…

Andando ora ad osservare nel dettaglio le nomination delle categorie più importanti, sembra vicinissimo a portarsi a casa (finalmente) la statuetta Joaquin Phoenix, alla sua quarta nomination. La sua interpretazione di Joker, acclamata alla Mostra di Venezia e per la quale ha già vinto il Golden Globe, sembra destinata a trionfare nella categoria Lead Actor, ma la battaglia non sarà comunque facile. A contendergli l’Oscar sono infatti Antonio Banderas (Dolor y gloria), Leonardo Di Caprio (C’era una volta… a Hollywood), Adam Driver (Storia di un matrimonio) e Jonathan Pryce (splendido Papa Francesco nell’altro film Netflix I Due Papi): una lotta tra titani insomma, che tra l’altro ha visto delle esclusioni eccellenti: quelle del mostro sacro Robert De Niro e degli altri accaniti contender Christian Bale (Le Mans ‘66), Taron Egerton (Rocketman), Eddie Murphy (Dolemite Is My Name).

Anche tra le attrici protagoniste la sfida sarà agguerrita tra Saoirse Ronan (Piccole Donne), Charlize Theron (Bombshell), Cynthia Erivo, Scarlett Johansson (Storia di un matrimonio) e Renèe Zellweger (magnifica Judy Garland in Judy), con le ultime due destinate ad un agguerrito testa a testa finale.

A fare notizia è la doppia nomination della Johansson, che entra nella ristretta cerchia di interpreti che sono riusciti in questa impresa (tra i quali Julianne Moore, Jessica Lange, Emma Thompson, Holly Hunter, Al Pacino e Jamie Foxx). Tra le candidate come miglior attrice non protagonista, oltre a lei, troviamo il già premio Oscar Kathy Bates (Richard Jewell), Florence Pugh (Piccole Donne), Margot Robbie (Bombshell) e la superfavorita Laura Dern, sua partner in Storia di un matrimonio.

Impressionante, invece, la cinquina degli attori non protagonisti – raramente in questa categoria si è assistito ad una gara tra tutti questi grandi nomi: Tom Hanks (Un amico straordinario), Al Pacino, Joe Pesci (entrambi per il film di Scorsese), Anthony Hopkins (Papa Benedetto ne I due papi) e Brad Pitt, tutti con già (almeno) un Oscar in salone. Pitt però l’ha ricevuto “solo” come produttore e mai come attore. Sarà questa la volta buona? Speriamo di sì, ma, comunque vada il suo Cliff Booth del film di Tarantino rimarrà un personaggio epocale.

A proposito di Tarantino, l’autore italoamericano sembra sulla strada giusta per aggiudicarsi il suo terzo Oscar per la sceneggiatura originale di C’era una volta a… Hollywood, mentre per quanto riguarda la statuetta per la miglior regia il percorso appare più in salita. Se Noah Baumbach e Greta Gerwig sono stati esclusi dai “giochi”, con lui in cinquina ci sono comunque dei pezzi da 90: Martin Scorsese, Todd Phillips (già Leone d’Oro per Joker), Sam Mendes (che arriva da favorito dopo la vittoria del Golden Globe) e l’outsider Bong Joo-ho, che con Parasite potrebbe sparigliare tutte le carte in tavola.

Seguendo la scia di film come La vita è bella, La tigre e il dragone, Amour, Roma, il film coreano ottiene sia la candidatura come miglior film in lingua straniera (da quest’anno denominato miglior film internazionale) che come miglior film in assoluto. Un evento unico per la Corea del Sud, che mai era sbarcata agli Oscar prima e che ora ci entra da grande protagonista. Ben 6 infatti le candidature totali per il film di Bong Joon Ho già Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes: un bottino notevole ma per niente sorprendente considerando l’accoglienza trionfale in America, i 131 milioni di dollari nel box office mondiale e tutti i premi già ottenuti in questa stagione. Qualche bookmakers lo dà addirittura favorito nelle categorie maggiori. Nel caso, sarebbe la prima volta che la statuetta per miglior film vada ad un film straniero. Ma si diceva anche l’anno scorso con Roma di Alfonso Cuaròn, e sappiamo com’è andata a finire. Ma d’altronde niente è scontato, quando si ha a che fare con l’Academy. Staremo a vedere quali sorprese ci riserverà il prossimo 9 febbraio.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

La dea fortuna. La fine (e la nuova vita) di una storia secondo Ferzan Ozpetek

Published

on

«Aiutiamoci a ricominciare». Recita così uno dei versi della canzone Luna diamante, scritta da Ivano Fossati e interpretata da Mina per La dea fortuna di Ferzan Ozpetek. E in queste poche parole sembra riassunto tutto il film. Perché in fondo l’ultima fatica del regista italo-turco è proprio il racconto di una fine e della ricerca di un nuovo inizio. Protagonisti sono Alessandro e Arturo, insieme da più di quindici anni, il primo idraulico, il secondo scrittore che per vivere fa il traduttore. La loro storia è in crisi, tenuta in piedi dall’affetto profondo che li lega, ma trascinata tra tradimenti e bugie. Quando tutto, però, sembra portare ad un definitivo allontanamento, a portare nuova linfa alla coppia sono i piccoli Sandro e Martina, lasciatigli in custodia per qualche giorno da Annamaria, la migliore amica di Alessandro costretta in ospedale per degli approfonditi controlli medici.

Dopo la felice incursione nella “Napoli velata” e nelle atmosfere noir, Ozpetek torna nella “sua” Roma. E continuando a rivisitare col suo tenero sguardo la tradizione cinematografica italiana, ci immerge in uno dei quartieri ex popolari della Capitale, in zona Tiburtina, tra la nuova stazione e San Lorenzo, dove in un mash up di culture e stili di vita diversi, la felicità è scandita dalle piccole cose e il vicinato è una vera e propria famiglia. Un microcosmo multietnico di sorrisi, abbracci, amicizie, amori finiti e amori riscoperti, piccoli segreti, pic nic e feste in terrazza.

Ne La dea fortuna, le costanti del cinema di Ozpetek, del primo Ozpetek, ci sono tutte: omosessualità, integrazione, famiglie allargate, il dramma che sfuma nella commedia, collettivi balli forsennati, tanti dolci ad imbandire le tavole. L’autore torna dunque alle atmosfere colorate e passionali dei suoi inizi, e dimostra che con queste sa ancora destreggiarsi con piacevole e accattivante disinvoltura. Una disinvoltura oggi ancora più matura, che concede maggior misura al suo tocco. E così la narrazione scorre con la estrema delicatezza, con la giusta dose di ironia e con quelle esplosioni emotive improvvise che irrompono nella messa in scena della quotidianità. Per gran parte del film, godiamo del miglior Ozpetek, quello più amato, che brilla per sincerità e autenticità, che non porta mai le sue storie a farsi più grandi della vita, che culla lo spettatore nelle sue ritmate musiche etniche e lo fa sentire parte dell’armoniosa coralità della storia. E anche quando la narrazione si stacca da questa coralità, e si sposta in Sicilia, nella reggia della nonna dei piccoli Sandro e Martina, e accenna qualche sbandamento – uscendo un po’ dai binari del verosimile con personaggi poco riusciti (come quelli di Barbara Alberti e Dora Romano) –, il film si fa comunque apprezzare per la passione che mette in campo e si riassesta felicemente nel tracciato della prima parte.

Ad impreziosire questo affresco di umanità delineato da Ozpetek sono ovviamente gli interpreti. Quelli di contorno, come Filippo Nigro e l’immancabile Serra Yilmaz, così come i protagonisti. Se Jasmine Trinca risplende per tenerezza e genuinità, e Stefano Accorsi è perfetto nel modulare l’insoddisfazione e l’insicurezza del suo Arturo, a riempire lo sguardo è soprattutto Edoardo Leo, sempre efficace nel cambiare registro, misurato nel muoversi in bilico tra dramma e commedia.

Prodotto e distribuito da Warner Bros., scritto dallo stesso regista insieme a Gianni Romoli e Silvia Ranfagni, La dea fortuna diverte e commuove, appassiona e coinvolge. E ci riconsegna un vibrante narratore che vive per le sue storie e per i suoi personaggi.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending