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Insatiable, ovvero: la serie tv Netflix più controversa dell’estate

Marta Nozza Bielli

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Nel bene o nel male purché se ne parli” starà pensando il signor Netflix in questo momento. E noi ce lo immaginiamo così il leader dello streaming mondiale, intento a sfregarsi le mani mentre legge i commenti che da più di un mese impazzano sul web. Colpevole di tanto scompiglio è la sua ultima serie originale approdata sulla piattaforma il 10 agosto scorso.

insatiableDi Insatiable si era cominciato a parlare ancora prima della messa in onda. Il trailer pubblicato per la promozione aveva creato grande scalpore, tanto che nel giro di poche ore dalla diffusione online il sito Change.org ha raccolto più di 200 mila firme che ne richiedevano la cancellazione. Le motivazioni di tanto fragore scaturivano dalla sensazione che la storia raccontata dalla serie potesse istigare al body shaming (bullismo che attacca l’aspetto fisico) e all’oggettivazione del corpo femminile, alimentando la convinzione che per essere popolare e piacere agli altri sia indispensabile un fisico perfetto. Al centro delle vicende di Insatiable infatti c’è Patty, una liceale da sempre presa di mira dagli insulti dei suoi compagni a causa del suo peso tornata a scuola dopo la pausa estiva con parecchi chili in meno e pronta a vendicarsi contro chi si è preso gioco di lei.
A difesa della serie erano intervenute le protagoniste (la giovane Debby Ryan conosciuta per i suoi ruoli nei telefilm di Disney Channel e Alyssa Milano, l’indimenticabile Phoebe Halliwell di Streghe) e la creatrice Lauren Gussis, la quale ha dichiarato che lo show prendeva ispirazione da alcuni fatti che l’avevano coinvolta in prima persona durante l’adolescenza.
Lungi da me la volontà di cadere in giudizi affrettati ho aspettato l’arrivo della prima stagione, incuriosita più dalla baraonda scatenata che dalla trama.

La buona notizia è che in Insatiable il body shaming propriamente detto non c’è al contrario di quello che i disertori credevano. La brutta notizia è che quello che si vede è molto, molto peggio.
Mai fino ad ora mi era capitato di faticare così tanto per terminare la visione di una serie tv: è successo che abbandonassi senza rimpianto la visione di programmi che fino a poco prima mi avevano entusiasmato, che continuassi a guardare show dall’indubbia qualità che entravano così direttamente nella lista dei guilty pleasure ma mai che continuassi imperterrita una serie che non mi stava convincendo per niente. Qual è allora il motivo di tanta ostinazione? Semplicemente il fatto di non riuscire a credere a quello che stavo guardando. La speranza che un qualsiasi elemento positivo facesse capolino anche solo per una frazione di secondo era forte, e invece dopo aver atteso per dodici episodi, quello che rimane è solo un pugno di mosche. Ma partiamo con ordine.

insatiableInnanzitutto, è bene precisare che la trama descritta qualche riga sopra non esiste, o meglio Patty (Debby Ryan) c’è e ha perso davvero tanti chili, ma la nostra giovane studentessa è solo uno dei tanti volti che si alternano al ruolo da protagonista contribuendo a creare un miscuglio grottesco e (in molti casi) anche imbarazzante.
Al fianco della liceale c’è Bob (Dallas Roberts) avvocato di giorno e coach di reginette di bellezza la sera, accusato di molestie da una sua protetta che vede in Patty – in versione skinny – la possibilità di vincere finalmente uno dei tanti concorsi a cui partecipa. C’è poi Coralee (Alyssa Milano), moglie di Bob che scopre da un giorno all’altro di amare davvero il marito dopo che lo aveva sposato solo per convenienza, Nonnie (Kimmy Shields) miglior amica di Patty e segretamente innamorata di lei e una lunga lista di altri personaggi che compaiono e scompaiono ad intermittenza mostrandosi tanto fondamentali quanti inutili all’evenienza.

Per quanto si poteva pensare che la vendetta di Patty potesse essere spietata, mai avremmo pensato che potesse risolversi in azioni quali dare fuoco a un senzatetto o ammazzare a sangue freddo l’ex fidanzato (entrambi dall’atteggiamento deplorevole certo, ma qual è il tipo di messaggio che si vuole dare trovando soluzione nella violenza?) il tutto svolto con un’inspiegabile leggerezza. E mentre la giovane si ricorda ogni tanto di domandarsi perché nonostante sia magra non sia felice, gli altri personaggi si destreggiano tra triangoli amorosi, bisessualità, adulti che intrattengono relazioni con adolescenti e tanto altro. Narcisisti che non riescono a guardare aldilà del loro naso scadono nella perfidia, senza distinzione tra buoni e cattivi. E se questa assenza di dualismo poteva risultare interessante all’inizio, a lungo andare i personaggi si intrappolano con le loro stesse mani in un limbo di mediocrità dal quale non traggono nessun insegnamento per provare a migliorarsi. La volontà della sceneggiatura di parodiare i cliché visti nelle commedie pop anni 80/90 gli si ritorce contro, dando vita a macchiette ancora più scadenti degli originali.insatiable

La critica internazionale non si è di certo risparmiata: chi ha definito Insatiable un disastro, chi il peggior prodotto originale Netflix, e il 23% di Metacritic e l’11% di Rotten Tomatoes non vanno ad indorare la pillola. L’aspetto più problematico di Insatiable è quello di fallire miseramente nei suoi intenti. Il suo voler essere una denuncia alla superficialità della società contemporanea attraverso un linguaggio volutamente sopra le righe finisce per portare sullo schermo situazioni grottesche che si ripetono in un loop ridondante, noioso e insensato che non innesca né ilarità né tantomeno alcuna riflessione critica. Nessuna tematica (e quelle tirate in ballo sono tante ed importanti) viene affrontata con la giusta sensibilità o con l’irriverenza dissacrante della satira – quella fatta bene.
E i tentativi di chi cerca di difendere Instatiable appellandosi al black humor o alla parodia non bastano per far cambiare idea, soprattutto se si paragona lo show in questione con quel gioiellino che fu Popular, vero esempio di genialità ai limiti del demenziale che utilizzava solo paradossi per raccontare la realtà.
Insatiable è solo uno show che fa acqua da tutte le parti. E che naturalmente Netflix – facendosi beffa di tutte le critiche – ha rinnovato per una seconda stagione.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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You. Natale con lo stalker. Su Netflix

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C’è New York. C’è una vecchia libreria. E un libro che lei sta cercando. C’è un ragazzo, che lavora lì, che l’aiuta. C’è un gioco di sguardi. Sorrisi. Battute. Potremmo essere in una tipica Rom Com americana, potremmo essere in Serendipity. E invece no. Siamo dentro You, la nuova serie originale Netflix che ci terrà compagnia durante queste feste natalizie, per la precisione dal 26 dicembre. Non è una storia d’amore, ma quella di un’ossessione. Joe (Penn Badgley) è un libraio, brillante ed educato, che sa scrutare e capire gli altri. Guinevere, per gli amici Beck (Elizabeth Lail) è una studentessa di lettere, e un’aspirante scrittrice: è bella, brillante, istintiva. È naturale che si piacciano, che si frequentino. Il problema è che lui non lo fa come lo farebbe un qualsiasi ragazzo. Dal primo istante comincia a seguirla, a controllarla, in tutti i modi. Sì, You potrebbe chiamarsi Diario di uno stalker.

C’è quella finestra sempre aperta, senza tende, in quell’appartamento al piano terra di Beck. Non è la finestra sul cortile di Hitchcock, dà su una strada. Ma il concetto è quello, Joe è sempre là. Ma se, ai tempi di Hitch, o a quelli di Omicidio a luci rosse di Brian De Palma, scrutare era qualcosa che coinvolgeva solo la vista diretta – al limite aumentata da qualche teleobiettivo – oggi il nostro sguardo è potenziato dai social media. Joe infatti non esita a entrare nei suoi profili social, nel suo smartphone, in modo da scrutare ogni aspetto della sua vita. E non esita a eliminare ogni ostacolo si frapponga tra lui e Beck. L’amore ai tempi dei social media è molto più complesso. E lo sono anche le violazioni della privacy.

In molti film Joe sarebbe il cattivo. Lo è, questo non lo mettiamo in dubbio. Ma è anche il protagonista. Seguiamo il racconto dal suo flusso di coscienza, dalla sua voce narrante. E, se non entriamo in empatia con lui, non ne condividiamo i comportamenti, non possiamo fare a meno di entrare nel suo punto di vista. La vera forza di You sta nell’ambiguità dei personaggi. Joe è uno stalker, un manipolatore, ma si prende cura di quel bambino che vive vicino a casa sua, e ha una situazione familiare tremenda. Gli presta i libri. Gli fa leggere Don Chisciotte, uno che crede di essere un cavaliere, ed è gentile con le donne. Ecco: Joe è così. È gentile con le donne, è gentile con tutti. Ma poi ha anche un altro lato. Così anche Beck fa spesso scelte controverse. È una donna, non è una santa, come diceva quella vecchia canzone.

E questa dualità si rispecchia nella forma narrativa di You. Quella che ci racconta è fondamentalmente una storia da thriller e, nel novanta per cento dei casi, sarebbe stata trattata come tale. L’originalità di Greg Berlanti e Sera Gamble, i creatori di You, sta nel maneggiare questo materiale con i toni della commedia sentimentale: le puntate scorrono leggere, briose, sospese. Con un’inquietudine che striscia sotto pelle e non ci abbandona mai. A contribuire alla confezione c’è una New York (siamo nel Village) ideale, incantata, avvolta in una luce calda, pastosa, dorata, che potrebbe essere quella di un caldo pomeriggio di inizio autunno. È la New York dove tutti vorremmo vivere un sogno. Invece è un incubo. Che, sappiatelo, non finirà qui: la serie è stata confermata per una seconda stagione.

Perché dentro a quella libreria dove vorremmo tanto perderci, c’è un cuore oscuro. È il piano interrato, dove c’è una stanza con una “cella” che serve a conservare, in uno stato perfetto, i libri antichi. Potrebbe essere l’antro di un alchimista, lo studio di un profiler dell’FBI. Potrebbe essere il nascondiglio di un serial killer. Quei vetri che chiudono lo spazio, con quelle prese d’aria rotonde, ci ricordano tanto anche il luogo di custodia di Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti.

Ma è proprio da questo posto che partiamo per spiegare come non tutto, in You, funzioni. La serie ha sostanzialmente dei problemi di plausibilità. Come è possibile che nessuno scenda mai in quella cantina e non si accorga di cosa succede? Come è possibile che, dopo alcune cose che accadono lì, tutto torni magicamente a posto? Domande legittime, che però non inficiano la piacevolezza della visione di quella che è sicuramente una serie “minore” per Netflix, con attori non eccezionali ma tutto sommato funzionali, e una produzione lontana dai grandi capisaldi della narrazione Netflix. You è dolcemente inquietante, o inquietamente dolce. Fate voi. Per qualche brivido dopo Natale può andare bene.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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The First. Sean Penn, il primo uomo su Marte

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Quello che è lontano è vicino. Così vicino che è sotto la pelle. Che respira, pulsa, corre. Aspetta che tu lo trovi”. Sentiamo queste parole dalla voce narrante di Tom Hagerty, il protagonista di The First, interpretato da Sean Penn, per la prima volta attore in una serie tv. The First, prodotta da Westword Productions in collaborazione con Hulu, Channel 4 and Endeavor Content, è disponibile in streaming su TimVision dal 19 dicembre. Racconta la preparazione di un team di astronauti alla prima missione su Marte guidata dal capitano Tom Hagerty, dopo che un tentativo, a cui il capitano non ha preso parte per volere altrui, è fallito, e varie persone hanno perso la vita. L’autore di The First è Beau Willimon, conosciuto per la sceneggiatura de Le idi di marzo e come showrunner di House Of Cards. The First non racconta solo la corsa allo spazio, ma anche le vicende di Tom Hagerty (Sean Penn) con la figlia Denise (Anna Jacoby-Heron, Stranger Things, Grey’s Anatomy), degli altri astronauti e della responsabile della società aereospaziale Laz Ingram (Natascha McElhone, Designated Survivor, Californication, The Truman Show).

L’anima dello show, inutile dirlo, è lui. Sean Penn. Da un po’ non lo vedevamo in un grande ruolo al cinema: lo ritroviamo qui, sul piccolo schermo. Penn è come il vino: invecchiando migliora. E ogni ruga, ogni segno, ogni piccolo grande solco sul suo viso sembra raccontare una storia. Ovviamente racconta la sua. Ma sembra raccontare anche la storia di Tom, il suo passato, la sua vita non facile. L’aver messo il piede sulla Luna (una scritta, in tv, ci dice che è stato il tredicesimo uomo), l’aver perso la moglie, aver perso e poi ritrovato i contatti con la figlia, che ha problemi di dipendenze. E poi aver dovuto rinunciare, per ordini dall’alto, al primo lancio della missione su Marte. E, proprio per questo, essere sopravvissuto ai suoi compagni e aver assistito alla loro morte. Se Penn è l’anima di The First, Hagerty è l’anima della missione spaziale, la memoria storica e il leader, l’esperienza e la passione per i viaggi nel cosmo. È lui che, nel momento in cui i finanziamenti ai viaggi spaziali vengono messi in dubbio, viene scelto come testimonial per rilanciare la corsa allo spazio. È lui il primo ad arrivare sul luogo dell’incidente dopo che il primo lancio è finito tragicamente. E sarà lui a guidare la prossima missione, 23 mesi dopo la prima.

Sean Penn lavora di sottrazione. Il suo personaggio, come certi eroi dei film western, parla pochissimo. Gli basta uno sguardo, un annuire, un commento laconico. Il suo Tom Hagerty è un personaggio carico di umanità. E sembra saper fare sempre la cosa giusta. Come quando, pur soffrendo per non essere sulla navicella in partenza, chiama il suo equipaggio per incitarlo. O quando, chiamato per perorare la causa dei viaggi nello spazio davanti a una commissione governativa, non se la sente di dire troppo per rispetto verso i genitori di una delle vittime. È un uomo tutto d’un pezzo. Ma non esita a diventare buffo, quando gioca con un tramezzino per non far pensare alla morte una bambina che ha appena perso il padre. O quando rispolvera una vecchia gag per consolare la figlia, che ora è grande, e ha problemi di tossicodipendenza.

Il suo Tom Hagerty è uno che si sporca le mani. Perché nel 2030 raccontato dal film le auto saranno a guida autonoma, tutto si azionerà con il comando vocale, ma i tubi dell’acqua si rompono ancora, e le cantine polverose si devono ancora pulire. The First indugia molto su questo contrasto tra progresso e radici, tra moderno e antico, tra tecnologia e lavoro manuale. In tutto il film Penn è spesso alle prese con cose tattili, pratiche, materiche. Il suo sguardo è rivolto verso le stelle, e i suoi piedi sono ben piantati per terra. Così, The First mescola l’epica all’intimismo, il grande al piccolo, il pubblico al privato. Come sa fare la grande serialità di oggi, mette al centro l’uomo, e si prende tutto il tempo per raccontarlo. Se Beau Willimon, in House Of Cards, metteva in piedi un meccanismo frenetico e isterico di rincorsa al potere, qui trova un racconto di ampio respiro, dai ritmi rilassati. Entra nel mito tutto americano della corsa allo spazio per demolirlo e ricostruirlo da capo. E ci fa guardare le stelle per farci guardare dentro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Marvelous Mrs. Maisel. Siamo donne, negli anni Cinquanta come oggi

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Immaginate un Woody Allen pieno di gioia di vivere. E, soprattutto, donna. Ora immaginatela con un corpo da pin-up e un volto da fata. Tutto questo è Miriam Maisel, protagonista di The Marvelous Mrs. Maisel, con il corpo e il volto di Rachel Brosnahan. La fortunata serie di Amazon Prime Video, dopo una prima stagione scoppiettante, e svariati Emmy, torna dal 5 dicembre con la seconda stagione.

La storia probabilmente la conoscerete: Miriam Maisel, per tutti Midge, una donna dell’alta borghesia ebrea nella New York degli anni Cinquanta, viene lasciata dal marito Joel, commerciale con velleità di fare il comico, la sera dopo un’esibizione disastrosa di lui sul palcoscenico di un piccolo club. Il caso la porta a salire su quel palco ed esibirsi con un grande successo. La prima stagione iniziava così. La seconda prende l’avvio dopo un’altra strepitosa esibizione, quella che aveva chiuso la prima: Midge ha avuto recensioni positive e comincia ad essere richiesta per i suoi show. Ma è costretta a volare a Parigi dove, all’improvviso, è andata la madre Rose. Quello show che l’ha consacrata, però, ha anche interrotto bruscamente la storia con Joel proprio mentre stava per ricominciare…

È quasi una consuetudine, nelle serie più importanti degli ultimi anni (vedi Westworld e The Handmaid’s Tale), cambiare il ritmo e il respiro narrativo a partire dalla seconda stagione. Spesso la prima stagione serve a sparare molte delle cartucce nel caricatore, a mostrare il potenziale. E così la serie viaggia spedita, con un arco narrativo perfetto tra l’inizio e la fine. Se una serie ha successo e viene confermata si comincia a pensare allo svolgimento dell’arco narrativo su più stagioni. E quindi il respiro si fa più rilassato, la serie si prende più tempo per arrivare dove deve. È così anche per The Marvelous Mrs. Maisel. L’escursione a Parigi sembra un po’ questo, un prendere tempo, una digressione. Più interessante è invece lo spazio che viene dato a Joel (Michael Zegen), anche quando non è in relazione a Midge: l’inizio della serie poteva farne anche una comparsa, o un antagonista. Invece diventa un personaggio a tutto tondo, scritto e interpretato con garbo. C’è più spazio anche per la manager di Midge, Susie (Alex Borstein). Ma quando la signora Maisel non è in scena l’attenzione cala.

Sì, se The Marvelous Mrs. Maisel è un successo è anche grazie alla sua protagonista. Occhi verdi, pelle di porcellana e capelli dai riflessi ramati, la mascella volitiva che sa aprirsi in un sorriso dolcissimo, Rachel Brosnahan (che avevamo visto in House Of Cards) è bellissima eppure è buffa. Potrebbe essere un unicum nel panorama della serialità e, un giorno, anche del cinema. È raro vedere attrici così belle che sappiano essere non solo brillanti, ma anche comiche. Meg Ryan era soprattutto una star della rom com, Cameron Diaz è entrata alla grande in mondi comici come quello dei Fratelli Farrelly, ma era soprattutto una spalla per altri. Rachel Brosnahan entra in un personaggio che è una protagonista assoluta, è divertente, tagliente, sfrontata, e mette alla berlina gli uomini, facendo ridere dei loro difetti.

Se ci pensiamo è proprio quello che fa The Marvelous Mrs. Maisel, la serie creata da Amy Sherman-Palladino (Una mamma per amica). È una serie che arriva tempestivamente nel dibattito sociale dei nostri giorni, quelli del #metoo e della rivincita femminile. La serie della Sherman-Palladino parla proprio di quanto sia difficile per una donna stare in un mondo maschile, fare un lavoro maschile (o meglio, fare un lavoro…), senza venire additata, sottovalutata, esclusa. Dai tempi di Dante Alighieri parlare del passato per raccontare il presente è stata sempre un’operazione riuscita. E così gli anni Cinquanta, con i loro colori pastello, i loro schemi, i loro rituali, sono lì per dirci che ancora oggi, per le donne, la strada è in salita.

Non citiamo Woody Allen a caso, perché in The Marvelous Mrs. Maisel c’è tutto il suo umorismo jewish, tutto il suo fare ironia su se stesso, la sua nevrosi e la sua New York. Prendere il mondo degli stand up comedian è la chiave perfetta per raccontare un percorso di consapevolezza e di rinascita al femminile, per liberare il talento comico della protagonista in quello che, sul palco, diventa allo stesso tempo uno show e una seduta di autoanalisi, un percorso personale e un discorso universale. Miriam Maisel è come un supereroe: una donna dall’intelligenza sottile e dal carattere brillante per cui il palco è il fattore scatenante di un superpotere, la trasforma e la fa diventare ancora più forte. È sul palco che porta a termina la sua missione. Midge è come Hulk, trasformata dalla rabbia per quello che le accade nella vita. Non diventa verde, ma spassosa, tremendamente tagliente e divertente. La rabbia diventa spettacolo, e torna indietro trasformata in consapevolezza e libertà. La signora Maisel ci ricorda cosa vuol dire spesso essere donna. È come quello che accade a Midge alla fine della seconda puntata: per una donna i riflettori tardano sempre un po’ di più ad arrivare.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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