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Fourth day Venezia 75: Red Carpet

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sedici − 7 =

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Depeche Mode: Spirits In The Forest

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Il primo docu-film della Band in esclusiva nei cinema di tutto il mondo! Il potere della musica, le immagini del Tour da Record.

I Depeche Mode, insieme a Trafalgar Releasing, Sony Music Entertainment e BBH Entertainment, sono lieti di annunciare l’uscita del nuovo film concerto DEPECHE MODE. SPIRITS IN THE FOREST, che sarà nei cinema solo il 21 e 22 novembre. Il film riunirà i fan per celebrare tutta la forza della musica e delle esibizioni dei Depeche Mode e sarà proiettato in oltre 2.400 cinema, da Adelaide a Zagabria, in oltre 70 paesi.

Diretto dal pluripremiato regista Anton Corbijn, DEPECHE MODE. SPIRITS IN THE FOREST segue il Global Spirit Tour 2017/2018, che ha visto la band suonare davanti a più di 3 milioni di fan in 115 concerti in tutto il mondo.
Immergendosi nelle storie di sei fan molto speciali dei Depeche Mode, il film intreccia esaltanti performance musicali del tour al famoso Waldbühne di Berlino (“Forest Stage”) ad intimi filmati girati nella città natale dei fan. Il film mostra in che modo la popolarità e la rilevanza della band sono cresciute e fornisce uno sguardo unico sull’incredibile potere della musica di costruire comunità, consentire alle persone di superare le avversità e creare connessioni oltre i confini di lingua, genere, età e circostanza. “Sono profondamente orgoglioso di condividere questo film e la storia potente che racconta” spiega Dave Gahan dei Depeche ModeÈ incredibile vedere i modi molto reali in cui la musica ha influenzato la vita dei nostri fan”. Martin Gore aggiunge: “Nel mondo contemporaneo fatto di frenesia e divisioni, la musica può davvero essere una forza positiva e può unire le persone“.

SOLO IL 21 – 22 NOVEMBRE 2019 AL CINEMA

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Terminator: destino oscuro. A salvare il mondo sono le donne

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Saranno le donne a salvarci, a sconfiggere le macchine, a salvare il mondo da quel dominio delle intelligenze artificiali che, lo sappiamo da quel Terminator di James Cameron del 1984, sono una minaccia per il nostro futuro. È un cambio di prospettiva interessante quello di Terminator: Destino oscuro, di Tim Miller, nelle sale dal 31 ottobre. È il sesto film della saga, ma in realtà è una storia che vuole diventare il terzo capitolo del racconto, riannodandosi a Terminator 2 – Il giorno del giudizio, del 1991, che era stata anche l’ultima volta di James Cameron alla regia. Qui Cameron è produttore e autore del soggetto, e il suo “ritorno” aveva dato molte speranza ai fan della saga. Terminator: Destino oscuro inizia con la voce narrante di Sarah Connor (Linda Hamilton) che ci racconta come, nel 1998, dopo che aveva cambiato il destino e salvato il mondo, un Terminator rimasto in giro, mandato da quel futuro che ormai era svanito, le aveva ucciso sotto gli occhi il figlio, John Connor. Con un salto temporale siamo ai giorni nostri, a Città del Messico, dove, con la solita tempesta di fulmini, arrivano una donna, Grace, e un altro terminator. È un’evoluzione del T-1000 di Terminator 2, il suo metallo si fonde e si ricompatta, si scioglie per attraversare gli oggetti e poi riprendere la forma solida, prende le sembianze di chi vuole e ha le braccia che si trasformano in lame affilate. È lì per trovare Dani, una ragazza messicana che, nel futuro, darà filo da torcere, proprio come faceva John Connor, alle macchine. Che non sono più Skynet, perché Sarah Connor aveva cambiato il destino, ma Legion, un nuovo sistema di intelligenza artificiale. A proteggere Dani ci saranno Grace, che è un’umana potenziata, e Sarah Connor, che dalla morte del figlio conduce una lotta solitaria contro i terminator che sono rimasti. E poi ci sarà lui, il T-800 di Arnold Schwarzenegger.

Detta così sembra una trama complicatissima. Ma in realtà il nuovo Terminator: Destino oscuro è un film lineare, molto semplice (ancor di più se venite da quella serie di ritorni al futuro che era Terminator: Genisys). È la vecchia storia di una ragazza in fuga, un terminator spietato e indomito a inseguirla, e qualcuno che prova a salvare la ragazza, e il futuro dell’umanità. A difendere la ragazza non c’è una sola persona, ma una squadra. A iniziare da Grace (Mackenzie Davis) che arriva dal futuro proprio con la missione di proteggere Dani a ogni costo: non è un Terminator, come il T-800 riprogrammato di Terminator 2, ma non è neanche un umano come il Kyle di Terminator. È un’umana potenziata, con una sorta di corazza di metallo sotto la pelle e un’unità che le dà un’energia particolare. A interpretarla c’è una Mackenzie Daivs inedita e mai vista: la dolce e minuta ragazza di San Junipero e Tully qui ha un fisico potente, quasi robotico e, a differenza di altri personaggi della serie, uno sguardo liquido, intenso, commosso. Pur dentro una corazza, è uno dei pochi volti dolci presenti nella saga. La costruzione del personaggio, e la sua interpretazione, sono la cosa migliore del film.

L’altra grande cosa di Terminator: Destino oscuro è il ritorno di Sarah Connor, la Linda Hamilton dei primi due film, che mancava nella saga cinematografica dal 1991. I capelli argentati, il volto solcato dalle rughe, ha i tratti sempre più induriti ma porta in sé quella scintilla che è sempre stata una delle chiavi del successo dei primi film. Il suo ingresso in scena è spettacolare, e anche la chiusura della prima scena. È lei a pronunciare le famose parole “I’ll be back”. È lei la chiave di volta per formare quell’architrave che permette alle protagoniste di farcela, quella solidarietà femminile che, quando c’è, permette alle donne di avere una forza enorme. La Dani di Terminator: Destino oscuro, inoltre, non è come la prima Sarah Connor che veniva salvata da un cavaliere, è lei stessa che impara a combattere e dà una direzione al suo destino.
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E il destino vuole che, nella saga, ci debba essere anche Arnold Schwarzenegger. L’unico film in cui non era presente, Terminator: Salvation, era stato un flop enorme. E si è capito che no Schwarzie no party. Il vecchio Arnold entra in scena quasi a metà film, e il suo Terminator ha la barba e prepara la birra con il limone per aperitivo. Non fatevi venire il mal di testa: non è il T-800 dei primi Terminator, ma un altro cyborg, uguale a quelli, quello che nel 1998 ha ucciso John Connor. Poi ha sviluppato una sorta di coscienza, se non dei sentimenti, e, dopo aver salvato una madre e un figlio, ha messo su una sorta di famiglia. Detto sinceramente, è forse questa la cosa che sta meno in piedi di tutte. Per chi amava Schwarzenegger come lo spietato T-800 di Terminator non riesce proprio a vedere un terminator buono. Quello di Terminator 2 aiutava Sarah Connor e John Connor, ma era stato riprogrammato per farlo. Qui non siamo dalle parti di Terminator Genisys ,in cui, per un paradosso temporale, era diventato una sorta di padre putativo di una giovane Sarah, ma l’idea non ci convince comunque.

Così il nuovo Terminator convince a tratti e lascia perplessi. Le scene d’azione funzionano, ma a volte sono troppo lunghe. E lo scontro finale, anch’esso lungo, richiama gli showdown dei primi Terminator, e funziona. Terminator: Destino oscuro, poi, ha un’altra pecca, quella di due scelte sbagliate a livello di casting: il nuovo Terminator cattivo, il Rev 9, ha il volto di Gabriel Luna, un volto anonimo come pochi, che al confronto il Robert Patrick di Terminator 2 è Jack Torrance. E anche Dani (Natalia Reyes) ha un volto e un carisma ben lontani da quella che è l’eroina storica del film, anche nella sua versione giovane, la Sarah Connor di Linda Hamilton. Il nuovo Terminator è un film che si lascia seguire. Ma nessuno dei sequel, forse neanche Terminator 2, è mai riuscito a riportarci a quella sporcizia, quella decadenza, quella disperazione e quel senso di pericolo, di morte, di fine del mondo che aveva quel piccolo B movie che era il Terminator del 1984. È probabile che quella di Terminator sia una saga che non funzioni senza il suo demiurgo, James Cameron, e soprattutto in un tempo che è molto lontano da quello in cui è stata concepita. È probabile che si concluda qui. Hasta la vista, baby.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

 

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Pietro Coccia ricordato alla Festa del Cinema di Roma dalla Street Artist Laika

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Pietro Coccia, il fotografo del cinema italiano scomparso lo scorso giugno, è stato ricordato e omaggiato alla Festa del Cinema di Roma da una nuova opera della Street Artist Laika, apparsa sabato nei pressi dell’Auditorium Parco della Musica.

Pietro conosceva tutti e tutti conoscevano Pietro. È bastato capitare ad uno dei tanti eventi di cinema per incontrarlo. Un gigante buono, goffo ma gentile, generoso con tutti. Mi ha scattato una foto e me l’ha inviata. Non ero nessuno eppure, un paio di giorni dopo, lo scatto era nella mia casella mail. Ho scoperto Pietro così e poi ho capito che dove ‘c’era cinema’ Pietro era sempre presente. L’ho incontrato altre volte e mi ha sempre strappato un sorriso. Poi la triste notizia, letta su internet… la marea di gente al suo funerale. Ho pensato che gli sarebbe piaciuto essere ricordato così: ancora una volta presente tra i suoi colleghi e amici al festival del cinema della sua città“.
(Laika)

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