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Pillole Glamour: red carpet secondo giorno

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Ancora grandi nomi per il red carpet della seconda serata di questa Venezia 75.

Partiamo subito da una delle ospiti più attese e, diciamolo, forse anche la più bella. Emma Stone, di una bellezza sofisticata e raffinata che uno splendido long dress di Louis Vuitton ha saputo esaltare in modo impeccabile. Tinte tenui, inserti argentati e luminosi con profonda scollatura hanno fatto della Stone, ancora una volta, la “favorita” del red carpet.

Naomi Watts, invece, pare non reggere il confronto con la serata di apertura. Il bellissimo abito lungo pistellato di Prada non le dona e non la fa brillare come quello della sera precedente.

Total black, trasparenze, lustrini e tante tante piume per il look by Alberta Ferretti dell’ex velina Melissa Satta. Molto sexy, lasciando ben poco all’immaginazione. In ogni caso, azzeccatissimo!

Meno elegante il total black by Tommy Hilfiger scelto da Cristiana Capotondi. Ci piace molto però la clutch dorata che stringe fra le mani.

Delude il mini dress di Izabel Goulart by Philosophy di Lorenzo Serafini. Forse il corto non è la scelta migliore per il red carpet!

Smoking elegantissimo per Nicholas Hoult e Alfonso Cuaròn e completo blu di velluto per Alessandro Borghi.

Insomma, la seconda serata non delude le aspettative. Vediamo cosa ci riserverà quello di questa sera in cui vedremo sfilare la regina del pop, Lady Gaga.

Photo Credits: @Matteo Mignani

di Francesca Polici per DailyMood.it

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6 film Disney d’animazione ispirati all’America Latina

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Prima dell’imminente uscita di Incanto, il nuovo film Disney, Civitatis ha rivisitato quali sono gli scenari latinoamericani che hanno ispirato la compagnia statunitense.

In questi giorni è uscito nelle sale Incanto, il nuovo film Disney. La compagnia statunitense porta ancora una volta sul grande schermo i luoghi dell’America Latina, come ha già fatto in numerose occasioni, mostrando questa volta la storia dei Madrigals, una famiglia che vive sulle montagne della Colombia, in un villaggio dove tutti gli abitanti hanno poteri magici che ora rischiano di scomparire.

Civitatis, l’azienda leader nella distribuzione online di visite guidate, escursioni e tour gratuiti in italiano in tutto il mondo, ha preparato una lista di alcuni dei luoghi che hanno ispirato i creatori della Disney per progettare le ambientazioni da sogno di film come Coco, Up o Enchantment stesso.

  1. Incanto, un viaggio attraverso l’Eje Cafetero della Colombia

La fauna, la flora, la cultura, le tradizioni e la diversità delle persone della Colombia sono presenti in Incanto. Infatti, per la sua produzione, il team di registi ha dovuto viaggiare a Bogotà, Cartagena de Indias, Barichara, Salento, Palenque e la Valle del Cocora per assorbire l’essenza della Colombia. Le case coloniali, le arepas, le bouganville e persino gli asini e i muli da soma che sono comuni per salvare la topografia dell’Eje Cafetero, hanno grande importanza nel film.

Chiunque voglia sentirsi parte del mondo di Incanto può farlo prenotando un’escursione nella valle di Cocora. Oppure, se cerchi qualcosa di più rilassante, puoi sempre optare per una visita alla fattoria El Ocaso, dove potrai immergerti nella cultura del caffè colombiano.

  1. Coco, uno dei mitici film di animazione Disney ispirato all’America Latina.

Uscito nel 2017, questo film Disney e Pixar ha conquistato mezzo mondo e ha anche aiutato a capire meglio la festa del Giorno dei Morti celebrata in Messico.

Paesi come Guanajuato, San Andrés Mixquic o Pátzcuaro sono serviti come ispirazione per creare molti degli scenari che visita Miguel, il protagonista della storia. È anche possibile vedere scene in cui si riconoscono monumenti emblematici come le piramidi di Teotihuacán o la chiesa di San Juan Parangaricutiro. Sapevi che il villaggio di questo tempio fu praticamente sepolto dopo un’eruzione vulcanica nel 1943?

  1. Up e la cascata più alta del mondo

Chi non ha pianto nei primi cinque minuti di “Up”? Nonostante l’inizio sia triste e nostalgico, il pubblico e la critica nel 2009 si sono innamorati delle avventure di Carl Fredricksen e il piccolo Russell e la loro continua ricerca della Cascata Paradiso. Questa enorme cascata si ispira nientemeno che al Salto dell’angelo, la cascata più alta del mondo. Situata nel Parco Nazionale di Canaima in Venezuela, la cascata raggiunge un’altezza di 979 metri ed è protetta come patrimonio mondiale.

Come curiosità extra, il Parco Nazionale Canaima è stato anche presentato in un altro film d’animazione della Disney, “Dinosauri”, nel 2000.

  1. Río, avventure dell’avifauna del Brasile

Un altro dei film d’animazione Disney ispirati all’America Latina è “Rio”. Sebbene sia stato originariamente prodotto dalla 20th Century Fox, l’acquisto di questa compagnia da parte della Disney ha trasformato l’ara blu protagonista del film in un altro personaggio di questa grande famiglia di cartoni animati.

Le spiagge di Rio de Janeiro, le incredibili viste della Baia di Guanabara, il famoso Cristo Redentore, la giungla lussureggiante del Parco Nazionale di Tijuca e, naturalmente, il Carnevale di Rio sono tutti presenti nel film.

  1. Le follie dell’imperatore: alla scoperta della cultura inca

“Le follie dell’imperatore” ci ha portati in un passato molto lontano per scoprire com’era la vita ai tempi dell’antica civiltà Inca. Quindi, siamo davanti ad un’altro di questi incredibili film d’animazione Disney ispirati all’America Latina, in particolare al Perù.

Anche se il film non offre molti indizi sui luoghi delle sue ambientazioni, possiamo vedere diversi paesaggi della giungla peruviana e, soprattutto, un antico villaggio che potrebbe essere ispirato alle rovine di Machu Picchu. Nel personaggio principale, Kuzco, troviamo anche chiari riferimenti al paese latinoamericano e a una delle sue città più emblematiche: Cusco.

  1. I tre caballeros, un film d’animazione Disney ricco di storia

Mariachi, Mexican music. UNESCO recognized mariachi as an Intangible Cultural Heritage.

Il film più vecchio di questa lista è “I tre caballeros”, uscito nel 1944, nel pieno della seconda guerra mondiale. Il pappagallo José Carioca, dal Brasile, e il gallo Panchito Pistola, dal Messico, accompagnano Paperino in una singolare avventura che, per alcuni, racchiude un messaggio di amicizia e alleanza in tempi politici turbolenti.

Questo film, nello stile di quello che avrebbe fatto “Mary Poppins” anni dopo, combina scene animate con personaggi e luoghi reali. Tanto che appaiono anche star dell’epoca, come la cantante brasiliana Aurora Miranda e la ballerina messicana Carmen Molina.

Durante il film possiamo vedere Donald contemplare le spiagge di Acapulco da un poncho volante, godersi uno spettacolo di folclore tradizionale a Veracruz o partecipare a un tour di Salvador de Bahia.

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È stata la mano di Dio: Quando il calcio e il cinema ti salvano la vita

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Ho fatto quello che ho potuto. Non credo di essere andato così male”. Le parole di Diego Armando Maradona aprono È stata la mano di Dio, il nuovo film di Paolo Sorrentino, nelle sale dal 24 novembre e su Netflix il 15 dicembre. È stata la mano di Dio ha vinto il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria e il Premio Marcello Mastroianni (a Filippo Scotti, come migliore attore emergente) alla 78a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed è il film scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar. Ma di cosa parliamo quando parliamo della “mano di Dio”? Il riferimento è a un famoso gol di Maradona ai Mondiali del Messico del 1986, durante Argentina – Inghilterra: Maradona, saltando alto quasi quanto Peter Shilton, il portiere inglese, riuscì a beffarlo con un tocco di mano di cui tutti ci accorgemmo solo vedendo l’azione al ralenti. Diego disse che quella era stata la mano di Dio, che era arrivata per fare giustizia, e vendicare l’invasione inglese alle isole Falkland, o Malvinas, di qualche anno prima. È stata la mano di Dio, nel senso di quella di Maradona, a salvare invece la vita a Paolo Sorrentino. In quel weekend in cui i suoi genitori persero la vita per una fuga di gas nella loro casa in montagna, a Roccaraso, il giovane Paolo, che nel film è diventato Fabietto, doveva essere lì con loro. È rimasto a Napoli per vedere il Napoli e Maradona. È stata la mano di Dio è la storia di come Diego, il calcio e il cinema gli abbiano salvato la vita. E forse come l’hanno salvata a tutti noi. È uno dei romanzi di formazione più belli mai scritti.

Una ripresa aerea sul Golfo di Napoli ci porta dentro alla storia di Fabietto (Filippo Scotti). Mentre Napoli sogna l’arrivo di Diego Armando Maradona, tra un rincorrersi parossistico di notizie, assistiamo alla vita di Fabietto e della sua famiglia. Il padre (Toni Servillo) è un bancario, un benestante, che sostiene di essere comunista e non ha ancora la tivù con il telecomando; è un papà complice e rassicurante. La madre (Teresa Saponangelo) è una donna che è rimasta un po’ bambina, e si diverte facendo ancora scherzi al telefono e a giocare con le arance. È una famiglia piena d’amore, in cui papà, mamma e figlio vanno in vespa in tre, ma in cui, a un certo punto, c’è l’ombra di un tradimento. Tra le giornate al liceo, quelle al mare, l’attesa della sua prima volta, e quella per l’arrivo di Maradona, Fabio vive la sua vita. Quella tragedia la cambierà per sempre. C’è la morte, a un certo punto di È stata la mando di Dio. Ma prima, e dopo, è una storia che trasuda di vita.

Vedere Fabietto è una continua madeleine proustiana per chi ha vissuto quegli anni. Le Converse, il walkman con le cassette e le cuffiette, i jeans a vita alta, il calcio come lo vivevamo allora. E le estati, quelle lunghe. Erano gli anni Ottanta, quelli di un’Italia che ancora viveva gli effetti del boom, o forse viveva un secondo boom, e un momento di serenità dopo gli Anni di Piombo. Era un’Italia spensierata, un po’ materialista, in cui c’era una piccola borghesia che è scomparsa. Ci si divertiva ancora con gli scherzi al telefono e si compravano le seconde case.

In questo mondo vivono i personaggi di Paolo Sorrentino, la sua famiglia, i suoi amici. Un gruppo di personaggi disegnati in modo mirabile, allo stesso tempo amorevole e spietato. La macchina da presa di Paolo Sorrentino accarezza i corpi, quelli perfetti e quelli che non lo sono, con amore, o con una bonaria derisione (all’epoca si faceva così) ma come sempre con la sua grande eleganza estetica. Sono tutti veri, o quasi. È inventata la magnifica Zia Patrizia di Luisa Ranieri, una donna che non ha potuto avere figli ed è lentamente scivolata verso la follia. Fabietto ne è in qualche modo infatuato, per la sua bellezza e la sua dolcezza. Il nudo integrale, che vediamo a un certo punto del film, ci spiega alla perfezione il suo ruolo nel film. È un ruolo simbolico, quello del turbamento sessuale tipico di quell’età, dell’infatuazione per l’altro sesso, per ogni cosa si avvicini a quella Grande Bellezza che è il mondo femminile, che a quell’età è un mondo ignoto e affascinante.

Quel corpo bellissimo è qui anche per dirci che È stata la mano di Dio è un film felliniano, anche se forse è il caso di usare per l’ultima volta questo aggettivo a proposito del cinema di Sorrentino. Perché il regista napoletano è giù diventato un aggettivo, e “sorrentiniano” è un’espressione che esiste già e ha la sua ragion d’essere. C’è anche Federico Fellini nel suo film, e non solo come influenza. Il fratello maggiore di Sorrentino aveva davvero fatto un provino per Fellini, e il film racconta anche questo. E, quando entriamo per un attimo nella stanza dove il regista sta facendo il casting, senza vedere mai lui ma le foto delle attrici che sta scegliendo, capiamo che tutto torna, che è un cerchio che si chiude. Appese al muro ci sono le foto delle donne che ama, quelle donne giunoniche che sono come Zia Patrizia, quel turbamento sessuale c’è nella realtà e c’è nel cinema. In quel cinema di Fellini di cui Paolo Sorrentino è diventato l’erede.

Il cinema non serve a niente, però serve a distrarsi” disse Fellini in un’intervista, che sentiamo nel film. “A distrarsi da cosa?”, chiese il giornalista. “Dalla realtà, perché la realtà è scadente”. Il segreto del cinema potrebbe essere in queste frasi. Che ci tornano in mente più tardi, nel film, in un momento più doloroso, più intimo. “Da quando ho perso i miei genitori, la realtà non mi piace più. Per questo voglio ricreare un’altra realtà” dice Fabietto. Ecco la motivazione, una delle motivazioni di Paolo Sorrentino nel diventare un regista.

La tieni una storia da raccontà?” chiede a Fabietto Antonio Capuano, un regista che ha influito molto nella nascita della passione per il cinema di Sorrentino, nel momento del loro incontro. Sì, Paolo Sorrentino una storia da raccontare ce l’aveva. È quella di un dolore. E la speranza è che, raccontandolo, riesca a sentirlo di meno. Questa storia l’aveva già raccontata, a pezzetti sparsi qua e là, ma stavolta è qui, senza filtri, per intero. Inutile dire che È stata la mano di Dio è il film più sincero, intimo, personale di Sorrentino, un artista troppo spesso accusato di essere solo eleganza, estetica, forma. Il suo nuovo film smentisce finalmente tutto questo: è amore, per il cinema, per il calcio, per Napoli. È Napule è di Pino Daniele, è la “zuppa di latte” di Eduardo. Come ne I 400 colpi di Truffaut e in Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, alla fine c’è un sollievo nel sapere che questo ragazzo ce l’ha fatta, che ha realizzato i suoi sogni, che è diventato un grande regista. “Non ti disunire” dice a Fabietto Antonio Capuano. Paolo Sorrentino non si è disunito. E questo è il risultato.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Promises: Pierfrancesco Favino, Kelly Reilly, e quei mélo che ormai non si fanno più

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Pierfrancesco Favino e Kelly Reilly, i protagonisti di Promises, escono da un locale notturno. Uno avanti e l’altra dietro. Sono ammantatati da una luce verde dei neon e da una luce dorata. Tutto è laccato, patinato, come le notti in cui, di tanto in tanto, i due, dopo essersi conosciuti, si incrociano. Inizia così Promises, il film di Amanda Sthers, adattato dal suo romanzo Les Promesses (in Italia con il titolo Promesse), in uscita al cinema dal 18 novembre. Già da queste prima immagini si capisce la cifra di un film elegante ed estetizzante, che trasuda passione, ma solo a tratti. “Mi dispiace non aver agito al momento giusto” dice lui. “Non c’è mai un momento giusto. Non è colpa di nessuno” è la risposta.

Sandro e Laura (Pierfrancesco Favino e Kelly Reilly), vivono nella Londra degli anni Ottanta, quella della New Wave dei Simple Minds, dei Cure e dei Joy Division, che a tratti sentiamo nel film. Si incontrano a una festa, nel bagno, quando lui aiuta lei a truccarsi con dei baffi dipinti sopra le labbra, perché quello è il tema della festa. Per entrambi quell’incontro è magnetico, è un imprinting. Tra i due c’è subito feeling, attrazione, forse già amore. Ma Laura è fidanzata e sta per sposarsi. E anche Sandro è sposato e ha una bambina. I due si cercheranno e si troveranno nel corso degli anni, senza riuscire mai a coronare il loro sogno.

Promises è un film molto particolare, da maneggiare con attenzione. Non è un film completamente riuscito, certo. Eppure Amanda Sthers ha il coraggio di girare un mélo puro, un film romantico di quelli che ormai nessuno vuole fare più. E lo può fare forte di due attori di razza, dalla presenza scenica importante. Pierfrancesco Favino ha la sua solita presenza fisica, a cui qui unisce una recitazione in un prefetto inglese (se potete provate a vedere il film in lingua originale). Ma queste sono le parole. Tutto il resto del suo personaggio lo dovrete leggere attraverso quegli occhi così liquidi, umidi, malinconici. Kelly Reilly, che era la ragazzina inglese de L’appartamento spagnolo ha due occhi stellati e sognanti, brillanti, che qui sono spesso velati di malinconia. E due labbra che sembrano disegnate da un pittore con un grande senso estetico. Tra loro la chimica funziona e i due, insieme, bucano lo schermo e ci fanno sentire l’attrazione fino in platea.

Il problema è che quando Pierfrancesco Favino e Kelly Reilly non sono in scena il film perde di tensione e di atmosfera. Stiamo parlando soprattutto dei flashback, quelli in cui Sandro è un ragazzino, che ambientati un’Italia stereotipata e da cartolina. Sono momenti che ci sembrano calligrafici, finti, che non hanno l’atmosfera giusta, e rallentano il ritmo del film. Hanno il difetto di allontanarci dalla storia attuale di Sandro e Laura, che stiamo seguendo con attenzione. Hanno però la funzione di raccontarci perché Sandro ama, o non ama, in quel modo.

Se solo, dopo aver chiuso finalmente il cerchio con il suo passato, potesse invertire il flusso del tempo, alla fine Sandro lo farebbe. E questa è una riflessione che in qualche modo fa parte prima o poi della vita di tutti noi. Imperfetto, sbilanciato, ma intrigante, Promies ci regala una delle scene più belle di attrazione e dolore che abbiamo visto negli ultimi tempi. È il momento in cui Sandro e Laura si intravedono, ma lei è in casa e lui in strada, sotto la pioggia. Lei si spoglia dietro una finestra, con lui che la guarda da fuori. In quel momento i due sono vicini, eppure lontani. Quel vetro che c’è tra loro è solo il simbolo di tutte quelle cose che, lungo la loro vita, li hanno sempre tenuti separati.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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