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Mission Impossible Fallout. Tom Cruise, il numero uno dell’action

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Tom Cruise è il Cristiano Ronaldo del cinema. Come il calciatore portoghese, non si accontenta mai, vuole andare sempre oltre i propri limiti, dare il massimo, vincere. E, soprattutto, ha un’età che ormai non si può più definire. Se CR7 è un venticinquenne nel corpo di un calciatore di 33 anni, Tom Cruise, 56 anni, ha forse trovato l’elisir dell’eterna giovinezza. In Mission: Impossible – Fallout, sua ultima fatica – in tutti i sensi – cinematografica, sceglie ancora di girare tutte le scene d’azione senza controfigura. Anche a costo di slogarsi una caviglia, continuare a girare, e lasciare la scena nel montaggio finale. Mission: Impossible – Fallout è – mescolato con il thriller, la spy story, Alfred Hitchcock e James Bond – il miglior cinema d’azione che possiate trovare oggi. Girato in carne ed ossa, in una continua corsa, un interminabile salto e un finale in volo, in prima persona, senza, o quasi, effetti digitali. Alzando, ancora una volta, la posta rispetto ai film precedenti, e vincendo ancora. La vera missione impossibile, portata a termine, è questa.

La storia riprende da dove si era fermato Rogue Nation. C’è in giro una cellula impazzita di spie e terroristi in grado di destabilizzare qualsiasi stato, e di creare il caos nel mondo. Ma questa volta la posta in gioco è davvero altissima: hanno messo a punto tre bombe atomiche, basate su tre nuclei di plutonio, che potrebbero uccidere migliaia di persone. È un attacco all’ordine prestabilito per ricreare la pace, un piano folle. Ethan Hunt (Tom Cruise) dovrà sventarlo, districandosi in una trama ordita da CIA, MI6 e la sua MIF, la Mission Impossible Force. È davvero, come dice la CIA, “Halloween, adulti che giocano con le maschere”? Toccherà a Hunt dimostrare che non è vero.

E gli toccherà anche dimostrare che il grande villain a capo di tutto questo, il misterioso Lark (uno che, come il Keyser Soze de I soliti sospetti, nessuno ha mai davvero visto), non è lui. Sì, perché quando l’agente segreto entra in un mondo più buio di lui, finisce per essere coperto dalle ombre. E diventare l’agente oscuro. Ricordate? “O muori da eroe o vivi così a lungo da diventare il cattivo”, diceva Harvey Dent ne Il cavaliere oscuro. E, come per Batman, il rischio di Ethan Hunt nel sesto film di Mission Impossible è di diventare il cattivo. Questa oscurità, questo dark mood, questo senso di apocalisse imminente è la grande novità del film di Christopher McQuarrie: qui non c’è in ballo la sopravvivenza della MIF, come in altri film, ma quella del mondo intero. Non manca l’ironia, ovviamente, e non manca l’azione. Come vi abbiamo detto, è la migliore azione possibile in circolazione: tra le altre cose, vedrete Cruise paracadutarsi su Parigi in mezzo a una tempesta di fulmini, e salire al volo su un elicottero in un inseguimento in volo tra le gole del Kashmir.

E non manca l’amore. Il vero motore della storia del film precedente, Mission: Impossible – Rogue Nation, era la tensione sessuale e sentimentale tra Ethan Hunt e Ilsa Faust, alias Tom Cruise e Rebecca Ferguson, l’attrice svedese scelta da Cruise dopo averla vista nella serie tv The White Crown, l’unica donna che nella saga di Mission: Impossible sia riuscita a tenere testa a Cruise. Anche lei, prima di tutto, gira personalmente le scene d’azione. E anche il suo personaggio, Ilsa Faust, è in fondo un agente solitario, spesso isolato, diviso tra la ragion di stato e gli affetti. Il suo corpo da ballerina combattente, il suo volto da regina d’altri tempi, da Ingrid Bergman 2.0, quel modo in cui riesce a velare di pianto, senza mai scoppiare, quegli occhi che sembrano di ghiaccio e invece nascondono le fiamme, è uno dei motivi che, da soli, valgono il prezzo del biglietto. Come lo valgono le scene d’azione. E come lo vale, ovviamente, Tom Cruise. Come Cristiano Ronaldo, nel suo campo, è il Numero Uno.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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First Man. Il primo uomo sulla luna visto da Damien Chazelle

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For here am I sitting in a tin can, far above the moon. Ricordate queste parole di David Bowie? La sua Space Oddity, che era stata scelta come colonna sonora delle trasmissioni sullo sbarco sulla Luna, era ispirata a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. First Man, di Damien Chazelle, racconta proprio questo, la storia del primo uomo sulla Luna, Neil Armstrong. Si chiama “primo uomo”, e infatti racconta l’uomo, più che la Luna. E non c’è niente di più lontano dal film di Kubrick come questo First Man. Non ci sono navicelle che sembrano fluttuare leggere nello spazio, danzare a ritmo di valzer e agganciarsi tra loro facilmente come se bastasse stringere una mano. No, le astronavi e i moduli in cui Neil Armostrong (Ryan Gosling) e gli altri candidati allo sbarco sulla Luna viaggiano, provano, tentano e ritentano, e quella che alla fine arriva sulla Luna sono come i barattoli di latta di cui canta Bowie. Traballanti, precarie, tremanti, rumorose, apparentemente sempre sul punto di spezzarsi. E terribilmente difettose.

It’s silly, no? When a rocket ship explodes and everybody still wants to fly, cantava Prince, anche se erano già gli anni Ottanta. Quando i viaggi spaziali erano ormai una scienza esatta. Ma qui, signori, siamo in un film di Damien Chazelle, e il rischio di morire si sente tutto. Che poi è la verità: in quegli anni si moriva, si partiva per una missione e non si tornava più. Si doveva lasciare la propria casa, pieni di speranza e di eccitazione per il fatto di poter entrare nella storia, ma anche dovendo confessare ai figli che, sì, c’era anche la possibilità di non tornare più.
Eppure si va avanti, verso un sogno, perché non si devono cercare di fare le cose facili, ma le cose più difficili. Lo sentiamo dire a John Fitzgerald Kennedy, in un discorso di repertorio registrato prima della morte, e trasmesso dalla televisione americana dopo lo sbarco sulla Luna, per confermare che quell’obiettivo era raggiunto. Le parole di Kennedy potrebbero essere un manifesto del cinema di Chazelle, e probabilmente, anche se non la conosciamo, della sua vita, tanto è deciso a portarla in scena, seppur in storie completamente diverse, in ogni film. Cercare le cose più difficili, provare a migliorarsi continuamente, non accontentarsi. Come Charlie Parker, che se Jo Jones non gli avesse tirato un piatto, non sarebbe mai diventato lui. In Whiplash, in fondo, Chazelle ci aveva raccontato la stessa storia. E in La La Land anche.

I personaggi di Chazelle sono uomini, e talvolta donne, che vanno dritti verso il loro obiettivo, il loro sogno. Sono disposti a lasciare indietro una relazione appena iniziata (Whiplash), l’amore della vita (La La Land), un’intera famiglia, come fa Neil Armstrong, una moglie e due figli (un’altra figlia era scomparsa prematuramente) che non abbandona ma è pronto a rischiare di non abbracciare più. Come l’Andrew di Whiplash, anche Neil Armstrong è sottoposto a una selezione, e una dura, e continua, competizione interna. Entrambi sono sottoposti ad allenamenti sfiancanti. E, mentre uno finisce coperto di sangue, l’altro finisce coperto di vomito.

Giant steps are what you take, walking on the moon. Non c’è spazio, o ce n’è pochissimo, per la gloria, nel cinema di Damien Chazelle. C’è invece tanto spazio per la fatica che si fa per arrivarci. La Storia è così, fissa un’immagine, come quella camminata sulla Luna immortalata dalla televisione, che sembra leggiadra, che viene ripresa dalle canzoni, come quella dei Police. Ma prima c’è la paura per comparti che si devono staccare, motori da fermare e riavviare, rotte da riprendere, carburanti che rischiano di finire prima dell’atterraggio. Le scelte di regia di Chazelle confermano l’understatement nella visione dell’impresa: la Luna appare per la prima volta dietro un finestrino mezzo coperto dal ghiaccio. L’atterraggio è visto attraverso un piede della capsula, che si appoggia sul suolo. E così, anche il primo passo è una ripresa del piede e dell’impronta che lascia. Perché la gloria, la Storia, la felicità sono un momento. Ma la vita è il duro sforzo per arrivarci.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Soldado: l’italiano Sollima fa centro con il sequel di Sicario

Marta Nozza Bielli

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Il film un’opera complessa. Alla recitazione, alla regia e alla trama si aggiungono tanti altri elementi che combinati insieme danno vita a quel prodotto finito per il quale da più di un secolo il pubblico si reca nelle sale per goderne della spettacolarità.
soldadoIl livello qualitativo di tutte le componenti influisce sulla buona riuscita di una pellicola e quando tutte queste funzionano il risultato sarà un film non per forza indimenticabile ma senza dubbio apprezzabile e degno di lode.
Sicario rientra alla perfezione in questa categoria. Diretto da uno dei registi più talentuosi sulla piazza (il Denis Villeneuve di Prisoners e Blade Runner 2049, per citare alcuni dei suoi lavori), scritto dal narratore per eccellenza della frontiera americana odierna (il Taylor Sheridan di Hell or high water), fotografato da uno dei maestri indiscussi della cinematografia Roger Deakins e musicato da Johann Johansson, artista creativo e sperimentale scomparso prematuramente qualche mese fa. La presenza sullo schermo di interpreti quali Josh Brolin, Benicio del Toro ed Emily Blunt era solo la ciliegina sulla torta di un prodotto qualitativamente già ineccepibile.

Tutto questo, unito ad un’anima dalle sfumature action, ha garantito a Sicario un successo di pubblico e critica tale da non risparmiarlo alla logica del sequel che attanaglia ogni pellicola in cui si respira la minima possibilità di espanderne l’universo narrativo; da qui nasce a distanza di tre anni Soldado (Sicario: Day of the Soldado in lingua orginale).
Squadra che vince non si cambia verrebbe da dire considerando il risultato ottenuto con il prequel ma stavolta Hollywood ha deciso di correre il rischio e non si è fatta scoraggiare dall’assenza di due pilastri come Deakins e Villeneuve, rimpiazzandoli con Dariusz Wolski (sodale di Ridley Scott) e con l’italiano Stefano Sollima, apprezzatissimo non solo in madrepatria ma anche all’estero grazie alla regia di Gomorra – La serie (portano la sua firma anche successi come Suburra e Romanzo Criminale – La serie). Una doppia sfida per il regista nostrano, ritrovatosi ad affrontare il peso di un’eredità registica non indifferente in un contesto internazionale.

soldadoIn Soldado il cartello messicano è accusato dal governo statunitense di trasportare illegalmente i terroristi oltre il confine. In seguito ad un attacco suicida avvenuto in un supermercato di Kansas City, l’agente della CIA Matt Graver (Josh Brolin) viene lasciato libero di adottare misure straordinarie che possano mettere la parola fine al traffico di essere umani. Per farlo, Graver chiede di nuovo aiuto alla sua vecchia conoscenza Alejandro Gillick (Benicio del Toro) e insieme creeranno scompiglio all’interno del cartello innestando una guerra tra clan con il rapimento dell’adolescente figlia del boss (Isabela Moner). Nessuna regola vige in una battaglia dove non sembrano esserci vincitori ma solo vinti e dove l’integrità si macchia di sangue.

Possiamo dirlo a gran voce: Stefano Sollima ce l’ha fatta! Il suo Soldado è avvincente dal primo all’ultimo fotogramma, teso come una corda di violino e non concede nemmeno un attimo di respiro allo spettatore. Alternando riprese con drone a sequenze action dal montaggio serrato, la regia non è mai invasiva ma ben si amalgama alle altre ottime componenti tecniche. Le musiche – qui composte da Hildur Guðnadóttir – riprendono il lavoro del compianto Johansonn e alternano sapientemente silenzio e sonoro, la fotografia – come la regia – è meno artefatta e più ruvida rispetto al lavoro in Sicario, come del resto lo è anche lo script.

soldadoParte proprio dalla sceneggiatura infatti il cambio di rotta intrapreso da Soldado. La scrittura di Taylor Sheridan si riconferma ancora una volta in grado di mettere in luce aspetti controversi della realtà dando voce a quella parte degli Stati Uniti – sia chiaro, non in un Paese sperduto nell’Oceano, ma degli Usa – lontana dai riflettori internazionali e dai titoli strillati sui social in cui si consuma ogni giorno, da decenni ormai, una violenza inaudita all’insegna dell’anarchia.
Ed è la totale assenza di regole a segnare da un lato il contrasto tra Soldado e il suo prequel e dall’altro la diretta conseguenza a cui le dinamiche viste in precedenza erano destinate ad approdare. Persino l’assenza di Emily Blunt (che avrebbe potuto creare dissensi nell’epoca dell’equality hollywoodiana) risulta confacente alla trama. L’agente dell’FBI interpretato dall’attrice britannica infatti era il simbolo della razionalità e del do the right thing ma lungo la frontiera messicana non ci sono leggi più da rispettare o infrangere ma solo l’urgenza di imporre con ogni mezzo il proprio dominio sugli altri.

Il territorio di confine si trasforma in un Far West contemporaneo, una terra di nessuno in cui Taylor Sheridan inserisce prima ed arricchisce poi di diverse sfumature i suoi protagonisti sfruttando al meglio il talento di Brolin e del Toro. Sicario e Soldado diventano così le facce della stessa medaglia, anima più riflessiva l’una e più spietata l’altra di un’unica realtà.

Stefano Sollima supera a pieni voti la prova su scala internazionale e confeziona un action thriller dalle tinte drammatiche degno del suo predecessore. Soldado – in arrivo nelle nostre sale il 18 ottobre – espande l’universo di Sheridan e apre le porte a quello che potrebbe essere un vero e proprio franchise. Noi sospettiamo nell’arrivo di un terzo capitolo, e nel frattempo vi consigliamo caldamente la visione.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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Titanic al cinema l’8, il 9 e il 10 ottobre per festeggiare i 20 anni dall’uscita!

Marta Nozza Bielli

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«Sto volando Jack!».
Una breve citazione è sufficiente per far riaffiorare nella mente le emozioni vissute grazie a Titanic.
Il kolossal di James Cameron ha compiuto 20 anni e per celebrare in pompa magna il grande evento, il film campione d’incassi tornerà al cinema per una release limitata nei giorni 8, 9 e 10 ottobre. Un’occasione imperdibile per rivivere una delle storie d’amore cinematografiche più famose di tutti i tempi e per godere della versione restaurata in Dolby Vision della pellicola che ha battuto ogni record.

titanicNon è la prima volta che Titanic ritorna in sala. Già nel 2012 il pubblico aveva potuto assistere ad una riedizione in 3D in occasione del centenario del naufragio del transatlantico. Anche in quell’occasione il film riscosse un grandissimo successo al botteghino, a riconferma di come a distanza di anni la Titanic-mania fosse più viva che mai.
Titanic infatti, oltre ad essere il detentore di numerosi record ha avuto un impatto mediatico e culturale fuori dal comune per quegli anni. Il decennio successivo sarebbe stato il turno dell’hype per le saghe cinematografiche – come per esempio i film di Harry Potter o quelli dei Marvel Studios – ma mentre questi si basavano su un successo planetario già esistente e conclamato (derivato dai romanzi di J.K Rowling e dai fumetti di Stan Lee), Titanic era una storia inventata quasi da zero riuscita a coinvolgere e ad appassionare milioni di persone in tutto il mondo diventando un vero e proprio fenomeno.

titanicNel dar vita alla sua creatura James Cameron (non solo regista ma anche sceneggiatore, produttore e montatore) non ha dato sfogo alla fantasia creando universi alternativi abitati da creature fantastiche (come farà con Avatar qualche anno più tardi) ma partendo da un fatto realmente accaduto ha applicato una commistione di generi che diventerà elemento distintivo della sua filmografia.
Ecco allora che Titanic con i suoi 195 minuti di durata è non solo un film romantico, ma allo stesso tempo anche un film storico e catastrofico condito da un sapiente uso degli effetti speciali e di tecniche sperimentali, come il set inclinabile che poteva raggiungere un’inclinazione di 60 gradi grazie ad un complesso sistema di pompe idrauliche.

E pensare che il film avrebbe potuto essere molto diverso! La produzione di Titanic risultò fin dal principio molto difficoltosa. Dati gli ingenti costi di lavorazione, si era inizialmente pensato di affidare i ruoli dei protagonisti ad attori ai tempi molto più conosciuti: per il ruolo di Jack entrarono in lizza Brad Pitt, Tom Cruise e Matthew McConaughey mentre Rose avrebbe potuto avere il volto di Nicole Kidman, Cameron Diaz, Gwyneth Paltrow e persino Madonna. Come tutti sappiamo alla fine ebbero la meglio Leonardo di Caprio e Kate Winslet e il film divenne un vero e proprio trampolino di lancio per le loro carriere a livello globale (e di un’amicizia che ancora oggi ci fa sognare), nonostante fossero nel settore già da diverso tempo.

titanicAnche le musiche erano state progettate in modo diverso. La produzione avrebbe voluto affidare la colonna sonora alla cantante e musicista irlandese Enya la quale però non era disponibile, così al suo posto subentrò James Horner, il quale riuscì nel difficile compito di dissuadere il regista dall’idea di non introdurre canzoni nei film. Quando Horner fece ascoltare l’iconica My heart will go on di Céline Dion Cameron dovette ricredersi, soprattutto perché il brano avrebbe potuto essere sfruttato a livello commerciale e questo avrebbe fatto tornare un flebile sorriso alla Paramount e alla Fox (che si erano suddivise i diritti per la distribuzione), ai tempi terribilmente preoccupate dall’altissimo budget investito.
A causa del perfezionismo maniacale del regista i costi superavano ormai i 200 milioni di dollari e l’accoglienza tiepida ottenuta durante la proiezione in anteprima al Tokyo International Film Festival – dove qualcuno definì Titanic come un “classico melodramma con bonus di effetti speciali” – fece crescer il timore del fallimento, tanto che Cameron decise di rinunciare sia al suo stipendio sia alla percentuale degli incassi che gli spettava.

titanicMai altro presentimento fu più sbagliato. Titanic incassò nel mondo circa 2,2 miliardi di dollari – diventando il film con il maggior incasso di tutti i tempi, superato poi solo da Avatar diretto sempre da James Cameron – conquistò 14 nomination agli Oscar del 1998 (record condiviso con Eva contro Eva nel 1950 e La La Land nel 2016) vincendo la cifra record di ben 11 statuette (raggiungendo il successo di Ben Hur del 1959 eguagliato poi anche da Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re nel 2004). Senza contare l’incommensurabile successo e affetto del pubblico che a distanza di 20 anni ancora mantiene viva la pellicola nei ricordi.

La storia la conosciamo a memoria ma siamo pronti a lasciarci trasportare per l’ennesima volta dalle atmosfere solenne di uno dei kolossal per eccellenza (e dal sex appeal sbarazzino del giovane Leonardo di Caprio, ça va sans dire).
Segnate l’appuntamento in agenda quindi: Titanic tornerà l’8, 9 e 10 ottobre!

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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