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Dogman. Un incredibile viaggio immersivo nella natura umana

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In una scena di Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone, presentato a Cannes e appena arrivato nelle nostre sale, i protagonisti entrano in una discoteca dove sono contornati da angeli. Ma non sono veri. Sono delle ballerine che sono lì per lavoro. Il Bene, nel nuovo film di Matteo Garrone, è probabilmente solo un’illusione, un’aspirazione impossibile da raggiungere. Perché il mondo, purtroppo, va da un’altra parte. Dogman è tutto questo: una parabola, un racconto morale e universale, un’opera che scandaglia nel profondo la natura umana. Pur prendendo spunto da un fatto di cronaca, l’omicidio dell’ex pugile Giancarlo Ricci a opera di Pietro De Negri, detto il Canaro della Magliana, avvenuto nel lontano 1988, Dogman diventa subito qualcos’altro. I protagonisti non si chiamano così. E non siamo nemmeno a Roma.

E allora dove siamo? In un mondo fuori dallo spazio e dal tempo, un non luogo, metafisico, quasi astratto, irreale, spettrale e simbolico. Una periferia deserta e desertificata, svuotata di vita e di contenuti, un luogo immaginario tra Roma e Napoli dove i personaggi parlano vari dialetti, romano, calabrese, campano. Un luogo fuori dal tempo, ma al contempo anche una delle tante periferie italiane di oggi, dimenticate dalla politica e dai riflettori. Almeno fino a che non arriva, come qui, la tragedia. E la cronaca nera. A rischio di spezzare l’incanto, vi raccontiamo che questo posto esiste davvero: si chiama Villaggio Coppola e si trova a Castel Volturno, non lontano dai luoghi di Gomorra. Fu costruito per le truppe americane della Nato e poi abbandonato. È reale, anche se sembra una scenografia costruita appositamente per un film western, l’ultimo avamposto prima del deserto. Trovare luoghi simili, ridipingerli con i suoi colori desaturati, riprenderli enfatizzando il loro squallore, le crepe, i vuoti, è una delle particolarità del cinema di Matteo Garrone. La sua proverbiale spietatezza dello sguardo, in grado di mostrarci come pochi altri il degrado dei nostri luoghi e delle nostre anime, si trova anche in Dogman.

Un’altra particolarità è quella di trovare, oltre i luoghi, le persone, le storie, le chiavi interpretative. Ha fatto scuola la produzione di Gomorra, un vivere in simbiosi con il luogo filmato, tanto da recepire i consigli, il mood, l’anima di un ambiente, oltre a prenderne volti e corpi. Oltre al suo set, Garrone ha saputo scegliere il suo protagonista. Ancora una volta andando a prenderlo fuori dal circuito del cinema che conta. Marcello Fonte, che interpreta il protagonista (che si chiama come lui, Marcello, e ama stare con i cani più che con le persone), è un attore, ma ha recitato in piccole compagnie teatrali, o ha fatto la comparsa. Garrone lo ha trovato in un centro sociale occupato, era il guardiano di uno spazio dove recitavano ex detenuti. Non proprio un attore “preso dalla strada”, come si teneva a dire nel Neorealismo, ma quasi. Marcello è un attore unico: una voce stridula, debole, come il fisico gracile e minuto. Due occhi enormi, due occhi buoni. Il controcanto è l’altro protagonista, la vittima – che però in tutto il film è il suo vessatore, il bullo, il violento – Simoncino, interpretato da Edoardo Pesce, un attore professionista, solido, dotato di un fisico e di un soma che lo spinge verso ruoli da villain (l’abbiamo visto in Cuori puri e Fortunata), ma che, finora, gli abbiamo visto interpretare in modo sempre diverso. Marcello e Simoncino, e i loro interpreti Fonte e Pesce, sono lo yin e lo yang, il grosso e il minuto, il cattivo e il buono. Due opposti destinati ad attrarsi.

In fondo Dogman è ancora la storia di una relazione problematica, squilibrata, malata. È l’ideale compimento del discorso iniziato con L’imbalsamatore e Primo amore, l’attrazione fatale tra due solitudini, un rapporto tra due persone in cui una delle due è in una condizione di dominio e l’altra di sottomissione, in cui uno cerca di rincorrere l’altro senza raggiungerlo mai. È il Male che nasce da uno squilibrio, da un rapporto cercato e mai esistito, dall’inadeguatezza, dalla rivalsa. Ma in Dogman c’è tutto il cinema di Garrone: la violenza che scaturisce dall’ambiente, e che sembra il finale inevitabile di certe storie, una strada senza alternative, come in Gomorra. La storia di un Candido che è destinato a scontrarsi con il mondo, come in Reality.
Dogman è soprattutto, l’ennesima, profonda riflessione su Bene e Male, e quindi sulla natura umana, di Matteo Garrone. Uno dei nostri migliori registi ci ricorda che dietro al Male c’è sempre un percorso, una relazione, una ferita. La grandezza di Garrone è che quella ferita non la copre, non la nasconde, ma la apre, e ce la fa vedere impietosamente. Il suo Dogman è qualcosa di incredibile: è una straordinaria esperienza immersiva, interattiva, un viaggio tridimensionale dentro la nostra natura. Perché, nel momento in cui Marcello ha la sua rivalsa contro il suo vessatore, noi siamo tutti lì con lui, lo capiamo, lo accompagniamo nella sua vendetta. La compassione e l’identificazione di cui ci fa partecipi Garrone è solo quella di cui è capace un grande cineasta. E, mentre nel negozio di Marcello i cani osservano attoniti ed esterrefatti alla follia di cui siamo capaci noi esseri umani, capiamo anche questo. Che il Male è dentro tutti noi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Non ci resta che il crimine, action comedy all’italiana

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Una commistione di generi, un omaggio a tanto cinema del passato, uno sguardo divertito sull’Italia di oggi e di ieri. La nuova fatica di Massimiliano Bruno (regista, sceneggiatore e attore) si inserisce perfettamente nella scia del cinema italiano post Lo chiamavano Jeeg Robot, dove la contaminazione regna sovrana. E non è un caso che alla sceneggiatura (e al soggetto) del film troviamo anche Nicola Guaglianone e Menotti, creatori del superhero romano portato sullo schermo da Gabriele Mainetti nel 2015.

Non ci resta che il crimine richiama già dal titolo (e poi anche nello spunto narrativo) Non ci resta che piangere di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984), cita Ritorno al futuro, si compone su una messa in scena che si rifà al classico poliziesco all’italiana degli anni Settanta, muove il plot su uno degli argomenti cardine del nostro cinema del ventunesimo secolo, e cioè la Banda della Magliana di Romanzo Criminale.

Il film di Bruno è una action comedy dai risvolti fantastici, che vede un terzetto di amici squattrinati (Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi) improvvisarsi tour operator per visite guidate nei luoghi della Roma criminale del passato per poi ritrovarsi casualmente catapultati nella capitale dell’estate del 1982, quella che sognava e tifava per la nazionale di calcio, imminente vincitrice dei mondiali di calcio di Spagna, e che viveva l’ascesa del racket della Banda della Magliana. In un susseguirsi convulso di eventi e situazioni, i tre amici incappano nel boss Renatino De Pedis (Edoardo Leo) e nella sua donna (Ilenia Pastorelli), incrociano loro stessi da bambini, scommettono e fanno soldi grazie ai risultati delle partite di calcio (Biff Tannen style), riscoprono i luoghi della Roma di un tempo, si innamorano, fanno i conti con il loro passato e rileggono la propria esistenza.

Sono tanti, dunque, gli spunti messi in campo da Bruno e dagli altri autori, forse anche troppi. E nonostante ciò non giovi alla narrazione del film, arrivando ad aggrovigliarla eccessivamente e costringendola a svolte a tratti facili e banali, Non ci resta che il crimine si presenta comunque come un godibilissimo prodotto d’intrattenimento, pieno di sorprese, di trovate, di simpatica nostalgia e sorretto da un cast corale che si integra benissimo. Giallini, Tognazzi e Gassmann sposano perfettamente il tono della pellicola, dando una forte verve comica nella caratterizzazione dei loro personaggi ma evitando di scadere nel macchiettistico; Ilenia Pastorelli è efficace nel tratteggiare la donna del boss, tanto sensuale quanto furba; Edoardo Leo, infine, convince nel ruolo, per lui inusuale, di cattivo, riuscendo tra l’altro nel difficile compito di non tradire mai la negatività del suo personaggio anche nelle situazioni più assurde e divertenti.

Con questo film Bruno non si attesta sul livello dei suoi migliori lavori (Nessuno mi può giudicare, Viva l’Italia, Gli ultimi saranno ultimi), ma confeziona un divertissement spassoso e “popolarmente cinefilo” che potrà sicuramente dire la sua al botteghino. E che – chissà – magari aprirà la strada anche ad un sequel o addirittura ad una trilogia. Come Ritorno al futuro.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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CITY OF LIES – L’ora della verità al cinema dal 10 gennaio 2019

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Tratto dal romanzo candidato al Premio Pulitzer, LAbyrinth di Randall Sullivan, City of Lies – L’ora della verità è un thriller evocativo e provocatorio, sul desiderio di giustizia e sulla ricerca della verità sopra ogni cosa. Protagonista del film, basato su fatti realmente accaduti, è l’eclettica e pluripremiata star Johnny Depp, nei panni dell’ex detective Russell Pool, passato alla storia per aver indagato sulla morte dei rapper Tupac Shakur e The Notorious B.I.G., assassinii tuttora rimasti irrisolti. Al suo fianco, nel ruolo di un giornalista che aiuta Poole nelle ricerche, Forest Whitaker (Premio Oscar® come Miglior attore per L’ultimo re di Scozia), che torna a recitare con Depp a distanza di trent’anni, dopo il cult di Oliver Stone: Platoon. Nel cast anche Toby Huss (Jerry Maguire, Destroyer). A dirigerli, il regista e sceneggiatore Brad Furman (The Lincoln Lawyer, The Infiltrator). Tra i doppiatori del film, che omaggia Tupac prestandogli la voce, Ghali, giovanissimo ma già affermato fenomeno della musica Trap italiana.
City of Lies – L’ora della verità arriverà nelle sale italiane a partire dal 10 gennaio 2019, distribuito da Notorious Pictures.

Russell Poole è un ex-detective che ha dedicato la sua vita ad un caso mai risolto, gli omicidi delle due star del rap Tupac Shakur e The Notorious B.I.G., avvenuti alla fine degli anni ’90. Vent’anni dopo riceve la visita di Jackson, un reporter dell’ABC che a sua volta legò a quel caso il suo unico momento di notorietà e oggi vede smantellate le teorie esposte nel documentario che gli valse un Emmy Award. I due si immergono insieme in una nuova indagine, decisi a smascherare il coinvolgimento della corrotta polizia di Los Angeles.

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Amici come prima, la nuova faccia della coppia Boldi-De Sica

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Era il 2005 e Natale a Miami, ennesimo cinepanettone targato Filmauro, metteva fine al lungo, fortunato e glorioso sodalizio tra Christian De Sica e Massimo Boldi. Li avevamo lasciati nelle solite vesti a cui ci avevano abituati per più di due decenni: De Sica arruffone, sbruffone, fedifrago, latin lover, furbetto; Boldi goffo, cartoonesco, impacciato, vulcano di fisicità e demenzialità.

Oggi, a distanza di tredici anni da quella pellicola, Amici come prima segna la grande reunion tra l’attore brillante romano e il comico milanese. Non più De Laurentiis produttore, non più Neri Parenti alla regia, e la storica coppia d’oro del cinema natalizio italiano torna sul grande schermo con un prodotto completamente diverso. Una commedia a tutto tondo, con una storia che evita gli schemi narrativi e soprattutto l’atmosfera del classico cinepanettone, dove i due interpreti non sono più il motore esilarante di un’intelaiatura di sketch, ma sono attori al servizio di un racconto più stratificato.

Alla regia c’è lo stesso De Sica (coadiuvato, non accreditato, dal figlio Brando), alla sceneggiatura Fausto Brizzi, Marco Martani, Alessandro Bardani e Edoardo Falcone, e nonostante il film inizi proprio con un omaggio (nella colonna sonora) al primo Vacanze di Natale e, nell’arco dei suoi 95 minuti, rivolga spesso lo sguardo con malinconia e intento quasi metacinematografico verso alcuni gloriosi successi natalizi del passato, è evidente sin dalle prime sequenze che il “vento” sia cambiato.
Boldi è Massimo Colombo, il vecchio proprietario di un hotel di lusso, fermo per pigrizia su una sedia a rotelle elettrica e in cerca di una escort che gli faccia da badante; De Sica è invece Cesare Proietti, l’elegante e professionale direttore dell’albergo che, licenziato in tronco dalla figlia di Colombo (un’efficace Regina Orioli), si traveste da donna per ottenere il lavoro al servizio dell’anziano. Uno spunto che rimanda immediatamente a diverse commedie americane con attori “en travesti”, da Tootsie a Mrs. Doubtfire, e che i due attori, ben dosati in una confezione curata e piena di ritmo, sviluppano sullo schermo con tanta goliardia, ma anche con tanta tenerezza.

E’ proprio questo l’aspetto sorprendente del film, il suo maggior pregio, il punto di forza che si fa cifra di una chiara maturazione e di una evoluzione cosciente e ponderata. La coppia comica ha infatti scelto di allontanarsi dai ruoli e dalle situazioni del passato (anche se qualche incursione nelle vecchie atmosfere non manca), evitando così ogni rischio di “minestra riscaldata”. Forse il grande pubblico avrà inizialmente difficoltà nell’accettare i due attori in questa nuova veste, e probabilmente chi si aspetta il cinepanettone di una volta, con risate sguaiate e facili (seppur divertenti) trivialità, ne rimarrà deluso; ma chi saprà accogliere questa inconsueta (per la coppia) comicità malinconica si divertirà molto e apprezzerà l’opportuno e necessario cambio di rotta. D’altronde l’età passa per tutti, e Boldi e De Sica hanno saputo rinnovarsi con intelligenza. Sono passati tredici anni dall’ultimo film insieme, e si sentono tutti. Fortunatamente, però.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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