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Arrivano i Prof dal 1° maggio al cinema

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Mentre (quasi) tutti festeggiano le promozioni all’esame di maturità, al liceo Alessandro Manzoni c’è grande preoccupazione: solo il 12% degli studenti è riuscito a conseguire il diploma. Il Manzoni ha un primato assoluto: è il peggior liceo d’Italia. Non sapendo più che soluzioni adottare, il Preside accoglie la proposta del Provveditore e decide di fare un ultimo, estremo, rischioso tentativo: reclutare i peggiori insegnanti in circolazione selezionati dall’algoritmo ministeriale nella speranza che dove hanno fallito i migliori, possano riuscire i peggiori. Obiettivo: avere almeno il 50% di promossi. Così l’Alessandro Manzoni rinnova il corpo insegnanti con sette professori veramente speciali, ciascuno dei quali segue un proprio progetto didattico rivoluzionario e un proprio personalissimo metodo di insegnamento. Con risultati disastrosi. Eppure…i ragazzi del Manzoni cominciano a capire che sta accadendo qualcosa di grande e che a quello sgangherato e sconclusionato corpo docente importa davvero di loro, al di là dei programmi scolastici e delle note sul registro.

Regia: Ivan Silvestrini
Cast: Claudio Bisio, Lino Guanciale, Maurizio Nichetti, Rocco Hunt

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Cine Mood

Ex Libris The New York Public Library – Un film di Frederick Wiseman

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Dal maestro del documentario Frederick Wiseman, un inedito sguardo dietro le quinte della New York Public Library, una delle più grandi istituzioni culturali del mondo, luogodi accoglienza, scambio culturale e apprendimento. Con 92 divisioni sparse per Manhattan, il Bronx e Staten Island, la Biblioteca pubblica di New York ambisce aessere una risorsa per tutti gli abitanti di questa città sfaccettata e cosmopolita esemplifica il credo profondamente americano del diritto individuale di sapere e diessere informato. Con le sue attività, la Biblioteca giorno dopo giorno stimolal’apprendimento, promuove la conoscenza e rafforza il senso di inclusione e dicomunità.
Nell’ America di Trump, è probabilmente non solo l’istituzione più democratica , ma anche quella ideologicamente più importante. Il suo messaggio, oggi quanto maiattuale, è chiaro e potente: qui dentro, chiunque è il benvenuto.

Intervista a Frederick Wiseman

È noto a tutti  il suo lavoro sulle Istituzioni Americane, per il quale è stato premi ato conun Oscar Onorario quest’anno. Che cosa ha suscitato il suo interesse per la New YorkPublic Library?
Ho sempre amato e frequentato le biblioteche pubbliche per tutto quello che si  pu ò imparare, scoprire e per le sorprese e gli stimoli che regalano. Non conoscevo, prima didirigere il film, lo spessore, i propositi e la portata della New York Public Library nella sede principale e nelle sue 92 succursali e l’ampio raggio di servizi che propone a tuttele classi sociali, le razze ed etnie. Sono stato attratto anche dall’immensità degli archivie delle collezioni, dalla diversità dei programmi e dal coinvolgimento reale edentusiasta del personale nell’offrire assistenza per l’educazione, il sapere, le lingue el’economia, giusto per citare alcune categorie, a tutti coloro che cercavano aiuto.

Una delle persone che appare nel film afferma che le biblioteche siano le “colonne
portanti della democrazia”. Non è un po’ eccessivo?
No, non penso proprio. Prima di iniziare il film non conoscevo la portata delle attività delle biblioteche. Avendo trascorso 12 settimane in quella biblioteca, penso sia una descrizione giusta e appropriata. La New York Public Library non è solo un luogo dove si v a per cercare libri o consultaregli archivi ma è un’istituzione fondamentale per i residenti e gli abitanti della città, in particolar modo all’interno dei quartieri poveri e di immigrati in cui la biblioteca è più che un luogo passivo dove prendere libri in prestito. Le succursali sono diventatecomunità e centri culturali dove si svolgono un’ampia varietà di attività educative peradulti e bambini. Il personale della biblioteca lavora per aiutare gli altri: organizzanocorsi di lingua e computer, seminari di letteratura e storia o corsi su come fondare un business così come corsi dopo scuola per bambini e adolescenti per integrare ilprogramma scolastico. Ci sono letteralmente centinaia di programmi educativi perpersone di tutte le età e classi sociali. Il film presenta l’ampia varietà di opportunitàofferte dalla biblioteca. La New York Public Library incarna completamente l’ideademocratica di essere disponibili nei confronti del prossimo. Tutte le classi sociali, razze ed etnie sono connesse alla biblioteca. Per me la New York Public Library è l’immagine della democrazia in azione. E rappresenta il meglio dell’America. Per queste ragionidire che le biblioteche siano le “colonne portanti” della democrazia non risultaeccessivo.

Il suo film rivela che sia l’universale accesso alla cultura sia l’educazione pubblica e
civica siano un progetto moderno…
La New York Public Library è connessa a qua si tutti gli aspetti della cultura ed educazi one nella città di New York – educazione ai bambini e agli adulti, ricerca, borsedi studio, arte, danza, teatro, film, relazioni tra etnie, disabilità fisiche ed immigrazione,per nominare alcune delle principali categorie. La biblioteca è la più democratica trale istituzioni in quanto è coinvolta in quasi tutti gli avvenimenti di un certo rilievo cheavvengono a New York. La biblioteca rappresenta tutto ciò che Trump odia – diversità, eguaglianza dei diritti, dell’educazione e del pensiero. Ho cominciato le ripresenell’autunno del 2015, senza avere in testa Trump. Ho pensato semplicemente fosse unbuon soggetto. Per ragioni estranee alla scelta originaria del soggetto, quando Trumpè stato eletto il film è diventato politico.

Possiamo affidarci all’intelligenza della New York Public Library per contrastare la maleducazione di Trump? I milioni di volumi e i trilioni di parole contenute nella New York Public Library possono controbattere i tweet presidenziali in 140 caratteri?
La New York Public Library sta già fron teggiando Trump, solo attraverso la su a   e sistenzae   il proseguimento delle normali attività quotidiane. La New York Public Library è di granlunga più rappresentativa dell’America rispetto a quanto lo sia Trump, un individuo il cuivocabolario, pensiero e narcisismo corrispondono a quelli di un bambino di cinqueanni. La NYPL rappresenta la grande tradizione democratica americana che Trumpvorrebbe distruggere. Questo spirito democratico, che risiede nella NYPL come inqualsiasi altro luogo, è la colonna vertebrale dell’America. Trump non rappresental’America pur essendo il suo Presidente.

La New York Public Library sarà “confortata” dai suoi pensieri così espliciti su Trump e
sulla biblioteca?
La NYPL non si p reoccuperà di censurare in alcun modo. Le collezioni incarnano centinaia di opinioni contrastanti e contraddittorie, alcune delle quali sonosicuramente offensive per un gruppo o per un altro. Questa è una delle grandi risorsedella biblioteca.
Le biblioteche posso no avere un aspetto austero, nonostante questo il suo film mostramolti momenti sereni.
Si, c’è qualcosa di allegro e l’umore alto è contagioso. Lo staff al NYPL è creativo e generoso. La NYPL non offre una soluzione per tutto ciò che in America non funziona,ma è magnifico che esista una tale istituzione. L’attuale presidente della biblioteca hastabilito come obiettivo non solo quello di proseguire il lavoro tradizionale, ma anche diaiutare immigrati e poveri. Come molti Americani proviene da una famiglia di immigratie conosce l’importanza di offrire una grande varietà di programmi educativi e culturaliin quartieri poveri e di immigrati. In un periodo in cui gli Stati Uniti hanno eletto ungoverno molto Darwiniano, penso che potrebbe essere utile mostrare al pubblico dellepersone che lavorano aiutando gli altri con un atteggiamento così appassionato.

In tutti i suoi film mostra luoghi ed istituzioni rivelando sia quanto funzionino bene sia quanto non funzionino. Nel caso della New York Public Library, abbiamo l’impressione che tutto funzioni. Perché questa scelta?
Non valuto se tutto funzioni. Sono un regista, non un consulente gestionale. Alcu ni deimiei  fil m  sono in parte critici nei confronti delle istituzioni che sono il soggetto del film. Inogni film penso sia importante mostrare sia persone che lavorano bene e fornisconoservizi utili agli altri, sia atteggiamenti maligni, crudeli ed insensibili. In ogni caso il filmpresenta ciò che penso e spero che non rappresenti mai una posizione ideologica preconcepita.
C’è quasi sempre una comb inazione dell’educato, del crudele, delcaritatevole e del banale.

Perchè Ex Libris dura tre ore e diciassette minuti e non sei ore o due ore e venti minuti? Dal momento che il film procede in successioni separate di sequenze che si sviluppano alla propria velocità, senza alcuna interferenza, non sarebbe possibile aggiungerne o rimuoverne una?
I miei fil m hanno una durata che io reputo sia necessaria per il soggetto. Provo maggiore  responsabilità nei confronti delle persone che mi hanno dato il permesso diriprenderle rispetto alle esigenze di un canale televisivo. La versione finale del film deveessere una chiara rappresentazione dell’esperienza che ho vissuto trascorrendo dallesei alle dodici settimane in un luogo e solo successivamente uno studio dei tempi delfilm, durante l’anno in cui lo si monta. Alcuni soggetti sono molto più complessi di altri ecerco di non semplificare il film con l’unico scopo di incontrare i bisogni dell’industria televisiva.

Che cosa intende con “giusta” lunghezza?
La durata che io penso sia adatta alla storia che voglio raccontare. Non  decido la struttura in  anticipo, né la collocazione delle diverse parti. La struttura e il punto di vistaemerge nel corso del montaggio. A rischio di sembrare pretenzioso, tutto ciò che possofare è cercare di definire ciò che penso e seguire il mio unico giudizio.

A che punto valuta che il lavoro di montaggio sia terminato?
Il film è completo quando pen so di aver fatto il meglio che potevo con il materia  le cheho tra le mani. Devo essere in grado di spiegare a me stesso perché ho selezionatociascuna inquadratura e la sua funzionalità all’interno della narrazione drammaticache sto cercando di costruire.

Monta ancora in analogico?
No, sono passato al digitale, purtroppo. Il primo film ch e ho montato in digitale fu La Danse  – Le ballet de l’Opéra de Paris, nel 2009. Ma il film fu girato in pellicola. Da allora tutti i miei film sono stati girati e montati in digitale.

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Ready Player One. Spielberg, il passato e il futuro del cinema

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I’m a dreamer. I build worlds. Sono un sognatore. Costruisco mondi. Sono le parole di James Halliday, personaggio chiave di Ready Player One, il nuovo film di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline. Ma potrebbero essere parole dello stesso Spielberg, sognatore e creatore di mondi per eccellenza, colui che come pochi altri ha saputo indirizzare un certo cinema di arte e intrattenimento dalla fine degli anni Settanta ad oggi. Al centro di Ready Player One, dove c’è davvero di tutto, c’è anche il rapporto tra un creatore e la sua opera. Siamo nel 2045, giusto 4 anni prima del secondo Blade Runner, e anche qui le città sono verticali, ma sono fatte di baracche. La gente vive male, ma si accontenta. Tanto può fuggire in OASIS, un gioco in realtà virtuale. È quello che fa ogni giorno Wade Watts (Tye Sheridan), grande appassionato del gioco. Il creatore di OASIS è appunto James Halliday (Mark Rylance), genio dell’informatica che era un ragazzino negli anni Ottanta e che ha infarcito il suo gioco di riferimenti a quell’epoca, alle sue passioni, alla sua vita. Ha anche lasciato nel gioco degli Easter Eggs, dei contenuti nascosti, delle chiavi: chi le troverà erediterà il gioco e l’intera fortuna di Halliday. Wade, insieme a un gruppo di amici, tra cui Art3mis/Samantha (Olivia Cooke) e Aech/Helen (Lena Waithe), cercherà di vincere. E dovrà guardarsi da un grande rivale: è Nolan Sorrento (il grande Ben Mendelsohn di Bloodline e Rogue One), a capo della multinazionale IOI.

Un creatore che odia la sua opera. Così viene definito Halliday. E Spielberg certo comprende i dilemmi del rapporto che un artista ha con la sua creatura. Comprende, ma non ci si identifica. Spielberg ama la sua opera passata, e la storia di Ready Player One sembra fatta apposta per una serie di omaggi, non solo ai suoi film, ma anche a tutto un cinema che oggi non si fa più. Tratta con pudore i riferimenti al suo cinema che erano presenti in modo massiccio nel libro (per non rischiare di essere autoreferenziale), ma lascia volentieri un T-Rex da Jurassic Park e la DeLorean di Ritorno al Futuro, che nella prima gara del videogame ci stanno benissimo. E omaggia, con tenerezza, o con maniacale passione cinefila, John Hughes e il suo Breakfast Club, Stanley  Kubrick e il suo Shining, Brad Bird e Il gigante di ferro. Come aveva fatto Cameron Crowe in Vanilla Sky, Spielberg coglie l’occasione del mondo virtuale per creare un suo mondo ideale, un pantheon di passioni e guily pleasures. Il cinema, ma anche la musica pop (Michael Jackson e i Duran Duran, evocati dagli abiti, gli A-ha dai dialoghi, i Van Halen, Blondie , i Tears For Fears e George Michael in colonna sonora) personaggi come Gundam, giochi come Adventure.

Ready Player One, con il suo continuo rimpallo tra mondo reale e mondo virtuale, è l’occasione per creare la sintesi perfetta tra i suoi film live action e i suoi esperimenti in performance capture come Le avventure di Tin Tin e il Grande Gigante Gentile. Ready Player One ha il pregio di regalarci di nuovo lo Spielberg più giocoso, visionario, sognatore e pieno di stupore che non vedevamo da un po’ di tempo, quello con cui siamo cresciuti. Il doppio mondo, poi, permette a Spielberg di fare tutto quello che vuole: creare un mondo cupo, monocromo, polveroso (orwelliano, si potrebbe dire, ma ricorda di più le straordinarie scenografie di District 9 di Neil Bloomkamp) per la zona delle cataste, gli slums della vita reale dove vive Wade. E crearne uno digitale, eccessivo, vorticoso e coloratissimo, dove non valgono le regole della fisica e della gravità, dello spazio e del tempo. La fantasia del fanciullino Spielberg qui ha la possibilità di essere sfrenata come mai prima d’ora. Di costruire scene da godere dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, cioè nella magnificenza dell’insieme – correre su una Delorean in una New York destrutturata e ricostruita inseguiti da King Kong, danzare Stayin’ Alive sospesi nel vuoto in una discoteca alla fine del mondo – e nelle miriadi di dettagli che si trovano nell’officina di Aech. Ready Player One è un film stratificato, da vedere più volte. Una per rimanere abbagliati dai colori della realtà virtuale, una per notare tutti i dettagli, tutte le piccole lettere d’amore sparse qua e là, una per cogliere una serie di riflessioni più profonde su noi, la nostra vita, il futuro, il cinema. A proposito: Spielberg ha preso un libro pieno di delizie per nerd e lo ha elevato a puro piacere per cinefili. Vedere per credere.

Vedere per credere. È proprio questo il punto. Ready Player One è anche uno di quei film che, tra una discesa e una salita delle montagne russe su cui ci porta, riesce a farci riflettere come sa fare la miglior fantascienza. La realtà virtuale ci farà “vedere” (e anche sentire, nella versione con la tuta che vediamo nel film) cose che non sono intorno a noi. E allora la tentazione di lasciarsi andare sarebbe forte. “La gente non risolve più i problemi e punta a tirare avanti” ci dice la voce narrante di Wade all’inizio del film. Il pericolo che si perda di vista la realtà, il quotidiano, e si cerchino facili vie d’uscita in mondi virtuali c’è. Ci si chiede anche se il virtuale possa essere il futuro di un cinema che costantemente viene dato per morto, e altrettanto costantemente dimostra il contrario. Steven Spielberg riflette anche su questo. Ma, lungo tutto il film, sembra dirci più volte come creda nel cinema, e in quale cinema. Ready Player One è uno dei film dell’anno, da non perdere per nessuna ragione. Ho solo il dubbio se tutti noi siamo stati realmente conquistati dalla storia o dai temi, o dal il fatto che Spielberg sia riuscito a cogliere così tante cose che fanno parte di noi. Come quell’oggetto che compare a un certo punto del film, che è il cubo di Rubik, ma lo chiamano il cubo di Zemeckis. Perché, come la DeLorean, ha il potere di portarci indietro nel tempo. Ready Player One è come quel cubo: ci porta indietro nel tempo, proprio nella cameretta di quando eravamo ragazzi.

di Maurizio Ermisnino per DailyMood.it
Infografica by: StampaPrint

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David di Donatello: il trionfo dei Manetti Bros. e la lezione di Steven Spielberg

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Vincono i Manetti bros. Il miglior film italiano del 2017 è il loro folle musical in salsa partenopea Ammore e malavita, che si aggiudica in totale ben cinque statuette. Non di certo una sorpresa, dati gli apprezzamenti ricevuti dalla pellicola sin dalla sua première veneziana di settembre e le 15 nomination ottenute. Un successo meritato per un’opera diversa, innovativa, originale e scoppiettante, che vede Napoli, con la sua musica e la sua cultura, assoluta protagonista. Come lo è stata di tutta la sessantaduesima cerimonia di premiazione dei David di Donatello. La città campana ha infatti trionfato ai premi dell’Accademia del cinema italiano. Oltre ai riconoscimenti per il film dei Manetti, ci sono stati anche i due ottenuti dai napoletani della Mad Entertainment della pellicola d’animazione Gatta Cenerentola (miglior produzione e migliori effetti digitali), i due andati a Napoli velata di Ferzan Ozpetek, premiato per la miglior scenografia e la miglior fotografia, e il David come miglior attore protagonista a Renato Carpentieri (La tenerezza), avellinese ma napoletano d’adozione.

In una cerimonia, condotta da Carlo Conti, che ha perso la verve e il ritmo delle edizioni Sky e che ha ripreso la tonalità più istituzionale-nazional popolare (noiosa per alcuni) della RAI, non sono mancate le emozioni. L’apertura è stata nel nome delle donne, con Paola Cortellesi, Isabella Ragonese, Giovanna Mezzogiorno, Claudia Gerini e Jasmine Trinca sul palco tutte insieme a manifestare il “dissenso comune” contro la violenza e gli abusi, nell’anno in cui da Hollywood sono partite le denunce delle molestie per poi irradiare l’intero mondo internazionale dello spettacolo (e non solo). Le vere donne protagoniste della serata sono state però due grandi dive come Stefania Sandrelli e Diane Keaton. Entrambe accolte con una standing ovation e premiate con un David speciale, la prima non ha nascosto l’emozione per il riconoscimento e ha ricordato i suoi inizi nel cinema; la seconda, brillante come sempre, ha citato Woody Allen e Io e Annie, come film fondamentale per la sua carriera, ed infine ha intonato Three coins in the fountain, dedicandola ovviamente a Roma e all’Italia.

Pier Detassis, neopresidente dei David di Donatello, ha tenuto a sottolineare la diversità del cinema italiano, che possiede tante anime, tutte rappresentate nelle candidature e nei premi, spartiti equamente dai diversi film. Il giovane talentuoso Jonas Carpignano, vincitore del David per la miglior regia per il suo duro e “realistico” A ciambra, l’ironia e la “follia cinefila” dei Manetti (tra i cinque premi ricordiamo anche quello come miglior attrice non protagonista a Claudia Gerini), il coraggio creativo di Susanna Nicchiarelli e del suo biopic Nico, 1988 (quattro statuette, tra cui miglior sceneggiatura originale), il cinema d’animazione di Alessandro Rak e della Mad Entertainment, la favola nera di Sicilian Ghost Story di Piazza e Grassadonia (miglior sceneggiatura non originale) che, nella giornata dedicata alle vittime della mafia, hanno ricordato il piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito e ucciso dalla mafia.

Non sono mancati i momenti musicali, che hanno visto protagoniste tre artiste che con i loro brani hanno segnato gli ultimi venti anni di cinema italiano: Giorgia con Gocce di memoria (La finestra di fronte), Malika Ayane (La prima cosa bella, dell’omonimo film di Virzì) e Carmen Consoli nell’indimenticabile L’ultimo bacio, colonna sonora del film di Muccino del 2000.

Emozione, tanta, nelle lacrime di Jasmine Trinca (miglior attrice per Fortunata) e Renato Carpentieri, e nell’ironia di Giuliano Montaldo, premiato come miglior attore non protagonista per Tutto quello che vuoi. “Ho iniziato 68 anni fa come attore in Achtung, banditi! di Carlo Lizzani– ha dichiarato il decano del cinema italiano – se mi avessero dato prima questo premio non avrei fatto il mestiere faticosissimo del regista e avrei intrapreso la carriera noiosissima dell’attore”.

A segnare però la cerimonia è stato senza dubbio lui: Steven Spielberg. Il filmmaker americano, in Italia per presentare la sua ultima fatica, Ready Player One, ha ricevuto il David di Donatello alla carriera. Nel suo lunghissimo discorso, quasi una masterclass, intervallata dalla consegna del premio per la miglior opera prima a La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi, ha parlato del cinema italiano, quello del passato e quello contemporaneo (citando Paolo Sorrentino, Alice Rohrwacher, Valeria Golino), dei suoi inizi e dei suoi sogni, e poi ha ricordato il suo incontro con Federico Fellini, che lo portò in giro per Roma all’epoca della presentazione in Italia del suo primo film, Duel.Nel mio ufficio – ha concluso il regista – da 45 anni, ho la foto scattata con lui quel giorno”.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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