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Dunkirk. Christopher Nolan, dal sogno all’incubo

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Se tutti noi tendiamo ormai a identificare indissolubilmente Christopher Nolan con il sogno, Dunkirk, il nuovo film in uscita il 31 agosto, è il racconto di un incubo. Un terribile incubo ad occhi aperti. Non si può che definire così l’esperienza di quasi 400mila soldati (inglesi, francesi, belgi, olandesi) intrappolati sulla spiaggia di Dunkirk, costa francese, affacciata sulla Manica, con le coste inglesi che distano poche miglia. Da un lato, le truppe tedesche che hanno sconfitto e accerchiato gli alleati. Dall’altro, il mare. La costa inglese che si può quasi vedere, ma non si può raggiungere. Per molti soldati Dunkirk è stato uno di quegli incubi in cui credi di aver trovato una via d’uscita, ma ogni volta vieni riportato al punto di partenza: credi di aver trovato il modo per andare via da quella maledetta spiaggia, ma vieni ricacciato ancora una volta là.

Nolan ha sempre amato mescolare le carte, spezzare il racconto, tradirne la linearità, provare a governare il tempo. Memento e Inception sono due esempi. Anche in quello che è il suo film più realistico fa qualcosa di simile. Divide il racconto in tre scenari, la terra, il mare e l’aria. Ogni storia ha delle durate diverse: quella sulla terra, cioè la fuga dei 400 mila soldati, affastellati su un molo stretto e lungo, alla mercé degli aerei da bombardamento tedeschi, dura una settimana. Quella del mare, e dello straordinario atto di eroismo di un gruppo di civili che prestò alla causa una serie di imbarcazioni civili e partì alla volta di Dunkirk per soccorrere i propri connazionali (le navi militari non potevano avvicinarsi alla spiaggia), dura un giorno intero. La storia che vive nel cielo, dove un gruppo di Spitfire parte dall’Inghilterra alla volta delle coste francesi per abbattere gli aerei tedeschi che, a loro volta, stanno bombardando i soldati inglesi sulla spiaggia, è un raid che dura un’ora. Sullo schermo questi tre elementi – acqua, terra, aria – dialogano continuamente tra loro e hanno lo stesso spazio. Nolan gioca con il tempo dilatando certi avvenimenti e comprimendone altri, mentre le tre storie procedono in montaggio alternato con un ritmo crescente.

Alfred Hitchcock diceva che, se sappiamo che sotto il tavolo c’è una bomba che sta per esplodere, non importa chi ci sia su quel tavolo, ma noi stiamo con il fiato sospeso. È il meccanismo della suspence. Sulla costa francese le bombe che stanno per esplodere, in arrivo dal cielo, sono centinaia. E noi teniamo molto a chi sta su quella spiaggia, perché sappiamo che il nostro mondo, così come è oggi, dipende anche da loro. La suspence è altissima, ed elevata all’ennesima potenza. L’immagine simbolo di Dunkirk è fatta da quelle facce rivolte verso l’alto, in attesa del pericolo, di centinaia di soldati, stipati, senza potersi muovere, su quel molo, l’ultimo braccio della terra proteso verso il mare in cerca di un appiglio di salvezza. Ragazzi indifesi come cuccioli in balia di qualche uccello predatore. Nolan si concentra su alcuni personaggi chiave, in grado di rappresentare la collettività – due soldati, e poi un terzo, che cercano di mettersi in salvo con ogni mezzo, un padre e un figlio, con un assistente, che prendono la loro barca privata e partono verso i lidi francesi, due piloti di caccia inglesi e un ufficiale della marina – li fa parlare pochissimo, ma mette in scena le loro paure con i loro volti, i loro corpi, accentuando tutto con i rumori e i suoni della guerra.

Per questo, e per altri motivi, Dunkirk è il “negativo” – e quindi un’opera complementare – di un classico di guerra come Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg. Non solo perché il film del maestro americano metteva in scena la carneficina con estremo realismo mentre l’autore inglese lascia da parte il sangue e i corpi martoriati per concentrarsi – come è nelle sue corde – sulla psiche, sulle paure e le speranze dei soldati. Ma anche perché racconta una ritirata, ma vincente per come ha messo in salvo tante vite umane, quando il film di Spielberg racconta uno sbarco, glorioso ma tremendamente sanguinoso in fatto di vite umane sacrificate. A pochi chilometri di distanza, Omaha Beach e Dunkirk sono l’inizio della fine della guerra e la fine dell’inizio del dominio tedesco sull’Europa.

Sin dal suo esordio, Christopher Nolan ha giocato con il vedere e il non vedere. Era incentrato sul riuscire a vedere nel proprio passato (cioè ricordare) Memento, e sul vedere o meno, letteralmente, la realtà il suo film seguente, Insomnia. Il non vedere, o il non voler vedere, era la chiave di The Prestige, dove il trucco del prestigiatore non è visto (o non vuole essere visto) dal suo pubblico, ed è lo stesso patto che facciamo noi ogni volta che andiamo al cinema. In Dunkirk questo tema torna molte volte. Da quella scogliera inglese, che rappresenta la salvezza, che quasi si vede, ma non si può raggiungere, a quell’aereo nemico che appare e scompare dal campo visivo dei nostri piloti. Fino a quella barca occupata da alcuni soldati in attesa che si alzi la marea, presa a mitragliate dall’esterno, dove i soldati, chiusi nel buio della stiva, non vedono altro dell’esterno che la luce, e l’acqua, che entrano dai fori delle pallottole nello scafo. Ma, soprattutto, quello che accadde a Dunkirk fu un vedere nel futuro: non per i soldati coinvolti, che credevano di tornare in patria come degli sconfitti, ma per i civili, e poi i governanti, che capirono come salvare più vite possibile sarebbe stato il primo atto di una vittoria futura.

È un cineasta fuori dal comune Christopher Nolan. Non è da tutti oggi fare film orgogliosamente alla vecchia maniera, in pellicola, tutti girati in location (e in gran parte questo è filmato sulla vera spiaggia di Dunkirk, il che ha permesso di cogliere l’anima della Storia), e con pochissimi effetti speciali al computer. E non è da tutti oggi fare un film su una sconfitta, anche se, si badi bene, non si tratta di una resa. In un mondo come quello di oggi dove nessuno ammette i propri errori, raccontare come possa essere giusto capire una sconfitta e il momento giusto per tornare indietro è qualcosa di davvero importante. E, a proposito di sconfitti, un pensiero va a poche miglia da Dunkirk, a Calais, dove oggi migliaia di sconfitti, che però non si sono arresi, sperano in una barca che li salvi e che li porti a una vita migliore. Non è nelle intenzioni del film raccontarlo, ma nell’arte e nella vita tutto torna e tutto è collegato. E quell’Europa che decine di anni fa si unì per sconfiggere razzismi e totalitarismi, se vedrà Dunkirk, anche oggi avrà modo di riflettere.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Cine Mood

Maturità 2018: i I film da vedere per entrare nel mood giusto

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Maturandi svelano a ScuolaZoo gli 8 film che oggi rappresentano il passaggio alla maturità!

Gli ultimi Maturandi nati nel vecchio Millennio svelano a ScuolaZoo, la community di 3,3 milioni di studenti italiani, i 9 Film a tema Maturità o scuola da vedere assolutamente entro il 20 giugno, per entrare a pieno nel mood non solo di ansia, ma anche “romantico” della Maturità: un momento unico nella vita che si ricorderà per sempre.
Ecco la classifica della classe ’99 per la Maturità 2018:

1. Notte Prima degli Esami: Un’Icona
Non sapete come rispondere alla domanda sulla tettonica a placche? Il prof di italiano vi ha consigliato di non studiare Leopardi? Ecco allora che questo film vi darà le giuste dritte per “sconfiggere” la commissione esterna. Luca è un maturando della Roma di fine anni ’80 che cerca solo di uscire dal liceo scientifico. L’unico ostacolo serio al raggiungimento del diploma è il suo prof di lettere, detto anche “la carogna”, che ha insultato poco prima degli esami pensando di non trovarlo in commissione. E se ciò non bastasse, il maturando si prende una cotta per una ragazza che si rivela essere la figlia del prof…

2. Classe Z: non ci sono ultimi, ma solo studenti, che insieme ce la fanno!
Cosa sarebbe successo se il vostro prof preferito vi avesse abbandonato a un passo dalla Maturità 2018? Se state per svenire alla sola idea, pensate agli studenti di Classe Z, una classe considerata di “serie B”, che si ritrova a combattere per vedere reintegrato nell’organico scolastico l’unico docente che aveva a cuore i suoi studenti. Ci riusciranno? In ogni caso, è un attimo modo per convincersi che “c’è sempre qualcuno messo peggio di noi”.

3. Immaturi: immaginate dover rifare tutto da capo…
Provate a immaginare di dover ripetere tutto ciò che state provando in questi giorni. Siete così sicuri di voler andare avanti? Per fortuna questa commedia italiana mette tutto in prospettiva: un gruppo di amici del liceo, passati 20 anni dalla Maturità, è costretto a ripetere l’esame per un errore burocratico. Inizialmente disperati, i protagonisti scopriranno che tornare sui banchi di scuola non è poi così male.

4. La Scuola: un classico del cinema senza tempo. La fotografia dell’ultimo giorno di scuola, un
momento della vita senza tempo

Classico del cinema italiano e del cinema scolastico, racconta proprio l’ultimo giorno di scuola durante il quale si svolgono gli scrutini di un istituto tecnico scalcagnato della periferia romana. L’umanità è estremamente variegata, e non è difficile riconoscere i tipi umani, tra cui il professore comprensivo, quello odioso, il secchione odiato da tutti e il ragazzo destinato a essere bocciato nonostante gli sforzi (tranquilli, quest’ultimo non sarà il vostro caso…)

5. L’attimo fuggente: un’ode alla libertà di pensiero e al desiderio di essere se stessi nonostante
le spinte della società

Uno di quei ruoli per cui Robin Williams verrà ricordato a lungo: quello del professor John Keating, il docente ribelle di un collegio maschile nell’America di fine anni ’50, dove vige la disciplina più assoluta. Nonostante sia alquanto drammatico, il film è un’ode alla libertà di pensiero e al desiderio di essere se stessi nonostante le spinte della società. Pronti a salire sul banco recitando “Oh capitano, mio capitano” se non sapete come affrontare la Terza Prova di inglese?

6. Highschool Musical 3. Senior Year: l’anno finale della Trilogia a tema Scuole Superiori che
ha infiammato una generazione di adolescenti
È invece all’insegna del disimpegno più totale il terzo capitalo della saga musical della Disney che ha lanciato Zac Efron e Vannesa Hudgens. Un film da vedere anche distrattamente, spegnendo il cervello (come si suol dire), e quindi l’ideale per questi giorni in cui non si vorrebbe pensare a nulla. La storia racconta l’ultimo anno di liceo di Troy, Gabriella e gli altri Wildcats, con il party finale e gli inevitabili addii.

7. Project X- Una festa che spacca: Per iniziare a pensare a quello che accadrà a Maturità finita!
Se state già progettando la festa post-Maturità allora questo è il film da cui trarre ispirazione (oppure no, a seconda della vostra coscienza). Il terzetto di ragazzi protagonisti, infatti, decide di organizzare un party per il compleanno di uno di loro, ma l’evento degenera velocemente assumendo proporzioni catastrofiche, tra lanciafiamme, spacciatori e l’intervento della polizia.

8. Ovosodo: classico adolescenziale italiano, per un’iniezione di spensieratezza
Piccolo classico dell’adolescenza firmato da Paolo Virzì, questo film racconta la vita di Piero, orfano di madre in una Livorno di periferia non sempre facile. Il tono del film è un po’ dolceamaro, ma le avventure del ragazzo insieme all’amico Tommaso rimangono impresse come momenti di spensieratezza fondamentali prima di affrontare l’età adulta.

9. LadyBird: per pensare al futuro e alle cose che contano davvero
L’apprezzatissimo semi-debutto di Greta Gerwig alla regia è la cronaca dell’ultimo anno di scuola della protagonista interpretata da Saoirse Ronan. Una ragazza intenzionata fortemente a entrare in un college prestigioso, per sfuggire alla vita della piccola provincia, ma che – nonostante tutto – ama profondamente sia la città natia che la sua famiglia.

Fonte: ScuolaZoo

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Charlie Hunnam nei panni di Papillon

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Basato sull’autobiografico best-seller internazionale, PAPILLON segue l’epica storia di Henri “Papillon” Charrière (Charlie Hunnam), uno scassinatore della malavita parigina che viene incastrato per omicidio e condannato a scontare la pena nella famigerata colonia penale sull’Isola del Diavolo. Determinato a riconquistare la libertà, Papillon crea un’improbabile alleanza con l’eccentrico contraffattore anch’egli condannato, Louis Dega (Rami Malek), che in cambio di protezione, accetta di finanziare la fuga di Papillon, creando con questo un legame di amicizia duratura.

A proposito del film, il regista dichiara di vedere PAPILLON come una storia d’amore raccontata nelle condizioni più estreme immaginabili. Un film sulla “fuga di prigione” di due uomini che inizialmente creano un accordo di protezione in cambio di denaro, ma finiscono per essere attaccati insieme dal sangue, dal sudore e dalla paura dell’isolamento. Papillon non è indistruttibile: impara presto che la sua amicizia con il compagno Dega, è un motivo per rimanere in vita. Attraverso Dega, Papillon scopre che la solitudine e l’essere soli sono due entità separate e che la vera lealtà tra gli uomini non si trova nel denaro, ma nell’amore, nel rispetto e nell’onestà.

Henri Charrière ha scritto il suo libro autobiografico trattandolo come un racconto sugli uomini, sulla prigionia e sulla tenacia dello spirito umano. Si è scelto di raccontare di nuovo questa storia come una storia d’amore, scritta con il sangue e con la paura. Continua il regista: “Quello che penso – e che tutti abbiamo capito durante le riprese delle scene d’isolamento – è che c’è solo una cosa peggiore della prigione: la sensazione reale di essere soli. Ecco perché PAPILLON è prima di tutto, una storia d’amore piena di speranza. Riguarda ciò che ci rende veramente indistruttibili: l’amore“.

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Jurassic World – Il Regno Distrutto

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Non avevo mai dato grande importanza al mondo di Jurassic Park. Quando era uscito il primo capitolo, quello firmato da Spielberg, l’avevo un po’ snobbato: avevo vent’anni, amavo un altro tipo di film, i dinosauri non mi facevano un grande effetto, e avevo una certa antipatia per quelle pellicole “da vedere a tutti i costi”. Ora che è arrivato sui nostri schermi questo Jurassic World: Il regno distrutto – quinto episodio della franchise e secondo film della nuova trilogia iniziata con Jurassic World nel 2015 – sto riconsiderando un po’ tutto. Perché Jurassic World, il film di Colin Trevorrow, un po’ sequel e un po’ reboot di Jurassic Park, alla fine è stato il quinto incasso di sempre nel mondo. E poi perché, qualche mese fa, intervistando un giovane regista su come fosse nata la sua passione per il cinema, ho capito che, per lui come per molti, fosse partita proprio da quel film di Spielberg. Quel regista, da ragazzino, costrinse genitori e nonni a portarlo e riportarlo al cinema a vedere, all’infinito, quei dinosauri più spaventosi. Qualcosa tutto queste deve pur voler dire.

E la chiave per seguire un film come Jurassic World: Il regno distrutto è proprio quella di tornare bambini (attenzione: non piccolissimi, però), cosa che, ora che sono un papà, mi viene più facile che a vent’anni. È provare a restare stupiti per la visione dei dinosauri, creature che non potremo mai vedere dal vivo, e che una magia come quella del cinema ci può aiutare a far rivivere. Juan Antoino Bayona (The Orphanage), il regista spagnolo chiamato a dirigere questo nuovo episodio ci aiuta, mettendo una bambina (la nipote del magnate Benjamin Lockwood) al centro della storia e provando, seppur a tratti, a farci vedere queste enormi creature con i suoi occhi. Gli altri occhi con cui seguiamo la storia sono quelli dei protagonisti di Jurassic World, Owen Grady (Chris Pratt) e Claire Dearing (Bryce Dallas Howard), che si erano incontrati, innamorati (nel film precedente) e poi lasciati (lo abbiamo appreso all’inizio di questo film). La storia è questa: Isla Nubar, la lussureggiante isola scelta per far sorgere il parco, è ormai totalmente in preda ai dinosauri: ma una calamità naturale rischia di spazzarli via, con una nuova, dolorosa, estinzione. Tutto questo mentre si accende un dibattito: lasciar morire i dinosauri, perché è il loro destino, e perché comunque li abbiamo ricreati noi, o salvarli, perché sono dei preziosi, unici, esseri viventi? Viene così organizzata una spedizione sull’isola. Ma i fini di chi la finanzia non sono proprio i più nobili…

Storie già viste. Quando vediamo le creature ingabbiate e portate sulle navi cargo non possiamo non pensare immediatamente a King Kong. Così come abbiamo già visto gli uomini d’affari pronti a tutto solo per il proprio profitto. Però Bayona ha una buona mano per girare alcune scene cariche di tensione e suspance, che si alternano, va detto, ad altre scene molto lunghe e noiose. La chimica tra Chris Pratt e Bryce Dallas Howard funziona, tra una tensione sessuale evidente e battute divertenti che allentano la tensione del film. C’è, qua e là, poi, un certo gusto per l’horror e per il gotico che Bayona aveva già dimostrato in The Orphanage e che riporta in scena, soprattutto nelle scene in città, e nella camera della bambina.

Ma la novità del film sembra una certa empatia nei confronti delle creature. Vedere Blue, il velociraptor che obbedisce e interagisce con gli umani perché riconosce chi lo ha addestrato e cresciuto, nelle scene in cui era un cucciolo, aiuta di certo a considerarlo un essere vivente, e non un mostro, un pericolo, come i dinosauri sono stati in gran parte dei film visti fin qui. La passione con cui la piccola protagonista del film li vede aiuta ulteriormente. Ma per tutto il film, dall’inizio in cui sono in pericolo per l’eruzione vulcanica, fino al finale, c’è nei loro confronti una visione animalista: ci sono delle persone che le considerano esseri viventi, con il diritto di sopravvivere. E, per come finisce il film, sarà molto interessante vedere il prossimo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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