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Oppenheimer: Il moderno Prometeo che sfidò gli Dei raccontato da Christopher Nolan

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“E ora sono diventato la morte. Il distruttore di mondi”. J. Robert Oppenheimer legge queste parole, quelle del Bhagavadgītā, testo sacro dell’induismo, durante un amplesso con la sua amante Joan. Le pronuncerà ancora, durante il Trinity Test, venti giorni prima che la bomba atomica venisse sganciata, per la prima volta, su Hiroshima, in Giappone. È una delle frasi chiave di Oppenheimer, l’attesissimo film di Christopher Nolan in uscita in Italia il 23 agosto. Il film si basa sul libro vincitore del Premio Pulitzer Robert Oppenheimer – Il Padre della Bomba Atomica di Kai Bird e di Martin J. Sherwin. Quel libro, nella sua edizione originale, è intitolato American Prometheus: The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer. E il film di Christopher Nolan è questo, la storia di un moderno Prometeo che sfidò gli Dei e portò all’umanità un fuoco enorme e distruttivo. E portò la morte sulla terra come nessuno prima. Prometeo fu punito dagli Dei. J. Robert Oppenheimer sarebbe stato punito dall’uomo, con un’inchiesta e con l’emarginazione. Ma la vera punizione sarebbe stato un infinito senso di colpa. La sensazione di avere le mani coperte di sangue, come avrebbe dichiarato al presidente Truman. Nelle mani di Christopher Nolan Oppenheimer diventa un film enorme, maestoso, complesso, il ritratto di una figura controversa, con mille sfaccettature, un film che si prende il tempo e lo spazio per raccontarle tutte. È anche un film duro con un’America che, già allora, sognava una pace duratura e pensava di ottenerla con una prova di forza e portando morte come l’uomo non aveva mai fatto prima.

  1. Robert Oppenheimer, il padre della bomba atomica

Oppenheimer è un thriller storico che catapulta il pubblico nell’adrenalinico paradosso dell’enigmatico uomo che per salvare il mondo è costretto a metterlo a rischio. J. Robert Oppenheimer, noto a tutti come il padre della bomba atomica, è il brillante scienziato dietro all’invenzione che ha sconvolto il mondo, un’invenzione che avrebbe potuto rimodellare il concetto di civiltà come minacciare definitivamente il futuro dell’umanità. È stata un’invenzione, spiega il film, che sotto l’egida di Oppenheimer ha visto lavorare centinaia di persone. La bomba atomica ha preso vita dalle sue idee, ma è nata attraverso il lavoro e le scelte di tante persone, scienziati e poi politici. La storia è raccontata su vari spazi temporali, partendo dai suoi studi di fisica in Europa e introducendo una serie di personaggi che all’inizio ci stordiscono e ci confondono. Ma che non sono altro che quei legami tra elementi che porteranno a quella “reazione a catena” che è stata la nascita della bomba atomica. Un’impresa fatta sì di teorie ed esperimenti, ma anche di rapporti umani, relazioni, scelte e dubbi amletici.

Una visione da incubo

L’esplosione atomica a Hiroshima e Nagasaki nel film non si vede mai. Ma quelle deflagrazioni devastanti sono ovunque. Immaginate, sognate, evocate. E poi portate per sempre dentro di sé come un incubo, un fantasma. In questo senso è emblematica la scena in cui Oppenheimer annuncia alle persone che vivono a Los Alamos (la cittadina costruita appositamente per gli esperimenti sulla bomba) dell’attacco alle due città dei Giappone. Oppenheimer viene accolto con battimani e battipiedi, nell’aria c’è euforia. Ma, mentre parla al pubblico, in sottofondo cominciamo ad avvertire i rumori sinistri dell’esplosione, il crepitio delle fiamme. Poi nella stanza arriva il bagliore accecante creato dal fuoco e le ustioni cominciano ad apparire sulla pelle dei presenti. È una visione da incubo in cui le conseguenze della bomba passano per la mente dello scienziato e arrivano ai nostri occhi. Non sappiamo se, nel momento di fare quel discorso, Oppenheimer sapesse già degli effetti precisi della bomba. O se li avrebbe saputi poco dopo. Quella sequenza vuole raccontarci che, anche lontano da Hiroshima e Nagasaki, anche stando dalla parte dei vincitori, Oppenheimer sarebbe stato tormentato da quelle immagini, dai sensi di colpa. E quelle immagini sarebbero arrivate in tutto l’Occidente, in tutto il mondo. Sarebbero state fissate nella memoria, a mò di monito e come esempio di barbarie, studiate nelle scuole.

Christopher Nolan: vedere e non vedere

Quelle immagini le avrebbero viste solo dopo, ovviamente, i creatori di quel mostro che è stata la bomba atomica. Le avrebbero viste, a cosa fatte, i cittadini di tutto il mondo. Il cinema di Christopher Nolan è stato sempre centrato sul vedere e sul non vedere: non vedere nel proprio passato (Memento), non vedere – letteralmente – il presente, il mondo davanti a sé (Insomnia), non vedere l’artificio, il trucco che c’è dietro l’arte, e quindi il cinema (The Prestige). Oppenheimer è la storia di un uomo che voleva provare a vedere nel futuro, sognando un’arma che potesse mettere fine a tutte le guerre, ma che non riuscì a vedere completamente le conseguenze. “Immaginiamo un futuro e le nostre visioni ci fanno paura”, dice a un certo punto del film.  A proposito di vedere e non vedere, una delle scene chiave è l’esplosione della bomba atomica. Non quella delle città giapponesi, ma la prima in assoluto, quella del test Trinity, a Los Alamos, nel deserto. A parte un attimo, la vediamo prima negli occhi di chi guarda, le persone presenti al test. Vediamo il loro stupore, la meraviglia, l’euforia. Si sono messi gli occhiali scuri, i vetri oscurati davanti agli occhi, si sono nascosti dietro le finestre i dietro un parabrezza. Ma non riescono a non guardare. Solo dopo averla vista attraverso i loro volti vediamo l’esplosione, il fuoco indimenticabile. Altissimo, denso, montante. Inarrestabile.

Christopher Nolan: questione di tempo

E ancora una volta, come sapete, il cinema di Nolan ha a che fare con il tempo. In Oppenheimer, in tutta la parte centrale del film, percepiamo la nascita della bomba atomica come una sfinente corsa contro il tempo. Sentiamo continuamente il confronto con i tedeschi, che stanno lavorando a un’arma simile. E così sentiamo spesso quel “siamo in ritardo di 12 mesi, di 18 mesi, di 2 anni. A proposito di tempo, anche se rispetto a Inception, Tenet o Interstellar appare un film quasi lineare, per Oppenheimer Nolan non rinuncia a girare il film su più piani temporali: sono tre, girati con tre stili diversi. La narrazione più lineare, quella che segue Oppenheimer dai suoi studi di gioventù in Europa, in Inghilterra e poi in Germania, grazie alla straordinaria fotografia di Hoyte Van Hoytema, è colorata con colori più ottimistici, quasi dorati e bluastri, per poi desaturarsi man mano che si arriva alla creazione dell’atomica, con i colori brulli del deserto, in attesa che i gialli e i rossi del fuoco prendano il sopravvento. È il racconto principale, seguito dal suo punto di vista. Poi ci sono i momenti successivi al progetto Manhattan, che sono visti da una prospettiva esterna. Quelle con al centro Lewis Strauss, prima suo sostenitore e poi oppositore, un altro dei protagonisti della politica nucleare degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Queste scene, che in gran parte si svolgono durante un dibattito pubblico, sono girate in bianco e nero, quello della tv del tempo e delle immagini fotografiche: è come se stessimo assistendo a quelle scene attraverso la documentazione di un media dell’epoca. E poi c’è l’udienza in cui Oppenheimer arriva al cospetto del senatore McCarthy, che lo accusa per le sue passate simpatie comuniste, che è a girata con immagini a colori, ma volutamente grigie, ordinarie. A Oppenheimer non si voleva dare una tribuna, ma un’udienza che sembrasse burocratica.

Come in Inception, nella mente e nei sogni del protagonista

Oppenheimer è un film che non rinuncia a sequenze interiori e oniriche. Come in Inception, in qualche modo ci vuole portare nella mente e nei sogni del protagonista. Che, in questo caso, sono sogni ad occhi aperti, speranze e poi rimpianti. Ci sembra forse il film più classico di Christopher Nolan: a tratti sembra essere uno di quei grandi film anni Quaranta, ed è girato in modo da sfruttare tutta la potenza evocativa del cinema, i grandi spazi, le immagini ad effetto. È un film che vive del contrasto tra la natura selvaggia, brulla, solitaria e la fredda tecnologia, l’acciaio, i macchinari, i fili elettrici. È un biopic senza esserlo, un film storico, un thriller dell’anima.

Un film da vedere al cinema

Oppenheimer è soprattutto un film che va visto al cinema, per apprezzare le immagini stordenti, ma anche per farsi avvolgere da un racconto che distilla una serie di informazioni alle quali solo in sala possiamo dare la giusta attenzione. È un film che, come abbiamo detto, innesca una reazione a catena che nella prima parte prepara alla deflagrazione finale. La seconda parte, oltre a portarci all’esplosione, è anche interessantissima perché ci porta dentro una serie di riflessioni pratiche e politiche. Perché sganciare la bomba lo stesso, anche se la Germania si è arresa? Come scegliere le città giapponesi dove sganciarla? E perché due città?

Grandi attori: Cillian Murphy, Robert Downey Jr., Florence Pugh

Oppenheimer è anche un film di grandi attori. Oppenheimer è Cillian Murphy, attore feticcio di Nolan. Tutto il film gira intorno ai suoi occhi chiari, occhi come sfere di cristallo in grado di vedere il futuro, come credeva lui. Il suo antagonista, Lewis Strauss, è un monumentale Robert Downey Jr., finalmente lontano dagli orpelli di Iron Man e Tony Stark, che vediamo in tutta l’espressività di quel volto maturo, solcato da qualche ruga profonda, e di quegli occhi profondi, intensi. In un cast stellare (Matt Damon, Gary Oldman, Kenneth Branagh, Emily Blunt) a spiccare sono la bellezza sfrontata e i modi bruschi di Florence Pugh, che è l’amante del protagonista, e porta in scena con coraggio il suo corpo tonico in alcune ardite scene di nudo.  Sono tutte particelle che, nel cinema di Nolan, si scontrano dando vita alla reazione a catena che è questo deflagrante film.  Un film sull’ingenuità dell’uomo che, per dare vita a una pace duratura, creò la più terribile arma di distruzione e di morte. “Una volta usata ogni guerra diventa impensabile” era quello che pensavano Oppenheimer e i suoi. È andata in un altro modo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.

Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.

Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi

Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.

Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.

Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto.  O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.

Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.

La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano

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Come si sfila per le varie maison di moda? Per Chanel si sfila in modo più rilassato, professionale. Per Louis Vuitton si sfila in modo più aggressivo, veloce, muovendo con forza i fianchi. È un dialogo tra alcune modelle che vediamo in scena in Couture, il nuovo film di Alice Winocour con Angelina Jolie, Louis Garrel, Vincent Lindon, Ella Rumpf e la rivelazione Anyier Anei, modella e attivista qui al suo debutto cinematografico. Vedremo il film al cinema dal 26 agosto, distribuito da Plaion Pictures.

Angelina Joline è Maxine, regista, arrivata al success con un film di vampiri. Anzi, un film su una donna vampiro che si vendica in questo modo di tutte le donne che sono state vittime nei film horror. Arriva a Parigi, chiamata dalla maison Chanel per girare il film che aprirà la sua sfilata. La moda è inutile e necessaria per lei, che si presenta vestita di nero, poco curata. Ma accetta di girare quel film. Ne ha bisogno e lo trova stimolante. Nel frattempo, però, scopre di essere malata. E la sua vita cambia. Anche la sua esperienza a Parigi acquista un altro senso. La sua storia si intreccia con quella di Ada, una modella esordiente sudanese (Anyier Anei). La maison vuole farne suo volto, ma lei non è convinta di voler fare questo nella vita. Ad aiutarla c’è una giovane truccatrice (Ella Rumpf), con il sogno di fare la scrittrice.

Couture è stato girato durante la Settimana della Moda a Parigi, nella maison Chanel, nelle sartorie dai ritmi febbrili, sui set fotografici, negli appartamenti delle modelle. I marchi e nomi sono presenti con parsimonia, ma la frenesia di quel mondo ci arriva tutta. Ci sono gli abiti e le sfilate, gli stilisti e i fotografi, le sarte e le truccatrici. Ma quello che esce è un ritratto in fondo poco glamour. Alice Winocour punta piuttosto a farci vedere il duro lavoro, i retroscena, i dubbi e le contraddizioni. Vediamo soprattutto il mondo che c’è dietro le passerelle, il ritmo di tutti i giorni. È un film che intreccia pubblico e privato. Perché mentre vediamo la grande macchina andare avanti, assistiamo a tre storie private, a loro modo drammatiche. Ci sono le paure, ci sono i dubbi, ci sono i sogni. C’è la stanchezza psicologica. E c’è quella fisica, con i pedi delle modelle che a fine giornata vanno messi nel ghiaccio.

Couture è dominato dai toni del bianco. Sono quelli degli abiti scelti per la collezione, sono quelli delle luci chiare delle sartorie, ma anche degli ambulatori dei medici e degli scarni appartamenti in cui vivono le modelle. Quello che ci arriva da Couture è un mondo della moda che non è più distante e distaccato, ma più vicino a noi. È un mondo che è allo stesso tempo incantato, ma anche molto concreto. È una delle rare volte che si ha la possibilità di viaggiare dietro le quinte, di andare oltre la passerella e le foto. Per questo Couture è una visione da non perdere. Con un finale e un sottofinale catartici e carichi di simbolismi.

In quella che è una messa in scena naturalista, in qualche modo, ma non completamente, vicina al documentario, a colpire sono le interpretazioni femminili. Angelina Jolie (qui anche produttrice) nel ruolo di Maxine è empatica, emotiva, luminosa, magnetica come non la vedevamo da tempo. Quello dell’attrice americana è un gradito ritorno. Ma brillano anche la bellezza dell’attrice africana Anyier Anei e l’intensità e l’umanità di quello di Ella Rumpf, la sognatrice del gruppo. Couture è un film da vedere. Per guardare poi la moda con altri occhi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti

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“Non siete il passato degli esseri umani, ma il futuro”. È una frase che viene detta a proposito degli automi al centro di Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, maestro del cinema giapponese e Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, il film arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Quella del futuro degli umani, ormai evoluti in esseri di Intelligenza Artificiale era il finale di A.I. – Intelligenza Artificiale, il film di Steven Spielberg del 2001. E, come vedrete, questo film riprende proprio lo spunto del capolavoro di Spielberg, ma prendendo una strada completamente diversa.

Interpretato da Haruka Ayase, Daigo e dal giovane Rimu Kuwaki, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano e racconta la storia di Otone e Kensuke, una coppia che, dopo aver perso il figlio, accoglie nella propria casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. La compagnia che se ne occupa si chiama Re-Birth, rinascita, e il suo simbolo è la falena luna, una farfalla che la leggenda vuole essere portatrice delle anime dei defunti. Ma chi sono questi della Re-Birth? Avvoltoi che credono di fare fortuna sui dispiaceri altrui? O benefattori in grado di alleviarli?

A.I. – Intelligenza Artificiale, tratto da un racconto da Brian W. Aldiss, nelle mani di Spielberg era diventata la storia di Pinocchio di Collodi, con tanto di personaggi e snodi simili. Qui, per tutta la prima parte, ci sono pochi personaggi di contorno e il focus è sui genitori e il bambino. E, anche nella seconda parte, quando entrano in scena altri personaggi, sono sempre funzionali ai tre personaggi centrali. Kore’eda, qui, lascia fuori tanti dei discorsi di Spielberg, come la paura e la contestazione nei confronti degli automi, tiene a freno svolte narrative ed emotività, in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla riflessione e sulla questione etica e morale. Non si pensa quasi mai a Spielberg durante tutta la visione del film. E questo è sicuramente un punto a favore del regista giapponese. Punti di partenza simili, svolgimenti diversi portano al risultato di due grandi film, ognuno a suo modo. C’è anche qualcosa di Blade Runner, in Sheep In The Box. È così quando si parla di ricordi. Quelli del piccolo automa sono quelli impiantati artificialmente, presi dalle foto, come per i replicanti del film di Ridley Scott.

Sheep In The Box vive su una continua dialettica – o uno scontro – tra due piani. Da un lato quello emotivo, quello che prova a immaginare il dolore di due genitori per l’aver perso un figlio e l’elaborazione del lutto. Un piano che Kore’eda mette in scena con un tono rispettoso, tenue e crepuscolare. L’altro piano è quello intellettuale, più freddo, la riflessione etica e filosofica su una tecnologia che ogni giorno diventa più avanzata, un misto di robotica e Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che oggi può fare quasi tutto. Ma che, forse, non può colmare gli affetti, lenire i rimpianti, riparare i sentimenti.

Su due diversi piani, almeno all’inizio, vivono anche i genitori. La madre sembra essere entusiasta di avere a casa di nuovo il proprio figlio, ben consapevole di mettere in scena una finzione. Il padre è decisamente scettico: chiama il bambino automa un ‘roomba’, un evidente riferimento a un noto robot domestico, e gli dice di non chiamarlo papà – in fondo non lo è – ma ‘signore’. Credere o non credere, questo in fondo è il dilemma. Lasciarsi andare o meno. È una questione di fede. Come in tutte le cose della vita. E anche noi che vediamo il film siamo combattuti tra questi due punti di vista. Ma il dubbio è anche un altro. Come va trattato quel ‘bambino’? Come un vero figlio o come un succedaneo? Conviene stare al gioco o no? E ancora: le preoccupazioni di un genitore, nel caso di un figlio automa, devono essere le stesse di un bambino in carne ed ossa? Ma il film è un continuo porsi domande. Che siano di natura etica e filosofica o che siano proprio sullo sviluppo del racconto, il film si segue sempre con l’attenzione alta. Perché non sappiamo mai dove potrà portarci questa storia. E questo è sicuramente un pregio del film, in cui ogni svolta narrativa non è mai scontata.

“Preferisco le decisioni sofferte. Se non soffro non sono contenta”. È quello che dice, a un certo punto, la madre. Ed è chiaro che Sheep In The Box è anche un film sulla sofferenza umana. Il finale del film è inaspettato, ma, in fondo, è nella logica delle cose, e quindi perfettamente coerente con la storia. I due protagonisti si sentono spiazzati. Ma poi ci pensano, per arrivare alla conclusione che “prima o poi succede a tutti i genitori. Forse”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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