Mood Your Say
Intervista a Vittoria Frua
Tutte le posture di base delo yoga a portata di mano. Ecco in estrema sintesi il libro di Vittoria Frua edito dalla Vallardi Editore e presentato in anteprima a Milano, Yoga: posizioni facili ed efficaci per l’equilibrio del corpo e della mente“. Giovedì 18 maggio alle ore 18.30 presso Spazio Open di Viale Monte Nero, 6 – Milano ; Vittoria Frua ha dialogato con Guido Gabrielli, direttore di Yoga Journal Italia, in occasione dell’uscita del suo
nuovo libro dando spunti interessanti non solo per la pratica, ma anche per la lettura.
Domanda 1. Benvenuta.Ci racconti di Lei e della sua pratica.
Risposta: Buongiorno, Io sono arrivata allo yoga ormai quasi 20anni fa e quella prima lezione me la ricordo ancora al giorno oggi! Sono uscita piena di energia, con un corpo che sentivo molto più vivo e con il quale sentivo di essere molto più in contatto. I benefici nelle settimane e mesi a seguire sono andati ben oltre quelle prime sensazioni. Ho iniziato con l’iyengar un po per caso. Mi sono trovata bene, la pratica mi ricordava la precisione delle lezioni di danza/ginnastica che facevo da piccola. Negli anni, però mi sono resa conto di quanto questo approccio alla pratica enfatizzava una mia tendenza al perfezionismo. Ho letto molti articoli che appunto mettevano a confronto come un approccio dava delle istruzione per raggiungere una postura, e altri approcci davano istruzioni diversissime per la stessa postura… La mia pratica fisica negli anni è indubbiamente cambiata come sono cambiata anch’io. Grazie all’incontro con maestri che rimettevano questa pratica fisica nel loro contesto più ampio della disciplina /filosofia dello Yoga mi sono avvicinata ad un modo di praticare che è un’ascolto, un’esplorazione e riequilibrio di corpo, mente e respiro invece che dare priorità esclusivamente all’esecuzione di un asana o un’altra. È questo approccio basato su insegnamenti ricevuti da molti maestri ma in particolare di Leslie Kaminoff, che riporto nel libro.
Domanda 2 Come è arrivata a scegliere per la sua esplorazione del corpo attraverso il respiro , un mood pratico con una versione pocket del suo libro: segno dei tempi o della sua pratica sempre a portata di mano?
R: Il fatto che sia un libro tascabile è merito della Vallardi che ha/sta pubblicando una collana intera di libri ‘in tasca’ su varie discipline. Sono felice che sia così pratico, leggero e facile da portarsi sempre appresso. Spero incoraggi tutti a praticare ovunque siano! Il mio desiderio nel scrivere questo libro era che in contenuti parlassero di una pratica alla portata di tutti nelle parole ma, in particolare, nei fatti. Vedo spessissimo libri e riviste che esaltano l’esecuzione di posture acrobatiche bellissime ma che purtroppo possono creare l’idea, sbagliata, che lo yoga non sia per tutti. Le acrobazie sono una bellissima sfida con se stessi, ma che non è certo il fatto di riuscire a sedersi nella posizione del loto che fa la differenza. Anche in questo senso volevo ricollegare la pratica delle posture alla filosofia dello Yoga, ovvero ricordare che le asana (le posizioni) sono uno strumento e non fine a se stesse.
Domanda 3 spesso nel libro Lei parte da una in spirazione. Cosa significa per lei osservare l’effetto del movimento nel corpo attraverso la respirazione?
R: Osservare il respiro è un invito a vivere il momento presente, per uscire dallo scorrere costante dei pensieri e richiamarci al corpo. Su di me il fatto di fermarmi e osservare il mio respiro è anche molto calmante. Quando respiriamo possiamo notare cosa si muove o cosa invece rimane fermo, quanto sia lungo/corto, se ci sono dei mini singhiozzi nel suo scorrere, se ci sono delle pause. Il nostro respiro cambia sempre in base alla nostra situazione fisica e/o emotiva. Chi non è consapevole di trattenere il proprio respiro in certe situazione o fare una profondo inspiro di fronte ad uno spettacolare tramonto. Anche il linguaggio parla del nostro respiro per descrivere stati d’animo: un sospiro di sollievo, un tramonto mozza-fiato! Se il nostro stato d’animo ha un effetto così notevole sul nostro respiro la filosofia dello yoga spiega come sia vero anche il contrario: il modo in cui respiro ha un effetto sul mio stato d’animo. In questo percorso uno può sperare di arrivare a scegliere il modo in cui interagire con le situazione della nostra vita invece che essere vittime delle nostre emozioni e conoscere il proprio respiro osservandolo è il punto di partenza di questo percorso.
Domanda 4 Cosa sono le varianti “restorative”?
R: Molto semplicemente io posso scegliere di fare qualcosa grazie ad un’attivazione muscolare o in un modo più passivo. Ad esempio, posso inarcare la colonna mettendomi a fare un ponte o posso mettere la colonna in una posizione inarcata mettendo un cuscino sotto la parte alta della mia schiena. Questa seconda è la versione ‘restorative’ della postura. Nel metodo Iyengar, c’erano delle settimane dedicate ad una pratica meno dinamica, più di riposo, rigenerazione. Queste lezioni includevano l’utilizzo di blocchi, cuscini (bolster) coperte, sedie (cumulativamente chiamati ‘props’) ed il corpo veniva messo in delle posizioni sostenute da i props in modo che il corpo non dovesse essere sotto sforzo muscolare per rimanere nella posizione. Visto che ci sono dei giorni o momenti in cui non sarebbe benefico fare grandi sforzi ma non vogliamo negarci i benefici di una pratica ho voluto includere nel libro la descrizione di come uno potesse fare le asana in questo modo più passivo. Sempre più studi dimostrano l’effetto benefico a livello di psiche e sistema nervoso di questo tipo di pratica “restorative”.
Domanda 5 Nella sua pratica lei parla spesso del rimanere fermo per qualche respiro. Si rifà al qui ed ora della mindfulness o della pratica yoga classica?
R: L’invito di rimanere fermi nella posa ha vari benefici, a livello fisico crea uno sforzo muscolare diverso rispetto a quando siamo in movimento. Imparare a ‘stare/essere’ sia fisicamente che a livello mentale è importante in particolare in un mondo dove viene data così tanta importanza al fare. Mi viene in mente una barca a vela. Per risalire il vento deve fare delle virate (girare la barca). Presa questa nuova direzione ci vuole un po di tempo per aggiustare le vele in modo che su questa nuova rotta possano cogliere al meglio il vento. Questo è analogo a entrare nel asana: aggiusto e affino la mia posizione come aggiusto e affino le vele di una barca. Ma poi, perché questa nuova direzione possa portarmi dove voglio andare, devo rimanere per un po su questa rotta. Volendo possiamo immaginare ogni asana come un’antenna, ha una sua vibrazione. Com per la barca, forse ci metto un po a sintonizzarmi su una frequenza, ma trovata la frequenza per sentire quella vibrazione devo non muover più, e così nella posa “sto”. Questo concetto di essere presenti al qui e ora si trova nello Yoga come nella mindfulness. Richiama anche un’altro insegnamento dello Yoga, quello che nella vita ci sono cose che non possiamo cambiare, ma che invece dobbiamo accettare ed imparare a stare in quella situazione. Come anche con la barca a vela la scelta della mia rotta non è spericolata, lo scopo non è di mettersi fisicamente in posizioni precarie, fuori dalla mia portata o pericolose, digrignare i denti e soffrire. Ma lo stare nelle posizioni è un modo fisico che ci insegna anche emotivamente a stare in situazioni anche se a volte possono risultare un po’ scomode.
Domanda 6 Come è possibile lasciare completamente il peso nelle varie asana? E’ utile per la pratica?
R: La definizione di quello che spesso semplicisticamente viene trascritto dal sanscrito come ‘posizione’ in realtà è “quella seduta dove c’e equilibrio tra sforzo e rilassatezza”. L’invito di lasciare il peso è per trovare quella rilassatezza. Siamo circondati da forze esterne come quella della gravita, la forza di reazione del terreno e quelle che possiamo creare noi stessi con i nostri movimenti e sforzi. Il nostri organi, muscoli ed ossa sono come i vari strumenti (cacciaviti, chiavi inglesi, bulloni ecc.) che si possono trovare nell’officina di un meccanico. Ognuno di questi strumenti ha una funzione diversa e anche i diversi ‘sistemi’ del nostro corpo hanno funzioni diversi. Le ossa sorreggono il nostro peso. I muscoli ci muovono nello spazio e stabilizzano le nostre articolazione. Come non useresti una chiave inglese al posto di una cacciavite, non volgiamo fare con i muscoli il lavoro delle ossa. L’invito di lasciare il peso è in realtà un invito a trovare il modo di sentire che le ossa ti sorreggono con il minimo impegno muscolare. Se impegno i muscoli al posto delle ossa tendo a irrigidirmi dallo sforzo muscolare, lo sforzo muscolare richiede più aria ma dovuta alla rigidità faccio più fatica a respirare… Diventa un circolo vizioso. Perché fare qualcosa facendo tanta fatica quando posso farla facendone meno?
Domanda 7 Esplorare il proprio corpo e le proprie possibilità. Limiti compresi, è possibile per tutti?
R: Assolutamente si! Può sembrare un concetto astratto ma è molto semplice. Ad esempio mentre leggi, riesci ad alzare un dito, riesci farlo piu lentamente, o più svelto, o fluidamente? Riesci a notare quando inspiri, riesci ad allungare la tua inspirazione, quanti secondi riesci a fare durare la tua inspirazione, quante volte riesci a fare un’inspirazione di quella lunghezza, allungare l’inspirazione ha avuto un’effetto sulla tua espirazione? Questi sono tutti modi di esplorare il corpo ed i suoi limiti. Il risultato dell’esplorazione (se o meno tu possa allungare l’inspirazione o quanto riesci ad allungarla ecc.) è, di perse irrilevante. Coltivare la capacità di essere presente e conoscere le proprie capacita, abitudini e limiti è quello che ci interessa. Il vantaggio dello yoga è che ci da degli spazi, dei parametri nel quale esplorare. Le asana sono semplicemente quello, lo spazio, il contenitore nel quale fare queste esplorazioni. Conoscere i nostri limiti ci insegna l’accettazione, o come con perseveranza quello che tempo fa era un limite oggi non lo è più. Queste “lezioni” rimangono con noi oltre il tappetino della pratica. Imparare a superare o accettare ostacoli, o notare come i nostri limiti si mutano nel tempo ci invita a riconoscer come tutto è temporaneo e ci riconduce all’insegnamento delle Yoga del non-attaccamento. Per riconoscere fino a dove siamo arrivati dobbiamo prima esplorare il nostro corpo/mente per conoscere quali sono i nostri limiti e le nostre possibilità.
Un mondo , quello della pratica dello yoga, molto “dinamico” e in questi anni, ricco di nuove proposte editoriali semplici ma attuali, proprio come questa. Maneggevole, versatile, che permetta la pratica anche autonomamente, illustrato passo passo, facile da usare per eseguire le posizioni anche da soli, appena svegli o in ufficio, per rilassarsi o da fare in un qualsiasi momento di relax.
di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it
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Mood Your Say
Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto
Published
3 giorni agoon
24 Agosto 2026By
DailyMood.it
Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.
Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.
Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.
Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.
DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?
SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.
DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?
SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.
DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?
SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.
DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?
SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.
DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?
SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.
DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?
SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.
DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?
SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.
DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?
SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.
DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?
SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.
DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?
SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.
Redazione DailyMood.it
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Il 19 agosto 1883 nasceva Coco Chanel: White Star le dedica un nuovo volume
Published
1 mese agoon
22 Luglio 2026By
DailyMood.it
Questo volume non racchiude solo la storia di una maison leggendaria. È il racconto di una donna che ha riscritto le regole della moda con la sua filosofia. Gabrielle “Coco” Chanel ha cambiato per sempre il modo in cui le donne si vestono, si muovono e percepiscono sé stesse. Indipendente, rivoluzionaria e audace, ha creato uno stile senza tempo, dando vita a capi e accessori diventati vere e proprie icone. Chanel Philosophy va oltre la moda: esplora la visione innovativa della stilista nel campo degli accessori, dei bijoux e della gioielleria, ambiti in cui ha osato più dei gioiellieri tradizionali. Attraverso materiali d’archivio, modelli storici e interviste esclusive, il libro svela il segreto di un lusso che non è solo esclusività, ma anche eleganza pratica e senza tempo.
Chanel Philosophy di Mara Cappelletti
White Star
240 pagine
27 x 31 cm
ISBN 9788854064225
€ 50,00
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- 02 Cover e bordo del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- 03 Cover e retro del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- Immagine pagine 34-35 Pag. 34 © Hulton-Deutsch Collection/Corbis Historical/Getty Images Pag. 35 Bridgeman Images
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- Immagine pagine 40-41 Pag. 40 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc/Alamy Foto Stock Pag. 41 Retro AdArchives/Alamy Foto Stock
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- Immagine pagine 106-107 Pag. 106 Reg Burkett/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images Pag. 107 Fabio Petroni
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- Immagine pagine 150-151 Pag. 150 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s Pag. 151 Boris Lipnitzki/Roger-Viollet
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- Immagine pagine 194-195 Pag. 194 Immagine gentilmente fornita da Christie’s Images Ltd. 2025 Pag. 195 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s
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La trappola dell’iperconnessione di Barbara Fabbroni
Published
2 mesi agoon
6 Luglio 2026By
DailyMood.it
Nasce un nuovo movimento: gli anarchici digitali. Non un ritorno al medioevo, ma una ribellione psicologica contro il capitalismo della sorveglianza.
C’è un momento preciso, nella vita di un adolescente iperconnesso, in cui il pollice si ferma. Non per stanchezza fisica, ma per una specie di saturazione interiore: lo schermo continua a offrire stimoli, ma qualcosa dentro non risponde più. È lì, in quella micro-pausa, che psicologicamente nasce la ribellione.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi hanno spostato il confine dell’anarchia digitale: non più assenza di regole, ma eccesso di potere invisibile. Piattaforme che sanno cosa desidereremo prima di noi, sistemi di raccomandazione costruiti sui bias della dopamina, un disordine informativo che genera ansia cronica più che libertà. In questo scenario di sorveglianza soft, dove ogni clic diventa dato e ogni dato diventa profitto, cresce un contro movimento silenzioso: i cosiddetti anarchici digitali.
Non sono luddisti. Non spaccano server, non demonizzano la tecnologia in sé. La loro è una rivolta psicologica prima ancora che ideologica: il rifiuto di un sistema di ricompense variabili — lo stesso meccanismo neurobiologico delle slot machine — che tiene agganciata l’attenzione attraverso il rilascio intermittente di dopamina. Skinner lo aveva già dimostrato negli anni Trenta con i suoi esperimenti sul rinforzo intermittente: è la ricompensa incerta, non quella certa, a generare dipendenza comportamentale. I social network ne sono l’applicazione perfetta.
Non ci si confronta più con i pari reali, ma con versioni curate e algoritmicamente premiate dell’esistenza altrui.
Il prezzo psichico di questa architettura si vede nei numeri clinici che arrivano dagli studi sui giovani: aumento dei disturbi d’ansia, fenomeni di ritiro sociale che in Giappone hanno un nome preciso, hikikomori, e che oggi si osservano anche nei contesti occidentali con forme più sfumate ma altrettanto preoccupanti. Il confronto sociale continuo, teorizzato già da Festinger negli anni Cinquanta come meccanismo naturale dell’identità, trova online un’amplificazione patogena. Il risultato è un vissuto cronico di inadeguatezza che la letteratura definisce comparazione sociale ascendente disfunzionale.
A questo si aggiunge il vamping, la veglia digitale notturna che frammenta il sonno REM proprio nella fascia di età in cui la consolidazione mnestica e la regolazione emotiva dipendono in modo critico dal riposo. Non stupisce che irritabilità, difficoltà attentive e labilità dell’umore siano tra i sintomi più frequenti riportati nei colloqui clinici con adolescenti fortemente esposti.
Il rifiuto del diktat algoritmico
Notifiche disattivate, dumbphone, il passaggio dalla FOMO alla JOMO. È riappropriazione del locus of control: lo spostamento dell’origine percepita delle proprie azioni dall’algoritmo alla scelta consapevole.
La tutela radicale della privacy
Sistemi crittografati, browser anonimi, rifiuto della mercificazione del sé digitale. Sottrarsi al tracciamento come forma di autodeterminazione.
Comunità alternative
Micro-comunità orizzontali, non mediate da logiche di monetizzazione della rabbia. Un ritorno a quello che Winnicott chiamava spazio transizionale.
Non è un movimento nostalgico. È una risposta adattiva a un ambiente che, nel tentativo di connettere tutti, ha finito per isolare i singoli dentro bolle di validazione artificiale. E forse la domanda più interessante non è se questi giovani abbiano ragione a disconnettersi, ma cosa ci dice della nostra epoca il fatto che disconnettersi sia oggi percepito come un atto di coraggio.
La disconnessione come atto clinico
Forse è qui che dobbiamo tornare a quel pollice fermo sullo schermo. Non è resa, non è sconfitta della tecnologia sull’attenzione: è il primo gesto di un organismo che si difende. In termini clinici, potremmo chiamarlo un tentativo di riregolazione — il sistema nervoso che, esausto da uno stato di allerta perenne, cerca la via più semplice per tornare a uno stato di quiete: interrompere lo stimolo.
I ribelli digitali non stanno inventando nulla che la psicologia non sapesse già. Stanno semplicemente agendo, su scala generazionale, un principio che ogni terapeuta conosce bene: quando un ambiente diventa strutturalmente incapace di rispettare i bisogni di chi lo abita, l’unica risposta sana è ridefinire i confini. Non è patologia il ritiro — è patologico, semmai, il sistema che lo rende necessario.
C’è però un rischio da non ignorare, ed è forse la nota più scomoda di questa analisi: la disconnessione volontaria, per essere davvero liberatoria, richiede risorse. Tempo, consapevolezza, un contesto familiare e sociale che sostenga la scelta invece di isolarla ulteriormente. Chi non ha gli strumenti per teorizzare la propria ribellione rischia di restare semplicemente intrappolato, senza nemmeno il lessico per nominare la propria sofferenza. L’anarchia digitale, in questo senso, è anche una questione di classe psicologica: chi può permettersi di disconnettersi, e chi no.
Resta la domanda che chiude davvero il cerchio, quella che il pezzo pone nel finale: se il coraggio, oggi, si misura nella capacità di spegnere una notifica, forse non è la generazione che va analizzata. È l’architettura che l’ha costretta a considerare la quiete come un atto di resistenza.
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