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Il Permesso – 48 ore fuori. Un film di Claudio Amendola

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Seconda appuntamento alla regia per Claudio Amendola che affronta una prova ancor più grande.
Il regista/attore si cala completamente in questa doppia veste, affermando che “Il permesso – 48 ore fuori” era la storia giusta.
I personaggi e la trama sono tipici di un genere di cinema che ha avuto la fortuna di interpretare da attore in numerosi film e che in un certo senso lo rappresenta, ma forse la cosa che più lo ha convinto è il comune denominatore che spinge i personaggi, perché, nonostante sia una storia dura e anche violenta, il sentimento che li muove è sempre l’amore; per un figlio, per una donna, e l’amore da trovare.
Ad affiancarlo in questa nuova avventura: Luca Argentero, Giacomo Ferrara, Valentina Bellé, Antonio Iuorio, Valentina Sperlì e molti altri.
Distribuito da Eagle Picture, al cinema dal 30 marzo 2017.

Sinossi
A Luigi, Donato, Angelo e Rossana sono state concesse 48 ore di permesso fuori dal carcere di Civitavecchia. Per motivi differenti si trovano in galera, dove devono scontare il loro debito con la giustizia. Ma adesso sono fuori, e devono decidere in che modo spendere il poco tempo che gli è stato concesso. Vendetta, redenzione, riscatto, amore. Una volta usciti ognuno di loro dovrà fare i conti con il mondo che è cambiato mentre erano dentro.
Al suo secondo esperimento dietro la macchina da presa, Claudio Amendola dirige un cast poliedrico, su cui spicca un’incredibile performance di Luca Argentero, in un film, prodotto da Claudio Bonivento, nato dalla penna di Giancarlo De Cataldo, già autore di Suburra e Romanzo Criminale, con la collaborazione dello stesso regista e di Roberto Jannone.

Conversazione con Claudio Amendola
Come si è sviluppato questo progetto?
È nato grazie a Claudio Bonivento, un produttore illuminato con cui collaboro da 30 anni, che si è innamorato di un soggetto scritto da Giancarlo De Cataldo, anche autore, con me e Roberto Jannone, della sceneggiatura. Quando Claudio mi ha proposto la sua storia è stato amore a prima vista. L’impatto è stato fortissimo, cercavo da tempo un racconto che fosse giusto per il mio secondo film da regista, dopo La mossa del pinguino, ma mi sono mosso con i piedi di piombo fino a quando questo soggetto ha centrato esattamente quello che volevo: ho iniziato così a lavorare a un copione che col tempo è diventato sempre più simile a me e al cinema che mi piace vedere da spettatore. Gli sceneggiatori ed io ne abbiamo realizzato varie stesure, fino ad arrivare a quella definitiva che abbiamo portato in scena. In seguito abbiamo iniziato la scelta degli attori, che si è rivelata decisiva, a partire dall’idea di stravolgere l’immagine abituale di Luca Argentero, rendendolo piuttosto irriconoscibile: per interpretare il ruolo di un pugile sconfitto dalla vita, Luca ha perso otto chili di peso e ne ha acquistati sei di muscoli grazie a una lunga, accurata e super professionale preparazione fisica. Il suo personaggio, Donato, è un uomo ferito dentro, dolente, buio, oscuro, con un passato e un presente forte e duro e Luca ha aderito con entusiasmo alla difficile sfida che lo aspettava. Penso in particolare ai momenti in cui si ritrova coinvolto in un combattimento clandestino di boxe senza esclusione di colpi, in alcune sequenze molto forti, di grande impatto. Per quello che mi riguarda, la scelta di recitare nel film, oltre a dirigerlo, è dipesa soprattutto dal fatto che mi sarebbe dispiaciuto regalare a un altro attore il bellissimo ruolo che ho deciso di interpretare, quello di Luigi, un uomo stanco, spento e provato, che nel corso della vicenda ha il percorso di un vinto: è in galera da 17 anni, esce grazie a un permesso per 48 ore e si ritrova costretto per amore di suo figlio a tornare sui suoi passi con difficoltà e dolore. Insomma, per questo secondo film da regista ho potuto confrontarmi con un’altra bella storia che mi piace definire “western” perché ha come protagonisti due eroi solitari che vanno fieramente incontro al loro destino.

Che cosa si vedrà in scena?
Raccontiamo i due giorni di libera uscita di quattro detenuti di età diverse, che non si conoscono tra loro e che chiedono e ottengono un permesso per uscire dal carcere in cui sono rinchiusi per vari motivi. Poco a poco scopriremo perché escono e che cosa faranno una volta fuori dal penitenziario. Il mio personaggio, Luigi, per esempio, è spinto dall’urgenza di dover risolvere un serio problema: salvare un figlio 25enne che si è cacciato in guai seri cercando di ripercorrere, senza averne la stoffa, le sue orme nel mondo della malavita. Anche il Donato interpretato da Argentero, nonostante si muova in contesti duri e violenti, viene a sua volta spinto ad agire dall’amore, perché deve salvare sua moglie che è stata costretta a prostituirsi da uomini che facevano parte del suo giro, prima che lui finisse in galera: è in prigione da diversi anni e deve scontarne ancora molti, esce con l’intenzione di salvare la sua donna ma si ritroverà a doverla vendicare. Gli altri due detenuti in libera uscita sono due ragazzi, Rossana e Angelo (Valentina Bellè e Giacomo Ferrara): lei è una rampolla dell’alta società, ribelle fin dall’adolescenza, che, provocando un enorme scandalo, è stata arrestata con dieci chili di cocaina e sta scontando una lunga pena. Rossana è sfinita, non ne può più di quella vita e quando si ritrova provvisoriamente libera è determinata a non tornare più dietro le sbarre, sicura che la ricchezza della sua famiglia la salverà e la proteggerà. È una ragazza spigolosa e scostante, ma nel corso degli avvenimenti si finisce con l’innamorarsene, perché porta con sé anche una grande fragilità che maschera e nasconde come può.
La sua storia e quella dell’altro giovane in libera uscita, Angelo, si intersecano, a differenza di quelle dei detenuti adulti, che si snodano autonomamente: Angelo è stato arrestato in seguito a una rapina e durante la sua prigionia si sta specializzando in “verde ornamentale”, coltivando la speranza, una volta scontata la sua pena, di convincere i suoi amici di scorribande ad allestire una cooperativa e a cominciare una nuova vita normale. Scoprirà in seguito che i suoi complici non vogliono affatto redimersi dalla vita criminale e studiano invece un progetto molto diverso per lui e per i due giorni di libertà che lo aspettano. L’incontro tra i due ragazzi, che rappresentano la parte meno “nera” della vicenda, sarà salvifico per entrambi, ma l’intera sceneggiatura è costruita attraverso un montaggio alternato delle quattro storie principali che rendono il film particolarmente forte, potente e con un grande ritmo.

Diceva che aspirava a realizzare un genere di film che le piace vedere da spettatore, in che senso?
Il permesso – 48 ore fuori è rigorosamente un film di genere, una categoria che nell’ultimo anno è stata finalmente “sdoganata” anche in Italia, ed è un film che mi rispecchia molto, è il cinema che mi piace vedere e che volevo portare in scena. Mi piacciono molto certi film stranieri di questo tipo, quelli americani ma anche quelli francesi, che hanno una tradizione molto forte, e questo mi fa sperare per la diffusione internazionale della nostra storia, che potrebbe essere ambientata in qualsiasi luogo del mondo: le carceri esistono ovunque così come esistono le dinamiche che i personaggi principali del racconto scatenano.

Le piacciono i libri di Giancarlo De Cataldo e le trasposizioni che ne sono state tratte per il cinema e per la fiction tv?
Ho sempre letto le opere di Giancarlo, come Romanzo Criminale, con appassionata voracità e l’anno scorso ho recitato, diretto da Stefano Sollima, nella trasposizione cinematografica del suo libro Suburra. È un tipo di letteratura che apprezzo, mi sono interessato molto e documentato a lungo sulle trame dell’Italia degli ultimi 30/40 anni: penso ai volumi di giornalisti come Giovanni Bianconi e Carlo Bonini, ricchi di coraggioso impegno civile e sociale.

Che cosa l’ha interessata di più del Luigi che interpreta?
Mi è piaciuta molto soprattutto la sua stanchezza di fondo, il suo essersi arreso: in passato era stato un criminale spietato e violento, ma poi il carcere lo ha piegato e lui vorrebbe soltanto scontare la sua pena e trascorrere in pace il resto dei suoi giorni con i pochi amici che gli sono rimasti. È un uomo piuttosto stanco e provato dalla vita, ma viene costretto, suo malgrado, a riprendere le armi.

Come si è ritrovato a recitare con Luca Argentero dopo Noi e la Giulia?
Quando ho proposto il nuovo progetto a Luca, lui è stato molto generoso e si è subito messo in gioco volentieri. Abbiamo condiviso la sensazione che poteva trattarsi di una bella occasione per uscire dai canoni del già visto. Prima di questo nostro nuovo film, Argentero aveva recitato soprattutto in commedie dove appariva bello e figo, invece qui si è completamente stravolto nell’aspetto, dando prova di una grande maturità d’attore: il suo è un personaggio drammatico, molto scuro e violento, si tratta quindi di vesti in cui non lo abbiamo mai visto prima.

Come ha scelto i suoi attori?
Ho notato in Valentina Bellè una particolarità che mi ha incuriosito, è una delle atttrici/rivelazione dell’anno, un’interprete che amo definire “scorretta” (e lo dico nell’accezione migliore del termine). L’ho scelta subito perché è davvero sorprendente per vari motivi: ha girato ultimamente i nuovi film di Francesca Comencini e dei fratelli Taviani, ha recitato in qualche fiction, ha frequentato scuole di recitazione in Italia e all’estero, può contare su solide basi di studio e su una bellezza naturale, è particolare perché a volte è bellissima e altre meno, è una ragazza che ti colpisce e non ti lascia indifferente. Giacomo Ferrara invece era stato l’interprete del personaggio di Spadino nel film Suburra, lo studiavo da tempo. In un primo momento l’avevo scelto per il personaggio di mio figlio ma, andando avanti con i provini per gli altri ruoli, non ero soddisfatto delle scelte fatte fino ad allora e quindi, su consiglio di Claudio Bonivento, abbiamo sottoposto Giacomo a un provino per la parte di Angelo e lui lo ha superato alla grande, dimostrando molta personalità. A quel punto ho ricominciato a cercare l’attore giusto che interpretasse il ruolo di mio figlio e l’ho trovato in Simone Liberati, che in Suburra era il “braccio destro” di Alessandro Borghi. Abbiamo fatto in generale un bel lavoro con la casting Gabriella Giannattasio, trovando interpreti intonati e pertinenti ai ruoli, come Ivan Franek, Antonino Iuorio, Valentina Sperlì, che in scena è la madre di Rossana, e Alessandra Roca che interpreta la moglie di Luigi.

Conversazione con Luca Argentero
Ha capito subito che Il permesso – 48 ore fuori poteva rappresentare per lei una bella opportunità?
Claudio Amendola ed io abbiamo recitato insieme sia sul set del film in cui lui ha esordito alla regia, La mossa del pinguino, sia tre anni fa su quello del noir Cha Cha Cha di Marco Risi, e abbiamo cementato presto un rapporto profondo basato su stima e fiducia reciproche. Mi è sembrato evidente che questa volta lui si sia voluto fidare di me offrendomi un’opportunità importante, e mi ha fatto molto piacere che io gli sia sembrato serio e affidabile nell’ambito di un progetto che fin dal primo momento lui ha vissuto, come è sua abitudine, con enorme passione.

Come ha affrontato questo nuovo ruolo così insolito?
La necessità di un’adeguata preparazione fisica ha reso l’esperienza un gioco bello da praticare, intenso e gratificante, come mi era successo per esempio in occasione di una recente miniserie tv sul pugile Tiberio Mitri o di Cha Cha Cha: la possibilità di lavorare su di sé e sul proprio corpo rappresenta una parte divertentissima del nostro mestiere, mi piace allenarmi, l’idea di entrare in palestra alle 7,30 del mattino e dire a se stessi “lo sto facendo per lavoro” è la conferma del privilegio che ho nel coltivare un mestiere fortunato che mi piace e mi diverte tanto.

Chi è Donato, il personaggio che lei interpreta?
È un tipo piuttosto chiuso e “bloccato”. Forse tra i quattro detenuti che escono per le loro 48 ore di libertà, impegnati a risolvere questioni di amore, di vita personale e di affetti, è quello che non ha lottato minimamente per uscire, non ha mai avuto notizie da nessuno all’esterno del carcere, nemmeno da parte della donna che ama, non sa nulla di lei, sa solo che il gruppo di persone che facevano parte del suo entourage criminale aveva il compito di sorvegliarla. Uscito dalla prigione, Donato apprende che la sua donna si prostituisce, ma deve scoprire come, dove e quando, e allora per cercarla intraprende una sorta di discesa agli inferi.

Come si è preparato al ruolo?
La preparazione è stata incentrata su una dieta rigida e un duro esercizio. Mi sono allenato a Torino con alcuni ragazzi che insegnano Thai Boxe in modo da poter dimostrare in scena di sapermi muovere durante i combattimenti a mani nude, mi sono sottoposto a una lunga dieta – direi però che più che perdere chili li ho “trasformati” – e poi mi sono preparato con Claudio Pacifico che era lo stunt coordinator, sia per le coreografie sia per le scene particolarmente movimentate”.

Che tipo di relazione si è stabilita tra lei e Claudio Amendola durante le riprese?
Un rapporto di fiducia, creatività comune, divertimento ed entusiasmo, sono rimasto sul set soltanto dieci giorni sui quaranta previsti per le riprese ma quando ero presente eravamo tutti sempre molto concentrati. La storia mostra in scena quattro personaggi principali con quattro storie da raccontare. Il mio, Donato, appare in poche scene di transizione, ma ogni sequenza è molto significativa, ogni giorno avevo da girare scene importanti e ho lavorato sempre con entusiasmo e dedizione.

Che cosa l’ha colpita di più di Amendola regista?
Claudio è molto sicuro di sé, non ho mai avuto la sensazione di avere di fronte a me un regista che non sapesse quello che voleva, lui lo sapeva benissimo, era sempre determinato e preciso, ed è riuscito a costruire un bellissimo lavoro di squadra con il direttore della fotografia Maurizio Calvesi e un bel team di persone che gli consentiva di realizzare ogni volta esattamente quello che voleva. Tutte le scene che ho girato erano fondamentali per l’economia del racconto, ma ero molto concentrato soprattutto sulla giornata del match clandestino di pugilato. È stata filmata in un’unica sequenza, mi piaceva molto lavorare con il fisico, ero molto soddisfatto del traguardo raggiunto con gli allenamenti, ma il giorno dopo la fine delle riprese, la possibilità di stapparmi soddisfatto una prima birretta dopo tanto tempo di astinenza ha rappresentato per me un gesto molto liberatorio.

Secondo lei può esserci uno spazio adeguato oggi in Italia per i film di genere come Il permesso – 48 ore fuori?
Non credo che Claudio Amendola abbia scelto di girare questo film grazie al trend positivo che ultimamente il cinema di genere vive in Italia, lo ha fatto solo perché si è imbattuto in una storia che gli piaceva e che voleva raccontare: possono esserci buoni spunti di noir, giallo o fantasy, ma se qualcuno ha una buona storia da portare avanti è sempre il momento giusto. Se si abitua il pubblico a una differenziazione maggiore di proposte, questo può rappresentare uno stimolo notevole.

Lei si sente a suo agio nel recitare in qualsiasi genere di film?
Finora ho interpretato quasi sempre delle commedie. Devo confessare che quando recito in contesti brillanti mi ritrovo alle prese con meccanismi più consolidati e mi sento a casa, ma mi reputo fortunato perché mi viene offerta spesso la possibilità di poter variare, è uno stimolo che permette di scoprire cose di te stesso che non conosci. Ho già recitato in una ventina di film, ma in generale mi sento ancora all’inizio della mia carriera e se proprio dovessi pensare a qualcosa, penserei soprattutto a scegliere bene i prossimi venti. Più si sperimenta e si cambia e più si è preparati a qualsiasi eventualità.

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Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.

Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.

Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi

Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.

Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.

Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto.  O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.

Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.

La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano

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Come si sfila per le varie maison di moda? Per Chanel si sfila in modo più rilassato, professionale. Per Louis Vuitton si sfila in modo più aggressivo, veloce, muovendo con forza i fianchi. È un dialogo tra alcune modelle che vediamo in scena in Couture, il nuovo film di Alice Winocour con Angelina Jolie, Louis Garrel, Vincent Lindon, Ella Rumpf e la rivelazione Anyier Anei, modella e attivista qui al suo debutto cinematografico. Vedremo il film al cinema dal 26 agosto, distribuito da Plaion Pictures.

Angelina Joline è Maxine, regista, arrivata al success con un film di vampiri. Anzi, un film su una donna vampiro che si vendica in questo modo di tutte le donne che sono state vittime nei film horror. Arriva a Parigi, chiamata dalla maison Chanel per girare il film che aprirà la sua sfilata. La moda è inutile e necessaria per lei, che si presenta vestita di nero, poco curata. Ma accetta di girare quel film. Ne ha bisogno e lo trova stimolante. Nel frattempo, però, scopre di essere malata. E la sua vita cambia. Anche la sua esperienza a Parigi acquista un altro senso. La sua storia si intreccia con quella di Ada, una modella esordiente sudanese (Anyier Anei). La maison vuole farne suo volto, ma lei non è convinta di voler fare questo nella vita. Ad aiutarla c’è una giovane truccatrice (Ella Rumpf), con il sogno di fare la scrittrice.

Couture è stato girato durante la Settimana della Moda a Parigi, nella maison Chanel, nelle sartorie dai ritmi febbrili, sui set fotografici, negli appartamenti delle modelle. I marchi e nomi sono presenti con parsimonia, ma la frenesia di quel mondo ci arriva tutta. Ci sono gli abiti e le sfilate, gli stilisti e i fotografi, le sarte e le truccatrici. Ma quello che esce è un ritratto in fondo poco glamour. Alice Winocour punta piuttosto a farci vedere il duro lavoro, i retroscena, i dubbi e le contraddizioni. Vediamo soprattutto il mondo che c’è dietro le passerelle, il ritmo di tutti i giorni. È un film che intreccia pubblico e privato. Perché mentre vediamo la grande macchina andare avanti, assistiamo a tre storie private, a loro modo drammatiche. Ci sono le paure, ci sono i dubbi, ci sono i sogni. C’è la stanchezza psicologica. E c’è quella fisica, con i pedi delle modelle che a fine giornata vanno messi nel ghiaccio.

Couture è dominato dai toni del bianco. Sono quelli degli abiti scelti per la collezione, sono quelli delle luci chiare delle sartorie, ma anche degli ambulatori dei medici e degli scarni appartamenti in cui vivono le modelle. Quello che ci arriva da Couture è un mondo della moda che non è più distante e distaccato, ma più vicino a noi. È un mondo che è allo stesso tempo incantato, ma anche molto concreto. È una delle rare volte che si ha la possibilità di viaggiare dietro le quinte, di andare oltre la passerella e le foto. Per questo Couture è una visione da non perdere. Con un finale e un sottofinale catartici e carichi di simbolismi.

In quella che è una messa in scena naturalista, in qualche modo, ma non completamente, vicina al documentario, a colpire sono le interpretazioni femminili. Angelina Jolie (qui anche produttrice) nel ruolo di Maxine è empatica, emotiva, luminosa, magnetica come non la vedevamo da tempo. Quello dell’attrice americana è un gradito ritorno. Ma brillano anche la bellezza dell’attrice africana Anyier Anei e l’intensità e l’umanità di quello di Ella Rumpf, la sognatrice del gruppo. Couture è un film da vedere. Per guardare poi la moda con altri occhi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti

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“Non siete il passato degli esseri umani, ma il futuro”. È una frase che viene detta a proposito degli automi al centro di Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, maestro del cinema giapponese e Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, il film arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Quella del futuro degli umani, ormai evoluti in esseri di Intelligenza Artificiale era il finale di A.I. – Intelligenza Artificiale, il film di Steven Spielberg del 2001. E, come vedrete, questo film riprende proprio lo spunto del capolavoro di Spielberg, ma prendendo una strada completamente diversa.

Interpretato da Haruka Ayase, Daigo e dal giovane Rimu Kuwaki, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano e racconta la storia di Otone e Kensuke, una coppia che, dopo aver perso il figlio, accoglie nella propria casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. La compagnia che se ne occupa si chiama Re-Birth, rinascita, e il suo simbolo è la falena luna, una farfalla che la leggenda vuole essere portatrice delle anime dei defunti. Ma chi sono questi della Re-Birth? Avvoltoi che credono di fare fortuna sui dispiaceri altrui? O benefattori in grado di alleviarli?

A.I. – Intelligenza Artificiale, tratto da un racconto da Brian W. Aldiss, nelle mani di Spielberg era diventata la storia di Pinocchio di Collodi, con tanto di personaggi e snodi simili. Qui, per tutta la prima parte, ci sono pochi personaggi di contorno e il focus è sui genitori e il bambino. E, anche nella seconda parte, quando entrano in scena altri personaggi, sono sempre funzionali ai tre personaggi centrali. Kore’eda, qui, lascia fuori tanti dei discorsi di Spielberg, come la paura e la contestazione nei confronti degli automi, tiene a freno svolte narrative ed emotività, in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla riflessione e sulla questione etica e morale. Non si pensa quasi mai a Spielberg durante tutta la visione del film. E questo è sicuramente un punto a favore del regista giapponese. Punti di partenza simili, svolgimenti diversi portano al risultato di due grandi film, ognuno a suo modo. C’è anche qualcosa di Blade Runner, in Sheep In The Box. È così quando si parla di ricordi. Quelli del piccolo automa sono quelli impiantati artificialmente, presi dalle foto, come per i replicanti del film di Ridley Scott.

Sheep In The Box vive su una continua dialettica – o uno scontro – tra due piani. Da un lato quello emotivo, quello che prova a immaginare il dolore di due genitori per l’aver perso un figlio e l’elaborazione del lutto. Un piano che Kore’eda mette in scena con un tono rispettoso, tenue e crepuscolare. L’altro piano è quello intellettuale, più freddo, la riflessione etica e filosofica su una tecnologia che ogni giorno diventa più avanzata, un misto di robotica e Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che oggi può fare quasi tutto. Ma che, forse, non può colmare gli affetti, lenire i rimpianti, riparare i sentimenti.

Su due diversi piani, almeno all’inizio, vivono anche i genitori. La madre sembra essere entusiasta di avere a casa di nuovo il proprio figlio, ben consapevole di mettere in scena una finzione. Il padre è decisamente scettico: chiama il bambino automa un ‘roomba’, un evidente riferimento a un noto robot domestico, e gli dice di non chiamarlo papà – in fondo non lo è – ma ‘signore’. Credere o non credere, questo in fondo è il dilemma. Lasciarsi andare o meno. È una questione di fede. Come in tutte le cose della vita. E anche noi che vediamo il film siamo combattuti tra questi due punti di vista. Ma il dubbio è anche un altro. Come va trattato quel ‘bambino’? Come un vero figlio o come un succedaneo? Conviene stare al gioco o no? E ancora: le preoccupazioni di un genitore, nel caso di un figlio automa, devono essere le stesse di un bambino in carne ed ossa? Ma il film è un continuo porsi domande. Che siano di natura etica e filosofica o che siano proprio sullo sviluppo del racconto, il film si segue sempre con l’attenzione alta. Perché non sappiamo mai dove potrà portarci questa storia. E questo è sicuramente un pregio del film, in cui ogni svolta narrativa non è mai scontata.

“Preferisco le decisioni sofferte. Se non soffro non sono contenta”. È quello che dice, a un certo punto, la madre. Ed è chiaro che Sheep In The Box è anche un film sulla sofferenza umana. Il finale del film è inaspettato, ma, in fondo, è nella logica delle cose, e quindi perfettamente coerente con la storia. I due protagonisti si sentono spiazzati. Ma poi ci pensano, per arrivare alla conclusione che “prima o poi succede a tutti i genitori. Forse”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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