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Il Diritto di Contare trionfa al Box Office americano e si aggiudica una nomination ai Bafta

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Il Diritto di Contare, il film diretto da Theodore Melfi, con Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst e Jim Parsons, ha letteralmente conquistato il pubblico americano piazzandosi al primo posto del Box Office nel suo primo weekend d’uscita con un incasso totale di $22,800,057 ed una media copia per sala di oltre $9,000.
Un risultato sicuramente incoraggiante, anche in vista dell’arrivo nelle sale italiane, previsto per l’ 8 marzo 2017.
Il trionfo al botteghino americano non è l’unica ottima notizia per il film. Il Diritto di Contare si è aggiudicato anche la candidatura come Miglior Sceneggiatura Non Originale ai prestigiosi BAFTA, i cosiddetti Oscar Inglesi, che saranno assegnati il prossimo 12 febbraio.

Sinossi
IL DIRITTO DI CONTARE racconta l’incredibile storia mai raccontata di Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughn (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monae), tre brillanti donne afroamericane che – alla NASA – lavorarono ad una delle più grandi operazioni della storia: la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, un obbiettivo importante che non solo riportò fiducia nella nazione, ma che ribaltò la Corsa allo Spazio, galvanizzando il mondo intero.
(Fonte: Boxofficemojo.com)

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The Last Duel: Il duello di Ridley Scott contro il maschilismo tossico

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The Last Duel, il nuovo film di Ridley Scott, in uscita al cinema dal 14 ottobre, è la storia di una violenza sessuale nella Francia del XIV secolo. È una storia realmente accaduta. Quella di Madame De Carrouges (Jodie Comer), che accusa di violenza Jacques Le Gris (Adam Driver). Secondo le leggi del tempo, Le Gris verrà sfidato dal marito di lei, Jean De Carrouges (Matt Damon). Solo vincendo, e manifestando così la volontà di Dio, la moglie verrà creduta. Era un mondo in cui le donne venivano considerate proprietà dei loro mariti, e, se osavano denunciare per difendere la verità, rischiavano di essere condannate a morte – nel caso il proprio marito perdesse il duello – pur non avendo commesso alcun crimine, ed essendo le vittime.

Ti senti in colpa, ma, amore mio, non dirlo a nessuno. Per la tua sicurezza. Tuo marito potrebbe ucciderti”. The Last Duel, come il famoso Rashomon di Kurosawa, è raccontato da diversi punti di vista. Prima quello di Jean De Carrouges, poi quello di Le Gris, e solo alla fine quello di Madame De Carrouges. Le parole che abbiamo appena scritto sono quelle del capitolo 2, la versione di Le Gris, lo stupratore. Leggerle è davvero scioccante, come lo è ascoltare la confessione che, poco dopo, dirà a un prete. “Ho commesso peccato di adulterio verso un uomo che considero un amico”. Le Gris non pensa proprio alla donna a cui ha fatto violenza. Non parla di stupro ma di adulterio. Il problema, per lui, è solo tra uomini.

Assistiamo alla versione di Le Gris dopo aver assistito a quella di De Carrouges, che era stata ancora più scarna. Quello che ci colpisce, nei primi due capitoli di The Last Duel, è che in un film in cui una donna è il personaggio chiave, Madame De Carrouges si veda pochissimo. La scrutiamo ascosta dietro le grate, non ascoltiamo mai la sua voce. Ma, man mano che il film procede, ci rendiamo conto che tutto è perfettamente logico. I primi due capitoli sono i racconti dei due uomini, e come tali ci raccontano la loro visione, il loro mondo. Un mondo dove la donna è qualcosa di secondario, di accessorio.

Ma è nel capitolo III, che Ridley Scott titola esplicitamente “La verità secondo Madame De Carrouges. La verità”, con quel termine ribadito ancora una volta, come se volesse che fossimo sicuri che per lui la verità è quella, che i nodi vengono al pettine. E dove, finalmente, anche quello che avevamo visto fino a qui acquista senso. Narrati dal suo punto di vista, vediamo i tanti aspetti della vita di Madame De Carrouges. Come il fatto che, nel giudicare Le Gris, si attenga al giudizio del marito, che lo ritiene inaffidabile. Come sia fedele al marito, e preoccupata di dargli un erede. Assistiamo alle sue notti d’amore con il marito, che proprio d’amore non sono. E assistiamo a una serie di consigli molto intelligenti su allevamento, agricoltura, e anche sui tributi, dati ai suoi collaboratori quando, in assenza del marito, prende in mano alcune faccende.

Ma, soprattutto, nel terzo capitolo, rivediamo la scena dello stupro dal suo punto di vista. Il girato è lo stesso, ma il montaggio è molto diverso. Qui Ridley Scott, con grande maestria, monta dei dettagli visivi e sonori che prima aveva volutamente omesso. Così sentiamo il pianto, le urla della donna, le sue corse e i tentativi di fuga da quella stanza. Il volto in lacrime. E poi spento, con lo sguardo assente, dopo. Quell’atto sessuale che avevamo visto prima ora ci è mostrato come lo ha percepito la protagonista femminile. Ed è una sensazione completamente diversa. Fa ancora più male la reazione del marito: la prima cosa che pensa è che Le Gris abbia fatto un dispetto a lui.

Ma quello che accade dopo forse è ancora peggiore. Perché Madame De Carrouges, una volta deciso di denunciare l’accaduto, non riceve solidarietà da alcuna donna, né dalla suocera che le dice “non siete diversa dalle contadine prese dai soldati in guerra”, né dalla sua amica che le ricorda “avevate detto che trovavate Le Gris attraente”. Madame De Carrouges è al cento di un vero e proprio processo. Ma non è forse così anche oggi, quando le vittime spesso sono più accusate degli stupratori?

La potenza di un racconto del passato usato per parlare del presente è ogni volta la stessa. È fare il parallelo, vedere che le cose spesso sono ancora così, ancora oggi. E fare un salto in avanti, e poi rifare un salto indietro. Pensare che era il 1386 ed era inaccettabile allora. E poi tornare ancora in avanti, realizzare che sono passati 600 anni e le cose spesso sono ancora così. E questo è ancora più inaccettabile. Non è che ai nostri tempi le cose siano andate meglio. In fondo è solo dal 15 febbraio 1996 che si è affermato il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona e non contro la morale pubblica. Sono solo 25 anni fa.

Jodie Comer, nel ruolo di Madame De Carrouges, svetta su tutto il resto del cast. La sua espressione fiera, gli occhi vispi, il suo volto moderno sono incorniciati da un’immagine incantata, gli abiti eleganti e i lunghi capelli biondi da principessa delle favole, da dama dei romanzi cavallereschi È forse per far risaltare ancora la sua bellezza e la sua statura che gli uomini sembrano tutti goffi, rudi, a volte ridicoli. Forse è qualcosa di voluto per raccontare la loro vacuità, la loro vanagloria. Anche il duello finale, violento e muscolare come una sequenza di Ridley Scott sa essere, sembra avere al centro solo loro, il regolamento di conti tra due uomini accecati dall’odio e presi solo da se stessi, Lei, Madame De Carrouges, sposa in nero a sua volta legata in attesa del giudizio di Dio, non può fare altro che osservare e aspettare. Noi, in platea, non possiamo che tifare per suo marito non perché si meriti qualcosa, ma per sapere lei in salvo.

The Last Duel, visto dall’esterno, è il Ridley Scott epico, quello de Il gladiatore, Robin Hood, Le Crociate. E, si sa, è una cosa che gli riesce bene. I duellanti del suo film d’esordio, che si battevano ai tempi di Napoleone, qui vivono nel Medioevo, e si battono in maniera molto più violenta e ferina. Ridley Scott oggi non può più fare la Storia del cinema perché l’ha già scritta almeno tre volte (con Alien, Blade Runner e Thelma & Louise) se non qualcuna di più. Ma può portare il cinema nella Storia e, ancora meglio, aggiornarlo alla Storia dei nostri tempi. Un regista che ha sempre amato le sue donne, dalla Ripley di Alien fino alle Thelma e Louise del film omonimo non è rimasto indifferente ai movimenti di rivendicazione femminile come il #metoo. E ha deciso di scendere in campo con un suo personale, riuscito, duello contro il maschilismo tossico.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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No Time To Die. L’ultima volta di Daniel Craig, un Bond ironico e commovente

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“We Have All The Time In The World”. Vuol dire “abbiamo tutto il tempo che c’è al mondo”. Lo dice James Bond (Daniel Craig) a Madeleine Swann (Lèa Seydoux), mentre, innamorati, stanno viaggiando in macchina. È una delle prime sequenze di No Time To Die, l’attesissimo nuovo film della saga di James Bond, l’Agente 007, che arriva finalmente al cinema il 30 settembre 2021. “Abbiamo tutto il tempo che c’è al mondo” è la frase che due persone che si amano, e sentono di avere tutta la vita davanti, si dicono in certe occasioni. Ma We Have All The Time In The World è anche la famosa canzone di Louis Armstrong che chiudeva Al servizio segreto di Sua Maestà, il film del 1969, e che qui apre e chiude il film. No Time To Die, il film che conclude l’era di Daniel Craig come Agente 007, deve molto a quella pellicola, come l’intero ciclo con l’amato attore.

Al servizio segreto di Sua Maestà è stato uno dei Bond Movie più particolari, Quello che, per la prima volta, vedeva un Bond innamorato veramente di una donna, tanto da sposarla. Fino all’amaro finale. Non sono sposati James e Madeleine, ma è come se lo fossero. Sono innamorati, vivono insieme, e hanno in progetto di farlo a lungo. Arrivati in un paese dell’Italia (è Matera, con alcune scene che sono state girate a Gravina in Puglia), una volta a letto, i due cominciano a parlare. “A cosa pensavi, prima, al mare?” chiede Bond alla sua compagna. “Te lo dirò se mi parli di Vesper”, risponde lei. James Bond è lì per lasciare definitivamente andare il suo primo amore, per visitare la sua tomba all’acropoli, e chiudere per sempre con lei. È qui che, però, accade qualcosa. Cinque anni dopo, James Bond e Madeleine Swann non sono più insieme. Dietro c’è il peso di un tradimento che si è consumato in quei giorni in Italia. Ma è stato davvero così? Mentre a Londra un’arma batteriologica viene rubata da un laboratorio segreto dell’MI6, Bond è in Giamaica, dove si è ritirato lontano da tutto. Il suo amico Felix Leiter (Jeffrey Wright) e una donna di nome Nomi (Lashana Lynch) gli portano un messaggio che lo convince a tornare in pista.

Madeleine, Nomi. Ma ci sono anche Paloma (Ana De Armas), e Eve Moneypenny (Naomie Harris). Sono tutte donne. Le donne, lo sappiamo, ci sono sempre state nei film di James Bond. Le chiamavano Bond Girl. E si innamoravano di lui, o tentavano di ucciderlo, O a volte entrambe le cose. Ma qui siamo nel 2021, nell’era del #metoo e di un nuovo modo di intendere le donne. Anche un personaggio misogino e sessista come James Bond è cambiato: non lo ha fatto di colpo, ma con un’evoluzione, un percorso di crescita che, lungo tutti i film di Daniel Craig, è stata costante. Ma qui è tutto più evidente. Le prime due donne con cui James Bond viene a contatto non cadono ai suoi piedi né tra le sue braccia. Il tutto è raccontato con ironia, con Bond stesso, sorpreso o restio, che equivoca divertito. Nomi – che scopriremo essere il nuovo 007, l’agente con licenza di uccidere – e Paloma – un’agente d’appoggio cubana, impacciata e irresistibile – non sono più Bond Girl, oggetti di seduzione e pericolo. Sono a tutti gli effetti degli agenti operativi, sono al suo livello, sono accanto a lui. Eve Moneypenny è una sincera amica e fedele complice, senza complicazioni sentimentali o giochi di seduzione. E Madeleine è una donna di cui si innamora e per cui è disposto anche ad andare oltre dubbi e segreti, in un’unità di intenti che non ha precedenti nella storia di Bond. Per l’Agente 007, in questo film, c’è solo lei. Tutto questo è un cambio di prospettiva interessante, e fondamentale per raccontare i tempi che stiamo vivendo.

I nostri tempi sono anche quelli in cui “è difficile distinguere i buoni dai cattivi”. Sono gli anni del terrorismo senza nazione e senza bandiere, dei pirati informatici, del traffico di dati. Dare un volto o una casa al nemico è sempre più difficile. No Time To Die, come gli altri film di Craig, racconta bene tutto questo. E continua a raccontarci un mondo dove Bond è molto simile ai suoi nemici: in fondo fanno tutti lo stesso lavoro, quello di uccidere le persone. No Time To Die, come Skyfall e Spectre, ci mostra i villain non così distanti dall’agente che dà loro la caccia. Nel nuovo corso di 007, Blofeld e Bond sono come Joker e Batman ne Il cavaliere oscuro, due facce della stessa medaglia. E anche Safin, il cattivo di No Time To Die che evoca il Dr. No, il villain del primissimo Bond, Licenza di uccidere, vede le cose in questo modo. Ma starà a Bond smentire tutto questo con i fatti. E con le sue scelte. Se il Blofeld di Christoph Waltz agisce da dietro le sbarre, come l’Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti, Safin è interpretato da Rami Malek, che crea un villain dal volto sfigurato, la voce bassa e inespressiva, gli occhi sbarrati, fissi. Un’interpretazione notevole e funzionale al film.

Ma, che sia stato Safin a costruire la minaccia o meno, quello che conta è che in questa storia la morte è qualcosa che, per diffondersi, passa attraverso il corpo delle persone, e, anche se non danneggia loro, può uccidere gli altri, chi ci viene a contatto. L’arma del progetto Heracles è a tutti gli effetti come un virus, in grado di diffondersi a grande velocità attraverso i nostri corpi. E il fatto che No Time To Die sia stato scritto ormai parecchi anni fa, prima della pandemia, non fa che accrescerne la sua attualità, il suo valore come segno dei tempi. No Time To Die è un film a suo modo profetico.

No Time To Die è il finale perfetto per la saga del Bond di Daniel Craig, iniziata nel 2006 con Casino Royale e proseguita con Quantum Of Solace, Skyfall e Spectre. È un film che completa gli altri – e in questo senso è mirabile per come collega tutti i tasselli – e se ne discosta, sorprendendo da tanti punti di vista. È un film che per tutta la prima parte punta a confondere, spiazzare, a ribaltare le carte, come in un episodio di Mission: Impossible. Ma poi, man mano che procede, diventa più intenso e appassionante. La vera tensione è tutta interiore, tutta psicologica. C’è in ballo qualcosa di più della missione, qualcosa che si interseca con essa, e rende a Bond tutto più complicato, Ma gli dà un motivo in più per portare a termine la sua missione.

La chiave del successo dei Bond Movie dell’era Craig è stato guardare James Bond da dentro, mentre tutti i Bond, prima, erano visti da fuori. Erano l’estetica, lo smoking, il vodka Martini, la Walther Ppk, il Dom Perignon. La scelta vincente di film come Skyfall e No Time To Die è riuscire a trovare il pericolo, il dolore, i fantasmi dentro James Bond, o in chi è vicino a lui. In questo modo tutto diventa più intenso. Rispetto ad altri film, No Time To Die punta meno a creare scene madri ad alto tasso estetico (ma l’azione è comunque tanta, e riuscita) e lavora molto sulle psicologie dei personaggi, sui loro legami, sugli affetti. We Have All The Time in The World torna qui proprio per questo, per ricordarci che un Bond innamorato è fragile e in pericolo. Ed è in pericolo la persona che ama.

Dopo aver spogliato di tutto – il glamour e tutti gli orpelli – il mondo di 007 all’inizio dell’era Craig, gli sceneggiatori hanno man mano reintrodotto molti degli elementi del Bond classico (Moneypenny, lo studio di M, l’Aston Martin, la Spectre) e qui, alla fine, hanno completato l’operazione aggiungendo un altro marchio di fabbrica: l’ironia. È quella più fredda e secca del Bond di Connery piuttosto che quella di Moore e Brosnan. Ma è un elemento nuovo in questo ciclo, e serve a stemperare il cuore intimo e doloroso del film. No Time To Die è un film commovente, e non ci era capitato mai, o quasi, di definire così un Bond Movie. Daniel Craig ci saluta nel migliore dei modi. E ci ricorda, come scriveva Jack London, che “la funzione di un uomo è vivere, non esistere”. Il James Bond di Daniel Craig i suoi anni li ha vissuti davvero. Ma il messaggio è anche per noi. Quello di vivere intensamente la nostra vita, anche se pensiamo di avere tutto il tempo del mondo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Annunciato il Premio Kineo Arte/Musica a Lola Astanova

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Il Premio Kinéo – il prestigioso riconoscimento internazionale ideato e diretto da Rosetta Sannelli – annuncia il vincitore del Premio Kinéo Arte dedicato alla Musica, assegnato alla pianista di fama internazionale Lola Astanova.
Di origine uzbeka ma naturalizzata statunitense, la Astanova é un’artista che ha saputo unire il virtuosismo della musica classica al concetto di performance, imponendosi in modo inedito nel panorama artistico contemporaneo.
La talentuosa pianista ha spesso esplorato il rapporto che lega intimamente la Settima Arte alla musica, interpretando colonne sonore di film di culto come: Il favoloso mondo di Amelie e Nuovo Cinema Paradiso.

Ha collaborato con alcuni dei più grandi nomi della musica contemporanea, fra cui: Andrea Bocelli, David Foster, Stjepan Hauser, Alejandro Sanz, 2Cellos e la All-StarOrchestra (con cui si è aggiudicata un Emmy per la sua performance).
Nelle performance artistiche della Astanova, però, anche la moda gioca un ruolo fondamentale, contribuendo all’edificazione estetica della messa in scena.
L’artista, infatti, è una grande appassionata di moda, specie quella italiana, tanto che per la cerimonia di premiazione del Kinéo indosserà uno straordinario abito della sofisticata designer italiana Eleonora Lastrucci.
L’abito verrà poi messo all’asta e il ricavato verrà utilizzato per una borsa di studio da assegnare ad uno studente afghano rifugiato in Italia. Una scelta fortemente sostenuta anche dalla stessa pianista, da sempre particolarmente sensibile a tematiche di carattere sociale in particolare con la gente di un territorio confinante con il suo Paese d’origine.

Photo Credits: @MatteoMignani
Look by Eleonora Lastrucci

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