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Il Mood del sentimento del moderno in Catania Catania di Emilio Calcagno

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In prima mondiale ha debuttato al Festival Bolzano Danza a Luglio il nuovo lavoro di Emilio Calcagno. Per chi lo conosce, sa che il coreografo e ballerino, naturalizzato francese, ha scelto di descrivere a tinte forti la sua Sicilia, terra d’origine, attraverso molti dei suoi contrasti più tipici e attraverso le sue suggestioni più struggenti. Forse è proprio però in questo passaggio, dal fuori e al dentro di sè che lo spettacolo, dal titolo “Catania Catania” può definirsi un buon esempio di “mood swing” perchè permette alla danza dei singoli ballerini di farsi specchio l’uno dell’altra, in repentini cambi di ritmo in scena, alla costante scoperta di un lato che non è performance ma ascolto della società attraverso il ritmo, in quell’ottica, spesso più fragile ed oscura, di renderne visibili i temi, da gesti particolari a ritmi di danza più universali attraverso i corpi, come se fossero la “pulsazione” danzante, il ritmo della vita stessa, in questo caso di una comunità che si fa mondo.

DailyMood – Benvenuto e grazie per aver accettato questa intervista, prima domanda quasi scontata: ci parli della compagnia francese ECO che ha fondato e del perchè ha deciso di vivere la sua carriera di ballerino e di coreografo poi, oltr’Alpe , da ben oltre 20 anni, oramai. Anche Lei un cervello (ed un corpo) in fuga?
Emilio Calcagno – La Francia sicuramente fa parte di me. Mi sono formato presso il Centro nazionale della danza Contemporaray di Angers guidato da Joëlle Bouvier e Régis Obadia e sono stato ballerino del Ballet Preljocaj nel 1995. Nel 2006 nasce Compagnie ECO (Dance Company ECO www.compagnie-eco.com) presso “La Faïencerie – Théatre de Creil“, un teatro pubblico in Piccardia. In fuga direi sicuramente, anche se all’inizio, era il 1989, non era previsto che lasciassi l’Italia definitivamente, é stato tutto molto improvvisato a dire il vero. Partii per la Francia senza rifletterci molto, fu quasi un vero e proprio impulso, una scelta azzardata forse ma che si è rivelata vincente per la mia carriera.

DM – Lei ama molto però anche la sua terra d’origine, la Sicilia, ed il suo legame con il Teatro Biondo di Palermo nella creazione del suo ultimo lavoro è noto. A molti ha ricordato che 30 anni prima, ci fu proprio al Biondo lo spettacolo “Palermo Palermo” di Pina Bausch. Esiste forse un legame tra il suo “Catania Catania” e “Palermo Palermo”?
EC – Certo, indubbiamente. Ed il legame é nato proprio con questa occasione di creazione con molti dello staff protagonisti trent’anni fa di Palermo Palermo. Per me il Teatro Biondo inoltre ha un valore del tutto particolare in sè. Era però di enorme importanza che tutta la gestazione dello spettacolo “Catania Catania” avvenisse proprio lì e con quelle persone.Siamo stati accolti in modo molto bello, affettuoso. E’ un teatro incredibile dove esiste un’energia incredibile. Solo in questo modo il legame particolare che si è venuto a creare ha proseguito sul solco di Pina Bausch. Il valore simbolico è per me enorme e rafforzato dal fatto che si apprezzava il mio lavoro e quello dei miei ballerini. E tutto questo con una grande generosità, nonostante un momento non florido per il teatro.

DM –  Lo spettacolo, diceva Pina Bausch, si può mostrare come solo un frammento, una porzione molto piccola di quello che è la vicenda nell’insieme. Quanto è stata profonda la sua ricerca del “suo” frammento, ovvero la sua ricerca sulla “sua” città, Catania? Cosa sentiva il bisogno di dire  al mondo nel “suo” spettacolo sulla sua città?
EC – Concordo con questa frase. Perchè è vero, è impossibile raccontare un’intera storia in un’ora e mezza di spettacolo. Bisogna sicuramente fare delle scelte, mostrare appunto dei frammenti. La creazione di “Catania Catania” é stato per me questo. Accresciuto dal fatto che essendo la mia città sentivo il bisogno di dire molte cose. Che spesso mi venivano fuori accellerate, quasi come come un vero e proprio conato di “vomito” , uso volutamente un termine forte, per rendere l’idea di questo passaggio creativo indispensabile. Erano quelle le cose che volevo fare vedere nel mio spettacolo. Quelle erano le cose che sentivo di dover dire, che era necessario far vedere, che non potevano non essere messe in scene. In questo senso ho scelto cosa mostrare in modo diretto. Senza filtri. Proprio perchè rappresentava qualcosa di cosi personale ero sempre coscente della realtà che volevo esprimere. Ho osato molto. Ho fatto cose che non avevo mai fatto prima in altri spettacoli che ho realizzato. Ho sentito il desierio di parlare di un sentimento, di parlare di una –“sicilianità” che va oltre ma attraverso una parte di me. Un fuori e dentro di me che interagiva con il mio modo di essere alla fine un “isolano” e che sicuramente anch’io ho voluto esprimere dopo un lungo periodo di latenza, perchè ho messo da parte per tanti anni al fine di integrarmi meglio. Chi proviene da un’isola non è come quelli del “continente”, si esprime in modo differente. E’ una parte misteriosa che si cela ai piu’ ma che abbiamo. Per questo non credo di aver finito di raccontare la storia cominciata con “Catania Catania” che sicuramente avrà un seguito. Che forse chiamerà “Isola dei Fumosi ” e sempre con lo stesso gruppo di danzatori ma in un contesto totalmente differente, meno popolare forse, più aristocratico, chissà. Far rivivere e ritrovare gli stessi personaggi di Catania Catania permetterà ai danzatori di ampliare il lavoro svolto, svilupparlo su altri piani narrativi e coreografici ed in un modo nuovo. Mi piacerebbe poter raccontare la storia nella sua totalità. Attraverso storie e leggende, uomini illustri e storici come Giuseppe Garibaldi, mettere la storia più al centro dell’azione, chissà.

DM – Ma Catania Catania racconta della Sicilia dal punto di vista di un quasi estraneo, me lo conceda, essendo Lei in Francia da oltre 20 anni: una Sicilia fatta dalla tradizione della sua infanzia o anche della sua esperanza a distanza?
EC – Mi creda. Questa “doppia cultura”, francese ed italiana, è ciò che mi ha permesso di realizzare lo spettacolo, di avere quel distacco necessario che in altro modo sarebbe stato impossibile creare. Un pò straniero, un pò siciliano, non solo italiano. Ecco il segreto. E poi non dimentichiamo che i siciliani, per antonomasia sono un popolo di una regione italiana che ha subito tante dominazioni differenti. Quasi una schizzofrenia esistenziale che li ha resi ciò che sono: una forza della natura, dove la natura spesso è madre e matrigna , che può baciare o uccidere.

DM –  Ma Catania Catania racconta della Sicilia dal punto di vista di un quasi estraneo, me lo conceda, essendo Lei in Francia da oltre 20 anni: una Sicilia fatta dalla tradizione della sua infanzia o anche della sua esperanza a distanza?
EC – Spero di aver capito bene la domanda sul mio modo di vedere la danza. Perchè mi viene spesso posta nel senso del mio essere siciliano e francese insieme e, sinceramente un pò mi infastidisce. Io mi sento cittadino del mono. Tanto basta. E se per esserlo devo far emergere ciò che sono fuori e dentro di me, ben venga, perchè’ non posso fare altro. Io non ho mai chiesto la nazionalità francese ed in questo quindi sono profondamente italiano. Ma in me convive tutto questo ed emerge a tempo debito. Fuori ho appreso in Francia un metodo di lavoro, la loro discrezione ed il silenzio. Ovviamente dell’Italia conservo la gioia e follia. Che questo emerga attraverso uno swing mood non so. So solo che “Catania Catania” è una dichiarazione d’amore per una città che considero la mia città e cosi la considerero’ per sempre.

DM – Cercherò di essere più precisa:s pesso cercare un “mood” nella danza è stile,maniera. Spettacoli che esplorano per concetti chiave passando attraverso o l’individualita’ piu’ assoluta o la coralità piu’ vuota.In questo senso “swing”. Perchè sono specchio, sono pulsazione viva. Questo secondo Lei avviene per le nuove generazioni di danzatori o per le nuove generazioni di coreografi?
EC – La danza é un linguaggio e sicuramente è spessoil linguaggio che maggiormente offre un riflesso di una società e del suo cambiamento. Sicuramente quindi si. Perchè siamo alla fine di un percorso artistico che si sta esaurendo e all’inizio di un altro in arrivo. Sicuramente il “mood” è dato dall’introduzione massiccia delle nuove tecnologie che hanno cambiato in modo drastico il modo di fare spettacolo dal vivo. Come pure la vita di tutti i giorni, la società. Vero è che non esistono una nuova generezione di danzatori in generle non ce n’è una e basta. Perchè ogni paese ha la sua storia. Per esempio è difficilissimo paragonare il mondo della danza italiano e quello francese. Quindi difficile dirlo.

DM – Cosa pensa di quello che avviene nella danza contemporanea in Italia ed in Francia e perchè sono mondi così difficili da paragonare?
EC – Dipende. Gli italiani per esempio amano la danza ma la conoscono poco. Pensano sia o opera lirica o balletto classico.Tutto è invece migliorabile. Fino a quando i teatri però non faranno un vero lavoro di formazione con (e per) il pubblico , la danza rimarrà in Italia per me poco conosciuta. Bisogna creare dei nuovi luoghi di lavoro, dei posti di lavoro nei Teatri nelle pubbliche relazioni. Posti strategici che permettano alla danza contemporanea di “democratizzarla”, renderla accessibile dal suo interno. Divulgare, far conoscere,invogliare la gente a venire in teatro ma partendo dai teatri.

DM – Concludendo, ci dica, ora, si sente più ballerino o coreografo?
EC – Né l’uno né l’altro perchè sarebbe riduttivo, preferisco “metteur en scene” , si, ho l’impressione che mi corrisponda di più .

di Cristina T.Chiochia per DailyMood.it

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4 motivi per cui l’amicizia è la prima palestra del dating secondo gli esperti di hinge

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6 utenti su 10 sostengono che le amicizie solide aiutano a essere più consapevoli a  livello emotivo

L’amore richiede pratica, e le amicizie sono il luogo in cui iniziamo il nostro training. Secondo i dati di uno studio condotto da Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, le persone che hanno amicizie solide riferiscono benefici concreti nel modo in cui vivono la ricerca di una nuova relazione: il 64% afferma infatti che queste amicizie aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo, il 56% a sentirsi più sicure e il 56% a comunicare meglio. Moe Ari Brown, Love and Connection Expert di Hinge, spiega 4 motivi per cui le amicizie rappresentano davvero una palestra per il dating e le relazioni.

Consapevolezza emotiva
Per costruire un’amicizia solida, probabilmente abbiamo già affrontato un momento difficile con un’altra persona e poi abbiamo ricostruito il rapporto. È proprio questo processo di riparazione a rendere le persone più consapevoli a livello emotivo.

 Autostima
Le persone pensano che l’autostima sia semplicemente un’energia che si possiede, ma in realtà significa avere paura di mostrarsi autenticamente e scegliere di farlo comunque. È come per uno scrittore che condivide il proprio lavoro: si inizia da un diario, poi lo si mostra a una persona di fiducia, quindi si pubblica qualcosa perché chiunque possa leggerlo, aumentando gradualmente la propria capacità di tollerare l’esposizione davanti a un pubblico. L’amicizia fa la stessa cosa: ci prepara a un momento ad alta intensità emotiva, come il mostrarsi vulnerabili in una relazione.

 Capacità comunicative
Allenare la regolazione emotiva e l’empatia sviluppa anche ottime capacità comunicative. Tenere conto dei bisogni dell’altra persona, considerando allo stesso tempo i propri, aiuta a costruire una versione più integrata di noi stessi; più ci esercitiamo a farlo, meno ci sembrerà faticoso. Una buona comunicazione inizia così a diventare il nostro modo naturale di relazionarci, invece di qualcosa che dobbiamo mettere in scena.

L’ascolto attivo, poi, significa rivolgere il corpo verso l’altra persona, mantenere il contatto visivo e restituire ciò che abbiamo ascoltato, invece di spostare la conversazione su di noi. E quando ascoltiamo ed empatizziamo davvero, anziché formulare la nostra prossima risposta, comunichiamo più chiaramente perché non reagiamo in maniera impulsiva. Esercitandoci con le nostre amicizie, questo atteggiamento diventerà naturale durante un appuntamento, facendo la differenza tra chi affronta quel momento con curiosità e chi invece interpreta un ruolo.

 Le amicizie possono essere il nostro specchio
Le amicizie ci rimandano un’immagine di come ci si sente a stare in una relazione con noi. Ci aiutano a creare ritmi e abitudini insieme a un’altra persona, a uscire dalla nostra testa e a organizzarci anche intorno agli impegni di qualcun altro: tutti aspetti che il dating e le relazioni richiedono, e a cui normalmente non pensiamo. Le amicizie possono inoltre cogliere ciò che tendiamo a minimizzare, oppure individuare uno schema comportamentale che, essendo troppo vicini alla situazione, non riusciamo a vedere. La chiave per ricevere questo tipo di riflessione sincera da una persona amica dipende dal modo in cui la chiediamo. Possiamo individuare due categorie di domande da rivolgere agli amici: domande tattiche e domande orientate alla crescita. Una domanda tattica consiste nel chiedere alla persona di confermare un’ipotesi che abbiamo già formulato: «Ho torto a provare rabbia perché l*i non si è offert* di venirmi a prendere?» In realtà non è una vera domanda: è una richiesta di approvazione e rimane confinata al rapporto tra noi e la persona amica.

Una versione orientata alla crescita elimina completamente la narrativa tra ragione e torto e pone domande come: «Aiutami a vedere questa situazione da prospettive diverse» oppure «Aiutami a fare pratica su quello che voglio dire, così posso affrontare la situazione con curiosità invece che sulla difensiva». Il test da applicare è semplice: questa domanda mi avvicina all’altra persona oppure si limita a confermare una posizione che ho già assunto?

Le persone amiche possono essere anche ottimi interlocutori con cui confrontarsi sul proprio profilo, spesso perché vedono lati di noi che non mettiamo sempre in primo piano. Per esempio, il modo in cui ci comportiamo con le persone a cui vogliamo bene o un lato giocoso che non mostriamo sempre per primo. È qui che entra in gioco la funzione Friend’s Take di Hinge, che porta il punto di vista di una persona amica all’interno del proprio profilo senza permetterle di sostituire la propria voce. È anche per questo che il 69% delle persone che frequentano app di dating** e che hanno aggiunto un Friend’s Take afferma che questa funzione ha migliorato la capacità del proprio profilo di mostrare chi sono davvero.

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Intervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì

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Storia di un no detto all’alba, e della vita che ne è venuta fuori

Un avvocato sale sul Monte Vettore all’alba di una mattina di giugno, arriva alla croce di ferro e urla. Poche ore dopo rifiuta la società nello studio legale dove ha lavorato per tre anni. Da quel rifiuto nasce un editore: dodici metri quadrati costruiti con le proprie mani, un mestiere imparato in una vecchia tipografia, i rifiuti collezionati, un tradimento, e ogni volta la decisione di ricominciare. In «Tutto dice sì» Domenico Capponi non spiega come si fanno i libri: racconta che cosa costa — e che cosa restituisce — seguire la voce interiore che conosce la nostra natura molto prima che la ragione se ne accorga. Lo abbiamo incontrato.

Il libro comincia con un’ascesa e un urlo: una mattina di giugno, da Forca di Presta fino alla croce di ferro del Vettore. Cosa è successo lassù, e perché quel grido è stato il vero inizio di tutto?

DC:   La montagna da sempre mi ha accolto, ogni volta che ho avuto un momento difficile non ho mai guardato la luna, ma la vetta di una montagna. Questo perché a momenti difficili spesso si associano pensieri insistenti, confusi, stati di incertezza allora, io cammino, o meglio io inizio a salire e, durante la salita, quei pensieri si fanno meno insistenti, la loro voce meno forte poi, pian piano svaniscono e arriva il vuoto. È in quel vuoto che riesco a entrare in contatto con me stesso, lassù, su quella vetta, è accaduto questo e da quel vuoto ho capito che era inutile oppormi alla vita, quella vera, quella che sentivo ma, dovevo accettare quel sentimento, quello che sentivo e cioè che dovevo cambiare.

Poche ore dopo, al telefono, rifiuti di entrare in società nello studio legale in cui avevi passato tre anni. Quanto è costato pronunciare quel no e quanto, invece, ti ha restituito?
DC: 
Quel no è in realtà il frutto del sì che avevo pronunciato in vetta. Non è stato difficile per me pronunciare quel no, ma, come ho detto, accettare il sì. È stato proprio quel sì a mettermi in connessione con me stesso e, in virtù di quel sì, nel momento in cui ho pronunciato quel no, ho avuto l’impressione di trovarmi dalla parte opposta di un ponte e di averlo fatto saltare dietro di me. Non sarei più tornato indietro, mi ero tolto ogni minima possibilità di tornare indietro. Solo così poteva essere fatta la scelta che ho fatto: in modo totale.

Scrivi che decidi di diventare Editore senza sapere nulla del mestiere. Da dove arriva una certezza così netta quando mancano tutte le competenze — e come si distingue la vocazione dal capriccio?
DC
: Il mio non era un capriccio, ma un atto di riconoscimento, un grazie, un atto dovuto nei confronti dei libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita e nei confronti della mia natura intima, che ama le sfide. Tutto quello di cui avevo bisogno ero certo che lo avrei imparato

Ti sei costruito da solo una sede di dodici metri quadrati. Che cosa ti ha insegnato quello spazio minimo, e quanto conta cominciare da un luogo fatto con le proprie mani?
DC:   
È stato fondamentale, le difficoltà si affrontano con i pensieri ma anche con le mani. In quella prima sede sono stato per dodici anni, e ancora oggi, la tengo. Anzi ancora oggi a dire il vero ci vado, entro e mi siedo. Tutto è rimasto come prima, ogni cosa, questo perché devo ricordarmi da dove sono partito e quanto ho amato quel luogo. Qui sta la ricchezza di quello che sto dicendo, io non ho sofferto a stare lì, io ho amato ogni giorno quel piccolo spazio perché ero sicuro che pur stando lì avrei dato alla casa editrice una valenza nazionale. Cosa che ho fatto e, per essere sincero fino alla fine, ti dirò che, oltre all’amore, c’è stata sempre con me una convinzione che non mi ha mai e poi mai abbandonato: non ho mai dubitato che ci sarei riuscito, mai, nemmeno una volta. La mia fiducia nella mia intuizione iniziale è stata totale.

Hai imparato a fare libri in una vecchia tipografia. Che cosa si capisce dell’editoria quando la si impara dall’odore dell’inchiostro e dal peso della carta, e non dai manuali o dai master?
DC: 
Durante i miei anni di studio per mantenermi ho sempre lavorato, veramente ho iniziato a lavorare a dodici anni, non tanto per bisogno ma per necessità di indipendenza dai miei genitori, non volevo pesare sulle loro finanze. Poi ho continuato. Lavorare era per me stare nel mondo, vivere a contatto con tante realtà diverse. Questo mi ha aiutato perché poi quando ho intrapreso questa sfida imprenditoriale, mi è venuto facile partire dalla base, dall’inchiostro e dal rumore delle macchine.

Nel libro “collezioni rifiuti”. Come si tiene insieme una persona dopo il decimo, il ventesimo no? Esiste un modo sano di stare dentro il fallimento senza farne un’identità?
DC: 
 I no credo siano stati molti di più. Non ho una ricetta segreta. Quello che ha tenuto in piedi me, quello che mi ha fatto vivere con gioia anche i rifiuti, è stata la convinzione di stare seguendo la mia strada e che sarei riuscito a portare avanti la mia visione. Non ho mai accettato un rifiuto senza cercare di capire come migliorarmi, quale indicazione mi stesse dando, ma non ho mai permesso a un rifiuto di definirmi, mai. La mia visione era ed è più grande. In questi casi capita spesso che ci si avvicini a situazioni o persone per avere delle garanzie. Io non l’ho mai fatto. Quando ho deciso di aprire la casa editrice, mi dissi che avrebbe dovuto reggersi da sola, senza strani favori o appartenenze. Idee, studio, formazione, mercato, null’altro.

C’è una ferita precisa nel racconto: essere traditi da chi si credeva un compagno di viaggio. Che cosa ti ha tolto e che cosa, a distanza di tempo, ti ha lasciato?
DC
: Non mi ha tolto nulla, anzi mi ha insegnato tanto. Innanzitutto mi ha messo di fronte a una scelta: continuare a fidarmi delle persone oppure smettere e pensare che tutti, nessuno escluso, visto quello che era successo, potessero essere dei potenziali nemici. Io ho scelto di continuare a fidarmi. Vivo quindi fidandomi delle persone che mi circondano e di quelle con cui stabilisco dei rapporti.

L’altra cosa, ancora più importante, è che, nella situazione in cui ero, ma anche oggi, non potevo permettermi di dedicare tempo ed energie alla negatività, al rancore, all’odio. Sono sentimenti che chi gestisce un’azienda che si muove in base al flusso delle energie non può permettersi, sì, perché le idee sono, a mio avviso, energia.

Fai editoria in una città di provincia, lontano dai circuiti che contano, e talvolta regali il tuo lavoro a chi non può pagarlo. È una scelta romantica o una strategia — e quanto è sostenibile oggi restare indipendenti?
DC
:  Noi siamo una casa editrice non a pagamento, lavoriamo in tutta Italia e collaboriamo con il più grande distributore nazionale. La logistica si trova a Milano e la promozione a Bologna. Io vivo qui, ad Ascoli Piceno, salutando le persone per strada, fermandomi a parlare con il mio edicolante di sempre, prendendo il caffè immerso nella bellezza rinascimentale di Piazza del Popolo. E faccio vivere le stesse emozioni ai miei collaboratori.
Non è mai stata una scelta strategica, ma il frutto di una precisa visione romantica. Restare indipendenti oggi è molto complesso, perché i nostri partner sono molto grandi e seguono le logiche delle società quotate in Borsa. Ma è possibile, avendo un pensiero trasversale e creativo e, soprattutto, lavorando con tanta immaginazione. In fondo, l’editore dovrebbe fare proprio questo, con i suoi autori e con se stesso: vivere nel mondo delle possibilità e del possibile. Le possibilità dobbiamo cercarle noi, mentre il possibile deve quasi sempre scontrarsi con quella voce comune che direbbe: “È impossibile”. Allora va tutto bene.

Hai raccontato Ascoli Piceno, il Piceno, Meletti, Scandolara, Offida: storie di pietra, di persone e di travertino. Che cosa cambia quando l’editore smette di custodire le storie degli altri e mette in pagina la propria?
DC:
Scrivere le storie di grandi aziende è un lavoro molto complesso e arricchente per me. Per farlo seguo delle regole molto rigide. In primo luogo scrivo solo quando con l’azienda o con i fondatori sento un’affinità, non sarei in grado di scrivere a comando, non l’ho mai fatto. Questo è il prerequisito fondamentale affinché io accetti di scrivere la storia di qualcun altro. Quando questa scintilla accade allora scrivere diventa uno scambio e anche io mi arricchisco perché, in realtà, dentro quelle storie fatte di coraggio, visione o difficoltà rivedo sempre qualcosa di me.

«Non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore»: è forse la frase più esposta del libro. A chi oggi ha un no da pronunciare e non trova il coraggio, che cosa diresti — senza dargli una lezione, visto che il libro dichiara di non volerne dare?
DC:
Non voglio dare lezioni, non mi rispecchio in questo. La mia è solo una condivisione, nella speranza che questo libro possa essere di aiuto a chiunque, anche fosse una sola persona che si trova nella difficile condizione di dover trovare la propria strada.
Vedi, nel libro dico che c’è una fase in cui si condivide, in cui si parla con gli amici, ci si confronta, ci si prende o si viene tenuti per mano, ma poi, alla fine, si arriva a un punto preciso della propria vita in cui si deve saltare e, in quel momento preciso, in quell’atto specifico, si è soli e non può essere altrimenti. Si salta da soli.
Molti, in quello specifico punto, ci rimangono giorni, anni, o per sempre, e poi finiscono per vivere di rimpianti, per lamentarsi di tutto. Quindi la risposta esatta non c’è, credo che ognuno debba trovarla dentro di sé.

Dalla quarta di copertina

«La nostra missione è quella di fiorire qui e ora, su questa terra, senza se e senza ma, con il giro di carte che ci è capitato in sorte: non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore. È con quelle carte che dobbiamo diventare quello che siamo destinati a essere, dando seguito e vita alla nostra essenza più vera».

«Era di questo che avevo bisogno, volevo il mare aperto, le rotte e le direzioni non le conoscevo, ma le onde non mi facevano paura. Avevo scelto l’ignoto, l’inquietudine, l’insicurezza, il pericolo e la caduta certa, l’errore e il fallimento».

Tutto dice sì – Disponibile dal 25 settembre

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I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria: la nuova ricerca di Filippo Arillotta

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Il nuovo libro dello storico reggino è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni. Dieci testimonianze hanno raccontato due secoli di storia, tra viaggiatori, industria, scienza, politica e letteratura

Ci sono prodotti che appartengono a un territorio. E poi ci sono prodotti capaci di raccontare quel territorio al mondo. E, come documenta lo storico Filippo Arillotta il Bergamotto è passato anche da Firenze prima di arrivare a Reggio Calabria…..

Il Bergamotto di Reggio Calabria appartiene certamente alla seconda categoria. Lo dimostra ancora una volta il professor Filippo Arillotta, storico e scrittore reggino, che è tornato a dedicare la propria capacità di ricerca a quella che è ormai diventata una delle grandi chiavi di lettura della storia economica, sociale e culturale della città dello Stretto.

Dopo il successo di Storia fantastica del Bergamotto di Reggio Calabria, pubblicato da Kaleidon Editrice e già approdato alla ristampa, Arillotta ha presentato il suo nuovo lavoro, “I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, presentato l’8 settembre al Circolo del tennis “Rocco Polimeni” di Reggio Calabria.

Un nuovo libro che conferma una caratteristica fondamentale del lavoro dello storico reggino: la capacità di andare oltre la narrazione tradizionale per cercare, nei documenti e nelle testimonianze, quelle tracce apparentemente secondarie che finiscono invece per restituire una storia molto più grande.

Dieci testimonianze per raccontare una storia internazionale

Il volume è costruito attraverso dieci racconti, dieci testimonianze provenienti da epoche e contesti differenti, accomunate dall’incontro con il Bergamotto di Reggio Calabria.

Non è dunque soltanto la storia di un agrume e della sua essenza. È la storia di come quell’essenza abbia attraversato confini, professioni, mercati e culture, entrando nella vita quotidiana di popolazioni europee e mondiali e contribuendo, al tempo stesso, a proiettare Reggio Calabria in una dimensione internazionale.

Nel libro compaiono relazioni di viaggiatori arrivati a Reggio per conoscere direttamente i luoghi della coltivazione, indagini di mercato, analisi chimiche, relazioni industriali, documenti e riflessioni di carattere politico, fino ad arrivare alla letteratura.

È proprio questa pluralità di fonti a rendere particolarmente interessante la ricerca di Arillotta.

Lo storico non si limita infatti a raccontare ciò che è già noto, ma va alla ricerca di testimonianze capaci di ricomporre, tassello dopo tassello, un’immagine diversa e più ampia della città e del suo patrimonio.

E così il Bergamotto diventa un osservatorio privilegiato attraverso il quale guardare a duecento anni di storia.

La capacità di cercare dove la storia sembra nascondersi

La cifra distintiva di Filippo Arillotta è proprio questa: trasformare la ricerca storica in una scoperta.

Un documento commerciale può raccontare un mercato. Un’analisi chimica può testimoniare il livello raggiunto dalla ricerca scientifica. La relazione di un viaggiatore può restituire l’immagine di un territorio. Una testimonianza industriale può spiegare la nascita di una filiera. Un testo letterario può, infine, trasformare tutto questo in memoria collettiva.

Mettendo insieme queste tessere, Arillotta mostra quanto il Bergamotto di Reggio Calabria sia stato, per generazioni, molto più di una produzione agricola, ma è scienza, economia, industria, profumo, commercio, cultura e immaginario.

E soprattutto è stato un ponte tra Reggio Calabria e il mondo.

L’inedito incontro con Corrado Alvaro

Tra le pagine più sorprendenti del nuovo volume trova posto anche un testo di Corrado Alvaro, poco conosciuto al grande pubblico, nel quale il Bergamotto assume una funzione del tutto particolare: diventa strumento per leggere la realtà politica del proprio tempo.

È un finale che porta il libro su un piano quasi inatteso.

Dalla terra e dagli agrumeti si arriva alla letteratura; dalla storia economica si approda alla dimensione politica e, infine, a quella simbolica.

Nella conclusione, infatti, il Bergamotto sembra quasi liberarsi dalla sua dimensione materiale per diventare profumo, atmosfera, memoria e immaginazione.

Un racconto nel quale la sua fragranza si inserisce in un’Europa attraversata dai venti di guerra, restituendo per un istante una dimensione quasi onirica: la potenza del profumo come possibilità di attenuare, almeno simbolicamente, le tensioni della storia.

Una presentazione che mette insieme storia, agricoltura e cucina

A dialogare con l’autore, nella serata dell’8 settembre, ci sono state personalità provenienti da mondi diversi ma profondamente legati al territorio.

Sono intervenuti Filippo Cogliandro, chef patron del ristorante L’Accademia Gourmet di Reggio Calabria; Rosario Previtera, agronomo e docente di Biotecnologie agrarie; Giuseppe Bombino, docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Dipartimento di Agraria, e presidente del GAL “Area Grecanica”.

A moderare l’incontro è stato Luigi Caminiti, docente del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria.

Una scelta di relatori che ha restituito  perfettamente lo spirito del libro: il Bergamotto può essere studiato attraverso la storia, analizzato attraverso la scienza agraria, interpretato nella sua dimensione territoriale e culturale e, naturalmente, raccontato anche attraverso la cucina.

Ed è proprio quest’ultimo passaggio a rendere particolarmente significativo il contributo di uno chef come Filippo Cogliandro, da anni impegnato nella valorizzazione delle eccellenze identitarie della Calabria e nella trasformazione della materia prima del territorio in linguaggio gastronomico contemporaneo.

Reggio Calabria e quella dimensione internazionale spesso dimenticata

Il lavoro di Arillotta compie, in definitiva, un’operazione che va oltre il semplice racconto del Bergamotto.

Attraverso dieci testimonianze, restituisce alla città una parte della propria storia internazionale.

Una storia che spesso rimane nascosta dietro le immagini più conosciute di Reggio Calabria, ma che i documenti sono ancora capaci di raccontare: una città osservata da viaggiatori stranieri, studiata dalla scienza, attraversata dai commerci, collegata ai mercati internazionali e capace di lasciare una traccia persino nella letteratura.

È questo, forse, il risultato più interessante della ricerca di Filippo Arillotta: dimostrare che per comprendere la storia di un territorio non sempre bisogna cercare grandi eventi. A volte basta seguire il profumo di un agrume.

E quello del Bergamotto di Reggio Calabria, da oltre due secoli, ha viaggiato molto lontano.

“I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, edito da Kaleidon, è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni di Reggio Calabria.

Il libro è disponibile online su https://www.kaleidoneditrice.it/shop/i-racconti-del-bergamotto-di-reggio-calabria/

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