Mood Your Say
Il Mood del sentimento del moderno in Catania Catania di Emilio Calcagno
In prima mondiale ha debuttato al Festival Bolzano Danza a Luglio il nuovo lavoro di Emilio Calcagno. Per chi lo conosce, sa che il coreografo e ballerino, naturalizzato francese, ha scelto di descrivere a tinte forti la sua Sicilia, terra d’origine, attraverso molti dei suoi contrasti più tipici e attraverso le sue suggestioni più struggenti. Forse è proprio però in questo passaggio, dal fuori e al dentro di sè che lo spettacolo, dal titolo “Catania Catania” può definirsi un buon esempio di “mood swing” perchè permette alla danza dei singoli ballerini di farsi specchio l’uno dell’altra, in repentini cambi di ritmo in scena, alla costante scoperta di un lato che non è performance ma ascolto della società attraverso il ritmo, in quell’ottica, spesso più fragile ed oscura, di renderne visibili i temi, da gesti particolari a ritmi di danza più universali attraverso i corpi, come se fossero la “pulsazione” danzante, il ritmo della vita stessa, in questo caso di una comunità che si fa mondo.
DailyMood – Benvenuto e grazie per aver accettato questa intervista, prima domanda quasi scontata: ci parli della compagnia francese ECO che ha fondato e del perchè ha deciso di vivere la sua carriera di ballerino e di coreografo poi, oltr’Alpe , da ben oltre 20 anni, oramai. Anche Lei un cervello (ed un corpo) in fuga?
Emilio Calcagno – La Francia sicuramente fa parte di me. Mi sono formato presso il Centro nazionale della danza Contemporaray di Angers guidato da Joëlle Bouvier e Régis Obadia e sono stato ballerino del Ballet Preljocaj nel 1995. Nel 2006 nasce Compagnie ECO (Dance Company ECO www.compagnie-eco.com) presso “La Faïencerie – Théatre de Creil“, un teatro pubblico in Piccardia. In fuga direi sicuramente, anche se all’inizio, era il 1989, non era previsto che lasciassi l’Italia definitivamente, é stato tutto molto improvvisato a dire il vero. Partii per la Francia senza rifletterci molto, fu quasi un vero e proprio impulso, una scelta azzardata forse ma che si è rivelata vincente per la mia carriera.
DM – Lei ama molto però anche la sua terra d’origine, la Sicilia, ed il suo legame con il Teatro Biondo di Palermo nella creazione del suo ultimo lavoro è noto. A molti ha ricordato che 30 anni prima, ci fu proprio al Biondo lo spettacolo “Palermo Palermo” di Pina Bausch. Esiste forse un legame tra il suo “Catania Catania” e “Palermo Palermo”?
EC – Certo, indubbiamente. Ed il legame é nato proprio con questa occasione di creazione con molti dello staff protagonisti trent’anni fa di Palermo Palermo. Per me il Teatro Biondo inoltre ha un valore del tutto particolare in sè. Era però di enorme importanza che tutta la gestazione dello spettacolo “Catania Catania” avvenisse proprio lì e con quelle persone.Siamo stati accolti in modo molto bello, affettuoso. E’ un teatro incredibile dove esiste un’energia incredibile. Solo in questo modo il legame particolare che si è venuto a creare ha proseguito sul solco di Pina Bausch. Il valore simbolico è per me enorme e rafforzato dal fatto che si apprezzava il mio lavoro e quello dei miei ballerini. E tutto questo con una grande generosità, nonostante un momento non florido per il teatro.
DM – Lo spettacolo, diceva Pina Bausch, si può mostrare come solo un frammento, una porzione molto piccola di quello che è la vicenda nell’insieme. Quanto è stata profonda la sua ricerca del “suo” frammento, ovvero la sua ricerca sulla “sua” città, Catania? Cosa sentiva il bisogno di dire al mondo nel “suo” spettacolo sulla sua città?
EC – Concordo con questa frase. Perchè è vero, è impossibile raccontare un’intera storia in un’ora e mezza di spettacolo. Bisogna sicuramente fare delle scelte, mostrare appunto dei frammenti. La creazione di “Catania Catania” é stato per me questo. Accresciuto dal fatto che essendo la mia città sentivo il bisogno di dire molte cose. Che spesso mi venivano fuori accellerate, quasi come come un vero e proprio conato di “vomito” , uso volutamente un termine forte, per rendere l’idea di questo passaggio creativo indispensabile. Erano quelle le cose che volevo fare vedere nel mio spettacolo. Quelle erano le cose che sentivo di dover dire, che era necessario far vedere, che non potevano non essere messe in scene. In questo senso ho scelto cosa mostrare in modo diretto. Senza filtri. Proprio perchè rappresentava qualcosa di cosi personale ero sempre coscente della realtà che volevo esprimere. Ho osato molto. Ho fatto cose che non avevo mai fatto prima in altri spettacoli che ho realizzato. Ho sentito il desierio di parlare di un sentimento, di parlare di una –“sicilianità” che va oltre ma attraverso una parte di me. Un fuori e dentro di me che interagiva con il mio modo di essere alla fine un “isolano” e che sicuramente anch’io ho voluto esprimere dopo un lungo periodo di latenza, perchè ho messo da parte per tanti anni al fine di integrarmi meglio. Chi proviene da un’isola non è come quelli del “continente”, si esprime in modo differente. E’ una parte misteriosa che si cela ai piu’ ma che abbiamo. Per questo non credo di aver finito di raccontare la storia cominciata con “Catania Catania” che sicuramente avrà un seguito. Che forse chiamerà “Isola dei Fumosi ” e sempre con lo stesso gruppo di danzatori ma in un contesto totalmente differente, meno popolare forse, più aristocratico, chissà. Far rivivere e ritrovare gli stessi personaggi di Catania Catania permetterà ai danzatori di ampliare il lavoro svolto, svilupparlo su altri piani narrativi e coreografici ed in un modo nuovo. Mi piacerebbe poter raccontare la storia nella sua totalità. Attraverso storie e leggende, uomini illustri e storici come Giuseppe Garibaldi, mettere la storia più al centro dell’azione, chissà.
DM – Ma Catania Catania racconta della Sicilia dal punto di vista di un quasi estraneo, me lo conceda, essendo Lei in Francia da oltre 20 anni: una Sicilia fatta dalla tradizione della sua infanzia o anche della sua esperanza a distanza?
EC – Mi creda. Questa “doppia cultura”, francese ed italiana, è ciò che mi ha permesso di realizzare lo spettacolo, di avere quel distacco necessario che in altro modo sarebbe stato impossibile creare. Un pò straniero, un pò siciliano, non solo italiano. Ecco il segreto. E poi non dimentichiamo che i siciliani, per antonomasia sono un popolo di una regione italiana che ha subito tante dominazioni differenti. Quasi una schizzofrenia esistenziale che li ha resi ciò che sono: una forza della natura, dove la natura spesso è madre e matrigna , che può baciare o uccidere.
DM – Ma Catania Catania racconta della Sicilia dal punto di vista di un quasi estraneo, me lo conceda, essendo Lei in Francia da oltre 20 anni: una Sicilia fatta dalla tradizione della sua infanzia o anche della sua esperanza a distanza?
EC – Spero di aver capito bene la domanda sul mio modo di vedere la danza. Perchè mi viene spesso posta nel senso del mio essere siciliano e francese insieme e, sinceramente un pò mi infastidisce. Io mi sento cittadino del mono. Tanto basta. E se per esserlo devo far emergere ciò che sono fuori e dentro di me, ben venga, perchè’ non posso fare altro. Io non ho mai chiesto la nazionalità francese ed in questo quindi sono profondamente italiano. Ma in me convive tutto questo ed emerge a tempo debito. Fuori ho appreso in Francia un metodo di lavoro, la loro discrezione ed il silenzio. Ovviamente dell’Italia conservo la gioia e follia. Che questo emerga attraverso uno swing mood non so. So solo che “Catania Catania” è una dichiarazione d’amore per una città che considero la mia città e cosi la considerero’ per sempre.
DM – Cercherò di essere più precisa:s pesso cercare un “mood” nella danza è stile,maniera. Spettacoli che esplorano per concetti chiave passando attraverso o l’individualita’ piu’ assoluta o la coralità piu’ vuota.In questo senso “swing”. Perchè sono specchio, sono pulsazione viva. Questo secondo Lei avviene per le nuove generazioni di danzatori o per le nuove generazioni di coreografi?
EC – La danza é un linguaggio e sicuramente è spessoil linguaggio che maggiormente offre un riflesso di una società e del suo cambiamento. Sicuramente quindi si. Perchè siamo alla fine di un percorso artistico che si sta esaurendo e all’inizio di un altro in arrivo. Sicuramente il “mood” è dato dall’introduzione massiccia delle nuove tecnologie che hanno cambiato in modo drastico il modo di fare spettacolo dal vivo. Come pure la vita di tutti i giorni, la società. Vero è che non esistono una nuova generezione di danzatori in generle non ce n’è una e basta. Perchè ogni paese ha la sua storia. Per esempio è difficilissimo paragonare il mondo della danza italiano e quello francese. Quindi difficile dirlo.
DM – Cosa pensa di quello che avviene nella danza contemporanea in Italia ed in Francia e perchè sono mondi così difficili da paragonare?
EC – Dipende. Gli italiani per esempio amano la danza ma la conoscono poco. Pensano sia o opera lirica o balletto classico.Tutto è invece migliorabile. Fino a quando i teatri però non faranno un vero lavoro di formazione con (e per) il pubblico , la danza rimarrà in Italia per me poco conosciuta. Bisogna creare dei nuovi luoghi di lavoro, dei posti di lavoro nei Teatri nelle pubbliche relazioni. Posti strategici che permettano alla danza contemporanea di “democratizzarla”, renderla accessibile dal suo interno. Divulgare, far conoscere,invogliare la gente a venire in teatro ma partendo dai teatri.
DM – Concludendo, ci dica, ora, si sente più ballerino o coreografo?
EC – Né l’uno né l’altro perchè sarebbe riduttivo, preferisco “metteur en scene” , si, ho l’impressione che mi corrisponda di più .
di Cristina T.Chiochia per DailyMood.it
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Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto
Published
3 giorni agoon
24 Agosto 2026By
DailyMood.it
Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.
Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.
Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.
Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.
DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?
SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.
DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?
SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.
DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?
SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.
DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?
SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.
DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?
SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.
DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?
SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.
DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?
SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.
DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?
SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.
DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?
SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.
DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?
SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.
Redazione DailyMood.it
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Il 19 agosto 1883 nasceva Coco Chanel: White Star le dedica un nuovo volume
Published
1 mese agoon
22 Luglio 2026By
DailyMood.it
Questo volume non racchiude solo la storia di una maison leggendaria. È il racconto di una donna che ha riscritto le regole della moda con la sua filosofia. Gabrielle “Coco” Chanel ha cambiato per sempre il modo in cui le donne si vestono, si muovono e percepiscono sé stesse. Indipendente, rivoluzionaria e audace, ha creato uno stile senza tempo, dando vita a capi e accessori diventati vere e proprie icone. Chanel Philosophy va oltre la moda: esplora la visione innovativa della stilista nel campo degli accessori, dei bijoux e della gioielleria, ambiti in cui ha osato più dei gioiellieri tradizionali. Attraverso materiali d’archivio, modelli storici e interviste esclusive, il libro svela il segreto di un lusso che non è solo esclusività, ma anche eleganza pratica e senza tempo.
Chanel Philosophy di Mara Cappelletti
White Star
240 pagine
27 x 31 cm
ISBN 9788854064225
€ 50,00
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- 02 Cover e bordo del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- 03 Cover e retro del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- Immagine pagine 34-35 Pag. 34 © Hulton-Deutsch Collection/Corbis Historical/Getty Images Pag. 35 Bridgeman Images
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- Immagine pagine 40-41 Pag. 40 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc/Alamy Foto Stock Pag. 41 Retro AdArchives/Alamy Foto Stock
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- Immagine pagine 106-107 Pag. 106 Reg Burkett/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images Pag. 107 Fabio Petroni
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- Immagine pagine 150-151 Pag. 150 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s Pag. 151 Boris Lipnitzki/Roger-Viollet
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- Immagine pagine 194-195 Pag. 194 Immagine gentilmente fornita da Christie’s Images Ltd. 2025 Pag. 195 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s
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La trappola dell’iperconnessione di Barbara Fabbroni
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2 mesi agoon
6 Luglio 2026By
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Nasce un nuovo movimento: gli anarchici digitali. Non un ritorno al medioevo, ma una ribellione psicologica contro il capitalismo della sorveglianza.
C’è un momento preciso, nella vita di un adolescente iperconnesso, in cui il pollice si ferma. Non per stanchezza fisica, ma per una specie di saturazione interiore: lo schermo continua a offrire stimoli, ma qualcosa dentro non risponde più. È lì, in quella micro-pausa, che psicologicamente nasce la ribellione.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi hanno spostato il confine dell’anarchia digitale: non più assenza di regole, ma eccesso di potere invisibile. Piattaforme che sanno cosa desidereremo prima di noi, sistemi di raccomandazione costruiti sui bias della dopamina, un disordine informativo che genera ansia cronica più che libertà. In questo scenario di sorveglianza soft, dove ogni clic diventa dato e ogni dato diventa profitto, cresce un contro movimento silenzioso: i cosiddetti anarchici digitali.
Non sono luddisti. Non spaccano server, non demonizzano la tecnologia in sé. La loro è una rivolta psicologica prima ancora che ideologica: il rifiuto di un sistema di ricompense variabili — lo stesso meccanismo neurobiologico delle slot machine — che tiene agganciata l’attenzione attraverso il rilascio intermittente di dopamina. Skinner lo aveva già dimostrato negli anni Trenta con i suoi esperimenti sul rinforzo intermittente: è la ricompensa incerta, non quella certa, a generare dipendenza comportamentale. I social network ne sono l’applicazione perfetta.
Non ci si confronta più con i pari reali, ma con versioni curate e algoritmicamente premiate dell’esistenza altrui.
Il prezzo psichico di questa architettura si vede nei numeri clinici che arrivano dagli studi sui giovani: aumento dei disturbi d’ansia, fenomeni di ritiro sociale che in Giappone hanno un nome preciso, hikikomori, e che oggi si osservano anche nei contesti occidentali con forme più sfumate ma altrettanto preoccupanti. Il confronto sociale continuo, teorizzato già da Festinger negli anni Cinquanta come meccanismo naturale dell’identità, trova online un’amplificazione patogena. Il risultato è un vissuto cronico di inadeguatezza che la letteratura definisce comparazione sociale ascendente disfunzionale.
A questo si aggiunge il vamping, la veglia digitale notturna che frammenta il sonno REM proprio nella fascia di età in cui la consolidazione mnestica e la regolazione emotiva dipendono in modo critico dal riposo. Non stupisce che irritabilità, difficoltà attentive e labilità dell’umore siano tra i sintomi più frequenti riportati nei colloqui clinici con adolescenti fortemente esposti.
Il rifiuto del diktat algoritmico
Notifiche disattivate, dumbphone, il passaggio dalla FOMO alla JOMO. È riappropriazione del locus of control: lo spostamento dell’origine percepita delle proprie azioni dall’algoritmo alla scelta consapevole.
La tutela radicale della privacy
Sistemi crittografati, browser anonimi, rifiuto della mercificazione del sé digitale. Sottrarsi al tracciamento come forma di autodeterminazione.
Comunità alternative
Micro-comunità orizzontali, non mediate da logiche di monetizzazione della rabbia. Un ritorno a quello che Winnicott chiamava spazio transizionale.
Non è un movimento nostalgico. È una risposta adattiva a un ambiente che, nel tentativo di connettere tutti, ha finito per isolare i singoli dentro bolle di validazione artificiale. E forse la domanda più interessante non è se questi giovani abbiano ragione a disconnettersi, ma cosa ci dice della nostra epoca il fatto che disconnettersi sia oggi percepito come un atto di coraggio.
La disconnessione come atto clinico
Forse è qui che dobbiamo tornare a quel pollice fermo sullo schermo. Non è resa, non è sconfitta della tecnologia sull’attenzione: è il primo gesto di un organismo che si difende. In termini clinici, potremmo chiamarlo un tentativo di riregolazione — il sistema nervoso che, esausto da uno stato di allerta perenne, cerca la via più semplice per tornare a uno stato di quiete: interrompere lo stimolo.
I ribelli digitali non stanno inventando nulla che la psicologia non sapesse già. Stanno semplicemente agendo, su scala generazionale, un principio che ogni terapeuta conosce bene: quando un ambiente diventa strutturalmente incapace di rispettare i bisogni di chi lo abita, l’unica risposta sana è ridefinire i confini. Non è patologia il ritiro — è patologico, semmai, il sistema che lo rende necessario.
C’è però un rischio da non ignorare, ed è forse la nota più scomoda di questa analisi: la disconnessione volontaria, per essere davvero liberatoria, richiede risorse. Tempo, consapevolezza, un contesto familiare e sociale che sostenga la scelta invece di isolarla ulteriormente. Chi non ha gli strumenti per teorizzare la propria ribellione rischia di restare semplicemente intrappolato, senza nemmeno il lessico per nominare la propria sofferenza. L’anarchia digitale, in questo senso, è anche una questione di classe psicologica: chi può permettersi di disconnettersi, e chi no.
Resta la domanda che chiude davvero il cerchio, quella che il pezzo pone nel finale: se il coraggio, oggi, si misura nella capacità di spegnere una notifica, forse non è la generazione che va analizzata. È l’architettura che l’ha costretta a considerare la quiete come un atto di resistenza.
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