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Deborah Facchino, l’intervista alla look maker del glamour chic su misura

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Deborah Facchino è una look maker che da anni cura l’immagine di molti personaggi comuni e non comuni. E’ una cosmetologa make up artis e hair stylist ed ha quella dote incredibile nel vedere oltre… lo specchio (e ciò che è visibile solo all’occhio). Un po’ come trasformare un diamante grezzo in pietra preziosa o come dice lei “far emergere da un’apparente tela bianca un dipinto affascinante” che prima non si vedeva o era sbiadito. La sua dote artistica non l’ha portata solo a collaborare con grandi firme e volti noti, ma anche a sviluppare l’idea di un’agenzia di eventi che si occupa in modo particolare di organizzare matrimoni, party e creare percorsi di team bulding e percorsi motivazionali di coaching per aziende del settore benessere ed estetica con un unico filo conduttore: il mood del “glamour chic su misura”. Il mood del glamour chic su misura nasce dall’idea di un “atelier della bellezza”, dove arte amore e beauty si sposano…ed in questa settimana cosi speciale, la settimana della moda milanese, con questa intervista ci offre un’anteprima sul suo progetto. L’abbiamo, infatti, seguita durante la settimana della moda milanese e abbiamo chiesto proprio a lei, di commentare con noi tendenze di “make up” in passerella (e per la strada), tra la gente comune che affolla la fashion night sentendosi protagonista della prima pagina di un settimanale di moda.

Domanda: Ciao Deborah e benvenuta. Cominciamo questa chiacchierata con una domanda diretta: tu, da look maker professionista, cosa ne pensi davvero della settimana della moda che stiamo vivendo?
Buongiorno Cristina e un saluto a tutti i lettori di DailyMood. Per rispondere dobbiamo sicuramente partire dal fatto che spesso ci dimentichiamo del vero significato della parola “moda”… cos’è la moda se non colei che traccia la storia dello stile degli anni e s’imprigiona nelle descrizioni dei tempi raccontati nelle pagine dei libri? Per rispondere quindi alla tua domanda, penso che solo chi osa fa la storia della moda, e in un mondo dove sempre più spesso si confonde eleganza con raffinatezza questa settimana è davvero l’unico momento nel quale anche il più timido animo glamour “osa” un po’ di più, lasciando libero sfogo all’aspetto ludico del proprio look perché attorno a sé molti altri osano senza remore. Ben venga quindi la settimana della moda… abbiamo bisogno di allegria e di osare!

Domanda: La settimana della moda spesso porta alla ribalta personaggi insoliti, proprio per il loro make up. Quanto durante questa settimana l’abbinamento outfit-make up diventa essenziale sia in platea che sopra la passerella?
Lo è perché è contemporaneo. Partirei per spiegarmi, da quello che si è visto sulle passerelle. Sicuramente il gran protagonista delle passerelle in questa edizione è il e nude look che a braccetto con il counturing, regala un effetto bellezza naturale esaltando la luce che minimizza i difetti. Grande assente il rossetto; infatti l’ho visto, solo nelle proposte di Prada. Ma essendo oro, sarebbe stato difficile non vederlo! Il vero trend (non parlerei però di personaggi insoliti) è capitanato dagli occhiali, che come accessorio multi color o monocromatico si abbinano ad outfit casual trasformabili, con un semplice cambio d’abito in sofisticati look da sera: il tutto rimanendo impeccabili con pochissimi accorgimenti. Qui sta il contemporaneo che ti dicevo. E hai notato? I capelli semi raccolti hanno spodestato i tagli con rasature laterali e i geometrici troppo composti, regalando alle donne il fascino della femminilità un po’ “spettinata” . Di ultimo grido, il faux bob, un carrè scompigliato, come vedi, sempre per rimanere in tema. Un esempio invece di colore? Per il colore carezze di luce in tutte le nuance. La platea, invece, come la chiami tu, s’ispira proprio grazie alla passerella ne è condizionata. E il ventaglio di proposte che si creano per loro partendo da ciò che si è visto in passerella, fa in modo che tutti i portafogli, se governati da buon gusto, possano inserirsi in modo contemporaneo e personale.

Domanda: Esiste secondo te il trucco perfetto?
La bacchetta magica intendi? Si… certo. Qual è? I pennelli del make up artist! I magici pennelli…troppo spesso sottovalutati, sono coloro che rendono semplice l’applicazione dei prodotti. Per generalizzare comunque credo che il trucco perfetto che non passa mai di moda sia racchiuso in 4 prodotti:
– un buon fondotinta che fa da cappottino alla pelle migliorandone l’ aspetto e difendendola, un blush effetto salute sulle guance e profondità 3d per lo sguardo un buon mascara ed un lip plumper.
-Per la sera basta aggiungere un rossetto rosso (ma mai dimenticare la matita contorno labbra dello stesso colore del rossetto!).
Ecco il consiglio che sento di dare.

Domanda: Durante questa settimana della moda, colpisce molto la scelta delle modelle seguendo la morfologia del viso. Secondo te come la triade incarnato-occhi-capelli sta condizionando la scelta degli stilisti?
Partiamo dal presupposto che niente è come sembra, una bionda può essere mora, gli occhi blu possono mimetizzarsi dietro lenti colorate e la forma del viso può essere modificata dal couturing. Quindi tutti noi possiamo essere abilmente trasformati, mettiamola cosi: al giorno d’oggi non possiamo accontentarci di come madre natura ci ha fatto… si può (deve? [ndr]) cambiare ogni giorno senza ricorrere a tecniche invasive e senza cadere nel ridicolo… basta osare sempre con gusto… c’è chi come me ama accompagnare le persone all’interno di questo meraviglioso viaggio.

Domanda: Quando hai iniziato, 20 anni, fa eri poco più che un’adolescente ed hai cominciato sviluppando il tuo lavoro seguendo l’idea di esprimere la tua personalità attraverso il make up. È ancora cosi ora?
Colorare il modo renderlo più bello, portare il sorriso, vivere le emozioni e emozionarsi…è ancora cosi, sì. Il make up mi ha permesso di esprimere l’arte stando vicino alle persone e, facendole sentire più sicure in qualche modo, un passo dopo l’altro tra una sfilata e uno shooting mi ha accompagnato nel mondo incantato del giorno più bello. Una scelta voluta forse proprio per continuare a seguire questa idea anche se il wedding è molto cambiato. Oggi le mie coppie che decidono di affidarsi a un look maker, si lasciano guidare con molta fiducia, attraverso sia il percorso dell’organizzazione a 360 gradi del loro matrimonio, dalla location, all’abito ai fiori alla scelta del “mood” del make up, sognando con loro il loro giorno più bello sogno anche io… non tutti i make up artist possono permettersi di farlo, mi reputo davvero fortunata perché faccio un mestiere che mi piace tantissimo e per cui ho lavorato duramente con validissimi collaboratori. Siamo un gruppo affiatato. Un bel team. E poi ti dirò, ho fatto del mio essere look maker, il mio bagaglio d’esperienza più efficace, in modo particolare quando lavoro con le aziende nei gruppi di team building, in particolare in quello dove lavorano tante donne insieme desiderose di esprimere la propria personalità, che poi sono quelle che affollano la fashion night o le platee delle passerelle, come dicevi tu.

Bigliettino-Deborah-2b-(3)Domanda: Durante il fashion film festival il make up usato nei film si declinava per colori quasi “rituali” nelle passerelle secondo la tua esperienza è davvero cosi? E poi quanto chi compra poi i vestiti abbina anche il make up visto sfilare?
Se provi a entrare in profumeria una di quelle serie… non farmi fare nomi. Insomma, passando tra gli espositori dai più professionali ai più easy, puoi facilmente notare che le confezioni sono sempre più accattivanti… sembrano chiamarti… sapere il tuo nome: le fragranze sottili emanate dalle polveri e dai rossetti, gli smalti super brillanti…qui si apre tutto un altro palcoscenico ipnotico dove noi donne perdiamo ogni obbiettività…abbiamo molto più make up nei nostri beauty e bagni di quanto realmente ne utilizziamo…ragazze attenzione alla scadenza la pelle è un organo da preservare! Credo, Cara Cristina, che l’unico prodotto acquistatissimo e fedele, attinente per esempio alla proposta vista durante le proiezioni del fashion film festival al cinema Anteo quest’anno o durante le passerelle più acclamate, rimane il mascara e il correttore. Sono loro, credimi, i veri colori rituali: e di conseguenza tutte le palette che promettano un coturing professionale.

Domanda: Concludendo, avere sensibilità nell’arte del make up significa anche scegliere per le clienti un proprio stile senza imitare seguendo le tendenze. Che consiglio ti senti di dare alle nostre lettrici per seguire i nuovi mood che stiamo vedendo quest’anno in passerella come colori moda di cui ci parlavi in alcune domande fa?
Consiglio di scoprire e conoscere le nuove tendenze, ma non per imitarle, avere insomma le idee chiare; seguire le tue interviste qui, per esempio, in una testata, come DailyMood che già nel nome declina tendenze, anche viste in passerella, ma come scoperta sempre ricca di dettagli e perché e no, puntare sulle “ricettine di bellezza” che sono contenute in interviste come la mia, nelle risposte alle prime domande che mi hai fatto ho appunto cercato di approfondire proprio i nuovi mood dei colori del make up di questa settimana della moda. Un unico universale consiglio infine, per seguire i vecchi e nuovi mood di sempre: coltivate il “bel sorriso”, che rimane il trucco più sofisticato e perfetto in ogni occasione, prendetevi cura della vostra pelle e ogni vostro make up vibrerà di salute e bellezza…e… non dimenticatevi mai una goccia di profumo! E poi, ci siamo noi, make up artist per il resto, sempre a disposizione.

E con un grande sorriso glamour l’intervista si conclude. E basta guardarla per comprendere che Deborah Facchino è una look designer che sfoggia lei per prima quanto promette: uno stile senza voler imitare, un giusto equilibrio tra arte e valorizzazione di vero charme.

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto

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Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.

Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.

Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.

Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.

DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?

SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.

DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?

SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.

DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?

SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.

DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?

SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.

DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?

SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.

DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?

SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.

DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?

SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.

DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?

SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.

DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?

SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.

DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?

SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.

Redazione DailyMood.it

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Il 19 agosto 1883 nasceva Coco Chanel: White Star le dedica un nuovo volume

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Questo volume non racchiude solo la storia di una maison leggendaria. È il racconto di una donna che ha riscritto le regole della moda con la sua filosofia. Gabrielle “Coco” Chanel ha cambiato per sempre il modo in cui le donne si vestono, si muovono e percepiscono sé stesse. Indipendente, rivoluzionaria e audace, ha creato uno stile senza tempo, dando vita a capi e accessori diventati vere e proprie icone. Chanel Philosophy va oltre la moda: esplora la visione innovativa della stilista nel campo degli accessori, dei bijoux e della gioielleria, ambiti in cui ha osato più dei gioiellieri tradizionali. Attraverso materiali d’archivio, modelli storici e interviste esclusive, il libro svela il segreto di un lusso che non è solo esclusività, ma anche eleganza pratica e senza tempo.

Chanel Philosophy di Mara Cappelletti

White Star
240 pagine
27 x 31 cm
ISBN 9788854064225
€ 50,00

www.whitestar.it

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La trappola dell’iperconnessione di Barbara Fabbroni

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Nasce un nuovo movimento: gli anarchici digitali. Non un ritorno al medioevo, ma una ribellione psicologica contro il capitalismo della sorveglianza.

C’è un momento preciso, nella vita di un adolescente iperconnesso, in cui il pollice si ferma. Non per stanchezza fisica, ma per una specie di saturazione interiore: lo schermo continua a offrire stimoli, ma qualcosa dentro non risponde più. È lì, in quella micro-pausa, che psicologicamente nasce la ribellione.

L’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi hanno spostato il confine dell’anarchia digitale: non più assenza di regole, ma eccesso di potere invisibile. Piattaforme che sanno cosa desidereremo prima di noi, sistemi di raccomandazione costruiti sui bias della dopamina, un disordine informativo che genera ansia cronica più che libertà. In questo scenario di sorveglianza soft, dove ogni clic diventa dato e ogni dato diventa profitto, cresce un contro movimento silenzioso: i cosiddetti anarchici digitali.

Non sono luddisti. Non spaccano server, non demonizzano la tecnologia in sé. La loro è una rivolta psicologica prima ancora che ideologica: il rifiuto di un sistema di ricompense variabili — lo stesso meccanismo neurobiologico delle slot machine — che tiene agganciata l’attenzione attraverso il rilascio intermittente di dopamina. Skinner lo aveva già dimostrato negli anni Trenta con i suoi esperimenti sul rinforzo intermittente: è la ricompensa incerta, non quella certa, a generare dipendenza comportamentale. I social network ne sono l’applicazione perfetta.

Non ci si confronta più con i pari reali, ma con versioni curate e algoritmicamente premiate dell’esistenza altrui.

Il prezzo psichico di questa architettura si vede nei numeri clinici che arrivano dagli studi sui giovani: aumento dei disturbi d’ansia, fenomeni di ritiro sociale che in Giappone hanno un nome preciso, hikikomori, e che oggi si osservano anche nei contesti occidentali con forme più sfumate ma altrettanto preoccupanti. Il confronto sociale continuo, teorizzato già da Festinger negli anni Cinquanta come meccanismo naturale dell’identità, trova online un’amplificazione patogena. Il risultato è un vissuto cronico di inadeguatezza che la letteratura definisce comparazione sociale ascendente disfunzionale.

A questo si aggiunge il vamping, la veglia digitale notturna che frammenta il sonno REM proprio nella fascia di età in cui la consolidazione mnestica e la regolazione emotiva dipendono in modo critico dal riposo. Non stupisce che irritabilità, difficoltà attentive e labilità dell’umore siano tra i sintomi più frequenti riportati nei colloqui clinici con adolescenti fortemente esposti.

Il rifiuto del diktat algoritmico

Notifiche disattivate, dumbphone, il passaggio dalla FOMO alla JOMO. È riappropriazione del locus of control: lo spostamento dell’origine percepita delle proprie azioni dall’algoritmo alla scelta consapevole.

La tutela radicale della privacy

Sistemi crittografati, browser anonimi, rifiuto della mercificazione del sé digitale. Sottrarsi al tracciamento come forma di autodeterminazione.

 Comunità alternative

Micro-comunità orizzontali, non mediate da logiche di monetizzazione della rabbia. Un ritorno a quello che Winnicott chiamava spazio transizionale.

Non è un movimento nostalgico. È una risposta adattiva a un ambiente che, nel tentativo di connettere tutti, ha finito per isolare i singoli dentro bolle di validazione artificiale. E forse la domanda più interessante non è se questi giovani abbiano ragione a disconnettersi, ma cosa ci dice della nostra epoca il fatto che disconnettersi sia oggi percepito come un atto di coraggio.

La disconnessione come atto clinico

Forse è qui che dobbiamo tornare a quel pollice fermo sullo schermo. Non è resa, non è sconfitta della tecnologia sull’attenzione: è il primo gesto di un organismo che si difende. In termini clinici, potremmo chiamarlo un tentativo di riregolazione — il sistema nervoso che, esausto da uno stato di allerta perenne, cerca la via più semplice per tornare a uno stato di quiete: interrompere lo stimolo.

I ribelli digitali non stanno inventando nulla che la psicologia non sapesse già. Stanno semplicemente agendo, su scala generazionale, un principio che ogni terapeuta conosce bene: quando un ambiente diventa strutturalmente incapace di rispettare i bisogni di chi lo abita, l’unica risposta sana è ridefinire i confini. Non è patologia il ritiro — è patologico, semmai, il sistema che lo rende necessario.

C’è però un rischio da non ignorare, ed è forse la nota più scomoda di questa analisi: la disconnessione volontaria, per essere davvero liberatoria, richiede risorse. Tempo, consapevolezza, un contesto familiare e sociale che sostenga la scelta invece di isolarla ulteriormente. Chi non ha gli strumenti per teorizzare la propria ribellione rischia di restare semplicemente intrappolato, senza nemmeno il lessico per nominare la propria sofferenza. L’anarchia digitale, in questo senso, è anche una questione di classe psicologica: chi può permettersi di disconnettersi, e chi no.

Resta la domanda che chiude davvero il cerchio, quella che il pezzo pone nel finale: se il coraggio, oggi, si misura nella capacità di spegnere una notifica, forse non è la generazione che va analizzata. È l’architettura che l’ha costretta a considerare la quiete come un atto di resistenza.

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