Mood Your Say
Deborah Facchino, l’intervista alla look maker del glamour chic su misura
Deborah Facchino è una look maker che da anni cura l’immagine di molti personaggi comuni e non comuni. E’ una cosmetologa make up artis e hair stylist ed ha quella dote incredibile nel vedere oltre… lo specchio (e ciò che è visibile solo all’occhio). Un po’ come trasformare un diamante grezzo in pietra preziosa o come dice lei “far emergere da un’apparente tela bianca un dipinto affascinante” che prima non si vedeva o era sbiadito. La sua dote artistica non l’ha portata solo a collaborare con grandi firme e volti noti, ma anche a sviluppare l’idea di un’agenzia di eventi che si occupa in modo particolare di organizzare matrimoni, party e creare percorsi di team bulding e percorsi motivazionali di coaching per aziende del settore benessere ed estetica con un unico filo conduttore: il mood del “glamour chic su misura”. Il mood del glamour chic su misura nasce dall’idea di un “atelier della bellezza”, dove arte amore e beauty si sposano…ed in questa settimana cosi speciale, la settimana della moda milanese, con questa intervista ci offre un’anteprima sul suo progetto. L’abbiamo, infatti, seguita durante la settimana della moda milanese e abbiamo chiesto proprio a lei, di commentare con noi tendenze di “make up” in passerella (e per la strada), tra la gente comune che affolla la fashion night sentendosi protagonista della prima pagina di un settimanale di moda.
Domanda: Ciao Deborah e benvenuta. Cominciamo questa chiacchierata con una domanda diretta: tu, da look maker professionista, cosa ne pensi davvero della settimana della moda che stiamo vivendo?
Buongiorno Cristina e un saluto a tutti i lettori di DailyMood. Per rispondere dobbiamo sicuramente partire dal fatto che spesso ci dimentichiamo del vero significato della parola “moda”… cos’è la moda se non colei che traccia la storia dello stile degli anni e s’imprigiona nelle descrizioni dei tempi raccontati nelle pagine dei libri? Per rispondere quindi alla tua domanda, penso che solo chi osa fa la storia della moda, e in un mondo dove sempre più spesso si confonde eleganza con raffinatezza questa settimana è davvero l’unico momento nel quale anche il più timido animo glamour “osa” un po’ di più, lasciando libero sfogo all’aspetto ludico del proprio look perché attorno a sé molti altri osano senza remore. Ben venga quindi la settimana della moda… abbiamo bisogno di allegria e di osare!
Domanda: La settimana della moda spesso porta alla ribalta personaggi insoliti, proprio per il loro make up. Quanto durante questa settimana l’abbinamento outfit-make up diventa essenziale sia in platea che sopra la passerella?
Lo è perché è contemporaneo. Partirei per spiegarmi, da quello che si è visto sulle passerelle. Sicuramente il gran protagonista delle passerelle in questa edizione è il e nude look che a braccetto con il counturing, regala un effetto bellezza naturale esaltando la luce che minimizza i difetti. Grande assente il rossetto; infatti l’ho visto, solo nelle proposte di Prada. Ma essendo oro, sarebbe stato difficile non vederlo! Il vero trend (non parlerei però di personaggi insoliti) è capitanato dagli occhiali, che come accessorio multi color o monocromatico si abbinano ad outfit casual trasformabili, con un semplice cambio d’abito in sofisticati look da sera: il tutto rimanendo impeccabili con pochissimi accorgimenti. Qui sta il contemporaneo che ti dicevo. E hai notato? I capelli semi raccolti hanno spodestato i tagli con rasature laterali e i geometrici troppo composti, regalando alle donne il fascino della femminilità un po’ “spettinata” . Di ultimo grido, il faux bob, un carrè scompigliato, come vedi, sempre per rimanere in tema. Un esempio invece di colore? Per il colore carezze di luce in tutte le nuance. La platea, invece, come la chiami tu, s’ispira proprio grazie alla passerella ne è condizionata. E il ventaglio di proposte che si creano per loro partendo da ciò che si è visto in passerella, fa in modo che tutti i portafogli, se governati da buon gusto, possano inserirsi in modo contemporaneo e personale.
Domanda: Esiste secondo te il trucco perfetto?
La bacchetta magica intendi? Si… certo. Qual è? I pennelli del make up artist! I magici pennelli…troppo spesso sottovalutati, sono coloro che rendono semplice l’applicazione dei prodotti. Per generalizzare comunque credo che il trucco perfetto che non passa mai di moda sia racchiuso in 4 prodotti:
– un buon fondotinta che fa da cappottino alla pelle migliorandone l’ aspetto e difendendola, un blush effetto salute sulle guance e profondità 3d per lo sguardo un buon mascara ed un lip plumper.
-Per la sera basta aggiungere un rossetto rosso (ma mai dimenticare la matita contorno labbra dello stesso colore del rossetto!).
Ecco il consiglio che sento di dare.
Domanda: Durante questa settimana della moda, colpisce molto la scelta delle modelle seguendo la morfologia del viso. Secondo te come la triade incarnato-occhi-capelli sta condizionando la scelta degli stilisti?
Partiamo dal presupposto che niente è come sembra, una bionda può essere mora, gli occhi blu possono mimetizzarsi dietro lenti colorate e la forma del viso può essere modificata dal couturing. Quindi tutti noi possiamo essere abilmente trasformati, mettiamola cosi: al giorno d’oggi non possiamo accontentarci di come madre natura ci ha fatto… si può (deve? [ndr]) cambiare ogni giorno senza ricorrere a tecniche invasive e senza cadere nel ridicolo… basta osare sempre con gusto… c’è chi come me ama accompagnare le persone all’interno di questo meraviglioso viaggio.
Domanda: Quando hai iniziato, 20 anni, fa eri poco più che un’adolescente ed hai cominciato sviluppando il tuo lavoro seguendo l’idea di esprimere la tua personalità attraverso il make up. È ancora cosi ora?
Colorare il modo renderlo più bello, portare il sorriso, vivere le emozioni e emozionarsi…è ancora cosi, sì. Il make up mi ha permesso di esprimere l’arte stando vicino alle persone e, facendole sentire più sicure in qualche modo, un passo dopo l’altro tra una sfilata e uno shooting mi ha accompagnato nel mondo incantato del giorno più bello. Una scelta voluta forse proprio per continuare a seguire questa idea anche se il wedding è molto cambiato. Oggi le mie coppie che decidono di affidarsi a un look maker, si lasciano guidare con molta fiducia, attraverso sia il percorso dell’organizzazione a 360 gradi del loro matrimonio, dalla location, all’abito ai fiori alla scelta del “mood” del make up, sognando con loro il loro giorno più bello sogno anche io… non tutti i make up artist possono permettersi di farlo, mi reputo davvero fortunata perché faccio un mestiere che mi piace tantissimo e per cui ho lavorato duramente con validissimi collaboratori. Siamo un gruppo affiatato. Un bel team. E poi ti dirò, ho fatto del mio essere look maker, il mio bagaglio d’esperienza più efficace, in modo particolare quando lavoro con le aziende nei gruppi di team building, in particolare in quello dove lavorano tante donne insieme desiderose di esprimere la propria personalità, che poi sono quelle che affollano la fashion night o le platee delle passerelle, come dicevi tu.
Domanda: Durante il fashion film festival il make up usato nei film si declinava per colori quasi “rituali” nelle passerelle secondo la tua esperienza è davvero cosi? E poi quanto chi compra poi i vestiti abbina anche il make up visto sfilare?
Se provi a entrare in profumeria una di quelle serie… non farmi fare nomi. Insomma, passando tra gli espositori dai più professionali ai più easy, puoi facilmente notare che le confezioni sono sempre più accattivanti… sembrano chiamarti… sapere il tuo nome: le fragranze sottili emanate dalle polveri e dai rossetti, gli smalti super brillanti…qui si apre tutto un altro palcoscenico ipnotico dove noi donne perdiamo ogni obbiettività…abbiamo molto più make up nei nostri beauty e bagni di quanto realmente ne utilizziamo…ragazze attenzione alla scadenza la pelle è un organo da preservare! Credo, Cara Cristina, che l’unico prodotto acquistatissimo e fedele, attinente per esempio alla proposta vista durante le proiezioni del fashion film festival al cinema Anteo quest’anno o durante le passerelle più acclamate, rimane il mascara e il correttore. Sono loro, credimi, i veri colori rituali: e di conseguenza tutte le palette che promettano un coturing professionale.
Domanda: Concludendo, avere sensibilità nell’arte del make up significa anche scegliere per le clienti un proprio stile senza imitare seguendo le tendenze. Che consiglio ti senti di dare alle nostre lettrici per seguire i nuovi mood che stiamo vedendo quest’anno in passerella come colori moda di cui ci parlavi in alcune domande fa?
Consiglio di scoprire e conoscere le nuove tendenze, ma non per imitarle, avere insomma le idee chiare; seguire le tue interviste qui, per esempio, in una testata, come DailyMood che già nel nome declina tendenze, anche viste in passerella, ma come scoperta sempre ricca di dettagli e perché e no, puntare sulle “ricettine di bellezza” che sono contenute in interviste come la mia, nelle risposte alle prime domande che mi hai fatto ho appunto cercato di approfondire proprio i nuovi mood dei colori del make up di questa settimana della moda. Un unico universale consiglio infine, per seguire i vecchi e nuovi mood di sempre: coltivate il “bel sorriso”, che rimane il trucco più sofisticato e perfetto in ogni occasione, prendetevi cura della vostra pelle e ogni vostro make up vibrerà di salute e bellezza…e… non dimenticatevi mai una goccia di profumo! E poi, ci siamo noi, make up artist per il resto, sempre a disposizione.
E con un grande sorriso glamour l’intervista si conclude. E basta guardarla per comprendere che Deborah Facchino è una look designer che sfoggia lei per prima quanto promette: uno stile senza voler imitare, un giusto equilibrio tra arte e valorizzazione di vero charme.
di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it
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4 motivi per cui l’amicizia è la prima palestra del dating secondo gli esperti di hinge
Published
2 giorni agoon
8 Ottobre 2026By
DailyMood.it
6 utenti su 10 sostengono che le amicizie solide aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo
L’amore richiede pratica, e le amicizie sono il luogo in cui iniziamo il nostro training. Secondo i dati di uno studio condotto da Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, le persone che hanno amicizie solide riferiscono benefici concreti nel modo in cui vivono la ricerca di una nuova relazione: il 64% afferma infatti che queste amicizie aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo, il 56% a sentirsi più sicure e il 56% a comunicare meglio. Moe Ari Brown, Love and Connection Expert di Hinge, spiega 4 motivi per cui le amicizie rappresentano davvero una palestra per il dating e le relazioni.
Consapevolezza emotiva
Per costruire un’amicizia solida, probabilmente abbiamo già affrontato un momento difficile con un’altra persona e poi abbiamo ricostruito il rapporto. È proprio questo processo di riparazione a rendere le persone più consapevoli a livello emotivo.
Autostima
Le persone pensano che l’autostima sia semplicemente un’energia che si possiede, ma in realtà significa avere paura di mostrarsi autenticamente e scegliere di farlo comunque. È come per uno scrittore che condivide il proprio lavoro: si inizia da un diario, poi lo si mostra a una persona di fiducia, quindi si pubblica qualcosa perché chiunque possa leggerlo, aumentando gradualmente la propria capacità di tollerare l’esposizione davanti a un pubblico. L’amicizia fa la stessa cosa: ci prepara a un momento ad alta intensità emotiva, come il mostrarsi vulnerabili in una relazione.
Capacità comunicative
Allenare la regolazione emotiva e l’empatia sviluppa anche ottime capacità comunicative. Tenere conto dei bisogni dell’altra persona, considerando allo stesso tempo i propri, aiuta a costruire una versione più integrata di noi stessi; più ci esercitiamo a farlo, meno ci sembrerà faticoso. Una buona comunicazione inizia così a diventare il nostro modo naturale di relazionarci, invece di qualcosa che dobbiamo mettere in scena.
L’ascolto attivo, poi, significa rivolgere il corpo verso l’altra persona, mantenere il contatto visivo e restituire ciò che abbiamo ascoltato, invece di spostare la conversazione su di noi. E quando ascoltiamo ed empatizziamo davvero, anziché formulare la nostra prossima risposta, comunichiamo più chiaramente perché non reagiamo in maniera impulsiva. Esercitandoci con le nostre amicizie, questo atteggiamento diventerà naturale durante un appuntamento, facendo la differenza tra chi affronta quel momento con curiosità e chi invece interpreta un ruolo.
Le amicizie possono essere il nostro specchio
Le amicizie ci rimandano un’immagine di come ci si sente a stare in una relazione con noi. Ci aiutano a creare ritmi e abitudini insieme a un’altra persona, a uscire dalla nostra testa e a organizzarci anche intorno agli impegni di qualcun altro: tutti aspetti che il dating e le relazioni richiedono, e a cui normalmente non pensiamo. Le amicizie possono inoltre cogliere ciò che tendiamo a minimizzare, oppure individuare uno schema comportamentale che, essendo troppo vicini alla situazione, non riusciamo a vedere. La chiave per ricevere questo tipo di riflessione sincera da una persona amica dipende dal modo in cui la chiediamo. Possiamo individuare due categorie di domande da rivolgere agli amici: domande tattiche e domande orientate alla crescita. Una domanda tattica consiste nel chiedere alla persona di confermare un’ipotesi che abbiamo già formulato: «Ho torto a provare rabbia perché l*i non si è offert* di venirmi a prendere?» In realtà non è una vera domanda: è una richiesta di approvazione e rimane confinata al rapporto tra noi e la persona amica.
Una versione orientata alla crescita elimina completamente la narrativa tra ragione e torto e pone domande come: «Aiutami a vedere questa situazione da prospettive diverse» oppure «Aiutami a fare pratica su quello che voglio dire, così posso affrontare la situazione con curiosità invece che sulla difensiva». Il test da applicare è semplice: questa domanda mi avvicina all’altra persona oppure si limita a confermare una posizione che ho già assunto?
Le persone amiche possono essere anche ottimi interlocutori con cui confrontarsi sul proprio profilo, spesso perché vedono lati di noi che non mettiamo sempre in primo piano. Per esempio, il modo in cui ci comportiamo con le persone a cui vogliamo bene o un lato giocoso che non mostriamo sempre per primo. È qui che entra in gioco la funzione Friend’s Take di Hinge, che porta il punto di vista di una persona amica all’interno del proprio profilo senza permetterle di sostituire la propria voce. È anche per questo che il 69% delle persone che frequentano app di dating** e che hanno aggiunto un Friend’s Take afferma che questa funzione ha migliorato la capacità del proprio profilo di mostrare chi sono davvero.
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Mood Your Say
Intervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì
Published
2 settimane agoon
24 Settembre 2026By
DailyMood.it
Storia di un no detto all’alba, e della vita che ne è venuta fuori
Un avvocato sale sul Monte Vettore all’alba di una mattina di giugno, arriva alla croce di ferro e urla. Poche ore dopo rifiuta la società nello studio legale dove ha lavorato per tre anni. Da quel rifiuto nasce un editore: dodici metri quadrati costruiti con le proprie mani, un mestiere imparato in una vecchia tipografia, i rifiuti collezionati, un tradimento, e ogni volta la decisione di ricominciare. In «Tutto dice sì» Domenico Capponi non spiega come si fanno i libri: racconta che cosa costa — e che cosa restituisce — seguire la voce interiore che conosce la nostra natura molto prima che la ragione se ne accorga. Lo abbiamo incontrato.
Il libro comincia con un’ascesa e un urlo: una mattina di giugno, da Forca di Presta fino alla croce di ferro del Vettore. Cosa è successo lassù, e perché quel grido è stato il vero inizio di tutto?
DC: La montagna da sempre mi ha accolto, ogni volta che ho avuto un momento difficile non ho mai guardato la luna, ma la vetta di una montagna. Questo perché a momenti difficili spesso si associano pensieri insistenti, confusi, stati di incertezza allora, io cammino, o meglio io inizio a salire e, durante la salita, quei pensieri si fanno meno insistenti, la loro voce meno forte poi, pian piano svaniscono e arriva il vuoto. È in quel vuoto che riesco a entrare in contatto con me stesso, lassù, su quella vetta, è accaduto questo e da quel vuoto ho capito che era inutile oppormi alla vita, quella vera, quella che sentivo ma, dovevo accettare quel sentimento, quello che sentivo e cioè che dovevo cambiare.
Poche ore dopo, al telefono, rifiuti di entrare in società nello studio legale in cui avevi passato tre anni. Quanto è costato pronunciare quel no e quanto, invece, ti ha restituito?
DC: Quel no è in realtà il frutto del sì che avevo pronunciato in vetta. Non è stato difficile per me pronunciare quel no, ma, come ho detto, accettare il sì. È stato proprio quel sì a mettermi in connessione con me stesso e, in virtù di quel sì, nel momento in cui ho pronunciato quel no, ho avuto l’impressione di trovarmi dalla parte opposta di un ponte e di averlo fatto saltare dietro di me. Non sarei più tornato indietro, mi ero tolto ogni minima possibilità di tornare indietro. Solo così poteva essere fatta la scelta che ho fatto: in modo totale.
Scrivi che decidi di diventare Editore senza sapere nulla del mestiere. Da dove arriva una certezza così netta quando mancano tutte le competenze — e come si distingue la vocazione dal capriccio?
DC: Il mio non era un capriccio, ma un atto di riconoscimento, un grazie, un atto dovuto nei confronti dei libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita e nei confronti della mia natura intima, che ama le sfide. Tutto quello di cui avevo bisogno ero certo che lo avrei imparato
Ti sei costruito da solo una sede di dodici metri quadrati. Che cosa ti ha insegnato quello spazio minimo, e quanto conta cominciare da un luogo fatto con le proprie mani?
DC: È stato fondamentale, le difficoltà si affrontano con i pensieri ma anche con le mani. In quella prima sede sono stato per dodici anni, e ancora oggi, la tengo. Anzi ancora oggi a dire il vero ci vado, entro e mi siedo. Tutto è rimasto come prima, ogni cosa, questo perché devo ricordarmi da dove sono partito e quanto ho amato quel luogo. Qui sta la ricchezza di quello che sto dicendo, io non ho sofferto a stare lì, io ho amato ogni giorno quel piccolo spazio perché ero sicuro che pur stando lì avrei dato alla casa editrice una valenza nazionale. Cosa che ho fatto e, per essere sincero fino alla fine, ti dirò che, oltre all’amore, c’è stata sempre con me una convinzione che non mi ha mai e poi mai abbandonato: non ho mai dubitato che ci sarei riuscito, mai, nemmeno una volta. La mia fiducia nella mia intuizione iniziale è stata totale.
Hai imparato a fare libri in una vecchia tipografia. Che cosa si capisce dell’editoria quando la si impara dall’odore dell’inchiostro e dal peso della carta, e non dai manuali o dai master?
DC: Durante i miei anni di studio per mantenermi ho sempre lavorato, veramente ho iniziato a lavorare a dodici anni, non tanto per bisogno ma per necessità di indipendenza dai miei genitori, non volevo pesare sulle loro finanze. Poi ho continuato. Lavorare era per me stare nel mondo, vivere a contatto con tante realtà diverse. Questo mi ha aiutato perché poi quando ho intrapreso questa sfida imprenditoriale, mi è venuto facile partire dalla base, dall’inchiostro e dal rumore delle macchine.
Nel libro “collezioni rifiuti”. Come si tiene insieme una persona dopo il decimo, il ventesimo no? Esiste un modo sano di stare dentro il fallimento senza farne un’identità?
DC: I no credo siano stati molti di più. Non ho una ricetta segreta. Quello che ha tenuto in piedi me, quello che mi ha fatto vivere con gioia anche i rifiuti, è stata la convinzione di stare seguendo la mia strada e che sarei riuscito a portare avanti la mia visione. Non ho mai accettato un rifiuto senza cercare di capire come migliorarmi, quale indicazione mi stesse dando, ma non ho mai permesso a un rifiuto di definirmi, mai. La mia visione era ed è più grande. In questi casi capita spesso che ci si avvicini a situazioni o persone per avere delle garanzie. Io non l’ho mai fatto. Quando ho deciso di aprire la casa editrice, mi dissi che avrebbe dovuto reggersi da sola, senza strani favori o appartenenze. Idee, studio, formazione, mercato, null’altro.
C’è una ferita precisa nel racconto: essere traditi da chi si credeva un compagno di viaggio. Che cosa ti ha tolto e
che cosa, a distanza di tempo, ti ha lasciato?
DC: Non mi ha tolto nulla, anzi mi ha insegnato tanto. Innanzitutto mi ha messo di fronte a una scelta: continuare a fidarmi delle persone oppure smettere e pensare che tutti, nessuno escluso, visto quello che era successo, potessero essere dei potenziali nemici. Io ho scelto di continuare a fidarmi. Vivo quindi fidandomi delle persone che mi circondano e di quelle con cui stabilisco dei rapporti.
L’altra cosa, ancora più importante, è che, nella situazione in cui ero, ma anche oggi, non potevo permettermi di dedicare tempo ed energie alla negatività, al rancore, all’odio. Sono sentimenti che chi gestisce un’azienda che si muove in base al flusso delle energie non può permettersi, sì, perché le idee sono, a mio avviso, energia.
Fai editoria in una città di provincia, lontano dai circuiti che contano, e talvolta regali il tuo lavoro a chi non può pagarlo. È una scelta romantica o una strategia — e quanto è sostenibile oggi restare indipendenti?
DC: Noi siamo una casa editrice non a pagamento, lavoriamo in tutta Italia e collaboriamo con il più grande distributore nazionale. La logistica si trova a Milano e la promozione a Bologna. Io vivo qui, ad Ascoli Piceno, salutando le persone per strada, fermandomi a parlare con il mio edicolante di sempre, prendendo il caffè immerso nella bellezza rinascimentale di Piazza del Popolo. E faccio vivere le stesse emozioni ai miei collaboratori.
Non è mai stata una scelta strategica, ma il frutto di una precisa visione romantica. Restare indipendenti oggi è molto complesso, perché i nostri partner sono molto grandi e seguono le logiche delle società quotate in Borsa. Ma è possibile, avendo un pensiero trasversale e creativo e, soprattutto, lavorando con tanta immaginazione. In fondo, l’editore dovrebbe fare proprio questo, con i suoi autori e con se stesso: vivere nel mondo delle possibilità e del possibile. Le possibilità dobbiamo cercarle noi, mentre il possibile deve quasi sempre scontrarsi con quella voce comune che direbbe: “È impossibile”. Allora va tutto bene.
Hai raccontato Ascoli Piceno, il Piceno, Meletti, Scandolara, Offida: storie di pietra, di persone e di travertino. Che cosa cambia quando l’editore smette di custodire le storie degli altri e mette in pagina la propria?
DC: Scrivere le storie di grandi aziende è un lavoro molto complesso e arricchente per me. Per farlo seguo delle regole molto rigide. In primo luogo scrivo solo quando con l’azienda o con i fondatori sento un’affinità, non sarei in grado di scrivere a comando, non l’ho mai fatto. Questo è il prerequisito fondamentale affinché io accetti di scrivere la storia di qualcun altro. Quando questa scintilla accade allora scrivere diventa uno scambio e anche io mi arricchisco perché, in realtà, dentro quelle storie fatte di coraggio, visione o difficoltà rivedo sempre qualcosa di me.
«Non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore»: è forse la frase più esposta del libro. A chi oggi ha un no da pronunciare e non trova il coraggio, che cosa diresti — senza dargli una lezione, visto che il libro dichiara di non volerne dare?
DC: Non voglio dare lezioni, non mi rispecchio in questo. La mia è solo una condivisione, nella speranza che questo libro possa essere di aiuto a chiunque, anche fosse una sola persona che si trova nella difficile condizione di dover trovare la propria strada.
Vedi, nel libro dico che c’è una fase in cui si condivide, in cui si parla con gli amici, ci si confronta, ci si prende o si viene tenuti per mano, ma poi, alla fine, si arriva a un punto preciso della propria vita in cui si deve saltare e, in quel momento preciso, in quell’atto specifico, si è soli e non può essere altrimenti. Si salta da soli.
Molti, in quello specifico punto, ci rimangono giorni, anni, o per sempre, e poi finiscono per vivere di rimpianti, per lamentarsi di tutto. Quindi la risposta esatta non c’è, credo che ognuno debba trovarla dentro di sé.
Dalla quarta di copertina
«La nostra missione è quella di fiorire qui e ora, su questa terra, senza se e senza ma, con il giro di carte che ci è capitato in sorte: non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore. È con quelle carte che dobbiamo diventare quello che siamo destinati a essere, dando seguito e vita alla nostra essenza più vera».
«Era di questo che avevo bisogno, volevo il mare aperto, le rotte e le direzioni non le conoscevo, ma le onde non mi facevano paura. Avevo scelto l’ignoto, l’inquietudine, l’insicurezza, il pericolo e la caduta certa, l’errore e il fallimento».
Tutto dice sì – Disponibile dal 25 settembre
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I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria: la nuova ricerca di Filippo Arillotta
Published
3 settimane agoon
21 Settembre 2026By
DailyMood.it
Il nuovo libro dello storico reggino è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni. Dieci testimonianze hanno raccontato due secoli di storia, tra viaggiatori, industria, scienza, politica e letteratura
Ci sono prodotti che appartengono a un territorio. E poi ci sono prodotti capaci di raccontare quel territorio al mondo. E, come documenta lo storico Filippo Arillotta il Bergamotto è passato anche da Firenze prima di arrivare a Reggio Calabria…..
Il Bergamotto di Reggio Calabria appartiene certamente alla seconda categoria. Lo dimostra ancora una volta il professor Filippo Arillotta, storico e scrittore reggino, che è tornato a dedicare la propria capacità di ricerca a quella che è ormai diventata una delle grandi chiavi di lettura della storia economica, sociale e culturale della città dello Stretto.
Dopo il successo di Storia fantastica del Bergamotto di Reggio Calabria, pubblicato da Kaleidon Editrice e già approdato alla ristampa, Arillotta ha presentato il suo nuovo lavoro, “I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, presentato l’8 settembre al Circolo del tennis “Rocco Polimeni” di Reggio Calabria.
Un nuovo libro che conferma una caratteristica fondamentale del lavoro dello storico reggino: la capacità di andare oltre la narrazione tradizionale per cercare, nei documenti e nelle testimonianze, quelle tracce apparentemente secondarie che finiscono invece per restituire una storia molto più grande.
Dieci testimonianze per raccontare una storia internazionale
Il volume è costruito attraverso dieci racconti, dieci testimonianze provenienti da epoche e contesti differenti, accomunate dall’incontro con il Bergamotto di Reggio Calabria.
Non è dunque soltanto la storia di un agrume e della sua essenza. È la storia di come quell’essenza abbia attraversato confini, professioni, mercati e culture, entrando nella vita quotidiana di popolazioni europee e mondiali e contribuendo, al tempo stesso, a proiettare Reggio Calabria in una dimensione internazionale.
Nel libro compaiono relazioni di viaggiatori arrivati a Reggio per conoscere direttamente i luoghi della coltivazione, indagini di mercato, analisi chimiche, relazioni industriali, documenti e riflessioni di carattere politico, fino ad arrivare alla letteratura.
È proprio questa pluralità di fonti a rendere particolarmente interessante la ricerca di Arillotta.
Lo storico non si limita infatti a raccontare ciò che è già noto, ma va alla ricerca di testimonianze capaci di ricomporre, tassello dopo tassello, un’immagine diversa e più ampia della città e del suo patrimonio.
E così il Bergamotto diventa un osservatorio privilegiato attraverso il quale guardare a duecento anni di storia.
La capacità di cercare dove la storia sembra nascondersi
La cifra distintiva di Filippo Arillotta è proprio questa: trasformare la ricerca storica in una scoperta.
Un documento commerciale può raccontare un mercato. Un’analisi chimica può testimoniare il livello raggiunto dalla ricerca scientifica. La relazione di un viaggiatore può restituire l’immagine di un territorio. Una testimonianza industriale può spiegare la nascita di una filiera. Un testo letterario può, infine, trasformare tutto questo in memoria collettiva.
Mettendo insieme queste tessere, Arillotta mostra quanto il Bergamotto di Reggio Calabria sia stato, per generazioni, molto più di una produzione agricola, ma è scienza, economia, industria, profumo, commercio, cultura e immaginario.
E soprattutto è stato un ponte tra Reggio Calabria e il mondo.
L’inedito incontro con Corrado Alvaro
Tra le pagine più sorprendenti del nuovo volume trova posto anche un testo di Corrado Alvaro, poco conosciuto al grande pubblico, nel quale il Bergamotto assume una funzione del tutto particolare: diventa strumento per leggere la realtà politica del proprio tempo.
È un finale che porta il libro su un piano quasi inatteso.
Dalla terra e dagli agrumeti si arriva alla letteratura; dalla storia economica si approda alla dimensione politica e, infine, a quella simbolica.
Nella conclusione, infatti, il Bergamotto sembra quasi liberarsi dalla sua dimensione materiale per diventare profumo, atmosfera, memoria e immaginazione.
Un racconto nel quale la sua fragranza si inserisce in un’Europa attraversata dai venti di guerra, restituendo per un istante una dimensione quasi onirica: la potenza del profumo come possibilità di attenuare, almeno simbolicamente, le tensioni della storia.
Una presentazione che mette insieme storia, agricoltura e cucina
A dialogare con l’autore, nella serata dell’8 settembre, ci sono state personalità provenienti da mondi diversi ma profondamente legati al territorio.
Sono intervenuti Filippo Cogliandro, chef patron del ristorante L’Accademia Gourmet di Reggio Calabria; Rosario Previtera, agronomo e docente di Biotecnologie agrarie; Giuseppe Bombino, docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Dipartimento di Agraria, e presidente del GAL “Area Grecanica”.
A moderare l’incontro è stato Luigi Caminiti, docente del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria.
Una scelta di relatori che ha restituito perfettamente lo spirito del libro: il Bergamotto può essere studiato attraverso la storia, analizzato attraverso la scienza agraria, interpretato nella sua dimensione territoriale e culturale e, naturalmente, raccontato anche attraverso la cucina.
Ed è proprio quest’ultimo passaggio a rendere particolarmente significativo il contributo di uno chef come Filippo Cogliandro, da anni impegnato nella valorizzazione delle eccellenze identitarie della Calabria e nella trasformazione della materia prima del territorio in linguaggio gastronomico contemporaneo.
Reggio Calabria e quella dimensione internazionale spesso dimenticata
Il lavoro di Arillotta compie, in definitiva, un’operazione che va oltre il semplice racconto del Bergamotto.
Attraverso dieci testimonianze, restituisce alla città una parte della propria storia internazionale.
Una storia che spesso rimane nascosta dietro le immagini più conosciute di Reggio Calabria, ma che i documenti sono ancora capaci di raccontare: una città osservata da viaggiatori stranieri, studiata dalla scienza, attraversata dai commerci, collegata ai mercati internazionali e capace di lasciare una traccia persino nella letteratura.
È questo, forse, il risultato più interessante della ricerca di Filippo Arillotta: dimostrare che per comprendere la storia di un territorio non sempre bisogna cercare grandi eventi. A volte basta seguire il profumo di un agrume.
E quello del Bergamotto di Reggio Calabria, da oltre due secoli, ha viaggiato molto lontano.
“I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, edito da Kaleidon, è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni di Reggio Calabria.
Il libro è disponibile online su https://www.kaleidoneditrice.it/shop/i-racconti-del-bergamotto-di-reggio-calabria/
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