Cine Mood
Fiamme di stile in Laguna: il trionfo Penélope Cruz sul red carpet di Venezia 83
Il magnetismo del Lido non accenna a diminuire. Nella calda atmosfera veneziana, dove la Laguna riflette le luci dei riflettori e l’aria profuma di grande cinema, il red carpet si trasforma nella passerella più ambita della stagione. È un teatro a cielo aperto in cui le star non si limitano a sfilare, ma inscenano veri e propri racconti di stile. Per la première di Bunker, la pellicola firmata da Florian Zeller, e la presentazione dell’attesissimo Company di Casey Affleck, l’alta moda ha mandato in scena una sinfonia seducente e drammatica. A dominare sono le due sfumature più passionali del guardaroba serale: la potenza sfacciata del rosso e la misteriosa sobrietà del nero.
L’atmosfera cambia immediatamente quando una delle coppie più iconiche del cinema contemporaneo arriva sul tappeto rosso di Venezia 83. Penélope Cruz e Javier Bardem fanno il loro ingresso mano nella mano, mostrando ancora una volta una complicità autentica e magnetica.
Una diva in rosso
Penélope Cruz conquista la scena con un look che celebra la femminilità mediterranea. Per il red carpet sceglie un abito Chanel rosso acceso, dalla linea lunga e scultorea. Il modello avvolge la figura con eleganza. Le sottili spalline incorniciano il décolleté, mentre la gonna scende dritta fino al suolo. A rendere il look più deciso è un profondo spacco laterale, impreziosito da bottoni dorati. Inoltre, leggere frange sui fianchi aggiungono movimento alla silhouette. Anche i gioielli contribuiscono a illuminare l’insieme. Penélope indossa orecchini pendenti a forma di stella e un importante anello con diamante citrino. Il risultato è luminoso, sensuale e sofisticato.
Javier Bardem, eleganza in blu notte
Al suo fianco, Javier Bardem sceglie invece un’eleganza più classica. L’attore indossa uno smoking blu notte firmato Zegna, realizzato su misura. La giacca monopetto è abbinata a una camicia bianca e a un papillon in seta. A completare il look, scarpe eleganti e perfettamente lucidate. Una scelta essenziale, ma di grande effetto.
Bardem dimostra così come la sartorialità maschile possa ancora essere uno dei linguaggi più efficaci dell’eleganza sul red carpet. Insieme, Penélope Cruz e Javier Bardem costruiscono una delle immagini più riuscite della serata: lei luminosa e passionale, lui sobrio e impeccabile. Due interpretazioni diverse dello stile, unite dalla stessa naturale presenza scenica. Il rosso, colore della passione cinematografica per eccellenza, non è rimasto un’esclusiva della Cruz. Sulla passerella veneziana si sono alternate interpretazioni differenti ma egualmente ipnotiche di questa tonalità così audace.
Rocío Muñoz Morales: La danza dei volant firmata Alberta Ferretti
Rocío Muñoz Morales sa perfettamente come dominare la scena e regalare un momento da pura diva d’altri tempi. L’attrice e conduttrice incanta i fotografi indossando una creazione da sogno firmata Alberta Ferretti, declinata in una calda sfumatura di rosso scuro. L’abito è un trionfo di leggerezza e movimento: le maniche a mantella e i molteplici strati di volant voluttuosi creano un effetto scenografico unico a ogni passo, trasformando la sua sfilata in una danza boho-chic. Il look è coronato da un maestoso pendente di Crivelli con un rubino incastonato in tinta e da un chignon tirato e rigoroso, perfetto tributo all’iconografia classica spagnola.
Patrick Schwarzenegger: il Dandy contemporaneo in Tom Ford
Chi l’ha detto che l’uomo debba necessariamente rifugiarsi nel solito completo scuro? Patrick Schwarzenegger rompe gli schemi tradizionali del menswear da grande occasione e stupisce sul red carpet con un completo Tom Ford by Haider Ackermann di rara raffinatezza. La giacca doppiopetto, declinata in un rosso vivo e vibrante, si abbina a pantaloni neri dal taglio impeccabile, a una camicia a righe azzurre e bianche e a una cravatta coordinata. L’insieme, audace ed eccentrico, strizza l’occhio all’estetica dandy e consacra il giovane attore tra gli uomini più eleganti e coraggiosi della serata.
Il rosso rappresenta una vera fiammata di energia, mentre il nero rimane, invece, la scelta d’elezione per chi desidera muoversi con passo sicuro nell’universo del fascino notturno. Del resto, minimalista, drammatico e scultoreo, il nero ha vestito protagoniste e protagonisti del Lido attraverso interpretazioni diverse, ma, allo stesso tempo, tutte capaci di lasciare il segno. Inoltre, stagione dopo stagione, questa tonalità si è confermata una presenza immancabile sul red carpet, proprio grazie alla sua capacità di adattarsi a stili e personalità differenti. In definitiva, il nero continua così a rappresentare una scelta senza tempo, capace di coniugare eleganza, carattere e un’immediata forza scenografica.
Maggie Gyllenhaal: la regalità del velluto Armani Privé
In qualità di presidentessa della giuria, Maggie Gyllenhaal continua a dare lezioni indiscusse di stile, senza mai sbagliare un colpo. Per la serata sceglie una creazione di Giorgio Armani Privé in velluto blu notte, così profondo da confondersi con la tenebra della sera. L’abito a maniche lunghe avvolge e scolpisce la silhouette con una grazia regale, guidando lo sguardo verso una profonda scollatura a V impreziosita da un sottile bordo di luce scintillante. Il piccolo strascico che scivola con discrezione sul tappeto rosso completa una visione di straordinaria misura, compostezza e nobiltà sartoriale.
Il fascino audace dello smoking a pelle
Greta Scarano, volto e conduttrice di questa edizione della Mostra, conferma la sua predilezione per il guardaroba maschile reinterpretato in chiave ultra-femminile. L’attrice e regista sfila con un completo da sera firmato Giorgio Armani, composto da pantaloni a sigaretta alla caviglia e da un blazer lungo indossato con audacia direttamente a pelle. A spezzare l’austerità del tailleur pensano i gioielli da sogno tempestati di diamanti e le calzature dai tacchi vertiginosi. Ad addolcire l’insieme contribuisce anche l’hairstyle: un bob corto pettinato con un morbido e voluminoso gusto anni Novanta che dona freschezza all’intero look.
Catherine Caylee Cowan: mistero dark e trasparenze scultoree
Tra le apparizioni più ammirate e fotografate della serata c’è indubbiamente Catherine Caylee Cowan. L’attrice regala un momento di glamour purissimo e vagamente dark presentandosi con un abito bustier nero da vera sirena della notte. Il corpetto steccato a vita bassa gioca sapientemente con le trasparenze del tessuto, lasciando intuire la figura senza mai eccedere, mentre la gonna scivola fluida fino a terra. Il make-up intenso e l’acconciatura tirata indietro le conferiscono uno sguardo fiero e statuario che non ammette repliche: una delle interpretazioni più riuscite ed eleganti di tutto il Festival.
Casey e Ben Affleck: L’unione fraterna e la tradizione hollywoodiana
L’arrivo di Company porta al Lido una massiccia dose di fascino hollywoodiano, affidata alla presenza dei fratelli Affleck. Impegnato nel triplo ruolo di regista, sceneggiatore e protagonista, Casey sceglie un minimalismo impeccabile. Il suo abito sartoriale total black, caratterizzato da revers stretti e lucidi, riflette perfettamente l’approccio schivo e rigoroso dell’artista.
Al suo fianco, Ben Affleck sorride sornione ai fotografi e punta sulla tradizione con un classico completo scuro, abbinato a una camicia bianca e una cravatta in tinta. Il risultato racconta due modi differenti ma complementari di interpretare l’eleganza maschile americana. Da una parte il rigore essenziale di Casey, dall’altra la disinvoltura sofisticata di Ben. A unirli sono una solida tradizione sartoriale, una naturale presenza scenica e quell’inconfondibile fascino hollywoodiano.
di Cristina Siciliano per DailyMood.it
Credit copertina: RED_CARPET_-_BUNKER_-_Actress_Pen__lope_Cruz__Ph._Jacopo_Salvi_-_Courtesy_Archivio_Storico_La_Biennale_di_Venezia___1_-1.jpg
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Cine Mood
Venezia 83: The Eco Chamber, la canzone dell’appartamento di Bertolucci e Pallaoro
Published
1 giorno agoon
8 Settembre 2026
Le canzoni dell’appartamento è il titolo di un album di un noto cantautore italiano. La canzone dell’appartamento è la prima definizione che ci viene in mente per racchiudere il senso di The Echo Chamber, il nuovo film di Andrea Pallaoro interpretato da Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon, presentato in concorso a Venezia, che sarà nelle sale dal 10 settembre per 01 Distribution. The Echo Chamber è un film molto atteso. È infatti tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi.
Una storia d’amore in cui i confini tra presenza e assenza, cura e dipendenza, desiderio e controllo si confondono fino a dissolversi. Leo e Anne si inseguono, si sfiorano, si perdono, si cercano. Non riescono a lasciarsi né a liberarsi. Tra le stanze risuona la voce di Ava che attraversa il tempo e lascia affiorare ciò che resiste, o che non può più essere trattenuto.
L’appartamento è uno dei protagonisti della storia, sullo stesso piano dei tre personaggi principali. Tutto quello che vediamo avviene lì dentro. Quello che avviene fuori è solo immaginato o evocato. E, mentre gli altri personaggi entrano ed escono di scena, l’appartamento è sempre lì, presente, solido, immutabile. È un personaggio non solo per questo, ma perché contribuisce al dialogo tra gli altri caratteri, li lega, li unisce. Dopo un primo fatto tragico che segna uno spartiacque nella storia, infatti, Leo e Anne cominciano a non vedersi più. Quando lui c’è lei non c’è. Quando lui esce lei entra per abitare quell’appartamento, cogliere e lasciare segnali, sentire delle parti di lui.
Leo è un Luca Marinelli che, dopo tante trasformazioni e ruoli sopra le righe, vediamo finalmente al naturale. O, almeno, con le variazioni minime di cui il personaggio ha bisogno. I capelli lunghi e lisci che vivono di vita propria, la barba folta e curata, gli occhi azzurri profondi e liquidi, quel sorriso buono, empatico. Il corpo atletico e tonico, ma senza quell’esibizione eccessiva di muscoli che vediamo in tanti attori oggi. Luca Marinelli, con il suo fare affabile, ci trascina dentro la storia.
Dolce, ritrosa e riservata ed empatica è anche Alicia Wikander nel ruolo di Anne. Il volto da bambina, semplice, pulito. Il corpo adolescenziale, minuto, nervoso, la rendono perfetta nel ruolo di un medico che inizia a curare Leo, alleviandogli prima il dolore fisico e poi un malessere esistenziale. Finendo per trasformare la cura in amore o in qualcosa di simile. Tra loro c’è Ava, Susan Sarandon. Non il terzo incomodo di un triangolo, ma piuttosto un ulteriore collante, un altro mezzo di comunicazione tra loro, la voce, una canzone per riunirli. Susan Sarandon, in una parola, è aura. È carisma, è i suoi occhi profondi, i suoi tratti inconfondibili. È una voce bassa, profonda. Che nei numeri musicali dà i brividi.
Perché Leo e Anne si avvicinano e si allontanano continuamente? È la parabola del porcospino. Quando è inverno, i porcospini si avvicinano sempre di più per stare al caldo. Ma, in questo modo, più si avvicinano più finiscono per ferirsi l’un l’altro. È così anche per Leo e Anne. Ma non è forse così per tutti? Così il loro rapporto è un continuo adattamento, un continuo chiedersi “sono troppo vicino? E adesso?”. Ma non è forse stato così per tutti noi in certi momenti della nostra vita?
Andrea Pallaoro riprende l’eredità di Bertolucci, e dei suoi tanti film girati tra 4 mura, e ne fa un film molto personale, lontano dallo stile del grande Maestro. Dove, nel cinema dell’autore di Ultimo tango a Parigi, tutto era passionale, intenso, qui è tutto raffreddato, tutto minimalista, intimista e giocato sulla sottrazione. The Echo Chamber (il titolo ha a che fare con la musica e quell’enorme stanza negli studi di registrazione usata per creare l’effetto dell’eco) è un film rarefatto, ipnotico, magnetico. In cui la passione è tenuta a freno, come del resto fanno i protagonisti, ma c’è. E in cui la musica, magnifica, è onnipresente e in primo piano. Ci ricorda che un appartamento, con i suoi oggetti, i suoi libri, i suoi strumenti, può lasciare un messaggio. Che una canzone, incisa appositamente, può essere una lettera d’amore. Call My Name. Chiama il mio nome.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Il fascino magnetico del total black (e i colpi di colore d’autore) sul red carpet di Venezia 83
Published
1 giorno agoon
8 Settembre 2026
Il Lido di Venezia si tinge di un’eleganza d’altri tempi, profonda, drammatica e assolutamente ipnotica. Si apre così la seconda settimana dell’83esima Mostra Internazionale d’arte Cinematografica, tra la solennità di una leggenda del cinema come Ellen Burstyn, pronta a ritirare il suo Leone d’oro alla carriera, e la freschezza delle nuove proiezioni in passerella.
Il sesto red carpet della laguna diventa il palcoscenico ideale per celebrare il potere del total black: un rifugio stilistico sicuro, simbolo indiscusso di sartorialità ed enigma che sul tappeto rosso non delude mai. Eppure, in questa parata di sobrietà, non sono mancati improvvisi e folgoranti bagliori di luce, pennellate di colore inaspettate e scelte di stile d’autore capaci di spezzare la monotonia con pura personalità.
Le Regine della notte: il seducente mistero del nero
A guidare la parata di fascino della serata è Irina Shayk, che trasforma la semplicità in pura teatralità contemporanea. La supermodella incanta i fotografi con un abito nero dalla costruzione sartoriale impeccabile. La silhouette è definita da una profonda scollatura sulla schiena, drappeggi fluidi e maniche asimmetriche. A fare davvero la differenza, però, è l’attitudine effortless. Il make-up è quasi impercettibile, mentre i gioielli rigidi aggiungono carattere. Ai piedi arriva, infine, la sorpresa più cool: i camperos in maglia firmati Camper x Issey Miyake. Un contrasto inaspettato che rende il look ancora più contemporaneo. Non tutti quelli che fanno la differenza indossano una tuta da allenatore.
Il trionfo del classico: Valeria Bruni Tedeschi, Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano
Valeria Bruni Tedeschi illumina il red carpet con un lungo tubino nero ricoperto da una pioggia di paillettes ton sur ton. A completare il look, un maxi collier con pietre rosa crea un raffinato punto luce. Al suo fianco, Jasmine Trinca punta invece su una raffinatezza misurata e senza tempo. Onde morbide e orecchini pendenti di brillanti completano un’immagine elegante e sofisticata.
Romana Maggiora Vergano sceglie, invece, l’alta moda d’altri tempi. L’attrice indossa una creazione Chanel Couture da sera, resa ancora più intensa dal rossetto rosso fuoco e dai gioielli preziosi.
Il dandy e il concettuale: l’universo maschile
Anche l’eleganza maschile risponde a colpi di sartorialità e dettagli ricchi di significato. Adriano Giannini ruba la scena con una classe innata. Il suo completo blu notte è completato da gemelli e papillon, in un’immagine che richiama inevitabilmente l’allure del padre Giancarlo. Più concettuale è invece il look del regista Paolo Strippoli. Sul suo outfit scuro spicca una spirale stampata sulla cravatta, un dettaglio dal forte valore simbolico e narrativo, legato al suo film The Spiral.
Infine, Riccardo Scamarcio gioca la carta della bellezza distratta. La camicia leggermente aperta completa un look disinvolto e sensuale, perfettamente coerente con il suo ruolo di “bello e impossibile”.
I colpi di scena: la rivoluzione dei toni chiari e delle sfumature pop
Non mancano, tuttavia, le star pronte a spezzare l’egemonia del nero con autentici colpi di luce. Greta Scarano, madrina del Festival, abbandona le tinte scure dei giorni precedenti e sceglie un completo color bianco panna. Il look è composto da pantaloni palazzo e giacca doppiopetto.
A illuminarlo ulteriormente sono una preziosa parure di smeraldi e uno chignon basso dall’effetto scultoreo. Il risultato è sofisticato, luminoso e decisamente scenografico. Pamela Anderson prosegue invece la sua celebre rivoluzione no make-up. Per l’occasione sceglie la delicatezza del glicine in un total look Carolina Herrera. Dettagli tartarugati e un’inedita pochette a ventaglio completano l’ensemble, confermandone l’attitudine elegante ma mai prevedibile.
Maggie Gyllenhaal e il gioco dei volumi
Sullo sfondo, ma non certo per importanza, Maggie Gyllenhaal impartisce l’ennesima lezione di stile all’insegna dell’effortless chic. Radiosa e perfettamente padrona del suo ruolo di Presidente di Giuria, l’attrice e regista dimostra ancora una volta come bilanciare le proporzioni con maestria. Pur prediligendo una palette dai toni cupi, la Gyllenhaal illumina il red carpet indossando un seducente top burgundy, reso vibrante da un gioco architettonico di ruches e volant che dona dinamismo e romanticismo dark alla silhouette.
A contrastare questo volume scultoreo, un paio di rigorosi pantaloni neri svasati che slanciano la figura, fondendo formalità e un tocco squisitamente anni Settanta. A completare il quadro, gioielli in argento dai bagliori freddi e un paio di occhiali da sole da diva firmati Christian Dior, perfetti per aggiungere quel guizzo di mistero intellettuale che tanto la contraddistingue. Il risultato è un ensemble sofisticato, rilassato e profondamente contemporaneo.
Il caftano solare di Ellen Burstyn
Ma la vera regina della serata, capace di eclissare ogni moda passeggera, è la novantatreenne Ellen Burstyn. Per ritirare il suo Leone d’Oro alla Carriera, la divina attrice Premio Oscar sceglie un ensemble vitaminico giallo e arancione composto da un lungo caftano e un soprabito tempestato di strass. Un’esplosione di gioia, personalità e carisma che ricorda a tutti la regola aurea del glamour: lo stile più bello è quello che celebra la propria storia con il sorriso.
di Cristina Siciliano per DailyMood.it
Credit copertina: RED_CARPET_-_L_ESTRANEA__THE_SPIRAL__-_Actress_Jasmine_Trinca__Ph._Aleksander_Kalka_-_Courtesy_Archivio_Storico_La_Biennale_di_Venezia
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Venezia 83: Oasis, Robert Pattinson e… Nanni Moretti. È l’ora dei divi
Published
2 giorni agoon
7 Settembre 2026
Sabato 5 settembre a Venezia è stata la giornata delle star. Rockstar planetarie, come Noel e Liam Gallagher, gli Oasis. Robert Pattinson, divo amatissimo dai tempi di Twilight, e ormai lanciato verso percorsi autoriali lontanissimi dal vampiro Edward Cullen. E poi Nanni Moretti, la star dei registi di casa nostra, tornato a Venezia in concorso dopo 37 anni, quando, con Sogni d’oro, aveva vinto il Leone d’Argento, Otto anni dopo aveva presentato Palombella Rossa alla Settimana della Critica. E poi per lui c’è stato solo Cannes. Ora è il momento di tornare a casa.
Iniziamo da lui, da Robert Pattinson, divo, o ex divo, del nostro cinema di oggi, visto che sta privilegiando ruoli sempre più scomodi e sfaccettati. Pattinson è stato perfetto al Lido, in entrambe le vesti: quelle di protagonista sul red carpet, in un look total white di Dior, un abito gessato bianco con giacca a doppiopetto e una cravatta regimental bordeaux con righe bianche e azzurre. Di Dior anche gli occhiali. Perfetta, accanto a lui, anche la compagna Suki Waterhouse, attrice e musicista, in un abito di pizzo verde salvia di Saint Laurent. Pattinson non ha deluso neanche nell’altra veste, quella di protagonista del film Primetime di Lance Oppenheim, prima opera di finzione di un documentarista, la storia di un conduttore senza scrupoli di un reality show della NBC, To Catch A Predator, che provava ad attirare pedofili e smascherarli in diretta. C’è chi, vedendo il film, ha detto di aver provato un sincero fastidio per il personaggio e per la storia. E questo vuol dire che Robert Pattinson ha fatto un grande lavoro. Sì, perché è proprio questo che è stato Chris Hansen. E non è che l’ultimo della galleria dei personaggi ambigui che Pattinson sta portando sullo schermo. Abbiamo ancora negli occhi il viscido e disturbante Antinoo dell’Odissea di Nolan. E proprio l’attore, a Venezia, ha confessato la vicinanza tra i due personaggi. “C’è stato poco stacco tra i due film. Ogni tanto vedevo Antinoo e ci ritrovavo qualcosa di Hansen”.
Divi e antidivi per antonomasia, rockstar con oltre 30 anni di carriera alle spalle, sono Liam e Noel Gallagher, fratelli coltelli, amici e nemici e poi di nuovo amici, artefici della storia di una delle band più di successo degli anni Novanta, poi sciolta e ricomposta nella famosa reunion con relativo tour mondiale. Oasis: Don’t Look Back In Anger è il film che racconta questa storia e che ha portato i fratelli Gallagher – loro in look total black, sneakers a parte – sul red carpet di Venezia. Il racconto della reunion inizia con le prove, dove i due fratelli arrivano con mood completamente diversi: Noel arriva subito giovale e saluta tutti, Liam arriva dopo due giorni scorbutico e nervoso. Qualcosa però cambia. Perché inizia a scorrere la musica ed è questa grande musica che, in questi anni, ha unito i fratelli. E, possiamo dirlo, ha unito anche noi che li abbiamo ascoltati a lungo. E poi il giorno del debutto sul palco, con Liam che prende la mano del fratello maggiore, davanti a tutti. Il racconto di questi due fratelli si intreccia con quello dei fan della band, con le storie private dei Gallagher e dei loro figli. È la loro storia. Ma è anche la nostra.
La star di casa nostra, invece, è lui. Nanni Moretti ha presentato, in concorso, il suo nuovo film, Succederà questa notte, ed è stato un grande successo. Il precedente film tratto da un libro di Eshkol Nevo, Tre piani, presentato qualche anno fa a Cannes, non era sembrato poi molto riuscito. Tratto dallo stesso autore, Succederà questa notte è un film che parla di amore, di attrazione, della nascita e del suo percorso negli anni. La storia, infatti, si snoda lungo tre città e lungo un arco temporale di diciassette anni. È un film meno intellettuale, e più emotivo, di quelli a cui siamo abituati. Nel cast ci sono Louis Garrell e Jasmine Trinca, gli alter ego del regista, e Laura Morante. Per Moretti, oggi, l’amore è “o tutto o niente”: è la storia dell’attrazione tra Matteo, libraio, e Greta, attrice. Si conoscono su un campo di tennis, si legano ad altri, coinvolgono altre persone nelle loro vite e nel loro amore. Dieci minuti di applausi, così si dice, applausi anche all’apparizione in sala stampa. “Anni fa avevo coniato una frase un po’ scema, ‘vorrei fare sempre lo stesso film, possibilmente sempre più bello’. Ecco, con il passare del tempo mi sono detto che non voglio fare sempre lo stesso film”. E, finalmente, Nanni Moretti ha fatto un film davvero diverso dal solito. C’è sempre la passione, l’alto livello della recitazione, i balletti. E le canzoni. Ascoltiamo Bruce Springsteen con Hungry Hearts e Because The Night (riprese durante un suo concerto a San Sebastian) e She’s Like The Rainbow dei Rolling Stones. Per citare una sua celebre frase: continuiamo così, facciamoci del bene. E dei bei film.
Tra i film italiani ha diviso il pubblico, che ha risposto con applausi e fischi, La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, un passato da ottimo attore (era il protagonista di Ovosodo) e un presente da regista. La città dei vivi è tratto dal romanzo di Nicola Lagioia sull’omicidio di Luca Varani. Se il romanzo si concentrava sulla gratuità dell’omicidio e sulle polemiche successive, il film cambia prospettiva. Cerca di evitare la pornografia del dolore, il sensazionalismo, per raccontare quello che i media non avevano raccontato, cioè la vita della vittima prima del suo omicidio. Il regista lo chiama “un romanzo di formazione interrotto”, che però non vuole trovare le ragioni di quell’interruzione. Il protagonista è il giovane Emanuele Maria Di Stefano, e nel cast brilla, nel ruolo del padre, Valerio Mastandrea. Balcanica è l’opera prima di Nicola Sorcinelli, presentata alle Giornate degli Autori. Parla di un viaggio lungo la rotta balcanica – quel percorso dei migranti che non passa per il mare e non è mai visto – di un padre e un figlio che arrivano dall’Afghanistan quando la musica viene vietata. È un film importante per far sapere quello che accade e che troppo poco spesso ci viene raccontato. Ieri, a Venezia, è stato presentato in concorso anche The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, di cui vi parleremo domani.
La giornata di ieri, al Lido, è stata anche quella dell’unica regista donna in concorso (in realtà si è aggiunta anche Rachel Szork, coautrice del film NAZA, che verrà presentato i prossimi giorni). È May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, che ha presentato Kvinde Ukedt (Woman Unknown). È la storia di un matrimonio minacciato da un’ombra nel passato. È un’opera importante dal punto di vista sociale e storico. Marie sta per sposare il ricco vedovo Christian, di cui è stata la tata della figlia. Ma siamo nel 1945, alla fine della guerra. E la donna porta con sé un segreto scomodo. Woman Unknown è un film che parla del disprezzo per il corpo delle donne, di indipendenza femminile, di differenza di classe, delle ferite che si portano dietro la guerra e i totalitarismi. È un film di cui si parla già di Leone d’Oro, o, almeno, di un posto nel palmares.
E al Leone d’Oro si candida anche un film in arrivo dall’Oriente, dalla fertile Corea. È Possible Love di Lee Chang-dong, uno dei più grandi autori coreani, Leone d’Argento a Venezia nel 2002 con Oasis, ispirato a uno dei capitoli del decalogo di Kieslowski. È la storia di un documentario che una donna ricca e borghese intende fare su un operaio che è stato licenziato. A farsi intervistare è la moglie, affascinata da quella differenza di classe che crede possa sparire, mentre il marito si trincera dietro un risentimento che non sembra poter sparire. È una storia commovente, che ha delle basi vere, uno sciopero represso con la violenza. L’autore coreano ci fa vedere questa storia da un altro punto di vista: l’amore che riesce a sconfiggere il potere. Segnate questo film. Perché ne sentiremo parlare a lungo.
Ci sono altri bei film che sono passati al Lido in questi giorni. 15/18 di Cedric Kahn è un viaggio dentro un ospedale psichiatrico per adolescenti (il titolo indica proprio l’età dei pazienti che si trovano lì). Seguiamo una serie di ragazzi e ragazze e le loro patologie, l tensioni, le crisi e le speranze. E i medici e infermieri che cercano di fare del loro meglio per aiutarli. Cedric Khan, che interpreta anche un ruolo, quello di uno dei medici, racconta questa comunità con empatia, provando a entrare nel mondo e nell’anima di questi ragazzi. Non vuole dare lezioni, né giudizi. Ma provando a cogliere la voglia di vita di questi giovani.
Nelson-san, anata wa hito o koroshimashita ka, che vuol dire “Ha mai ucciso qualcuno, signor Nelson?”) di Shin’ya Tsukamoto è tratto dal libro autobiografico di Allan Nelson sul trauma per la guerra in Vietnam e il suo superamento. L’educazione a uccidere che si ha diventando un marine, i massacri che avvengono in ogni guerra, e il conseguente disagio provato al rientro dal Vietnam. Uno psichiatra, interpretato dall’empatico Geoffrey Rush, riesce a salvarlo. La morte, il sangue, le ferite appaiono negli incubi di Nelson, ed è una cosa per stomaci forti. Ma l’orrore della guerra è questo. Ed è giusto raccontarlo perché di guerre non ce ne siano più.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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