Cine Mood
Oscar: È l’anno di Una battaglia dopo l’altra. Il film di Paul Thomas Anderson vince 6 premi
È Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson il dominatore di questa notte degli Oscar, con 6 statuette: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Non Protagonista, a Sean Penn, Migliore Sceneggiatura Non Originale, Miglior Montaggio e Miglior Casting. Ma è una grande serata anche per Sinners, che con 16 candidature aveva stabilito il record assoluto. Per il film di Ryan Coogler ci sono 4 Oscar: Miglior Attore Protagonista a Michael B. Jordan, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Colonna Sonora e Miglior Scenografia. Il grande sconfitto è Marty Supreme, che è arrivato al galà con 13 nomination ed è tornato a casa senza neanche una statuetta, nemmeno quella attesa a Timothée Chalamet. Che la sua sfortunata uscita contro l’opera e il balletto abbia pesato? Non possiamo saperlo. Il fatto è che ai Golden Globes i film sono divisi in due categorie e quindi i premi principali sono doppi. Agli Oscar, invece, vince soltanto uno. E poi che la mobilitazione che si crea attorno ai film più lanciati trascina in alto alcune candidature, per cui è probabile che Michael B. Jordan, Miglior Attore Protagonista, abbia goduto dell’onda lunga di Sinners. Che si parli di questo film o di Una battaglia dopo l’altra parliamo in ogni caso di un verdetto che ha unito cinema e politica. Il premio a Paul Thomas Anderson ci sta: il suo è un ottimo film, anche se non certo il suo migliore, che ha grandi attori e momenti di grande cinema. Ma che è anche poco equilibrato nel dosare i momenti della narrazione e nell’amalgamare i diversi toni del racconto. È un film poco emotivo. A questo livello, probabilmente i film più coinvolgenti erano Hamnet di Chloé Zhao, che è valso comunque il meritatissimo Oscar come Miglior Attrice Protagonista a Jessie Buckley, e Sentimental Value che ha vinto l’Oscar per il Miglior Film Straniero. Per Frankenstein di Guillermo del Toro ci sono i premi nelle categorie tecniche: Scenografia, Costumi, Trucco e acconciature. Una battaglia dopo l’altra vince anche perché è un film anti-trumpiano, è un film che racconta la brutalità e la cattiveria che stiamo vivendo in questa era, la mancanza di umanità, il baratro in cui siamo precipitati. Ma anche Sinners di Ryan Coogler, regista “black”, e quindi con un grande seguito, va in questa direzione.
Michael B. Jordan è il Miglior Attore, Jessie Buckley la Migliore Attrice
Il successo di Sinners, di fatto il secondo dominatore dell’annata degli Oscar ha portato al successo quindi anche Michael B. Jordan, Miglior Attore Protagonista che nel film recita in due ruoli. Ha vinto superando Leonardo DiCaprio e Timothée Chalamet, i protagonisti di Una battaglia dopo l’altra e Marty Supreme, e anche Ethan Hawke, candidato per Blue Moon. A far male è soprattutto la sconfitta di DiCaprio, secondo noi il migliore del lotto, che per il film di P.T. Anderson ha disegnato un personaggio tragicomico, un antieroe grottesco ma sentimentale e appassionato. È davvero complicato il suo rapporto con gli Oscar: nominato più volte e dimenticato quasi sempre, se non per la sua interpretazione forse meno memorabile, quella per The Revenant, finora il suo unico Oscar a dispetto di tante grandi interpretazioni. Niente da dire per Jessie Buckley, anzi, forse è un peccato che quello per la Miglior Attrice Protagonista sia l’unico Oscar vinto da Hamnet: la sua scontrosa grazia, la sua sensualità libera e il suo dolore trasmesso in modo così potente da uscire dallo schermo, la sua interpretazione viscerale ed emotiva sono cose che resteranno a lungo.
Attori Non Protagonisti: Sean Penn e Amy Madigan
Siamo soddisfatti a metà per quanto riguarda l’Oscar per il Miglior Attore Non Protagonista e per la Miglior Attrice Non Protagonista. L’attore è Sean Penn (non presente stanotte alla cerimonia) per Una battaglia dopo l’altra, artista che ovviamente non si discute e che in questo film ci regala un personaggio detestabile. Ma avremmo premiato, per lo stesso film, Benicio Del Toro, che attraversa la storia con una serenità zen, un personaggio unico, probabilmente il migliore del film. Non siamo d’accordo per quanto riguarda il premio alla Miglior Attrice Non Protagonista: Amy Madigan per Weapons. L’attrice fornisce sì una prestazione da ricordare, ma sopra le righe e molto aiutata dal pesante trucco e dell’atmosfera del film. Avremmo preferito Elle Fanning e Inga Ibsdotter Lilleaas, sensibili, emotive, delicate, per Sentimental Value. E anche Teyana Taylor per Una battaglia dopo l’altra, in cui è in scena solo nella prima parte, in cui ha però un impatto notevole.
Sentimental Value è il miglior film straniero
Sentimental Value è il miglior film straniero. È un film che parla affetti, una storia in cui tutto trova un senso grazie alla forza e alla magia del cinema. I votanti dell’Academy, in questo caso, hanno voluto premiare il film ma anche il cinema stesso. È stato un anno in cui, comunque, qualsiasi film avesse vinto non avrebbe rubato nulla. I candidati erano tutti di livello altissimO. Un semplice incidente, dell’iraniano Jafar Panahi, che era il candidato francese, Sirat, il film spagnolo, The Voice Of Hind Rajab, produzione della Tunisia sulla vicenda palestinese e L’agente segreto, il film brasiliano che aveva vinto ai Golden Globes.
KPop Demon Hunters: Miglior Film D’Animazione e Miglior Canzone
KPop Demon Hunters ha vinto il Miglior Film D’Animazione e la Miglior Canzone, Golden. Ha sconfitto la Disney, che era presente con due film, Zootropolis 2 ed Elio, una produzione Pixar. Ma nessuno di questi era il film più bello. Il nostro preferito era La piccola Amelie, una produzione belga e giapponese. Ma non c’è la fatta a ripetere il miracolo di Flow, il film lettone che lo scorso anno sbaragliò la potente concorrenza.
Gli abiti
Che cosa resterà allora, oltre ai premi, di questa edizione degli Oscar 2026? Gli abiti. Jessie Buckley oltre che come Miglior Attrice ha vinto anche per essere stata tra le più eleganti, in uno splendido abito bicolore creato su misura di Chanel, un abito con una lunga e morbida gonna rosa e un top rosso rossetto che lasciava scoperte le spalle. Ha colpito, ma nel senso che ha diviso, Renate Reinsve, candidata come Miglior Attrice Protagonista per Sentimental Value e vestita da Vuitton. Abito di un rosso vivissimo, a fasciare il seno lasciando le spalle scoperte e lungo fino a formare uno strascico, ma con uno spacco altissimo, fin troppo, da un lato, a scoprire completamente una gamba. Nicole Kidman era vestita da Chanel, in rosa, e Demi Moore da Gucci, con un abito nero e verde, con una stoffa che rendeva l’effetto di una serie di piume. Chanel ha vestito anche Teyana Taylor, Dior ha curato gli abiti di Rose Byrne, di Mikey Madison e della costumista Miyako Bellizzi. Kate Hudson era vestita Giorgio Armani Privé e Zoe Saldaña da Saint Laurent.
Ecco l’elenco completo dei vincitori
Miglior Film
Una battaglia dopo l’altra
Miglior Regia
Paul Thomas Anderson – Una battaglia dopo l’altra
Miglior Attore Protagonista
Michael B. Jordan – I peccatori
Miglior Attrice Protagonista
Jessie Buckley – Hamnet
Miglior Attore Non Protagonista
Sean Penn – Una battaglia dopo l’altra
Miglior Attrice Non Protagonista
Amy Madigan – Weapons
Miglior Sceneggiatura Originale
I peccatori
Miglior Sceneggiatura Non Originale
Una battaglia dopo l’altra
Miglior Film Internazionale
Sentimental Value
Miglior Film d’Animazione
KPop Demon Hunters
Miglior Colonna Sonora
I peccatori
Miglior Canzone Originale
“Golden” – KPop Demon Hunters
Miglior Montaggio
Una battaglia dopo l’altra
Miglior Fotografia
I peccatori
Miglior Scenografia
Frankenstein
Miglior Costumi
Frankenstein
Miglior Trucco e Acconciatura
Frankenstein
Miglior Sonoro
F1 – Il film
Migliori Effetti Visivi
Avatar: Fuoco e Cenere
Miglior Casting
Una battaglia dopo l’altra
Miglior Documentario
Mr. Nobody Against Putin
Miglior Cortometraggio d’Animazione
The Girl Who Cried Pearls
Miglior Cortometraggio (ex aequo)
The Singers
Two People Exchanging Saliva
Miglior Cortometraggio Documentario
All the Empty Rooms
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Klara e il sole: Jenna Ortega e quell’adolescenza disconnessa
Published
2 giorni agoon
22 Ottobre 2026
Klara guarda il sole ogni mattina. Klara parla con il sole. È lui che le dà la vita, l’energia, che la fa muovere. E, secondo Klara, il sole, se glielo chiedi, è anche capace di esaudire i desideri. Klara e il sole (Klara And The Sun) è il nuovo film di Taika Waititi, tratto dal romanzo omonimo del grande Kazuo Ishiguro. Presentato alla Festa del Cinema di Roma, arriva al cinema dal 22 ottobre. Klara è un AA, o AF in lingua originale, un Amico Artificiale (Artficial Friend). È un robot che è stato creato appositamente per diventare un amico per gli adolescenti, che in un futuro prossimo venturo sono soli e disconnessi. Sì, nel mondo in cui cii troviamo non esiste internet. Era bellissimo, quando c’era. Ma noi lo abbiamo usato male, abbiamo fatto scoppiare la Terza Guerra Mondiale e così ce lo hanno tolto. Ce lo spiega la store manager del negozio che vende gli Amici Artificiali, un grande magazzino molto poco hi-tech, che vende anche dei modelli superati. Li mette in saldo, li mette in vetrina perché qualcuno li scelga. Tra loro c’è Klara. Una mattina, una ragazza, Josie (Mia Tharia), passa davanti alla vetrina e capisce che ha qualcosa di speciale. E la sceglie.
Inizia così questa bellissima storia, un doppio romanzo di formazione. Perché, stando vicine, sia Joyce che Klara crescono. Klara non è un robot connesso, non ha una memoria preesistente. Lei, e quelli come lei, sono come dei bambini: imparano man mano, vivendo e crescendo. Sono fatti per assecondare il loro amico reale, per cui non hanno una vera capacità di scegliere, di distinguere tra bene e male. Klara imparerà molto da Joyce. E anche Joyce che, scopriremo, ha grandi doti ma anche grandi problemi, avrà molto da imparare da Klara.
Un po’ manichini, un po’ Barbie a grandezza naturale, gli Amici Artificiali sono molto diversi dai robot che abbiamo visto finora al cinema. Non hanno la freddezza e il carattere, e neanche la forza e la pericolosità dei replicanti di Blade Runner, non hanno la perfezione e l’intelligenza degli automi di Westworld, la loro bellezza. Sono forse più vicini a David, il mecha di A.I. – Intelligenza Artificiale di Spielberg, più che altro per la loro funzione. Ma gli Amici Artificiali hanno coscienza del loro stato, del loro scopo. E anche del loro essere incompleti, imperfetti, limitati a un compito definito e preciso.
In comune con molte delle creature di cui abbiamo parlato hanno quell’umanità che finisce per essere realmente tale, in confronto agli umani, sempre meno umani presi da passioni, dolori, calcoli, ripicche, invidie. L’amore incondizionato, la fedeltà, la devozione di Klara a Joyce è qualcosa di davvero commovente. In un mondo individualista ed egoista come quello di oggi, vedere una persona dedicarsi totalmente all’altro è qualcosa di rivoluzionario, un atto potentissimo. Così come, in un mondo secolarizzato in cui la fede vacilla, è incredibile vedere qualcuno che crede ciecamente in qualcosa di trascendente e superiore. Klara parla con il sole, lo prega e crede che le sue preghiere possano avverarsi. È una metafora del nostro rapporto con Dio, quello che avevamo e forse non abbiamo più, presi come siamo dal mondo.
Jenna Ortega qui è bravissima ad uscire dai ruoli iconici per cui è diventata famosa, la Mercoledì Addams della serie a lei dedicata e la protagonista di Scream, e a disegnare un ritratto perfetto di Klara, Amica Artificiale. Gioca molto sul volto, dove le sue lentiggini rimangono al loro posto, ma gli occhi sono sempre spalancati, pieni allo stesso tempo di stupore e gratitudine. Ha un sorriso stampato sul volto, innaturale come deve esserlo quello di un essere che è artificiale, ma che man mano che la storia procede diventa sempre più naturale ed empatico. Gioca anche con il corpo, con movimenti a scatti, meccanici. Ed è bravissima a ricreare il ritratto di un essere artificiale, ma, a su modo, umano. Il film è tratto dalla penna di Kazuo Ishiguro, che aveva già trattato un tema simile nel bellissimo romanzo Non lasciarmi (anch’esso diventato un ottimo film), di cui questa storia è la naturale evoluzione. Stessi temi e stessa riflessione, ma legata a un’altra fascia d’età, l’adolescenza. Teen drama per taglio e personaggi, Klara e il sole è in realtà un film molto adulto. Parlando ai ragazzi, tocca temi come l’amicizia e la crescita, ma anche l’accettazione di sé, la malattia e la morte. È un film che possono, e devono vedere tutti.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Ragione e sentimento: le grandi storie non muoiono mai. Daisy Edgar-Jones e Ceara Coveney sono le prossime star
Published
4 giorni agoon
20 Ottobre 2026
Ormai lo avrete capito. Alcuni dei più grandi sceneggiatori del mondo del cinema arrivano da molto, molto lontano nel tempo. Uno di questi da migliaia di anni, e lo abbiamo visto questa estate: è Omero. Un altro sceneggiatore perfetto per decine e decine di film ha qualcosa come quattro secoli, ed è un certo William Shakespeare. E poi c’è un’autrice di duecento anni fa, una signora, Jane Austen. I suoi romanzi non finiscono mai di essere adattati. Ogni generazione ha il suo film. Per restare agli ultimi trent’anni, c’è stato l’adattamento di Ragione e sentimento del 1995 di Ang Lee con Emma Thompson e una giovane Kate Winslet. C’è stato Emma del 1996 con Gwyneth Paltrow e quello de 2020 con Anya Taylor Joy. C’è stato il famoso adattamento di Orgoglio e pregiudizio della BBC del 1995, con Colin Firth nei panni di Darcy, diventato ispirazione per Il diario di Bridget Jones. E c’è stato l’Orgoglio e pregiudizio del 2005, che aveva lanciato la stella di Keira Knightley nel firmamento delle star e Joe Wright come talento della regia. Ma sono solo alcuni esempi. Sembra che ogni adattamento da Jane Austen sia una sorta di battesimo, un rito d’iniziazione per lanciare una nuova stella. E qui c’è Daisy Edgar-Jones, la nuova attrice inglese in rampa di lancio, già vista nella serie Normal People e già chiamata da Hollywood per Twisters. Nel nuovo Ragione e sentimento, diretto da Georgia Oakley, al cinema dal 22 ottobre, recita nel ruolo di Elinore Dashwood, la sorella più grande, il ruolo che nel 1995 era stato di Emma Thompson. Ragione e sentimento (Sense and sensibility) arriva al cinema proprio nell’anno in cui un altro grande classico della letteratura al femminile è stato adattato per il grande schermo, quel Cime tempestose di Emily Bronte, riscritto completamente da Emerald Fennell. Ragione e sentimento non segue quell’esempio e rimane sulla tradizione. È un adattamento filologico e fedele. Anche se nelle interpretazioni si può ritrovare qualche novità.
Ragione e sentimento è la storia delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood che, insieme alla madre e alla sorella minore Margaret, si ritrovano improvvisamente in ristrettezze economiche dopo la morte del padre, la cui eredità passa interamente al fratellastro John a causa delle leggi dell’epoca. Sfrattate dalla loro casa di famiglia nel Sussex, la madre e le sorelle Dashwood si trasferiscono in un modesto cottage nel Devonshire. Qui, con vista su Londra, le due sorelle maggiori dovranno navigare tra le rigide convenzioni sociali e i dolori dei loro rispettivi e tormentati primi amori, incarnati dalle figure di Edward Ferrars, John Willoughby e del colonnello Brandon.
L’idea dell’amore e del matrimonio di Jane Austen era questa. Un’unione che nasce da un sentimento lasciato decantare e da una conoscenza profonda dei rispettivi interessi e compatibilità ha più ragione d’essere rispetto a un cosiddetto colpo di fulmine, a un amore basato solo sulla passione e sull’istinto. Le sue storie ci dicono sempre questo. Non sempre, anzi quasi mai, quello che a prima vista sembrava amore lo è davvero. Per questo i personaggi che si gettano a capofitto in una storia, di solito, ne escono con le ossa rotte. Anche se hanno la possibilità di rifarsi con un amore più “ragionato”.
E così le due visioni dell’amore di Jane Austen sono affidate a due personaggi vicini e allo stesso tempo lontani. Le due protagoniste sono due sorelle, ma sono profondamente diverse per temperamento. Elinor è guidata dalla prudenza e dal controllo delle emozioni: è lei “sense”, la ragione. Marianne dall’impulso e dalla passione romantica: è appunto “sensibility”, il sentimento. Per Marianne l’amore deve essere “senza freni, senza inibizioni”. Per Elinor è contegno, riflessione, attesa.
Le due eroine letterarie vivono in due volti attualissimi eppure perfetti per incarnare personaggi d’altri tempi. Daisy Edgar-Jones è credibile sia nei panni di una ragazza irlandese dei nostri giorni come nella bellissima serie Normal People che nel ruolo di una ragazza inglese dell’Ottocento. Il suo volto è bellissimo, ma è al tempo stesso semplice, neutro. È una tela su cui puoi dipingere qualsiasi quadro. Gli occhi bistrati di Normal People come il volto al naturale di Elinor. I profondi occhi neri sono gli stessi, così come il volto fiero, il mento con la fossetta e quel modo unico di muovere la bocca, piccola e perfetta. Ma se Daisy Edgar Jones è già una star, presto lo diventerà anche Ceara Coveney, che interpreta a sorella Marianne. Volto da bambina, carnagione chiara, tratti delicati e occhi blu ghiaccio, ma ribollenti di passione. Ne sentiremo ancora parlare. La sua Marianne è straordinaria.
Ragione e sentimento, allora, è un classico della letteratura trattato come si è soliti trattare un romanzo di questo tipo, senza il bisogno di riscriverlo, come ha voluto fare Emerald Fennel con Cime tempestose. Alla regia c’è anche qui una donna, Georgia Oakley, ma le sue scelte sono agli antipodi della regista di Promising Young Woman. La sua messa in scena è tradizionale, con l’uso più possibile di luci naturali. La regista punta sui corpi delle giovani donne, guardandoli da un punto di vista femminile, con pudore e mai con voyeurismo. Riprende le ragazze in simbiosi con la natura, in modo da far sentire il loro legame con la terra in cui sono cresciute. Si sente che le considera spiriti affini, si identifica in loro, non le guarda dall’alto e non le giudica, ma si mette invece in mezzo a loro, sul loro stesso piano. Giudica gli uomini, certo, ma non in chiave di scontro, quanto del normale gioco delle parti che erano le relazioni dell’epoca, influenzate dalle leggi e dal retaggio. Quanto alle attrici protagoniste, pur in una messinscena classica e rispettosa, chiede loro di tirare fuori di più sensazioni e sentimenti, chiede loro interpretazioni più viscerali di quelle che siamo abituati ad associare agli adattamenti da Jane Austen.
Ragione e sentimento è la prova che le grandi storie non muoiono mai. Che non ci si stanca mai di vederle. Ma c’è una cosa da dire su questa nuova versione di Ragione e sentimento. L’importanza di questo film sta nel vedere, oggi, un personaggio come Elinore Dashwood, un personaggio che non vuole causare l’infelicità di un’altra persona per raggiungere la propria felicità. Vedere oggi Elinore vuol dire vedere una vera eroina, che si staglia sul mondo di oggi che è tutto individualità ed egoismo. Se una storia come questa è così forte è anche merito di questo personaggio.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- 4258_D002_00611_R Bodhi Rae Breathnach stars as Margaret Dashwood, Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood and George MacKay as Edward Ferrars in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00497_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa
Published
3 settimane agoon
2 Ottobre 2026
È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per girare Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio. Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), è irriconoscibile, o quasi, per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. Digger è un film che non vi resterà dentro solo per l’interpretazione di Cruise. Non vi lascerà mai più, dopo la visione, perché è un’accusa, a tutti quanti, anche a noi che guardiamo, per tutto quello che riguarda l’ambiente e il cambiamento climatico.
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un miliardario americano a capo di un impero petrolifero. Un mattino gli arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa, creare uno tsunami e inondare la Gran Bretagna e la Norvegia. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.
È una storia che si svolge in America, che ritrae gli USA di oggi in modo caustico e spietato come solo chi non è americano forse oggi potrebbe fare. Da messicano, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA per la questione dei muri e dell’immigrazione, Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che viene a dire a noi “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo”. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto dei desideri di Trump.
Ma, attenzione, il j’accuse di Iñárritu non è rivolto solo all’America ma a tutti noi. Quando Digger parla davanti ai politici europei in realtà sta parlando a ogni singolo abitante del mondo. E ci mette davanti a una realtà inconfutabile e disarmante. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni. Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Sta parlando a noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server.
Come Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica, anche in Digger il tema dell’ambiente viene raccontato con toni non seri, ma solo apparentemente. Digger è satirico, grottesco, farsesco, ma durissimo. Continuiamo così, facciamoci del male, come diceva un famoso film. La crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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