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Love Lies Bleeding: amore e morte in un’America tossica. Con Kristen Stewart

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“Il corpo ottiene ciò a cui la mente crede”. “Il destino è una decisione”. “Solo i perdenti mollano”. Che cosa sono queste frasi? Sono delle scritte affisse in una sordida palestra in una cittadina del New Mexico, nel profondo interno degli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta, dove inizia Love Lies Bleeding di Rose Glass, con Kristen Stewart. Sono scritte motivazionali che allora potevi trovare in una palestra. Ma sembrano cogliere, in parte, quello che troveremo nel film. Una storia di perdenti, un destino che sembra segnato, o che forse si può riscrivere. Una riflessione sul corpo e una storia costruita accanto a corpi che cambiano, si incontrano e si scontrano, corpi che muoiono, scompaiono e ritornano. Presentato al Sundance Film Festival e poi Festival di Berlino, Love Lies Bleeding arriva ora in Italia, al cinema dal 12 settembre, distribuito da Lucky Red.

Lou (Kristen Stewart), una ragazza scontrosa e solitaria, trasandata e delusa dalla vita, gestisce la palestra del padre (Ed Harris) quando nella sua vita arriva Jackie (Katie O’Brien), un’ambiziosa culturista diretta a Las Vegas per inseguire il suo sogno. Le due si innamorano perdutamente, ma il loro amore le trascina in un vortice di violenza, facendole precipitare nella rete criminale della famiglia di Lou.

È un film di corpi, dicevamo, Love Lies Bleeding. Tutto ruota intorno ai due corpi opposti, e quindi destinati ad attrarsi, di Lou e Katie. Lou è Kristen Stewart, l’ex Bella di Twilight, l’ex fidanzatina d’America e modello di migliaia di adolescenti. La carriera di Kristen è una continua sfida. Qui è in scena con un’aria trasandata, i capelli unti acconciati in una sorta di mullet anni Ottanta, le occhiaie a cerchiare gli occhi nocciola su un viso pallido e smunto. Le mani sono sempre quelle di una bambina. E il suo corpo, celato da abiti maschili e oversize, è quello di un’adolescente, sottile e acerbo.

Jackie è l’esordiente Katie O’Brien, riccioli neri, mascella volitiva e occhi verdi allungati e taglienti. Il fisico tonico, possente, da culturista la fa sembrare una gigante, una wonder woman di periferia, la fa spiccare sulle donne e gli uomini mediocri di quella schifosa cittadina del New Mexico. I muscoli guizzanti, così tesi che ne sentiamo il suono, non le fanno perdere però femminilità e sex appeal. Jackie attraversa il film come oggetto del desiderio. Accanto a loro, Ed Harris, calvo e con i capelli lunghi da sembrare Zio Tibia, fornisce un’ulteriore variazione alla sua carriera da villain, Jena Malone è irriconoscibile nel ruolo della sorella di Lou, vittima di abusi, e Dave Franco il marito tossico. Ma attenzione anche ad Anna Baryshnikov, nel ruolo di Daisy. Che sembra un ruolo minore, ma…

Siamo negli anni Ottanta, per la precisione nel 1989, visto che sentiamo alla tv la notizia della caduta del muro di Berlino. Ma questo è il lato meno scintillante degli Eighties, è quello più marrone, o più grigio. Non siamo nel cuore degli avvenimenti, ma nella periferia. È qui che vivono gli emarginati, i reietti, quelli che, per la loro provenienza, cioè per la loro famiglia, sembrano avere il destino segnato, invischiati sempre più dentro, come se fossero nelle sabbie mobili: più cercano di uscire più ci precipitano. Love Lies Bleeding è una sorta di Thelma & Louise unito a Requiem For A Dream, ambientato nel mondo sordido di Tonya. Del film di Ridley Scott ha la forza dell’unione di due donne sole contro tutti. Del film di Aronofsky ha quel suono dei sogni che vanno in frantumi. Ma forse ha un po’ più di speranza.

Love Lies Bleeding è un film di corpi, di muscoli, di sudore di sangue. E anche di armi, di steroidi e di automobili. Un film di uomini tossici e di sostanza tossiche. E di un amore puro che rischia di avvelenarsi in tutto questo. Duro, coraggioso, con scene di sesso e di violenza, è una storia d’amore destinata a virare nel nero del crime, del thriller e del noir. Quelle scene più visionarie e immaginifiche, che arrivano alla fine del film, piuttosto bruscamente, senza cioè che il terreno sia stato preparato, dimostrano che Rose Glass non è una regista banale ed è in grado di spiazzare e volare con l’immaginazione. Stridono però un po’ con il tono più realistico del film, che aveva saputo creare un’atmosfera tesa e disperata e a tirarci dentro la storia, e in qualche modo spezza l’incantesimo della nostra empatia con i personaggi. tutto questo però non toglie a Love Lies Bleeding quel suo essere un film intenso e potente. “Il destino è una decisione”. E le nostre due eroine proveranno a cambiarlo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Elsinore: Dal fantasma di Amleto al fantasma dell’AIDS. Un inno alla vita e al teatro. Andrew Scott è da Oscar

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“Frènati, mio cuore; e voi, muscoli del mio corpo, non invecchiate subitamente e reggete le mie forze!”. È un passo dell’Amleto di Shakespeare. Il fantasma ha appena rivelato ad Amleto la verità sul suo assassinio per mano dello zio Claudio, chiedendogli di vendicarlo ma di non serbare rancore contro la madre Gertrude. Sì l’Amleto è la storia di un fantasma. Elsinore è anche quella di un altro fantasma. È l’AIDS, la malattia comparsa misteriosamente e improvvisamente negli anni Ottanta, quando iniziò a mietere migliaia di vittime, causando non solo morte, ma anche stigma e discriminazione. L’incubo dell’AIDS e l’arte immortale di Shakespeare si fondono in Elsinore di Simon Stone, un film meraviglioso che, dopo aver conquistato l’International People’s Choice Award al Toronto International Film Festival ed essere stato il film d’apertura del BFI London Film Festival, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. È prodotto da Andrea Occhipinti per Lucky Red che lo porterà al cinema in Italia dal 28 gennaio. Quando vedrete il film capirete che quelle parole, lette alla luce della malattia, acquistano un significato completamente nuovo.

Elsinore è la stoia vera di Ian Charleson, attore inglese che ha recitato in un film da Oscar, Momenti di gloria, ma che, come dice lui, “tutti ricordano solo per la colonna sonora”. Siamo nel 1989. L’Amleto è in scena al National Theatre di Londra, e Daniel Day-Lewis, l’attore che interpreta il protagonista, abbandona uno spettacolo a metà di una replica. L’Amleto, per lui, finisce lì. E il regista sceglie Ian per quel ruolo. Il National Theatre è qualcosa di grande. 1100 posti. 2200 pupille che ti scrutano. Ian, proprio in quei giorni, scopre di avere l’AIDS. E, pur nella sua condizione, inizia una coraggiosa battaglia personale. Sostenuto dalla famiglia e dagli amici più cari, trasforma la sua più grande sfida nel suo più grande trionfo.

L’AIDS in quegli anni è un fantasma, un incubo, dal primo momento in cui sul corpo cominciano ad apparire e diffondersi quelle macchie violacee, che chi ha visto film come Philadelphia e affini ricorda bene. Da quel momento si capisce che si hanno aspettative di vita molto brevi. Qualche mese, forse qualche anno. Ian vuole vivere. Ma non vuole farlo invano. Vuole vivere una vita che abbia un senso. Il senso del film è tutto nello scambio di battute con Margaret Johnson, la dottoressa che lo cura. “Per me è importante preservare la vita” dice lei, che si dedica a quello. “Per me la vita è la sua glorificazione. La gioia”. La vita per Ian deve avere un senso. Elsinore è la celebrazione dell’arte e del suo potere trasformativo.

“Better to die as Hamlet rather than AIDS”. “È meglio morire da Amleto che di AIDS”. È una delle frasi più belle che sentiamo nel film.  È qui che sentiamo l’importanza dell’arte. Ma c’è anche il senso di come l’Amleto parli di morte in maniera superba. “Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’oltraggiosa fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne”. I versi dell’Amleto di William Shakespere non sono solo immortali, sono anche universali. Sono così forti che riescono ad adattarsi ogni volta a una nuova situazione, ad acquisire un significato diverso a seconda del momento che vogliono raccontare. Avevamo sentito i versi dell’Amleto pochi mesi fa, in Hamnet, ed erano stati così significativi per cogliere il dolore della morte di un figlio. E qui miracolosamente aderiscono perfettamente a quello che è il dolore, nel corpo e nell’anima, di un uomo malato di AIDS.

Ian è interpretato da Andrew Scott, sensibilissimo attore che avevamo ammirato in Estranei. E che ha ufficialmente iniziato la sua corsa verso gli Oscar, a cui il film si candida non solo nella categoria per il miglior attore protagonista. Andrew Scott è il protagonista assoluto di questa storia. Se ci pensiamo, la sua è un’interpretazione tripla, un livello di recitazione che ne contiene un altro e ancora un altro. Il primo è Ian nella sua vita a Londra, tra amici e colleghi. Dentro c’è l’interpretazione dell’attore teatrale che porta in scena l’Amleto, ed è incredibile. Più a fondo, ancora, c’è lo Ian malato, una persona che soffre fisicamente dolori inenarrabili. Sono tre registri diversi in uno. E la prova attoriale di Scott, attore dal sorriso gentile e discreto, dagli occhi cerulei che trasudano umanità, è di quelle destinate a restare.

Un attore, sul palcoscenico, interagisce con altri attori. Spesso il dialogo è con uno di loro, un coprotagonista, un antagonista. Qui il confronto più importante è soprattutto fuori, e la controparte è la dottoressa Margaret Johnson, interpretata da un altro mostro di bravura, Olivia Colman, l’indimenticabile regina Elisabetta II delle stagioni 3 e 4 di The Crown. Il loro è un confronto deciso e umano. Lei è una donna di scienza, è razionale, decisa, fredda ma empatica. Deve fare il suo lavoro, curare, salvare vite. Ian è deciso a portare avanti la sua arte, a vivere il momento più alto della sua carriera.

Elsinore è anche un viaggio nelle strade di Soho, tra le mura del National Theatre, nella scena artistica della Londra degli anni Ottanta, del citato Danie Day-Lewis e del regista estremo Derek Jarman. È proprio con lui che Ian ha un dibattito acceso e intenso. Jarman, artista orgogliosamente gay e militante, lo accusa di essere entrato nel sistema del cinema e, soprattutto, di non aver dichiarato la sua omosessualità, rinnegando l’unico ruolo gay, regalatogli proprio da Jarman. Ancora una volta Ian mette l’arte davanti a tutto. Voleva fare cinema, voleva arrivare in vetta. E, se si fosse dichiarato, non glielo avrebbero fatto fare: sappiamo come è andata con altri attori. Ma, soprattutto, ogni volta il pubblico avrebbe dovuto vedere il suo personaggio e non lui, altrimenti sarebbe stata una sconfitta. Anche questo vuol dire essere un grande attore. Ian Charleson lo è stato. Ed è un grandissimo attore anche Andrew Scott.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Debut – La grande occasione: Questo è il teatro. Ce lo mostrano Julianne Moore e Paul Giamatti

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“A nessuno interessa della storia. Tutti vogliono solo vederti provare qualcosa. Questo è il teatro”. È Jerry, burbero e vulcanico regista teatrale che ha il volto di Paul Giamatti, a dire queste parole, nel momento in cui spiega alla timida Mona, dilettante allo sbaraglio che ha i capelli rossi e le lentiggini di Juliane Moore, che cosa vuol dire essere su un palcoscenico.  È The Debut – La grande occasione, la terza regia del due volte candidato all’Oscar Jesse Eisenberg, presentato alla Festa del Cinema di Roma e nelle sale italiane dall’1 gennaio 2027 distribuito da I Wonder Pictures. È forse il film più bello visto alla Festa insieme a Elsinore. Entrambi parlano di teatro. Qualcosa vorrà dire.

La vita ordinaria di Mona Friedman, donna timida e riservata, cambia per sempre quando viene scelta per far parte di una compagnia teatrale amatoriale. Incalzata da un regista determinato a fare emergere il suo talento, Mona si trasforma in un’attrice tenace e appassionata, pronta a tutto pur di difendere il proprio ruolo e la propria visione artistica. Un percorso che la porterà a riprendere finalmente in mano la propria vita.

The Debut è un film delizioso, leggiadro, divertente, entusiasmante. È un film che trasuda amore per il teatro: per il palcoscenico, ma anche per la platea, i camerini, le sale prova, il foyer. È un film di scrittura, di regia, di ritmo, ma soprattutto di attori. Su tutti spicca Julianne Moore, con il suo inconfondibile sorriso che per gran parte del film tradisce imbarazzo, quello di una donna che per tutta la vita si è sentita non all’altezza e lo è ancora di più su un palco, in un momento della sua esistenza in cui quel piccolo ruolo vuol dire tutto. Quel sorriso timido, nervoso e un po’ forzato, gli occhi lucidi e stupiti di chi crede di trovarsi in una sorta d’incanto sono quelli della donna che sale sul palco all’inizio. Cambierà. Troverà dentro di sé le motivazioni, la rabbia, quel rimosso e quel sommerso che la faranno diventare un’altra. E dopo essere riuscita ad essere un’altra donna sul palco, c’è da scommettere che diventerà un’altra donna anche nella vita.

Julianne Moore qui offre una prova di bravura clamorosa. Perché, da grande attrice, entra prima nel personaggio di Mona, fingendo quindi di non saper recitare né cantare, di essere impacciata e ritrosa. E, dopo essere diventata quella donna timida, entra in un nuovo personaggio, che è il ruolo che Mona impersona nello spettacolo, la portiera e tuttofare del condominio, grintosa e risoluta. Una doppia prova di bravura, un continuo uscire ed entrare da questi personaggi. Un percorso da attrice di razza a dilettante a principiante che però ce la fa. Credo che si capisca quanto questo non sia affatto facile.

Il contraltare di Julianne Moore, alias Mona, è il grande Paul Giamatti nel ruolo di Jerry, il regista teatrale di quello che è un piccolo spettacolo ma che per lui è il più grande del mondo, tanto è l’impegno che mette. Non importa che sia un piccolo teatro di una piccola città e non Broadway, per lui è come se lo fosse. È intenzionato a tirare fuori tutto, ma proprio tutto, dai suoi attori. “Mesi di prove, vendita dei biglietti. Tutto perché il pubblico possa provare quello che ho provato io la prima volta che ho visto questa scena. Questo è il mio lavoro”. Ecco chi è Jerry, qualcuno che ama il teatro e il suo lavoro più di ogni altra cosa. E per cui ha una devozione totale.

Julianne Moore e Paul Giamatti si stagliano ben presto da quello che è un film corale, con decine di attori, tutti in parte e tutti importanti. Ma loro, come è giusto, sono i primi attori della compagnia, ed è giusto che abbiano i loro passi a due. Ci sono dei veri momenti cult. Come la scena in cui Jerry aiuta Mona ad entrare nel personaggio, e le fa provare una scena in cui lei deve chiedere a lui la busta con l’affitto. Un’altra scena irresistibile è quella in cui Jerry la porta in un vero condominio per provare – abusivamente – a fare le riparazioni. Con conseguenze che vi lasciamo immaginare.

A scrivere e dirigere il film è Jesse Eisenberg, uno che in carriera ha recitato diretto da Woody Allen. E ci piace pensare che proprio da Allen abbia preso la leggerezza e la grazia per mettere in scena questo film, che è un musical nel musical, teatro nel teatro che diventa cinema. Un po’ un nuovo Tutti dicono I Love You o una versione leggera e positiva di A Chorus Line. Sarà il primo film che vedrete nell’anno nuovo. E che probabilmente ritroverete premiato sui palchi dei Golden Globe e degli Oscar. Viva il teatro. E viva il cinema.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Klara e il sole: Jenna Ortega e quell’adolescenza disconnessa

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Klara guarda il sole ogni mattina. Klara parla con il sole. È lui che le dà la vita, l’energia, che la fa muovere. E, secondo Klara, il sole, se glielo chiedi, è anche capace di esaudire i desideri. Klara e il sole (Klara And The Sun) è il nuovo film di Taika Waititi, tratto dal romanzo omonimo del grande Kazuo Ishiguro. Presentato alla Festa del Cinema di Roma, arriva al cinema dal 22 ottobre. Klara è un AA, o AF in lingua originale, un Amico Artificiale (Artficial Friend). È un robot che è stato creato appositamente per diventare un amico per gli adolescenti, che in un futuro prossimo venturo sono soli e disconnessi. Sì, nel mondo in cui cii troviamo non esiste internet. Era bellissimo, quando c’era. Ma noi lo abbiamo usato male, abbiamo fatto scoppiare la Terza Guerra Mondiale e così ce lo hanno tolto. Ce lo spiega la store manager del negozio che vende gli Amici Artificiali, un grande magazzino molto poco hi-tech, che vende anche dei modelli superati. Li mette in saldo, li mette in vetrina perché qualcuno li scelga. Tra loro c’è Klara. Una mattina, una ragazza, Josie (Mia Tharia), passa davanti alla vetrina e capisce che ha qualcosa di speciale. E la sceglie.

Inizia così questa bellissima storia, un doppio romanzo di formazione. Perché, stando vicine, sia Joyce che Klara crescono. Klara non è un robot connesso, non ha una memoria preesistente. Lei, e quelli come lei, sono come dei bambini: imparano man mano, vivendo e crescendo. Sono fatti per assecondare il loro amico reale, per cui non hanno una vera capacità di scegliere, di distinguere tra bene e male. Klara imparerà molto da Joyce. E anche Joyce che, scopriremo, ha grandi doti ma anche grandi problemi, avrà molto da imparare da Klara.

Un po’ manichini, un po’ Barbie a grandezza naturale, gli Amici Artificiali sono molto diversi dai robot che abbiamo visto finora al cinema. Non hanno la freddezza e il carattere, e neanche la forza e la pericolosità dei replicanti di Blade Runner, non hanno la perfezione e l’intelligenza degli automi di Westworld, la loro bellezza. Sono forse più vicini a David, il mecha di A.I. – Intelligenza Artificiale di Spielberg, più che altro per la loro funzione. Ma gli Amici Artificiali hanno coscienza del loro stato, del loro scopo. E anche del loro essere incompleti, imperfetti, limitati a un compito definito e preciso.

In comune con molte delle creature di cui abbiamo parlato hanno quell’umanità che finisce per essere realmente tale, in confronto agli umani, sempre meno umani presi da passioni, dolori, calcoli, ripicche, invidie. L’amore incondizionato, la fedeltà, la devozione di Klara a Joyce è qualcosa di davvero commovente. In un mondo individualista ed egoista come quello di oggi, vedere una persona dedicarsi totalmente all’altro è qualcosa di rivoluzionario, un atto potentissimo. Così come, in un mondo secolarizzato in cui la fede vacilla, è incredibile vedere qualcuno che crede ciecamente in qualcosa di trascendente e superiore. Klara parla con il sole, lo prega e crede che le sue preghiere possano avverarsi. È una metafora del nostro rapporto con Dio, quello che avevamo e forse non abbiamo più, presi come siamo dal mondo.

Jenna Ortega qui è bravissima ad uscire dai ruoli iconici per cui è diventata famosa, la Mercoledì Addams della serie a lei dedicata e la protagonista di Scream, e a disegnare un ritratto perfetto di Klara, Amica Artificiale. Gioca molto sul volto, dove le sue lentiggini rimangono al loro posto, ma gli occhi sono sempre spalancati, pieni allo stesso tempo di stupore e gratitudine. Ha un sorriso stampato sul volto, innaturale come deve esserlo quello di un essere che è artificiale, ma che man mano che la storia procede diventa sempre più naturale ed empatico. Gioca anche con il corpo, con movimenti a scatti, meccanici. Ed è bravissima a ricreare il ritratto di un essere artificiale, ma, a su modo, umano. Il film è tratto dalla penna di Kazuo Ishiguro, che aveva già trattato un tema simile nel bellissimo romanzo Non lasciarmi (anch’esso diventato un ottimo film), di cui questa storia è la naturale evoluzione. Stessi temi e stessa riflessione, ma legata a un’altra fascia d’età, l’adolescenza. Teen drama per taglio e personaggi, Klara e il sole è in realtà un film molto adulto. Parlando ai ragazzi, tocca temi come l’amicizia e la crescita, ma anche l’accettazione di sé, la malattia e la morte. È un film che possono, e devono vedere tutti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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