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We Are Who We Are: gli absolute beginners di Luca Guadagnino nella nuova serie tv Sky

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Harper è un nome da ragazzo”. “È un nome per tante cose”. “Da dove vieni?” “Da tanti posti”. Harper in realtà si chiama Caitlin (Jordan Kristine Seamón) ed è una bellissima ragazza afroamericana. È una dei protagonisti di We Are Who We Are, la nuova serie tv Sky-HBO in otto episodi diretta da Luca Guadagnino, in onda dal 9 ottobre su Sky e in streaming su NOW TV. Siamo in una base americana in Italia, vicino a Chioggia. È il classico non luogo: non è l’America, che è lontana migliaia di chilometri. Ma non è nemmeno l’Italia, perché la base è territorio americano e ha regole tutte sue. È un mondo a parte. Una terra di nessuno, come è una terra di nessuno esistenziale quella in cui vivono i protagonisti della storia. Fraser (Jack Dylan Grazer), 14 anni, è appena arrivato da New York al seguito della madre Sarah (Chloe Sevigny) che prenderà il comando della base. Caitlin, o Harper, come si fa chiamare lei, è la figlia di un altro ufficiale: una bellissima ragazza che però non si sente tale, non si ritrova pienamente nel suo lato femminile, e sente in sé una parte di mascolinità.

Caitlin entra in scena, al mare, in un bikini nero, i lunghi capelli neri, lunghi e crespi, il volto e la capigliatura di una dea africana. Ma la vedremo in abiti maschili, con addosso la camicia del padre e con un cappellino da baseball a nascondere quei capelli così femminili La vedremo tirare di boxe, sparare. E provare interesse, quasi invidia, per i baffetti appena accennati di Fraser. Lui ha i capelli ossigenati, le unghie laccate, t-shirt e giacche coloratissime. Non sa ancora chi è. Forse gli piacciono i ragazzi. Ma si lega a Caitlin perché la sente un’anima gemella, l’unica che lo capisce, ed è così anche per lei. Il loro non è un amore convenzionale, è una comunione di intenti, una sintonia tra due persone che stanno affrontando un percorso, un passaggio. E quel viaggio vogliono farlo insieme. “Senti mai di non appartenere a nessun posto?” chiede Caitlin a Fraser? Quel posto a cui appartenere è qualcosa che cercheranno entrambi, fianco a fianco.

We Are Who We Are parla di fluidità di genere, di omosessualità, di libertà di esprimersi. Ma la serie firmata da Luca Guadagnino, con la sceneggiatura di Paolo Giordano e Francesca Manieri, non è solo questo, è una storia universale. È una storia d’amore, anzi una storia di storie d’amore, è un racconto sull’identità, vista da molteplici punti di vista. I ragazzi alla scoperta della loro sessualità, ma anche quelli italiani che cercano i ragazzi americani per cercare di uscire dal “buco” dove vivono. Gli adulti, divisi tra il loro ruolo pubblico e quello privato, tra i legami che hanno costruito negli anni e quelli nuovi che potrebbero stringere. I militari, divisi tra il loro essere tali e il loro essere persone, con i loro affetti e i loro bisogni.

Questa ricerca dell’identità, la vita all’interno di famiglie spesso problematiche a tratti avvicina We Are Who We Are a Euphoria, altra serie americana HBO passata su Sky lo scorso anno. Ma il tono di Luca Guadagnino è completamente diverso. We Are Who We Are non è mai un pugno nello stomaco, non è mai scioccante, pur essendo viscerale e a momenti molto dura. I toni sono più sfumati, in fondo leggeri. Quello che emerge è una sensualità ancora innocente, una vitalità pulsante, a tratti debordante e incontenibile, che Guadagnino riesce a raccontare come pochi sano fare, forse il solo Abdellatif Kechiche. Senza per forza dover ricorrere continuamente a momenti eclatanti, sconvolgenti (che ci sono, ma lo script non ne abusa), ma lasciando che il racconto segua il fluire della vita.
Il fatto che tutto si svolga in una base militare non fa che far risaltare questa vitalità. Perché poi i ragazzi devono rientrare tra quelle mura, convivere con quei rituali. Perché gli adulti sentono il loro corpi costretti in quelle divise, tanto che, quando le tolgono, quei corpi sembrano respirare, espandersi, esplodere. L’indole ribelle di certi personaggi risalta ancora di più in un mondo fatto di regole, di schemi, di procedure, un mondo rigidamente definito, che è tutto il contrario di quello che sono.

Così come spesso sono rigidamente definite le regole della serialità televisiva. Ma Luca Guadagnino decide di fare come i suoi personaggi, essere libero, indefinito. Il suo We Are Who We Are può essere visto come una serie in otto puntate, ma anche come un film di otto ore. Guadagnino non si preoccupa di cliffhanger, di ritmo, di suspense. Si permette di indugiare quasi per una puntata intera su una giornata di festa, di fermarsi per un attimo su una sequenza di ballo, che è allo stesso tempo avulsa e integrata nella storia, di fermare le immagini per qualche istante prima degli stacchi di montaggio, come se volesse bloccare in delle istantanee (una volta erano le Polaroid, oggi sono i selfie) alcuni momenti dei ragazzi. Il regista di Chiamami col tuo nome piega il tempo a suo piacimento, si permette di rallentarlo e poi di andare avanti veloce. Estate, autunno, inverno: non c’è la primavera. Possiamo intuirla, ma è fuori campo. Il suo stile è libero, emotivo, al servizio delle emozioni dei personaggi. Vi sembreranno strani, come ogni volta che incontrate una persona diversa da voi. Ma dopo poche ore vi troverete completamente immersi nelle loro vite, come se fossero quelle dei vostri amici.

Vi immergerete anche in un periodo ben preciso della Storia recente. America, 2016: è il semestre che porterà alla vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. “La possibilità era troppo ghiotta per non essere colta” ha raccontato Guadagnino. L’avvento di Trump, del “Make America Great Again” è un avvenimento a suo modo epocale nelle vite degli americani. Che, in un mondo che vive in base all’ordine e alle prove di forza come quello militare, non può non influire. “La gente vuole un capo che possa prendere decisioni difficili”, sentiamo dire a Sarah, la madre di Fraser, l’ufficiale in capo nella base, di fronte a una scelta che ha portato alla morte di alcuni soldati. Sì, perché lì fuori, fuori da quella bolla che è la base americana vicino a Chioggia, c’è il mondo reale, c’è la guerra, c’è la morte. Che irrompe, all’improvviso, nelle vite quasi irreali delle persone che vivono lì. E allora tutto si ferma, le aule sono vuote, i corridoi anche. E una matita si spezza, come in Twin Peaks alla notizia della morte di Laura…

Vi abbiamo parlato di Caitlin e di Fraser. Ma We Are Who We Are è anche la relazione tormentata tra Sarah (Chole Sevigny) e Maggie (Alice Braga), due donne sposate che sono le madri di Fraser, è la vita di Britney, inquieta ragazza americana in cerca d’amore e di emozioni (è la sorprendente Francesca Scorsese, sì, proprio la figlia di Martin Scorsese, una che ha respirato cinema fin dalla culla), l’amore tra Craig e Valentina, Romeo e Giulietta divisi non dalle famiglie ma dalla guerra. We Are Who We Are racconta tutte queste storie, dando a tutte, se non lo stesso spazio, la stessa dignità. Per una volta ci sbilanciamo, e diciamo che Luca Guadagnino, con We Are Who We Are, ha realizzato quello che è sin qui il suo lavoro migliore. Tutta l’emotività che mancava nei suoi film precedenti arriva qui, tutta insieme. Ed è impossibile resistervi. Come Fraser e Caitlin, per otto ore, diventiamo anche noi dei “debuttanti assoluti”, degli Absolute Beginners, come canta David Bowie alla fine della serie. “Fino a che siamo insieme il resto può andare all’inferno”, canta il Duca Bianco. E sembra che parli proprio di Fraser e Caitlin. O anche di tutti noi, nel momento in cui abbiamo sentito di trovare un’anima in cui specchiarci.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Lucky: Anya Taylor-Joy in una fuga senza fiato su Apple Tv

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Una ragazza viene inseguita da alcuni uomini tra dei camion fermi in un parcheggio. Lei è bionda platino, è vestita in jeans, una canotta bianca e un giubbotto di pelle nera. Zoppica. Loro hanno quegli inconfondibili giubbetti blu con la scritta in giallo sulla schiena: sono dell’FBI. Inizia così Lucky, la nuova serie in streaming su Apple Tv tratta dal bestseller del New York Times e selezione del Reese’s Book Club, scritto da Marissa Stapley. La ragazza, la Lucky che dà il titolo alla serie, è l’inconfondibile Anya Taylor-Joy. E insieme a lei ci sono Annette Bening, Timothy Olyphant, Aunjanue Ellis Taylor, Drew Starkey, Clifton Collins Jr. e William Fichtner. La definiscono una dramedy, ma Lucky è soprattutto una serie d’azione, un’azione senza un attimo di respiro.

Quando una rapina multimilionaria va storta, la truffatrice Lucky (Anya Taylor-Joy) è costretta a darsi alla fuga. Braccata sia dall’FBI che da uno spietato boss criminale, Lucky deve lottare per la propria vita e per trovare una via d’uscita. Eppure sembrava tutto perfetto. Poche ore prima avevamo visto Lucky, ed era completamente diversa. I capelli più lunghi e castani, un vestito corto e attillato di lamé. Una bottiglia di champagne da stappare con il proprio compagno. In Dreams di Roy Orbison, famosa per Velluto blu di David Lynch, da ballare stretti stretti. Tutto sembrava andare bene. Ma non è andata così.

Lucky vive soprattutto sul volto e sul corpo di Anya Taylor-Joy. È un’attrice dal fisico esilissimo. E dal volto unico, scavato e sensuale. Con quegli occhi enormi, verde giada, e molto distanti tra loro. Si dice che sia sintomo di poca bellezza, come in fondo si dice della bocca piccola e delle labbra sottili. Non è vero. Anya Taylor-Joy è fatta per smentire tutte queste teorie, per diventare una bellezza allo stesso tempo aliena e, soprattutto in una serie come questa, molto concreta.

La sua Lucky sembra un personaggio di un film di Luc Besson, noto per i ritratti di donne forti e artefici del loro destino, coraggiose e muscolari. Così come sembra un film di Luc Besson, per ritmo e visione, tutta la storia a cui assistiamo. C’è anche qualcosa di Hitchcock, non nello stile ma nei temi. Il personaggio giovane e innocente in fuga è un classico del regista inglese. Qui innocente Lucky non lo è completamente. È una truffatrice, certo. Ma abbiamo visto che è stata a sua volta fregata dal suo compagno. Per questo, e per il fatto che il punto di vista sposato è il suo, Lucky ha da subito la nostra simpatia. E quella del regista. Anche questo è un meccanismo che viene da Hitchcock: pensate a Psycho e al personaggio di Janet Leigh, in fuga dopo aver sottratto al suo capo un’ingente somma di denaro. Anche lei è colpevole, ma stiamo dalla sua parte.

La regia è sempre su di lei, spesso la macchina da presa la accarezza con primi o primissimi piani in grado di scrutare quegli occhi così particolari. Mentre, alla fine del primo episodio, basta una telefonata per costruire una backstory in grado di farci appassionare ancora di più al suo personaggio. Mentre un accendino, nel buio, si ricollega a una delle prime scene dell’episodio e chiude un cerchio. Non ci resta che seguire la fuga di questa nuova eroina che ci ha portato Apple Tv, lo streamer dalle produzioni sempre impeccabili. I primi due episodi sono disponibili, poi ne vedremo uno a settimana. Buona fortuna, Lucky.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Elle: Se La rivincita delle bionde torna agli anni Novanta, tra Beverly Hills e il grunge

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I’m Only Happy When It Rains, il classico dei Garbage degli anni Novanta, risuona nella sigla di Elle, la nuova serie Prime Video in streaming dal 1 luglio. E risuona particolarmente ironica, visto che la nostra protagonista si trova per una serie sfortunata di eventi a trasferirsi da Los Angeles a Seattle, la città più piovosa d’America, “la città dimenticata da Dio e da Gucci”. E, no, non è assolutamente felice solo quando piove, come cantava Shirley Manson. Casomai è tutto il contrario. Elle Woods sarebbe felice solo con il sole della California e con i suoi immancabili vestiti rosa che fanno tanto Beverly Hills e anche tanto Barbie. Elle è la serie prequel de La rivincita delle bionde, il noto film con Reese Witherspoon. Qui la vicenda è trasportata indietro nel tempo e nello spazio, creando una serie di contrasti che rendono la serie divertente e originale.

Nella sua prima stagione, Elle segue Elle Woods (Lexi Minetree) prima che diventi un pesce fuor d’acqua ad Harvard. La incontriamo nel 1995, come un pesciolino nelle acque agitate del liceo, alle prese con amicizie complicate, storie d’amore proibite e scelte di moda discutibili. Tutto nella sua vita cambia, infatti, quando il padre, chirurgo estetico, perde reputazione e lavoro per un naso rifatto male ad un’attrice. E così deve trasferirsi a Seattle con tutta la famiglia. Elle si affida alla sua famiglia come punto di riferimento e rafforza il legame con la madre, dimostrando che insieme possono superare qualsiasi cosa la vita riservi loro, purché abbiano l’una l’altra. Ad ogni sfida che affronta, Elle si avvicina sempre di più alla Elle Woods che conosciamo e amiamo oggi.

Quello che dà forza alla serie è il sentimento del contrario. Tutto, a Seattle, è diverso. Piove ogni giorno, tutti vestono di nero, con jeans, anfibi e camicie di flanella a quadri, nessuno bada alle apparenze e tutti alla sostanza. “Mi sento così bionda” dice la nostra Elle, che veste ancora completamente di rosa. Il senso della serie sta tutto qui. Nel ribaltamento dei ruoli, delle situazioni. La classica reginetta della scuola, la popolare, la bionda, la bella in rosa di tanti film qui diventa, di colpo, il suo contrario. Per il posto in cui si trova, è lei la strana, l’impopolare, la diversa. Quella che, come vediamo da sempre nei film, non trova dove sedersi a tavola perché i posti sono occupati. E le popolari che negano il posto qui sono altre. Anche per il padre le cose si sono ribaltate. “Alla gente piace il proprio naso. Andrà meglio quando il grunge sarà passato” dice.

Capiamo subito che quella di Elle è una storia sull’identità, un romanzo di formazione che però non procede in maniera classica. Almeno, non all’inizio. C’è, come in ogni racconto di questo tipo, una protagonista che deve trovare il proprio posto nel mondo. Solo che la nostra Elle il suo posto lo aveva già trovato, ma lo ha perso e deve ricominciare tutto da capo. È una questione di orientamento, di coordinate da ritrovare, di una serie di comportamenti da resettare. Ci si chiede se Elle sceglierà di tornare a Los Angeles o di giocarsi le sue carte a Seattle. E se, in questo caso, si adatterà al modo di vivere e al look degli altri o sceglierà di farlo rimanendo se stessa.

Dicevamo di Seattle. È bello, in un teen drama di questo tipo, ritrovarsi nell’America di metà anni Novanta, quando, rispetto a quella di Beverly Hills 90210, era già cambiato tutto. È bello ritrovarsi in un negozio di dischi che ci ricorda quello di Alta fedeltà, di ascoltare discorsi su Kurt Cobain e i Nirvana, Chris Cornell e i Soundgarden, la Sub Pop gli Alice In Chains, ascoltare i R.E.M. e i Radiohead. Come si dice, appena abbiamo capito dove fosse ambientata la storia abbiamo detto il classico: ok, avete la nostra attenzione.

Certo, non è un film immersivo negli anni del grunge (per quello cercate e rivedetevi Singles di Cameron Crowe). E ai puristi del grunge non piacerà. Seattle e il grunge sono in realtà usati come un elemento funzionale al racconto, come l’ostacolo tra Elle e il suo mondo, l’espediente usato per metterla in difficoltà. Ma che siano presenti in un film di questo tipo non è per niente male. È bello vedere che il grunge sia storia. E anche un po’ triste, perché sono passati 30 anni e vuol dire che stiamo diventando vecchi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Spider-Noir: Nicolas Cage è un Uomo Ragno che sembra uscito dagli anni Trenta. Su Prime Video

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L’abbiamo vista in bianco e nero. Ma potevamo scegliere tra bianco e nero e colore. La nuova tv, quella dei player dello streaming, è anche questa. Prime Video ha lanciato così Spider-Noir, l’attesissima serie con Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in una serie tv. Prodotta da Sony Pictures Television per Prime Video, la serie è disponibile dal 27 maggio, in due modalità, “Autentico Bianco e Nero” e “True-Hue Full Color”, consentendo al pubblico di scegliere.

Abbiamo scelto di vederla in bianco e nero perché ci sembrava che avesse più senso così.  Spider-Noir è una serie live-action basata sul fumetto Marvel Spider-Man Noir. Racconta la storia di Ben Reilly (Cage), un navigato investigatore privato caduto in disgrazia nella New York degli anni Trenta, che a seguito di una tragedia profondamente personale, è costretto a fare i conti con il suo passato di unico supereroe della città. È un racconto che ha senso vedere in bianco e nero perché sono le tinte in cui ha vissuto quel cinema lì, il glorioso noir americano, l’hard boiled, il cinema dei detective alla Marlowe. Personaggi che sono antieroi, perdenti e tormentati, soli e stropicciati.

Vedere Spider-Noir in bianco e nero significa quindi immergersi in un mondo, Quello dei chiaroscuri, delle luci e delle ombre che si incontrano e si scontrano del bianco  e nero che dai netti contrasti che dividono lo schermo. Di quelle luci incidentali, quasi caravaggesche, che tagliano la scena. È quel mondo fatto dei quotidiani lanciati al mattino dagli strilloni, da sigarette su sigaretta avidamente consumate mentre si battono a macchina le notizie, dei personaggi che si muovono nei loro lunghi cappotti e i cappelli a tesa larga, dei banconi del bar e dei bicchieri di whisky bevuti uno dopo l’altro ogni notte.

Quella tra il fumetto e il noir degli anni Trenta e Quaranta sono mondi destinati a incontrarsi in modo naturale. Il bianco e nero è quello delle iconiche pellicole dell’epoca, rimaste fissate nell’immaginario collettivo come nella Storia del cinema, ma anche quello dell’inchiostro di china sul foglio bianco dei fumetti. Il risultato di Spider-Noir è in qualche modo vicino a Sin City e The Spirit, i film tratti dai fumetti di Frank Miller. Anche se, rispetto alle figure eccessive e larger than life di quei racconti, Spider-Noir si mantiene su un maggiore realismo. Che è proprio quello dei classici film

In un progetto di questo genere ci sta benissimo un volto come quello di Nicolas Cage, un attore che è stato definito prima di culto e sex symbol, ai tempi di Cuore selvaggio, poi mostro di bravura da Oscar, ai tempi di Via da Las Vegas, poi schermito per molte scelte discutibili e infine assurto di nuovo a personaggio di culto. Il suo volto è perfetto per incarnare quello di quei detective provati dalla vita degli anni Trenta e Quaranta. E, allo stesso tempo, ha i tratti somatici per essere anche il protagonista di un fumetto. Spider-Noir sembra essere un progetto fatto apposta per lui. Nel cast sono da segnalare Li Jun Li, nei panni della femme fatale, e Brendan Gleeson, perfetto nei panni del villain.

È interessante vedere come l’Uomo Ragno, tra tutti i supereroi, sia quello che, più di altri si presti a infinite reinvenzioni. Mentre quasi tutti gli eroi sono legati ai loro alter ego e alle loro storie, l’idea è che un ragno radioattivo, in teoria, possa mordere chiunque. E così l’Uomo Ragno, che siamo soliti associare a Peter Parker, e che sarà sempre questo personaggio, può essere anche altre persone. Così abbiamo conosciuto lo Spider-Man di Miles Morales, dai fumetti e anche dai film animati di Spider-Man: Un nuovo universo. E ora l’Uomo Ragno noir anni Trenta di Nicolas Cage. Il rischio di un progetto come questo è quello di fare più attenzione alla qualità e alla raffinatezza delle immagini, all’interpretazione di Cage, a una New York scintillante e vera protagonista della storia, che alla trama. A proposito di raffinatezza, abbiamo provato a vedere la serie anche nella versione a colori, e funziona molto bene anche quella. Ha i toni laccati dei primi film in technicolor, il gioco di luci ed ombre funziona, le luci di New York fanno la loro parte. Insomma, in qualunque modo la vogliate vedere, Spider-Noir ha un senso. A voi la scelta.

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