Serie TV
Maniac. La nuova serie Netflix è qualcosa che non avete mai visto…
È incredibile vedere i passi avanti che sta facendo il mondo della serialità. Dove una volta c’erano i telefilm, o le fiction, dove non si osava mai e si tendeva a una visione rassicurante della realtà, o al feuilleton, ora ci sono le serie tv (che poi non sono più nemmeno tv), prodotti seriali che sperimentano, che si spingono fino a dove neanche il cinema fa più, che parlano di cose che un tempo non avremmo mai immaginato di vedere su un piccolo schermo. Se tutto è cambiato prima con Twin Peaks, di David Lynch, che ha portato in tv il linguaggio cinematografico e lo sguardo d’autore, e poi con Lost, che ci aveva fatto capire come le cose più interessanti da vedere fossero quelle che vediamo quando guardiamo dentro di noi, Maniac, l’attesissima nuova serie di Netflix (disponibile dal 21 settembre) firmata Cary Fukunaga, raccoglie i frutti di questa evoluzione. Regalandoci qualcosa che raramente avevamo visto in tv, sia essa tradizionale, o in streaming, come in questo caso.
Cary Fukunaga, proprio nel solco di Lost, ce lo aveva fatto capire già con True Detective: la

Maniac
vera indagine è quella dentro di noi, nei nostri fantasmi, nelle nostre debolezze. E Maniac, ispirato a una serie norvegese del 2014, è un viaggio nella mente di due persone. Annie Landsberg (Emma Stone) è una ragazza apparentemente come tante, ma vive nella depressione, conseguenza di un rapporto non risolto con la madre e la sorella. Owen Milgrim è il quinto figlio di una ricca famiglia di imprenditori di New York: è il più fragile, e vive lottando con la schizofrenia. I due si incontrano grazie a un test su una nuova e misteriosa cura per la mente, che mescola farmaci e tecnologia. È racchiusa in tre pillole: A, B e C. A ognuna corrisponde un effetto, e un progresso nel proprio stato di salute. Non dovrebbero esserci effetti collaterali. Eppure…
Ogni pillola è un viaggio, un’evasione dal reale, un’esperienza. Apparentemente assurda e lontana dalle vite di Annie e Owen, in realtà li riguarda profondamente, e va a toccare un nervo scoperto della loro vita. Maniac è un continuo andirivieni tra sogno e realtà. Ma è la realtà stessa che ci appare insolita. Siamo a New York, in un tempo non troppo lontano da noi – si direbbero gli anni Ottanta – ma è una realtà parallela. È come se il nostro mondo si fosse evoluto in modo diverso: ci sono i computer che c’erano trent’anni fa, ma anche robot – che ricordano il M-O di Wall-E – che puliscono le strade dai bisogni dei cani, Koala viola (dei robot?) che giocano a scacchi, e attori che impersonano vecchi amici per soddisfare persone sole. E una Statua della Libertà che non è proprio quella che conosciamo. È una New York grigia ma illuminata dalle famose “mille luci” al neon. Reale, eppure diversa, concreta, eppure straniante. Ed è solo il punto di partenza: ma è una partenza che alza già l’asticella della storia, creando un mood che si insinua nello spettatore e lo conquista.
E continua a conquistarlo man mano che, letteralmente, si entra nella storia. Il ritmo apparentemente lento, almeno rispetto agli standard della serialità attuale, è in realtà qualcosa che serve a ipnotizzarci, ad avvolgerci, a prepararci per altri viaggi. Già entrare nelle stanze della NPB, la Neberdine Pharmaceutical e Biotech, è un viaggio unico: la tecnologia retrofuturistica (cioè il futuro come lo avremmo immaginato trenta-quarant’anni fa) ci trasporta in un mondo che potrebbe essere la plancia di una nave di Star Trek (o, se preferite, di USS Callister, l’episodio di Black Mirror ispirato alla storica serie), con postazioni bianche ed enormi computer con intelligenze artificiali che ammantano di luce rosa la scena e ci fanno entrare ancora di più nel gioco. Da lì in poi, saremo pronti a tutto: a tuffarci con Annie e Owen in scenari sempre nuovi e imprevisti, a tornare indietro ed elaborare il tutto. In realtà, saremo sempre più nei meandri della loro mente, a scavare con loro per scoprire cosa li tormenta.
E qui il gioco si fa ancora più sfaccettato. Quello che ci sembrava un film drammatico assume via via i toni del grottesco, della black comedy in stile Fratelli Coen, del noir, o del fantasy. C’è una sorpresa dietro ogni angolo. Anzi, dentro ogni pillola. Sorprendono anche gli attori protagonisti. Conoscevamo le doti di Emma Stone, che parte senza trucco e apparentemente senza espressione, per dimostrarsi una tela bianca su cui riuscirà a dipingere ogni tipo di colore. Ma la vera sorpresa è un Jonah Hill (uno a cui avremmo dato già un Oscar per The Wolf Of Wall Street) notevolmente dimagrito, quasi irriconoscibile, che lavora per sottrazione e sulle sfumature, prima afasico e poi sempre diverso nei molti ruoli che gli riserva il copione. Accanto a loro Sally Field e un Justin Theroux in parrucchino, irresistibile, nei panni del Dr. James K. Mantleray, alla guida degli esperimenti, e sua volta alle prese con i suoi problemi familiari.
Maniac potrebbe essere un episodio di Black Mirror preso ed espanso in dieci puntate da 40 minuti, che scorrono senza quasi accorgersene. Lo si guarda con curiosità, ma si finisce per venirne risucchiati. Da vedere senza soluzione di continuità: è un tipico prodotto da binge-watching. Maniac costruisce mondi insoliti e bizzarri, come certi film di Michel Gondry, gioca con l’attesa e la sorpresa come sapeva fare Ai confini della realtà, ribalta continuamente sogno e realtà come i film di David Lynch. Eppure è qualcosa che non somiglia a nessuno di questi modelli. Cary Fukunaga è riuscito a trovare un suo stile, lontanissimo anche dal suo True Detective. E Maniac, per come combina tutti i suoi ingredienti, è qualcosa di mai visto prima, in tivù o in qualunque piattaforma dove oggi si vedono le serie. Ma, soprattutto, è eccezionale per come riesce a prendere il disagio mentale e renderlo fantasia, libertà. Cioè prendere una debolezza e farne una forza. Qualcosa che la società rimuove, uno stigma, è portato all’attenzione. E i protagonisti non sono né gli eroi senza macchia, che vedevamo nei telefilm trent’anni fa, ma nemmeno gli eroi con qualche macchia, che ci piacevano una decina di anni fa. Sono una ragazza depressa e un ragazzo schizofrenico. Sono loro che ci interessano. Sono loro quelli a cui vogliamo bene.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta
Published
2 giorni agoon
9 Ottobre 2026
Max Pezzali e Mauro Repetto stanno per girare un video, il loro primo, vero, videoclip. Sono in una sorta di hangar e Claudio Cecchetto ha chiamato un regista di grido e una dozzina di modelle tra le più affascinanti sulla scena. Per vestire i nostri eroi ha chiamato lo stilista dei Take That. I due sono vestiti con canotte di rete o di velo nero, trasparenti, hanno delle catene al collo, dei pantaloni larghi. È uno dei grandi momenti – ma ce ne sono tantissimi – di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, seconda stagione della serie di successo Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883, su Sky e NOW dal 9 ottobre con i primi due episodi e poi con un episodio alla settimana. Come è andata con quel video e quegli abiti? Max e Mauro hanno deciso di fare di testa loro. Sono andati dal loro negoziante di fiducia a Pavia e hanno scelto i loro costumi di scena. Un chiodo e una giacca più lunga, entrambi di pelle nera, portati sopra un t-shirt scura e una camicia bianca. Anche il regista, poi, avrebbe cambiato idea: nel video si sarebbero visti più loro e meno le modelle. Parliamo del video di Sei un mito. Ed è un modo per dire che, ancora più della prima, la seconda stagione della serie è un viaggio immersivo negli anni Novanta. Gli anni in cui c’erano i dischi in vinile e le cassettine, c’erano i programmi tivù e radio che allora, per noi, che non avevamo smartphone e social, erano molto più importanti di quanto lo sono oggi. Erano gli anni del Festivalbar, del Karaoke di Fiorello, di Radio Deejay e Claudio Cecchetto che non solo mandava in onda i dischi di successo, ma li produceva. Nord Sud Ovest Est è tutto questo. È tanta musica. Le canzoni degli 883, da Come mai a Rotta per casa di Dio. E tutta la musica di quegli anni e di quelli precedenti: Iggy Pop, Simple Minds, Duran Duran, Radiohead, INXS, Smashing Pumpkins. E poi tutta quella dance commerciale che allora ci faceva ballare.
Erano anni semplici, gli anni Novanta. Tutti noi, come Max e Mauro (Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli), guardavamo all’America e all’Inghilterra come modelli di ispirazione come oggi i ragazzi guardano alla Corea e a Giappone, perché quei mondi ormai li danno per scontati. Ci si vestiva in modo semplice eppure efficace. I chiodi e le giacche di pelle nera, portate sui jeans e una camicia bianca o rossa, per Max. Una camicia celeste o gialla, portata aperta sopra una t shirt bianca, e pronta a svolazzare durante i suoi balli, per Mauro. Ma anche semplici camicie di denim, chiaro o nero, o un gilet di pelle da portare sopra una camicia bianca. Le giacche ampie e colorate, portate sopra pantaloni e maglie nere di Fiorello, con gli immancabili capelli lunghi raccolti in una coda, come li avrebbero poi portati in quegli anni tanti ragazzi. Ma anche le ragazze vestivano in modo semplice. La nostra amata Silvia (Ludovica Barbarito) è spesso in jeans e maglietta. O con uno di quei leggeri vestiti scollati con sotto una t-shirt bianca, come suggeriva la moda americana del grunge e come li portavano le ragazze di Beverly Hills 90210. Eravamo molto semplici. Ma eravamo belli così.
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 inizia dove finiva Hanno ucciso l’uomo ragno. Con una musicassetta che suona un provino di Max. Quel provino, che Max ha intitolato e scritto a penna sulla cassetta con il titolo “Canzone per Silvia”, è Come mai, uno dei più grandi successi del duo. Mauro, però, lo ferma e chiede. “Max, ma io, questa, come la ballo?”. Max, a quel punto, sfonda la quarta parete e si rivolge a noi che lo stiamo guardando. “Tanto lo avrete capito. Questo potrebbe essere l’inizio della fine degli 883”.
La seconda stagione della leggendaria storia degli 883 sta alla prima come il secondo album, Nord Sud Ovest Est, sta al primo, Hanno ucciso l’Uomo Ragno. È più matura, più a fuoco, più universale. Ed espande l’immaginario degli 883. La seconda stagione non è solo la storia di due amici, ma quella di un mondo, una Pavia mitologica con vista su Milano e sullo star system, e uno sguardo ancora più in là, verso il sogno dell’America. Ma Nord Sud Ovest Est non è solo la storia di un sogno. È anche quella del suo rovescio, dei dubbi che assalgono chi ha raggiunto la vetta. Nord Sud Ovest Est, intesa come la canzone ma anche la serie, è la storia di una grande crisi d’identità, di qualcuno che “si è perso nella notte”. In quel “questa io come la ballo?”, in fondo, c’è un’altra domanda, che tutti prima o poi ci siamo posti nella vita: “io chi sono?” “Qual è il mio posto nel mondo?”. A chiederselo è Mauro, ma la domanda se la pongono entrami gli 883. Chi siamo? La risposta è: “non lo so”. E sono queste parole ad entrare nel testo di Nord Sud Ovest Est. E solo adesso capiamo che quell’allegra canzoncina in stile mariachi nascondeva tanta malinconia e disorientamento, perché “forse quel che cerco neanche c’è”.
Nord Sud Ovest Est ci fa vivere da vicino la storia di Sei un mito, quella dei “tappetini nuovi, Arbre Magique”, che era più prosaica di quello che pensavamo. Ci fa capire che la festa di Rotta per casa di Dio era anche piuttosto importante, e il viaggio è stato anche più avventuroso di quello che dice la canzone. Ci fa vivere la ricerca dei “pezzi della maturità”, che i nostri troveranno decidendosi a pubblicare Come mai. Anche se è un lento. Anche se Mauro non la potrà ballare. Anche se, probabilmente, questa cosa lo porterà lontano da Max e dagli 883.
Già, Mauro Repetto, quello che a lungo per noi è stato un mistero. Quello che, ingiustamente, era stato definito “il ballerino degli 883”. Ma che, come abbiamo imparato guardando le due stagioni della serie, era il motore, l’entusiasmo degli 883, oltre che il coautore delle canzoni. Ecco, Nord Sud Ovest Est diventa ancora più intensa quando prova a entrare in quel mistero, a raccontarci tutto quello che è successo da quando i due hanno vinto il Festivalbar e il Festival Italiano con Come mai fino a quando gi 883 sono ricomparsi con Tieni il tempo, ma c’era solo Max con un’altra band. L’uscita di scena di Mauro è avvenuta lontano dalla ribalta, e il finale di questa serie prova a raccontarla. Ed è un momento folle, romantico, dolceamaro. Una delle scene più belle è quella in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Mauro mentre Max canta Gli anni, che ha scritto da solo. È il segnale che Mauro ha assolto il suo compito, proteggere il suo amico. Max, ora, può farcela da solo. E Mauro è pronto per un nuovo ruolo, per una nuova avventura. Sydney Sibilia l’ha fatto di nuovo, ci ha raccontato ancora un’incredibile avventura, una leggendaria storia. Nord Sud Ovest Est è un’altra delle sue storie d’amicizia e di nostalgia, di sogni e di follia, un’irriverente e romantica storia di punk, di pirati e di cowboy. E, come ci insegna Max Pezzali, i cowboy non mollano mai.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Dark Matter: Taron Edgerton e Jennifer Connelly dentro a oscure materie. È la serie dell’anno?
Published
1 settimana agoon
1 Ottobre 2026
Che cosa accadrebbe se la polizia vi fermasse e vi chiedesse spiegazioni sul fatto che sono stati trovati tredici cadaveri con il vostro volto e il vostro stesso Dna? Sarebbe difficile da spiegare. È così che inizia la stagione 2 di Dark Matter, su Apple Tv con episodi settimanali. È una serie di cui si parla poco, nel mare magnum dello streaming di oggi, forse perché è su Apple Tv, un servizio che hanno in pochi, forse perché non è una novità ma è alla seconda stagione. Ecco, Dark Matter è una delle serie (e non è l’unica) che vale già da sola l’abbonamento. È una delle migliori serie degli ultimi anni. È una serie che si avvicina molto a Lost e Westworld. Il senso del mistero, il coinvolgimento allo stesso tempo intellettuale ed emotivo, la spinta a continuare la visione e a volerne sempre di più sono le stesse. Come è lo stesso il livello di qualità, cinema trasportato nella serialità.
Ma torniamo un attimo indietro, alla prima stagione, per spiegarvi di cosa si tratta. Dark Matters è la storia di un uomo che si trova in una versione alternativa della sua vita. E non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Secondo una teoria della fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volta infinite vite parallele, infiniti mondi. Se non fossero teorici ma reali e qualcuno trovasse il modo per muoversi tra questi mondi, ecco che succederebbe quello che vediamo qui. Al centro della storia c’è una scatola, un cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik.
Avevamo lasciato Jason, il nostro protagonista, arrivato finalmente nel suo mondo, accanto alla moglie e al figlio. A casa sua, in un porto sicuro. Il problema è che, nel suo mondo, si muove anche Jason 2, arrivato da un altro mondo, anche lui innamorato di sua moglie al punto da volersi prendere la sua vita. Lei, una sera, quando Jason 2 si presenta e si fa insistente, gli spara. Quando la polizia li scopre, Jason e la sua famiglia non hanno scelta. Scappare, entrare nel cubo, pensare positivo e trovare un nuovo mondo. Se non un mondo perfetto, quello migliore dove vivere una vita tranquilla. Sembrano trovarlo. Ma, come sappiamo, fino a che il cubo resta aperto e attivo può succedere di tutto.
Dark Matter è una serie incredibilmente magnetica, misteriosa, oscura. È un racconto che vive di una tensione palpabile e costante, di un senso di incertezza e pericolo che si percepisce a ogni sequenza. In questa seconda stagione lo schema è quello di Alfred Hitchcock e degli innocenti in fuga di tanti suoi film. Ma, man mano che la visione prosegue, in Dark Matter pensiamo sempre più a Steven Spielberg. In questa storia c’è la sua gestione della tensione e del mistero, la capacità di tenere lo spettatore sulla corda, ma anche la sua proverbiale attenzione all’umano. Una delle chiavi che rende appassionante questa storia sono i due protagonisti principali, Taron Edgerton e Jennifer Connelly, attraenti e carismatici, ma anche molto affiatati tra di loro. L’empatia con i personaggi è immediata ed è questo che ci tira dentro alla storia.
In questa seconda stagione ci sono poi degli spunti interessanti. Dark Matter sembra voler rispondere a quella suggestione a cui pensiamo in tanti e sempre più spesso. Cioè a come sarebbe davvero un mondo senza internet e senza connessione. In uno dei mondi possibili, infatti, l’uomo non è andato sulla Luna e questo ha fermato tutta un’idea di progresso. È romantico vedere i ragazzi ascoltare dischi e vedere i film in vhs, andare sullo skateboard e duplicarsi la musica. Anche se in questo mondo non si conoscono i Nirvana. Questo mondo, ve lo diciamo, ci piace molto. E piace anche ai protagonisti Ma, in quella che tutti gli effetti un’Odissea, è Itaca, l’approdo finale, la casa, o è solo un’isola in un continuo errare? Lo scopriremo solo vivendo.
Ma in questa seconda stagione Dark Matter diventa sempre più anche una riflessione sulla scienza, e sui confini e i limiti che deve avere l’iniziativa dell’uomo. Lo scienziato deve solo scoprire, innovare, o deve porsi delle domande sull’uso e gli effetti che potrebbe avere la propria scoperta? La risposta che si dicono i personaggi, in un flashback, è che se una cosa può essere fatta, va fatta. L’uomo non si deve fermare.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Brothers: Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono Fratelli? Su Apple TV
Published
3 settimane agoon
23 Settembre 2026
Uno è da anni uno dei “bellissimi” di Hollywood. L’altro è considerato un duro, un’affascinante canaglia. Sono due modi diversi di essere attraenti. Eppure, se li vedete uno vicino all’altro nelle loro foto da bambini e da ragazzi, Matthew McConaughey e Woody Harrelson si somigliano parecchio. Non è solo un fatto di tratti somatici. È proprio un modo di porsi, di sorridere, di guardare. E se fossero fratelli? È da questo spunto, e da quello che a quanto pare è uno dei rumour più affascinanti di Hollywood, che nasce Brothers, la nuova serie comedy dal 23 settembre su Apple TV. La serie segue McConaughey e Harrelson, che interpretano versioni romanzate di sé stessi, nel momento in cui la cui amicizia viene sconvolta quando scoprono un segreto custodito da decenni: potrebbero essere davvero fratelli.
Dopo che il matrimonio della figlia di Woody va in pezzi, l’attore decide di caricare tutta la famiglia e trasferirsi temporaneamente ad Austin, per trascorrere un lungo periodo nel ranch di Matthew. Quella che inizialmente sembra una vacanza rigenerante prende però una piega inaspettata quando Ma Mac, la madre di Matthew (Holland Taylor), lascia accidentalmente trapelare un segreto sepolto da anni: i due amici potrebbero essere in realtà fratelli.
L’autofiction è sempre interessante. È quel tipo di racconto in cui un personaggio famoso mette in scena se stesso, mettendoci il proprio nome, il proprio carattere, la propria personalità. Quel personaggio non è proprio lui, è “scritto”, è costruito ad arte. Ma è chiaro che porta sullo schermo qualcosa di sé, qualcosa di vero. Un esempio che abbiamo visto di recente è la serie tv Vita da Carlo, con Verdone che recitava in una versione verosimile di se stesso. Anche qui i due attori americani fanno qualcosa di simile: mettono in scena se stessi, esagerando pregi e difetti, vizi e virtù.
L’ultima volta che li avevamo visti insieme erano in una storia dalle tinte completamente diverse. Era la prima stagione di True Detective, serie capolavoro, che li vedeva insieme sfiancati, devastati dal peso del loro lavoro, dai loro fantasmi, da una vita che con loro era stata molto dura. Qui il clima è completamente diverso, solare, divertito e divertente.
Il fatto che, in Brothers, si mescoli realtà e finzione, fa sì che la serie abbia un tono particolarissimo, così come il ritmo. Non sono quelli che troveremmo in un film, ma neanche in una serie convenzionale. È un tono sospeso, giocoso, con i personaggi principali, e i loro attori, liberi di esprimersi, con una recitazione naturale e non effettata. I due ironizzano su alcuni lati del loro carattere e, in fondo, del maschio medio americano di mezza età. E così vediamo le bevute, il rodeo, le battute di caccia. Alla storyline principale, quella dell’amicizia e del segreto che unisce i due, ce n’è un’altra, che vede McConaughey in procinto di candidarsi a governatore. Brothers è la storia di un’amicizia virile, o una “bromance” come si direbbe oggi. Lo avremmo chiamato un buddy movie: per il suo formato la possiamo chiamare buddy serie. Ti amo poi ti odio poi ti amo poi ti odio poi ti amo, come diceva la famosa canzone. Tra i due funziona così.
Brothers parla di due uomini sui cinquant’anni, realizzati ma in qualche modo anche irrisolti. E anche dei rapporti con le loro famiglie, con le mogli e con i figli. Anche con le madri e con i padri, anche con chi non c’è più ma fa sentire la sua presenza. È una storia che gioca con le citazioni, come quella sulla serie Friday Night Lights, o come l’autocitazione in cui McConaughey rifà il famoso rituale che faceva in The Wolf Of Wall Street. Ha momenti molto particolari, come il funerale di un cervo, che è romantico e grottesco allo stesso tempo. Tutto raccontato in un fluire naturale, come la vita. D’altra parte, dobbiamo credere che qui Matthew McConaughey e Woody Harrelson siano davvero loro.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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